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Avvenire

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di Giuliana Mieli

Recentemente il Ministro della Sanità ha presentato al Parlamento i risultati relativi allo stato di applicazione della legge 194/78.

I dati testimoniano una significativa diminuzione degli aborti in genere e soprattutto di quelli chirurgici a favore di un sensibile incremento nell’uso delle pillole destinate alla contraccezione d’emergenza: la pillola del giorno dopo e dei cinque giorni dopo. Non risultano dati ancora sulle fasce d’età interessate a questo tipo di contraccezione.

Nei commenti si insiste naturalmente sull’importanza di una sistematica attività di counseling sulla procreazione responsabile da attuare nei consultori all’interno del percorso nascita e dell’attività di prevenzione dei tumori femminili, oltre a quella destinata agli adolescenti accanto all’informazione e educazione sessuale effettuata nelle scuole.

Colpisce infatti l’impressionante numero di confezioni di pillole abortive d’emergenza vendute che inevitabilmente fa pensare a quanto l’informazione non sia ancora sufficiente e forse anche a quanto seduttivo appaia il messaggio che presenta la pillola extrema ratio come una semplificazione del problema, una scappatoia sempre disponibile e, per la facilità della sua assunzione, capace di proteggere da disagi e ripensamenti. A volte, nella mia pratica clinica, mi colpisce come giovani donne indisponibili ai metodi contraccettivi classici considerati intrusivi, scomodi, pericolosamente minacciosi della naturalità del ciclo riproduttivo, assumano con disinvoltura la contraccezione d’emergenza come se fosse meno impattante sul loro benessere e la loro integrità psicofisica.

Recentemente Papa Francesco, al ritorno da Panama, ha accennato coi giornalisti al tema dell’aborto per chiedere misericordia per chi vi ricorre e per insistere saggiamente sull’importanza di una estesa educazione affettiva. Di questo episodio mi colpiscono due cose: che a riportare la sessualità al suo significato emotivo prezioso in termini relazionali sia una autorità religiosa e che tale autorità, nel parlare di misericordia, veda l’aborto come un errore possibile all’interno dello sviluppo dell’emotività che va affrontato con l’educazione, la consapevolezza e la responsabilità. È implicito il messaggio che le cose si possono fare meglio, si possono evitare sofferenze e disagi, quanto più si è informati, consapevoli e padroni nell’espressione della propria emotività e corporeità.

Certamente è fondamentale diffondere la conoscenza dei metodi contraccettivi e del loro uso. Ma io credo che nelle parole del Papa ci si riferisca alla conoscenza di noi stessi, della nostra affettività e del suo sviluppo. Ma sono stanca di constatare che a richiamare l’importanza degli affetti sia ancora una volta il pensiero religioso – che ha tutti i diritti di occuparsene naturalmente – a perpetuare quella separazione storica nella nostra cultura fra materia e sentimento, fra mondo inanimato e soggettività, sconfitta scientificamente nel secolo scorso dalla svolta della fisica di Einstein e Heisenberg, ma che continua a permanere nel pensiero comune e soprattutto nelle pratiche economiche e sociali della vita odierna.

L’esigenza del rispetto della vita affettiva nella sua evoluzione e nella sua essenza relazionale non può essere un optional appiccicato lì di cui ci si ricorda nelle feste comandate: deve essere un sapere condiviso, non coltivato solo nelle aule universitarie o nei ghetti aristocratici degli addetti ai lavori, ma deve diventare coscienza allargata che possa rivoluzionare il nostro modo di vivere.

Cito sempre la scoperta fatta negli anni quaranta nella cura degli orfani di guerra ospitati in appositi istituti: per quanto nutriti e scaldati, in molti non riuscivano a scampare a epidemie letali che li decimavano. Fu solo il coinvolgimento emotivo di una nurse nella cura di un piccolo che riportò il sistema immunitario di quella creatura a funzionare per poter sopravvivere: si scopriva così che la condizione necessaria per la sopravvivenza della specie è il coinvolgimento affettivo, fondamento delle successive cure materiali.

