Articoli

, ,

Sostenibilità, equità, solidarietà. Tre pilastri per un manifesto politico

 

Nei miei scritti precedenti ho cercato di descrivere e di accennare i fondamentali di un progetto culturale e politico. Le tematiche sono tante e le sto approfondendo in un libro di prossima uscita.

Mi piace donarvi quello che secondo me possono essere tre valori che facciano da base ad un vero programma politico.

Tre valori che non trovano riscontro nei programmi di nessuno dei partiti esistenti, perché costituiscono i pilastri di un paradigma culturale diverso da quello vigente nelle società in cui l’economia è stata finalizzata alla crescita della produzione di merci: la sostenibilità ambientale, un’equità estesa alle generazioni future e ai viventi non umani, la solidarietà. Si tratta di tre valori che si sostengono reciprocamente e, anche se apparentemente possono sembrare dettati da un idealismo ingenuo, hanno una grande concretezza perché non sono definiti soltanto in termini etici, ma sono sostenuti da argomentazioni scientifiche. Se non si rispettano, non si viola una legge morale o una legge giuridica, che rispondono a criteri di valutazione soggettivi, variabili nello spazio e nel tempo, ma si generano reazioni di causa ed effetto che possono avere conseguenze molto negative sulla specie umana, fino a determinarne l’estinzione.

 

 

 

Sostenibilità.

 

La parola sostenibilità esprime un concetto molto preciso, anche se l’abuso che ne viene fatto, in buona e in cattiva fede, l’ha svuotata del suo significato, rendendola una sorta di giaculatoria necessaria e sufficiente per essere considerati politicamente corretti. Riferita all’insieme delle attività produttive umane, la sostenibilità indica che non consumano una quantità di risorse rinnovabili superiore a quelle che la biosfera è in grado di rigenerare annualmente, non emettono una quantità di scarti biodegradabili superiore a quelli che la biosfera è in grado di metabolizzare annualmente, non utilizzano sostanze di sintesi chimica non metabolizzabili dalla biosfera, non riducono la capacità della biosfera di rigenerare risorse rinnovabili e di metabolizzare scarti biodegradabili (come, per esempio, fanno la deforestazione, l’estensione delle superfici ricoperte da materiali inorganici, la concimazione chimica dei terreni agricoli). Riferita a una singola attività produttiva indica che non produce, né utilizza, sostanze di sintesi chimica non metabolizzabili dalla biosfera, non riduce la sua capacità di rigenerare annualmente risorse rinnovabili, non riduce la sua capacità di metabolizzare annualmente le emissioni di sostanze biodegradabili.

Se l’umanità consuma annualmente più risorse rinnovabili di quelle generate dalla fotosintesi clorofilliana, deve intaccare il patrimonio degli stock accumulati nel corso dei secoli e dei millenni, impoverendoli e riducendo progressivamente la loro capacità di rigenerarsi. Se le sue attività emettono più anidride carbonica di quella che viene assorbita dalla fotosintesi clorofilliana, le quantità eccedenti si accumulano in atmosfera accentuando l’effetto serra e aggravando la crisi climatica. Se producono quantità crescenti di rifiuti non biodegradabili, aumentano le porzioni della superficie terrestre dove la vita soffoca sotto i loro cumuli e l’aria e il ciclo dell’acqua vengono avvelenati dalle loro emissioni. Se consuma una quantità di pesci superiore alla loro capacità di riprodursi, avvia l’estinzione delle specie ittiche che consuma, mettendo in moto un processo che si estende progressivamente anche alle altre. Se si aggravano questi fenomeni e gli altri che hanno superato i limiti della sostenibilità ambientale, i loro effetti si rafforzano vicendevolmente, fino a raggiungere un livello in cui è impossibile arrestarli, e il cammino dell’umanità verso l’autoannientamento diventa inevitabile.

Se si oltrepassa la soglia della sostenibilità, ammesso che non sia già stata oltrepassata, le iniquità sociali aumentano, perché a pagarne le conseguenze – dalla riduzione della disponibilità di cibo e di energia alle alluvioni, dalla salinizzazione dei suoli agricoli alla mancanza di acqua potabile, dalle conseguenze devastanti degli eventi meteorologici estremi alla necessità di migrare  – saranno soprattutto i popoli più poveri e le classi sociali più povere dei popoli ricchi, come sta già accadendo. Non si può perseguire una maggiore equità sociale se non impegnandosi a perseguire la sostenibilità ambientale. E non si può perseguire la sostenibilità ambientale se non impegnandosi per estendere l’equità alle generazioni future e ai viventi non umani.

 

Equità nei confronti delle generazioni future.