John Bowlby estese questa scoperta, che pose alla base della sua Teoria dell’attaccamento, con la considerazione che dato il ruolo vitale nella conservazione della specie degli atteggiamenti affettivi di cura, la natura non poteva averli affidati alle bizze della cultura ma li aveva iscritti nella nostra stessa corporeità attraverso il sistema limbico, neuroendocrino, ormonale.

Lo sviluppo della psicoanalisi inglese del dopoguerra tratteggia non soltanto l’importanza della relazione di cura ma l’evoluzione di tale relazione dalla simbiosi della vita intrauterina alla lenta e graduale conquista della maturità e dell’autonomia che si fonda sul passaggio dalla dipendenza infantile, legata al bisogno, alla conquista della capacità di scambio reciproco sorretta dal desiderio che caratterizza la vita relazionale adulta sia nell’intreccio delle competenze creative che nella complementarità degli affetti: cruciali i passaggi del parto, i primi tre anni di vita del bambino che portano a compimento lo sviluppo del cervello attraverso le relazioni di cura, l’infanzia e la trasformazione adolescenziale. Questo percorso è molto lento nel mammifero umano proprio a causa della sua complessità. L’OMS parla di 24 anni, che non bastano più.

Il percorso della maturazione affettiva è dunque un continuum che si dipana dalla gravidanza e dalla nascita e che influenza significativamente la maturazione degli individui. Nella sua fisiologia questo lento cammino sottolinea l’esigenza di una forte sicurezza emozionale come elemento di benessere e di fiducia sia nell’eredità non scelta del luogo della nascita che nelle relazioni scelte della vita adulta; la sicurezza affettiva sta alla base anche della capacità di esprimere la propria creatività e i propri talenti nella certezza di uno scambio utile e riconosciuto nella vita sociale.

L’incrocio dei codici affettivi, come li chiamava Franco Fornari, fondati su diversi substrati ormonali, garantiscono la crescita a partire dall’attaccamento all’origine materna verso la scoperta del mondo e della vita attraverso la complementarità del ruolo guida paterno. Le varie fasi della crescita si innestano e completano l’un l’altra come i componenti di quei cannocchiali estensibili che necessitano di tutti gli elementi che li costituiscono per dare una visione corretta. L’intreccio dei codici affettivi è responsabile di relazioni sane fondate sulla conoscenza e il rispetto delle esigenze affettive di base.

In questo senso l’educazione sentimentale è qualcosa che dovrebbe essere patrimonio dell’intera popolazione e non riguardare soltanto i giovani: dovrebbe coinvolgere i genitori in primis, gli insegnanti che essendo inseriti nel percorso di crescita dei nostri figli dagli 0 ai 24 anni inevitabilmente hanno una responsabilità educativa di cui devono essere consapevoli e devono saper gestire; e poi gli operatori della sanità, quelli dell’assistenza, senza contare che la capacità di trattare gli altri con cura e attenzione dovrebbe riguardare tutti in quanto tutti siamo parte attiva in un mondo di relazioni.

La non conoscenza del mondo affettivo, l’averlo espulso come ha fatto la nostra cultura, dall’ambito della scienza per tollerarlo solo di straforo nella spiritualità religiosa, ha sdoganato un sapere razionalistico che, nella celebrazione dei successi ottenuti, ha completamente dimenticato, trascurato o represso la complessità e la ricchezza della nostra natura: come dice efficacemente I. Suttie la nostra è una civiltà cresciuta nel tabù della tenerezza.

Difficile fare vera educazione sentimentale senza entrare in rotta di collisione con le abitudini della nostra società: bisognerebbe demedicalizzare la gravidanza non per espellere la medicina quando è necessaria, ma per ritrovare e imparare a leggere le indicazioni naturali affettive in essa contenute; bisognerebbe proteggere i bambini sotto i tre anni dalla violenza di separazioni inadatte alla loro immaturità proteggendo il lavoro della donna e rendendolo flessibile (questa sì sarebbe una flessibilità intelligente) senza penalizzare la sua sana richiesta di essere parte integrante della vita lavorativa e sociale; bisognerebbe difendere la paternità non solo come sostegno economico ma come responsabilità e apporto fondamentale per la costruzione della sicurezza del figlio nel lento distacco dall’orbita materna; bisognerebbe che le scuole smettessero di selezionare i più adatti ai ruoli dirigenziali prestabiliti e coltivassero la genialità spontanea e creativa che non sempre si esprime nel successo imposto dalla competitività e dal giudizio scolastico; bisognerebbe che i giovani fossero sostenuti e accolti nella via sociale adulta con più curiosità e tolleranza e con la garanzia che il loro ingegno è visto da chi è più avanti negli anni non come un pericolo, ma come una opportunità che possa esprimersi per il vantaggio di tutti; bisognerebbe che il femminile, per tanto tempo relegato nel mondo domestico e dell’infanzia, uscisse allo scoperto ed esplicitasse pienamente la sua immensa capacità di comprensione e di cura e scalzasse un politico e sociale basato sulla competizione, l’ambizione di potere, l’odio dell’avversario e del diverso. E potrei continuare.

Ma perché questo possa avvenire bisogna che il mondo degli affetti venga riconosciuto e difeso e soprattutto praticato intorno ai giovani anche dagli adulti: solo la cura degli affetti e il rispetto del lungo formarsi attraverso infanzia e adolescenza garantisce all’essere umano una realizzazione serena e felice nella piena espressione della sua potenzialità naturale. Ad amare si impara essendo amati, a rispettare si impara essendo rispettati: abbiamo prove inconfutabili sulla disponibilità innata e precoce dei piccoli bambini all’empatia, alla condivisione, all’altruismo. L’egoismo onnipotente è breve retaggio dell’esperienza intrauterina che per prima dà al bambino l’imprinting della felicità e del benessere che cercherà tutta la vita. Ma con la nascita è la relazione con la mamma che lo educa a una presenza legata a una qualità, a un rispetto, a una condivisione del sentire che garantisce risonanza; sarà la scoperta della presenza paterna che integrerà alla sicurezza dell’origine quella di chi ti accoglie e ti insegna, a chi dà il limite per proteggere. Sarà più facile per chi ha avuto questa esperienza affrontare l’identificazione di genere adolescenziale – che segna definitivamente il passaggio maturativo verso il mondo del limite, del desiderio e della scelta – e l’apertura verso l’incontro amoroso sostenuto dal modello interno di una qualità di relazione già assaporata. Diversamente il passaggio adolescenziale con la sua libertà e la sua solitudine può diventare vana ricerca di colmare un vuoto.

Straordinaria l’esperienza del Baby-Watching nata anni fa a Monaco di Baviera per combattere il bullismo nelle scuole: fu introdotta la presenza cadenzata in classe di una mamma che aveva appena avuto un bambino con l’ausilio di un facilitatore che spiegava lo svolgersi della relazione di cura; e la cosa ha funzionato egregiamente.

Del resto è la natura stessa a indicarci l’importanza della genitorialità intesa come cura nell’aver organizzato la fecondità umana in maniera diversa dal mondo animale: non calori cadenzati ma una disponibilità mensile per tutti gli anni fecondi della donna che moltiplica le occasioni e genera una possibilità di scelta. La sessualità conserva la sua natura di felice e pieno scambio amoroso, forse il più intenso di tutta la vita, che perpetua nell’età adulta il bisogno inebriante del contatto, del piacere nel fidarsi, della compenetrazione che sostiene e nutre l’individualità e l’autonomia e che può, proprio in quanto gode di questa natura, trasformarsi in scelta consapevole per perpetuare un incontro felice nel farsi di una nuova vita, erede di una esperienza ineffabile di risonanza amorosa. Nella consapevolezza, spesso dimenticata nel mondo borioso e superficiale in cui viviamo, dell’umana caducità e della necessità di convogliare in chi verrà l’eredità di una esperienza di vita piena e appagata.