 

Per circa mezzo secolo dalla fine della seconda guerra mondiale, nei Paesi sviluppati le condizioni di vita dei figli sono costantemente migliorate rispetto a quelle dei padri. Questa tendenza si è invertita nell’ultimo decennio del secolo scorso, quando le condizioni di vita dei figli hanno cominciato a essere peggiori di quelle dei padri. Negli ultimi venti anni il divario tra giovani e anziani è aumentato e attualmente le condizioni di vita dei nipoti sono peggiori di quelle dei nonni. Un recentissimo rapporto della Caritas italiana documenta che il reddito medio delle famiglie con capofamiglia di 18-34 anni è meno della metà di quello del 1995, mentre il reddito delle famiglie con capofamiglia di almeno di 65 anni è aumentato di circa il 60 per cento.[1]

Viene spontaneo domandarsi, ma nessuno lo fa, se il progressivo peggioramento delle prospettive di vita delle giovani generazioni non dipenda dal fatto che si sono trovate sulle spalle i debiti accesi dallo Stato e dalle amministrazioni locali negli anni sessanta e settanta, per pagare:

– le opere pubbliche con cui è stata sostenuta la crescita economica negli anni del boom;

– i costi del welfare state di cui hanno goduto i ventenni / trentenni sopravvissuti agli eccidi della guerra e i loro figli nati nei primi anni del dopoguerra: la generazione dei baby boomers.

Quanti dei servizi sociali che hanno garantito livelli crescenti di benessere materiale a partire dagli anni sessanta sono stati finanziati a debito e pagati dalle generazioni successive, che per di più se li sono visti ridurre per ridurre i loro deficit di gestione? Quante opere pubbliche clamorosamente inutili, rese desiderabili nell’immaginario collettivo dalla propaganda martellante dei mass media, sono state finanziate a debito perché accontentavano le esigenze di tutti i partiti politici e di tutte le classi sociali, offrendo agli imprenditori commesse e profitti che altrimenti non avrebbero avuto, e rispondendo al contempo all’esigenza dei sindacati di creare occupazione? Quanto hanno influito nell’incentivare le migrazioni di massa dalle campagne alle città, dall’agricoltura all’edilizia e all’industria? Di quanto queste spese in deficit hanno fatto aumentare i consumi di risorse e di energia, di quanto ne hanno ridotto le disponibilità e aumentato i costi a carico delle generazioni future? Si pensi alla prima crisi energetica, scoppiata improvvisamente nel 1973, dopo un quarto di secolo di consumi crescenti e di sprechi di fonti fossili, incentivati dai prezzi irrisori. Di quanto le spese in deficit fatte nei trent’anni successivi alla fine della seconda guerra mondiale hanno fatto aumentare le emissioni metabolizzabili e le emissioni non metabolizzabili dalla biosfera, lasciando in eredità a chi doveva ancora nascere varie forme d’inquinamento e un mondo meno ospitale? Si pensi all’Italsider di Taranto, alla diossina fuoriuscita dall’Icmesa a Seveso, alle aziende più inquinanti in assoluto su cui si è fondato lo sviluppo del mezzogiorno, alle piogge acide, al buco dell’ozono, all’effetto serra.

Quella delle opere pubbliche, spesso inutili, finanziate in deficit è una storia in più puntate, che si sono ripetute sempre uguali a se stesse, dalle Olimpiadi di Roma del 1960 alle opere realizzate a Torino per celebrare il centenario dell’Unità d’Italia nel 1961 e lasciate in abbandono subito dopo, dagli stadi costruiti per i mondiali di calcio del 1990 (lo stadio Delle Alpi a Torino fu demolito dopo appena 18 anni), agli impianti per i mondiali di nuoto a Roma nel 1994 e nel 2009 (in parte non finiti), alle strutture realizzate per Olimpiadi invernali del 2006 a Torino, che hanno fatto salire il debito della città a una cifra pari al 228 per cento delle sue entrate annuali. Il solo pagamento degli interessi nel 2016 ha assorbito il 22 per cento del bilancio comunale. Per saldarlo il Comune dovrà pagare ogni anno 24 milioni di euro fino al 2040. Coloro che non avevano ancora 18 anni quando sono iniziate le opere, e quindi non hanno votato alle elezioni amministrative, i bambini nati successivamente e quelli che nasceranno entro il 2040, ammesso che la scadenza venga rispettata, ringraziano.

Queste oggettive iniquità nei confronti delle generazioni future, derivanti da scelte finalizzate ad accrescere il benessere materiale delle generazioni presenti, si sono verificate in tutti i Paesi sviluppati, facendo crescere la domanda di merci più di quanto non avrebbe potuto fare il reddito disponibile. Hanno comportato pertanto un incremento dei consumi di risorse e delle emissioni, fornendo un contributo decisivo all’insostenibilità che caratterizza i rapporti attuali tra le attività umane e la biosfera. Smettere di fare debiti per accrescere i consumi delle generazioni presenti è indispensabile non solo per estendere l’obbiettivo politico dell’equità alle generazioni future e ridurre la forma d’iniquità più odiosa, perché penalizza chi non può difendersi, ma anche per ricondurre il prelievo delle risorse e le emissioni entro i limiti della sostenibilità ambientale. Come si potrebbe però superare la chiusura egoistica nei propri interessi immediati, che caratterizza le società in cui il benessere è stato identificato col possesso di cose, se la solidarietà non tornasse a essere il fondamento dei legami sociali? Se questo obbiettivo politico non fosse sostenuto da una profonda motivazione etica? Se non si tornasse a provare per le più giovani delle generazioni viventi e per le generazioni future quel senso di protezione e di cura che la specie instilla negli individui per garantirsi la continuità nel tempo?

 

Equità nei confronti dei viventi non umani.

 

La causa principale dell’effetto serra sono gli allevamenti industriali, dove gli animali destinati all’alimentazione dei popoli ricchi vengono riprodotti meccanicamente, richiusi in spazi dove non possono nemmeno girarsi dal momento della nascita al momento in cui vengono uccisi, nutriti con pastoni che ne accelerano la crescita in tempi molto più brevi di quelli naturali. Per coltivare il foraggio, i cereali e la soia con cui vengono alimentati, si abbattono le foreste e si riduce la fotosintesi clorofilliana. Le fermentazioni enteriche dei ruminanti emettono metano, un gas 26 volte più opaco dell’anidride carbonica alla radiazione infrarossa, in quantità che contribuiscono a incrementare l’effetto serra più delle emissioni generate dalla combustione delle fonti fossili. Per ridurre questi fattori d’insostenibilità ambientale occorre ridurre l’iniquità con cui la specie umana tratta gli animali d’allevamento come se fossero machinae animatae, per riprendere la definizione di Cartesio. Ma come si può riuscire in questo intento, superando le resistenze di coloro che traggono profitto dagli allevamenti industriali, se non cresce il numero degli esseri umani che riducono il consumo di carne nella loro alimentazione, non solo per contribuire a ridurre il surriscaldamento globale, ma anche per alleviare la sofferenza di questi esseri viventi e senzienti?

Anche se la consapevolezza dell’insostenibilità degli allevamenti lager sta crescendo, e sta crescendo l’impegno a livello sociale per ridurre le iniquità esercitate dalla specie umana nei confronti degli animali che vi sono rinchiusi, aumenta il numero delle specie animali allevate industrialmente, in modi che non stravolgono soltanto la loro vita, ma anche la vita di altre specie viventi, vegetali e animali, compresi gli esseri umani, a cui sono connesse negli ecosistemi in cui vivono. Particolarmente estesi e gravi sono i problemi ambientali causati dall’allevamento dei gamberetti in acquacoltura. Oltre a provocare pesanti forme d’inquinamento localizzato – accumuli di cibo non consumato in putrefazione, escrementi, batteri, ammoniaca, fosforo, antibiotici, disinfettanti, pesticidi, fertilizzanti – per ricavare i bacini d’allevamento vengono abbattute lungo le coste tropicali ampie zone di foreste di mangrovie, impoverendo la ricchissima biodiversità vegetale e animale che custodiscono, riducendo la fotosintesi clorofilliana, provocando l’erosione dei suoli costieri, distruggendo la barriera di protezione che esse costituiscono contro gli uragani, i maremoti e la penetrazione dell’acqua salata nelle falde idriche e nei terreni agricoli vicini alla costa. La desertificazione che ne consegue costringe i contadini a emigrare in massa verso l’interno. Anche in questo caso la scelta di escludere i gamberetti dalla propria dieta è il modo più efficace di contrastare non solo l’iniquità con cui viene costretta a vivere in maniera del tutto innaturale una specie vivente non umana, ma anche il contributo all’insostenibilità ambientale che ne deriva e il peggioramento delle condizioni di vita di uno degli strati sociali più poveri dell’umanità. È una scelta etica con una forte connotazione politica. Non è motivata soltanto da un senso di giustizia, ma anche dalla solidarietà, dal coinvolgimento empatico nei confronti di chi paga più duramente le conseguenze di una scelta produttiva che accresce l’insostenibilità ambientale, senza nemmeno offrire in cambio qualche vantaggio irrinunciabile.

 

Non si può mettere vino nuovo in otri vecchi; altrimenti il vino nuovo fa scoppiare gli otri, il vino si spande, e gli otri vanno perduti. Il vino nuovo va messo in otri nuovi (Luca 5,37-38).

 

I valori della sostenibilità ambientale, della solidarietà, dell’equità estesa alle generazioni future e ai viventi non umani, sono incompatibili con la finalizzazione dell’economia alla crescita della produzione di merci. La solidarietà favorisce gli scambi non mercantili fondati sul dono e la reciprocità riducendo la necessità di acquistare sotto forma di merci tutto ciò che è necessario per vivere. L’equità nei confronti delle generazioni future non consente di ampliare con i debiti pubblici la domanda espressa fisiologicamente dal mercato. L’equità nei confronti dei viventi non umani riduce i profitti derivanti dal loro sfruttamento. La crescita della produzione di merci non può non arrivare, prima o poi, a superare i limiti della sostenibilità ambientale.