Se vogliamo educare ai sentimenti dobbiamo essere capaci di viverli e rispettarli nelle loro esigenze, sdoganare il femminile che ne è il grande custode, comprendere e rispettare il mondo dei bambini a partire dalla nascita, fare spazio alla bellezza, all’arte, recuperare il senso di una giusta distribuzione dei beni, rispettare il pianeta per quelli che verranno, aprirsi alla ricchezza delle varie e diverse culture senza sospetto. Marxianamente potremmo dire che dovremmo tornare al valore d’uso superando l’egemonia del valore di scambio, dove ciò che vale è solo la quantità e l’accumulo. Se facciamo crescere bambini e giovani in un mondo dove non c’è più la qualità delle relazioni ma dove tutto è consumo e fretta, è molto difficile che la sessualità possa tornare al suo vero significato umano di incontro, di sicurezza, di tenerezza, di responsabilità perché queste qualità dell’esistere devono essere sperimentate prima per poter essere agite e godute come potrebbero.

 

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1 commento
  1. Dani
    Dani dice:

    Società di pari: due infiniti integrati(I)
    di Daniela Negri

    Se guardiamo dall’alto alla storia vediamo un infinito: una serie di invenzioni e novità e forme che costituiscono un filo infinito se considerato nel dettaglio dei luoghi e dei tempi. L’infinito futuro costruito mano mano dall’uomo (non mi riferisco alla storia comunicata nei libri ma a quella reale quotidiana) nelle sue decisioni e azioni politiche e sociali.
    Se guardiamo alla storia quotidiana delle “famiglie” vediamo profilarsi un altrettanto poderoso e infinito accavallarsi di cultura materiale, spirituale, simbolica: le bambine e i bambini, i caratteri, l’educazione affettiva, poi gli adolescenti, poi i giovani, fino all’età di 20 anni e oltre: sicuramente la prima parte della vita di ogni donna fino a che ella non ricominci la stessa catena della madre della nonna e della bisnonna. Un infinito anteriore. Fatto di concretezza, di materialità e di simboli di cura tramandati da madre a figlia e figli.
    Gli “infiniti” dell’uomo e della donna, due catene di simboli diversi e di azionidi diversa qualità, e che travalicano e uniscono come una trama i secoli, s’incontrano, s’incrociano, si accompagnano ma non si sostituiscono.
    Ultimamente pare che siano stati confusi in un indeterminato “medio” genere che non ha storia né spessore culturale, il gender, che sembra inventato a tavolino, magari riesumando l’antico mito platonico per dare un aspetto di dignità a un’operazione che a pensarci a fondo appare perlomeno discutibile.
    Essi, i due infiniti, sono il mistero alto della vita – e della sua indissolubilità dai sessi e dall’ordine naturale – un mistero universale, non necessariamente religioso, che va salvaguardato con forza perché è stato costruito da una catena di cultura-natura millenaria con molto lavoro, sacrificio e dedizione incondizionata; e ciò va riconosciuto da tutti che ci si pensi antichi o moderni, tradizionalisti o meno.
    Su questo punto credo opportuno che sia pretesa una netta distanza, almeno un distacco critico, dalle mode contemporanee.
    Ben viene, in relazione a questa rete simbolica, il richiamo a una cultura della tradizione semplice e paritaria; una via che è alla portata di tutti i maschi come di tutte le donne, quella della vita agro-culturale, quale si delinea oggi nella rete di comunità agricole impegnate alla salvazione del lavoro manuale, e delle tecniche relative che sono un prezioso bene comune; di un sano esercizio fisico a contatto con la flora; alla salvazione dei semi e della loro diversità e alla loro diffusione; alla conservazione di piante e di cibo nutrienti.