Nessuno dei partiti politici presenti nelle istituzioni democratiche dei Paesi sviluppati ha un programma incardinato su quei valori. Pertanto, chi è convinto della loro importanza decisiva per il futuro dell’umanità e si propone non solo di metterli a fondamento delle proprie scelte esistenziali, ma anche di dedurne proposte di legge finalizzate a bloccare i processi che incrementano l’insostenibilità ambientale e a sviluppare processi che la riducano, non può non pensare di costituire un soggetto politico che li ponga al centro del suo programma. Questa connotazione sarebbe sufficiente di per sé a marcare la sua totale diversità dai partiti esistenti, ma a definirne ancor più nettamente i contorni è il fatto che la sua attività non potrebbe esaurirsi all’interno delle istituzioni, perché un nuovo sistema di valori non si può formare per via legislativa o deliberativa. Le leggi e le delibere sono strumenti indispensabili per orientare la politica economica, ambientale e sociale, ma non possono cambiare l’immaginario collettivo. L’identificazione del benessere col tantovere, del concetto di nuovo col concetto di migliore, della modernità con la fase più avanzata raggiunta provvisoriamente dalla storia, della ricchezza col denaro, la valorizzazione della concorrenza contro la collaborazione, non sono diventati per legge i valori che nei Paesi sviluppati orientano le scelte esistenziali delle persone. Lo sono diventati in conseguenza dell’azione sistematica di persuasione di massa svolta da una serie di agenzie a cui è stato affidato questo compito: i mass media, la scuola, la chiesa, i sindacati, i partiti politici, la pubblicità, l’industria culturale.

Le attività di un soggetto politico che incardini il suo programma sui valori della sostenibilità, della solidarietà, dell’equità estesa alle generazioni future e ai viventi non umani, non possono che essere la proiezione a livello istituzionale di un patrimonio di idee maturate nel confronto tra una pluralità di associazioni collegate tra loro non da vincoli organizzativi, ma da una comune volontà di costruire un paradigma culturale incentrato su quei valori: associazioni di volontariato sociale, associazioni culturali, gruppi religiosi e di ricerca spirituale, imprenditori e professionisti che operano per reindirizzare le innovazioni tecnologiche dall’incremento della produttività all’aumento dell’efficienza dei processi di trasformazione delle risorse naturali in beni, agricoltori che hanno abbandonato l’agricoltura chimica e sono tornati all’agricoltura organica implementandola con le conoscenze scientifiche che i contadini tradizionali non avevano, gruppi d’acquisto solidale, associazioni di artigiani che recuperano gli aspetti più interessanti delle corporazioni medievali, come il rifiuto della concorrenza reciproca e la trasmissione generazionale delle conoscenze attraverso l’apprendistato, insegnanti che valorizzano nella loro attività didattica la manualità e la collaborazione al posto della competizione, operatori della sanità che spostano il baricentro della medicina dalla cura delle malattie alla prevenzione primaria. Eccetera.

Entrando nelle assemblee elettive, un soggetto politico ignaro del loro funzionamento ed estraneo alla logica del potere corre il rischio non solo di commettere errori, ma soprattutto di assumere, anche senza accorgersene, le connotazioni negative insite nella forma partito lucidamente descritte da Simone Weil nel 1943, in un saggio che sarebbe stato pubblicato solo nel 1957, a 14 anni dalla sua morte, intitolato: Manifesto per la soppressione dei partiti politici.[2]

 

Un partito politico – scrive la Weil –  […] è un’organizzazione costruita in modo da esercitare una pressione collettiva sul pensiero di ognuno degli esseri umani che ne fanno parte. Il fine primo e, in ultima analisi, l’unico fine di qualunque partito politico è la sua propria crescita, e questo senza alcun limite. […] Un uomo che aderisce a un partito ha verosimilmente visto nell’azione e nella propaganda di quel partito cose che gli sono parse giuste e buone. Ma non ha mai studiato la posizione del partito relativamente a tutti i problemi della vita pubblica. Entrando a far parte del partito, accetta posizioni che ignora. Sottomette così il suo pensiero all’autorità del partito. Quando, poco a poco, conoscerà le posizioni che oggi ignora, le accetterà senza esaminarle.

 

Un iscritto a un partito, un candidato alle elezioni, un deputato non possono dire  pubblicamente:

 

«Ogniqualvolta esaminerò un qualunque problema politico o sociale, mi impegno a scordare completamente il fatto che sono membro del mio gruppo di appartenenza, e a preoccuparmi esclusivamente di discernere il bene pubblico e la giustizia».

 

Se lo facesse,

 

i meno ostili direbbero: «Perché, allora, ha aderito a un partito?». […] Quell’uomo sarebbe escluso dal suo partito, o per lo meno ne perderebbe l’investitura, non sarebbe certamente eletto. […] Ogni partito è una piccola Chiesa profana armata della minaccia della scomunica.

 

Un’associazione che si presenta alle elezioni non è un partito perché dichiara di non esserlo, ma se si organizza in maniera diversa dai partiti e agisce in maniera diversa da come agiscono. È un’ovvietà, ma vale la pena ribadirla perché a volte capita che la pratica vada in senso contrario alla teoria. La consapevolezza del rischio di diventare un partito è la massima precauzione che si può prendere per evitare di diventarlo, ma non una garanzia che consenta di evitarlo. Il problema da valutare è se valga la pena correrlo. La decisione va presa tenendo in considerazione il fatto che l’insostenibilità ambientale ha raggiunto il livello oltre il quale si autoalimenta e diventa impossibile tornare indietro. Basti pensare che l’anidride carbonica permane per secoli nell’atmosfera e ancora più lungo negli oceani. Anche si smettesse completamente di utilizzare le fonti fossili  – cosa assolutamente impossibile perché oggi soddisfano l’86 per cento del fabbisogno energetico mondiale – ci vorrebbe più di un secolo per scendere sotto la soglia delle 400 parti per milione, raggiunta stabilmente nel 2016. L’ultima volta che la Terra ha conosciuto un livello simile di anidride carbonica è stato tra i 3 e i 5 milioni di anni fa: la temperatura allora era tra i 2 e i 3 °C superiore a quella odierna e i livelli del mare da 10 a 20 volte più alti di quelli attuali.[3] Si può perseguire con la massima efficacia la sostenibilità ambientale rinunciando alla possibilità di usare uno strumento potente come quello legislativo per indirizzare la politica economica e industriale verso la decarbonizzazione? Per difendere i diritti delle generazioni future e degli animali negli allevamenti industriali?

Non bisogna inoltre dimenticare che in Italia, analogamente a quanto succede in tutti i Paesi sviluppati, la percentuale di votanti alle elezioni è scesa al di sotto del 50 per cento. La maggioranza degli aventi diritto al voto non si riconosce in nessun partito. Per i partiti esistenti non è un problema. L’importante per loro è conquistare il consenso della maggior parte dei votanti, perché è quello che consente di vincere le elezioni e governare. Chi non vota non influisce nella distribuzione dei seggi. Nelle loro valutazioni dei risultati elettorali i partiti fanno riferimento solo alle percentuali dei voti ricevuti sui voti espressi, non sulla totalità degli elettori. Per fare un esempio, il 40 per cento dei voti espressi sembra un successo da sbandierare ripetutamente, ma se si rapporta a una percentuale di votanti del 60 per cento, rappresenta in realtà il 24 per cento del corpo elettorale. Non tutti, però, sottovalutano il significato politico dell’astensionismo. Alcuni non pensano che possa essere considerato un dato politicamente ininfluente, ma ritengono che almeno in parte esprima una sfiducia crescente nei confronti di tutti i partiti e del loro modo di fare politica, per cui si propongono di costituire un nuovo partito alternativo a quelli esistenti, nella convinzione che ciò sia sufficiente a trasformare almeno una percentuale delle astensioni in voti a loro favore.

A fronte dell’arroganza di chi ignora il messaggio politico inviato dai non votanti perché non influiscono nella distribuzione dei seggi, l’attenzione rivolta a quel messaggio, per quanto espresso in forma negativa, è un segno di sensibilità democratica che merita apprezzamento. Tuttavia la convinzione che il problema si possa risolvere costituendo un nuovo partito contiene due errori di valutazione. Il primo consiste nel non tener conto che l’astensionismo molto probabilmente travalica la sfiducia nei partiti esistenti ed è rivolto alla forma partito proprio per i motivi indicati da Simone Weil. Lo prova il fatto che mentre il numero degli iscritti ai partiti si è drasticamente ridotto e nelle sezioni che sono rimaste aperte non si svolge più quel confronto sistematico tra eletti ed elettori che ne caratterizzava la vita, le persone che desiderano dare un contributo al bene comune hanno indirizzato il loro impegno nelle associazioni del volontariato.

Il secondo errore consiste nel credere che la crescita dell’astensionismo sia causata sostanzialmente dalla riduzione delle differenze tra la destra e la sinistra: i due poli della contrapposizione che  ha caratterizzato le dinamiche politiche nell’ottocento e nel novecento. Secondo questa chiave di lettura, la reazione di una parte dell’elettorato sarebbe stata: se tutti i partiti fanno proposte più o meno analoghe per risolvere i problemi sociali, economici e ambientali, senza peraltro risolverli perché in realtà pensano solo a mantenere i loro privilegi e i privilegi dei loro clientes, a che serve votare? Dal momento che la riduzione delle differenze tra la destra e la sinistra non è stata la conseguenza di un reciproco avvicinamento delle due parti, ma di un progressivo spostamento della sinistra verso destra, una parte significativa di coloro che non vanno a votare è costituita da ex elettori di sinistra delusi. Per recuperare quel voto gli esponenti della sinistra rimasta a sinistra si sono proposti di ricostituire un partito che ponga al centro del suo programma la tutela della democrazia, dei diritti dei lavoratori, del welfare state, della gestione pubblica dei servizi sociali, dei beni comuni.

I sostenitori di questa proposta non tengono conto del fatto che, in questa fase storica, l’impegno per una più equa redistribuzione tra le classi sociali del reddito generato dal lavoro non può essere disgiunto dall’impegno per rientrare nei limiti della sostenibilità ambientale, per cui non può essere riproposto come è stato fatto dalla sinistra nei decenni passati. E l’impegno per rientrare nei limiti della sostenibilità ambientale non può essere considerato un obbiettivo settoriale di un programma politico, alla stregua della politica scolastica, della politica per la casa o della politica per la salute, ma è la cornice in cui collocare tutti gli obbiettivi settoriali, il fine ultimo a cui tutti devono essere indirizzati, perché nessuno di essi ha un senso se oltre a ridurre un’iniquità non contribuisce a evitare l’autoannientamento della specie umana.