    Con lo scenario della cura madre-figli, evocato negli scritti della dott.ssa Giuliana Mieli, si apre un necessario spazio di riflessioni sulla specificità di quell’infinito cui le donne appartengono per nascita: il loro essere costituite fisiologicamente, come le madri e le madri delle madri, della possibilità-potenza di diventare madri, generatrici e sviluppatrici dell’affettività dei nati. Una potenza personale ma anche collettiva che, se agita in ogni spazio sociale, diviene un potere politico non da poco, visto e considerato che la donna mette alla luce anche i maschi e cura la loro educazione: i figli delle madri, futuri uomini-padri. Gli uomini dalle madri si distaccheranno – per necessità volgendo loro le spalle per guardare avanti nel progetto mondano – e per la loro congenita potenza, “diversa” da quella femminile, saranno proiettati di più all’infinito-futuro. Qualora agita essa mette in moto la Storia ma anche insieme l’angoscia di Morte, poiché i maschi mancano della prospettiva materiale dell’infinito anteriore: cioè dopo il proprio corpo un altro corpo possono solo pensarlo, e non farlo, e prima del loro corpo non c’è uno stesso loro corpo in cui cercarsi e riconoscersi nel passato, ma un diverso corpo: la femmina-madre, nel quale agli uomini non è possibile riconoscersi. (Dalle ipotesi del pensiero femminile più aggiornato pare che in ciò sia da ricercare l’origine della misoginia maschile.)
    Per i maschi non è dato dunque il riconoscimento nello specchio dell’“infinito anteriore” – oltre il proprio corpo e all’indietro, come inconsapevolmente fa la donna -, se non si accetta la mediazione culturale e spirituale dalla donna e delle sue pratiche. Per l’uomo la mediazione con la donna è fondamentale per ottenere la visione di un futuro anteriore.
    E dunque le società sono portate avanti dai due infiniti e non solo dall’infinito futuro depositato nei libri di storia.
    Eppure il discorso storico al maschile non sa ancora pervenire a una necessaria attenzione e integrazione con la consapevolezza femminile della catena madri-figlie. Perché se anche le donne si appropriassero di una scena politica, non sarebbero disposte per questo a rinunciare al proprio potere femminile di generare. Eppure è arduo tenere i due poteri in azione senza con ciò provocare crisi di identità dei maschi. Ma anche per le donne sarebbe arduo.
    Esse si troverebbero con una parte di sé che si riconosce nella catena delle generazioni passate e l’altra che guarda avanti senza riconoscersi nella sicurezza e nelle azioni culturali che la forza maschile ha architettato nelle forme delle istituzioni storiche. Questo doppio binario potrebbe generare una Visione della vita più armonica, più stabile, oppure potrebbe tendere alla stagnazione, e portare a uno stallo, un blocco.
    Ma appunto ci sono le energie propulsive degli uomini, la loro superiorità fisica appunto, con cui le donne dovranno sempre avere a che fare. Che siano subalterne o in posti di potere, la superiorità fisica maschile resta intatta come resta intatta l’impossibilità di parto da parte dei maschi. Allora le donne, non dovranno per forza lavorare sul proprio terreno? Il terreno dell’educazione e della cura, cercando forme politiche adeguate e integrandola alla forza dei maschi e facendo di questo connubio tesoro spendibile per una vita più serena e più adeguata alla propria differenza?
    Questa integrazione, diversa da una rivendicazione di potere e di progettualità verticistiche, da imporre o lesinare quantitativamente nei posti tradizionali dell’uomo, ha più a che vedere con una presenza coadiuvante della donna: vicino, accanto e non davanti a, o al posto di.
    Si chiama rispetto della diversità maschile, non certo assuefazione e ritorno a un ruolo minore o subalterno.