Un soggetto politico che incardina il suo programma sulla sostenibilità, la solidarietà e l’equità estesa alla generazioni future e ai viventi non umani non si preoccupa d’intercettare i voti di coloro che attualmente si astengono o annullano la scheda, perché, non proponendosi di essere un partito, non pone a fondamento della sua attività la crescita dei suoi consensi elettorali. Il suo obbiettivo politico è favorire la traduzione delle astensioni consapevoli in impegno nei movimenti di resistenza ai progetti ecologicamente devastanti e nelle associazioni culturali, professionali e ambientaliste dove matura la consapevolezza dei rischi che l’umanità sta correndo e si formulano proposte per allontanarli. Saranno queste aggregazioni sociali, impegnate, ciascuna a suo modo, a perseguire l’obbiettivo della sostenibilità ambientale che le accomuna, a proporsi di raccogliere il voto di chi non si riconosce in nessuno dei partiti esistenti, per dare più forza al proprio impegno nella società con l’accesso al potere legislativo.

 

 

 

 

 

 

 

 

[1]             Cfr. Futuro anteriore, Rapporto Caritas 2017 su povertà giovanili ed esclusione sociale in Italia.

[2]               Titolo originale: Note sur la supression générale des parties politiques, Éditions Gallimard, Paris 1957; I edizione italiana: Alberto Castelvecchi Editore, Roma 2008.

[3]               Cfr. il rapporto presentato a Ginevra il 30 ottobre 2017 dall’Organizzazione meteorologica mondiale (Wmo).

,

MANIFESTO PER UN PROGETTO POLITICO-CULTURALE FINALIZZATO A CONIUGARE LA COMPATIBILITÀ AMBIENTALE CON UN’EQUITÀ ESTESA ALLE GENERAZIONI FUTURE E A TUTTE LE SPECIE VIVENTI

Molti indizi sempre più preoccupanti inducono a ritenere che si stia avviando drammaticamente alla fine l’epoca storica iniziata nella seconda metà del Settecento con la rivoluzione industriale.

La crisi economica perdura ormai da quasi un decennio senza che si intraveda una via d’uscita. Nei Paesi industrializzati i livelli della disoccupazione continuano ad essere molto alti, soprattutto tra i giovani. La corruzione politica invade tutti i gangli del potere in forme sempre più spregiudicate e sempre più spesso impunite. Tutti i fattori della crisi ambientale continuano ad aggravarsi. In particolare l’aumento della temperatura media della terra, innescato dagli incrementi delle concentrazioni di anidride carbonica in atmosfera, ha già raggiunto 1,2 °C, avvicinandosi al valore di 1,5 °C, indicato dall’accordo internazionale raggiunto a Parigi nel dicembre 2015 al termine della Cop 21, come limite massimo da non superare entro la fine del secolo. Le tensioni internazionali hanno provocato uno stato di guerra permanente in varie regioni del mondo e hanno avvicinato pericolosamente la possibilità di un conflitto nucleare. Gli attentati terroristici si moltiplicano e sfuggono a ogni possibilità di prevenzione. Le migrazioni dai Paesi poveri verso i Paesi ricchi stanno assumendo le dimensioni di un esodo biblico e sono costantemente contrassegnate da violenze e tragedie.

 

Tutti questi problemi sono causati dalla finalizzazione dell’economia alla crescita della produzione di merci, sono aggravati dalla sua estensione ad aree sempre più vaste del pianeta attraverso la globalizzazione, non possono essere risolti se non abbandonando la finalità della crescita assegnata all’economia nel modo di produzione industriale.

Il sistema politico non è in grado di affrontarli, perché dovrebbe rimettere in discussione i suoi stessi fondamenti. Può solo acuirli. Non per questo è disposto a cedere il suo potere. Il suo istinto di sopravvivenza lo porta a chiudersi a riccio per evitare di essere rovesciato. Tutti i suoi sforzi sono finalizzati a mantenere le dinamiche politiche all’interno delle due varianti della destra e della sinistra, con cui può essere gestito ed è stato gestito storicamente.

A tal fine tenta, non sempre con successo, di ridurre gli spazi della democrazia, si adopera per generare confusione introducendo elementi politici tradizionalmente di destra nei programmi della sinistra e tradizionalmente di sinistra nei programmi della destra, favorisce la formazione di alleanze tra i due schieramenti tradizionalmente opposti per sbarrare il passo a ipotesi alternative.

 

L’obiettivo strategico da perseguire in questa fase storica non può essere una gestione più equa socialmente – come si propone la componente della sinistra rimasta a sinistra -, meno devastante ecologicamente – come si propongono i movimenti ambientalisti -, non violenta – come si propongono i movimenti pacifisti -, più democratica – come si propongono i difensori delle costituzioni fondate sul reciproco controllo dei poteri, di un sistema economico e politico che, finalizzando l’economia alla crescita della produzione di merci, non può non generare iniquità crescenti, danni ambientali sempre più devastanti, forme di violenza sempre più diffuse, limitazioni alla democrazia.

L’obiettivo da perseguire non può essere la riforma di un sistema irriformabile, ma una profonda rivoluzione culturale e l’apertura di una nuova fase storica, così come è stato preconizzato da Papa Francesco nell’Enciclica Laudato si’.

 

La mancanza di un soggetto politico con questa visione, impone di giocare simultaneamente una doppia partita. Da una parte occorre contrastare i tentativi con cui il sistema di potere cerca

  • di mettere fuori gioco le opposizioni riducendo la democrazia;
  • di superare la crisi riavviando la crescita con opere sempre più devastanti ambientalmente e sostanzialmente inefficaci rispetto agli stessi obbiettivi che si propone.

 

Occorre pertanto sostenere le iniziative della società civile in difesa della democrazia, le iniziative delle comunità locali che contrastano le imposizioni di grandi opere con un forte impatto ambientale nei territori in cui vivono, le iniziative delle formazioni politiche che a livello nazionale si oppongono agli indirizzi di politica economica su cui si fondano queste scelte.

Ma le attività di contenimento tendono a diventare pervasive e ad assorbire grandi quantità di energie psico-fisiche, sottraendole all’impegno necessario per definire le caratteristiche di un sistema economico e sociale alternativo, fondato sui due pilastri su cui si può costruire un futuro migliore per l’umanità: la compatibilità ambientale e un’equità estesa alle generazioni future e a tutte le specie viventi. Due pilastri che si sostengono reciprocamente e sono incompatibili con la finalizzazione dell’economia alla crescita della produzione di merci.

Un soggetto politico che si proponga un obbiettivo di questo genere attualmente non esiste, non è prevedibile che si possa costituire in tempi brevi, non avrebbe spazio all’interno delle attuali dinamiche politiche, dove finirebbe per confondersi in mezzo a una pletora già troppo affollata di contendenti sempre meno credibili, ha bisogno di tempo per la costituzione di una rete di gruppi territoriali di riferimento diffusi sul territorio nazionale. La sua formazione richiede la definizione di un paradigma culturale alternativo a quello vigente, che può scaturire solo da un confronto tra i movimenti e le associazioni in cui le persone che non si riconoscono nel sistema dei partiti fanno politica nel senso più nobile del termine, impegnandosi in attività finalizzate alla tutela dei beni comuni, degli ecosistemi, delle classi sociali e dei popoli più colpiti dalla crisi ecologica e dalla crisi economica, delle culture tradizionali, della biodiversità, dei diritti degli animali. Questo è il secondo compito su cui occorre impegnarsi.

 

In Italia il ruolo di principale antagonista al sistema di potere che governa l’economia e la politica è stato assunto dal Movimento 5 Stelle, che ha raggiunto un consenso elettorale pari a quello degli attuali schieramenti di centro-destra e di centro-sinistra, non solo per l’attivismo generoso di molti militanti, ma anche per la sempre maggiore indignazione suscitata nell’opinione pubblica dall’operato dei partiti che si sono alternati al governo negli ultimi decenni. Per demeriti altrui oltre che per meriti propri.

Una percentuale importante di questo consenso proviene da una parte degli elettori rimasti fedeli agli ideali di uguaglianza, democrazia e tutela ambientale tradizionalmente sostenuti dalla sinistra, che ha visto nella totale alterità del Movimento 5 Stelle rispetto alle dinamiche politiche del passato una maggiore determinazione nella lotta al sistema di potere che gestisce l’economia e la finanza a livello mondiale.

Non si possono tuttavia ignorare i suoi limiti culturali e progettuali, le sue carenze di analisi, i suoi errori a volte clamorosi, le perplessità che suscitano la sua struttura organizzativa e le sue procedure decisionali. Queste connotazioni impongono di mantenere un’autonomia culturale e politica nei suoi confronti, senza per questo considerarlo un avversario, perché in questa fase le sue attività di contrasto all’attuale gestione del potere costituiscono un argine fondamentale ai processi degenerativi in corso.

 

Il cambiamento di cui c’è bisogno non si può realizzare soltanto a livello politico e istituzionale. Deve fondarsi su una profonda rivoluzione culturale, che determini un mutamento del sistema dei valori e dei modelli di comportamento. Occorre superare l’antropocentrismo, la riduzione degli esseri umani alla dimensione economica, il loro appiattimento sul consumismo, l’identificazione del concetto di nuovo col concetto di migliore. Occorre ridurre la mercificazione e recuperare la solidarietà, rivalutare la manualità, il lavoro artigianale, la produzione di valori d’uso, ripristinare la prevalenza del bello sull’utile. «Non c’è progresso – ha scritto Pier Paolo Pasolini – senza profondi recuperi nel passato, senza mortali nostalgie per le condizioni di vita anteriori dove comunque si era realizzato l’uomo…».

Occorre pertanto rivalutare il concetto di comunità e ripensare e ridefinire il fine e le modalità con cui le persone si relazionano le une con le altre, con l’ambiente che le circonda ed ultimo, ma non meno importante, con se stesse.

Solo un cambiamento di questo genere del paradigma culturale può consentire di avviare una grande stagione di innovazioni tecnologiche, non più finalizzate ad accrescere la produttività, ma l’efficienza nei processi di trasformazione delle risorse naturali in beni. L’obbiettivo da perseguire è ridurre il consumo di risorse per unità di prodotto e l’impatto ambientale dei processi produttivi e dei prodotti.