    Dunque per sostenere un discorso sulla parità sarebbe nuovo e inedito pensare a un Senato di sole donne e solo propositivo e consultivo – ne sarebbero sufficienti una cinquantina “toste” come si dice a Roma – dove le leggi proposte fossero passate per un setaccio rigoroso e correttivo – e a una Camera di maschi pronti all’elezione per le cariche esecutive, piuttosto che a sporadiche e pietose apparizioni di donne ai vertici di questo o quel Ministero, di questo o quel governo. La parità da pretendere non sta nell’avvicendamento agli stessi posti – di impronta maschile e che sono stati pensati dai maschi per un proprio completamento umano-, ma nell’ esaltare la differenza della specificità femminile vicino alla presenza del potere dei maschi. Vicino vuol dire appunto alla pari, con la cura di diversificare l’azione femminile volta ad altri aspetti dell’azione, quelli per i quali gli uomini non sono molto interessati a sviluppare Leggi e Forme istituzionali. Perciò nelle decisioni, diversamente da quegli aspetti cui si dedicano i maschi, occorrerebbe andare a pretendere una qualità, un’attenzione agli aspetti più delicati e urgenti, alla necessità della correttezza, dell’equità negli scambi, dell’ascolto degli interlocutori, alla solidarietà e alla cura dei più deboli e dei malati.
    Che in ogni decisione si pretenda di sorvegliare e cercare ogni volta una correlazione della quantità e visibilità con la profondità affettiva, la necessità e la completezza tipiche delle azioni femminili, acciocché siano perseguite insieme alle utilità, misurabili, anche le urgenze di cura, non misurabili, dell’agire femminile diffuso in ogni ceto sociale e in ogni tipo di spazio pubblico e privato.
    Si rifletta a quanti millenni di storia culturale abbiano costruito il comando e l’azione politica verticistica nella storia dei maschi. Si rifletta quanto ciò sia inscritto, così come la cesura con le madri, nel loro autentico destino terreno di proiettarsi, gettarsi alla “presa” sul mondo.
    E si pensi a quanto poco culturalmente la donna sia inscritta in questo progetto maschile. Quello che parimenti non è accaduto mai, e che le donne debbono tenere fermo è il fatto che si porti sulla prima linea politica la riflessione e l’attenzione alla differenza infinitivale della femmina: l’infinito anteriore del femminile, che è una tendenza positiva perché guarda al già accaduto e al conservato nella specie, e dunque riproduttiva di valori aperti e ai trapassati e alle future generazioni.
    Ciò andrebbe poi sempre realizzato insieme-a l’infinito futuro maschile – sempre si sta parlando di propensioni non di caratteri distinti – che è la tendenza all’azione per il nuovo e per il concretarsi di esso in istituzioni e in forme di rapporti sociali.
    Soffocato dalle urgenze di possesso del mondo, è successo però che l’uomo – come in quei brutti rapporti di sesso dove non ci s’accorge dei tempi e delle qualità femminili del sentire e si fa all’amore con se stesso invece che farlo con la donna -, abbia schiacciato la donna contro un fantasma simile del tutto a se stesso. (Negli ultimi decenni la rivendicazione di codesto fantasma nella teoria del “gender”, pretende di portare alla politica l’esito maschile – e neanche molto nascostamente imprenditoriale – della costruzione concreta di un individuo del tutto amorfo, fisicamente e affettivamente, scollegato dalle reti parentali e territoriali, ma utile nella sua elementarità, adatto a un’azione dall’alto rozza e velocemente produttiva, qual è per lo più quella dell’imprenditoria liberal-imperialista, di evidente marca maschile.)
    Mentre invece, considerando le donne, esse non esercitano la loro maternità per produrre individui utili, o per godere di una novità transitoria, ma perché i figli sono per esse un compito fisico-psicologico che dona gioia e arricchisce di diversità necessaria il sociale. In tal modo le donne provvedono a dotare la storia anche della prospettiva maschile di un infinito futuro, al quale esse possono e devono chiedere di partecipare, seppure ne dovranno sempre riconoscere contemporaneamente il precipuo carattere di sviluppo e di riconoscimento maschile.
    L’infinito anteriore della catena delle madri sostiene e cura già, da sempre e per sempre, l’infinito futuro della catena dei nati maschi. Dalla madre alla fidanzata alla moglie all’ amante alla figlia alla nipote i maschi, dal momento della nascita a quello della morte, sono portati e sostenuti sulla terra come su una lettiga agganciata alla ruota dell’infinito anteriore, attraverso quei pioli-cerniere che sono le figure femminili; che è una rete di sostegno e salvezza saldamente viaggiante fra tempi e “persone” diverse.
    Ma gli uomini, da parte loro, non appartenendo alla catena dell’infinito anteriore, da cui si staccarono con la cesura del cordone ombelicale e poi con il voltare le spalle alla madre legando la propria identità al sociale, trovano significato e senso compiuto di esseri umani in quella dell’infinito futuro: quella “verticale” e progettata nei vertici storico-sociali, costruita nelle azioni e nelle passioni della vita storica. La rivendicazione perciò delle donne per il comando di Società e Organi dello Stato è un errore, secondo me – ma non solo secondo me-, che lede la naturale destinazione identitaria dei maschi e che si potrebbe ritorcere a danno delle figlie, come è già successo in gran parte per il lavoro che, nella stragrande maggioranza, salvo le eccezioni che sempre ci sono, ha già danneggiato il legame generativo-affettivo madre-figlie. Le donne, perdendo il lavoro, oscuro, segreto e segregato quanto volete, di madri (di figli maschi e di figlie femmine) a favore di altri lavori “al sole” remunerati con danaro, hanno perso a mio parere l’esercizio della coesione atemporale con i figli, anche maschi, insieme con la più macroscopica autorità genitoriale.
    Seguendo la corrente del “gender” è facile prevedere a cosa potrà portare il futuro: una massa amorfa di debolezze senza specificità né radici certe che dovrà prostrarsi a ogni nuova moda economicistica come all’unica certezza e all’unica fede. Le campagne di fidelizzazione sono nei programmi di studio delle sette economiche in tutto il mondo. E per le donne si proporrà una economia del corpo guidata, con una riproduzione che potrebbe prendere le vie di una rosa di lavori specializzati in Enti, Spa, e S.r.l.
    Aziende che gestiranno la potenza delle donne in un luogo specifico lasciando alla donna, a tutte le donne, la sacratissima “libertà” dal corpo e dalla sua “potenza”. Ma libertà “per fare cosa”? Per essere scancellate dalla vita umana, come si faceva in certe tribù di abitatori del deserto alla nascita di femmine nella carovana?
    Dall’inseminazione artificiale, alla gestazione come lavoro a tempo determinato, alla cura del bambino come progetto aziendale di “maternage”. Ora, dopo la faccenda strana di un certo politico gay che ha prodotto il figlio con la collaborazione di una Madre “diffusa”, per non dire “deculturalizzata e astrattizzata” fra l’Italia e altri paesi, con tre corpi diversi letteralmente impegnati a tale scopo solo materiale, riservando a se stesso soltanto l’orgoglio di sventolare un ipotetico e assurdo rapporto padre-figlio del tutto avulso – o meglio: “liberato” – dalla catena ancestrale delle donne, il passo per una family-imprenditoria è breve.
    Chiudendo con questa ipotesi –strana ma non del tutto avulsa dalle possibilità attuali – il discorso dell’importanza del misterioso incrocio fra i due infiniti, anteriore della donna e futuro dell’uomo, che s’incrociano poi ulteriormente con la lentissima e inapparente potenza millenaria della flora del pianeta – una forza politica molto conservatrice, direi -, possiamo tentare di riflettere sulla Visione della Natura come luogo principe della diversità e della conservazione di tale diversità nei semi come nei sessi.

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