Non c’è prospettiva di futuro per l’umanità se i suoi consumi di risorse rinnovabili continuano a eccedere la quantità di energia generata dalla fotosintesi clorofilliana utilizzando l’energia luminosa inviata quotidianamente dal sole sulla terra, se non si riducono le emissioni di anidride carbonica alle quantità metabolizzabili dai cicli biochimici della biosfera, se non si elimina la produzione di sostanze di sintesi non biodegradabili. Una prospettiva di futuro per l’umanità può essere riaperta soltanto se le attività economiche e produttive vengono ricondotte nell’ambito della bioeconomia teorizzata da Nicolas Georgescu Roegen.

 

L’elaborazione di questo paradigma culturale non potrà essere un’operazione puramente teorica, ma dovrà svilupparsi di pari passo con la realizzazione di esperienze concrete, di cui dovrà valutare non solo la validità in termini di riduzione dell’impronta ecologica e di definizione dei rapporti umani basati sull’equità e la solidarietà, ma anche la possibilità di essere riproposte, con i necessari adattamenti, in contesti ambientali e sociali differenti, la capacità di rispondere a bisogni diffusi, il rapporto tra costi e benefici – non solo economici, ma anche ambientali e sociali -, la sostenibilità economica e commerciale, le possibilità occupazionali che offrono.

 

L’obiettivo è dimostrare che l’affermazione «un altro mondo è possibile» non è uno slogan, ma una prospettiva che si può cominciare a costruire già oggi, realizzandone anticipazioni ripetibili, vantaggiose e desiderabili. A tal fine si dovranno concentrare le migliori energie intellettuali e creative nella realizzazione di progetti complessivi con un valore paradigmatico, in cui le abitazioni con lo standard di case passive, le energie rinnovabili, le relazioni umane fondate sulla solidarietà, il recupero della manualità, l’autosufficienza alimentare, l’agricoltura biologica, la riduzione del tempo di lavoro e la valorizzazione della creatività, consentano di raggiungere l’impronta ecologica 1 con un’alta qualità della vita.

 

C’è nei Paesi di più antica industrializzazione una componente sociale significativa interessata a un soggetto politico che non consideri il livello istituzionale come l’ambito principale della sua attività, ma uno dei campi d’applicazione di un impegno prioritariamente di carattere culturale?

Secondo un sondaggio effettuato nel mese di aprile del 2017, in Italia solo il 4 per cento della popolazione ha fiducia nei partiti esistenti, cioè nei soggetti politici che gestiscono a livello istituzionale questo modello economico e produttivo. La sfiducia nei loro confronti induce il 50 per cento degli elettori ad astenersi dal voto. Nelle elezioni amministrative che si sono svolte a maggio del 2016 questa è stata la percentuale di coloro che non sono andati a votare. Ma quattro mesi dopo, a dicembre, la percentuale dei votanti al referendum istituzionale che ha respinto le modifiche finalizzate a ridurre gli spazi di democrazia, è stata del 70 per cento. Se ne può dedurre che il 20 per cento degli elettori italiani si astiene dal voto perché non intende dare il proprio consenso a nessuna delle forze politiche esistenti – nemmeno al Movimento 5 Stelle, sebbene le scelte di questa formazione politica siano totalmente alternative a quelle dei partiti tradizionali che hanno governato il Paese e le amministrazioni locali dal secondo dopoguerra – ma non rinuncia a votare se l’espressione della sua volontà scavalca la mediazione dei partiti e incide direttamente sulla decisione da prendere.

In un’intervista rilasciata a Famiglia Cristiana nell’ottobre del 2016, il sondaggista Nando Pagnoncelli ha affermato che il 34 per cento dei cattolici praticanti, cioè dei fedeli che vanno a messa almeno una volta a settimana, si astiene dal voto perché non si sentono rappresentati da nessuna delle forze politiche esistenti. In Italia i cattolici praticanti sono la componente più numerosa di un insieme di confessioni religiose (valdesi, evangelici, buddisti, islamici ecc.), di associazioni che praticano l’ascesi e la meditazione (yoga, antroposofia) o varie forme di religiosità (almeno una parte della galassia che può essere classificata con la definizione generica di new age), di associazioni che svolgono attività di volontariato. Ciò che accomuna tutte le persone che fanno parte di queste realtà sociali è il fatto di aver mantenuto viva la dimensione spirituale.

Non è probabilmente indebito dedurre che sia questa connotazione culturale alternativa al sistema dei valori dominante, condivisa da tutte le componenti al di là delle differenze con cui si manifesta in ognuna di esse, a indurle a non riconoscersi in un sistema politico deprivato delle connotazioni ideali che dovrebbero essergli intrinseche, ridotto a competizione per la distribuzione del denaro pubblico, anche in forme non sempre lecite, tra gruppi d’interesse contrapposti. E che non si tratti d’indifferenza per i problemi sociali è chiaramente dimostrato dal fatto che gli appartenenti a queste confessioni religiose, a questi orientamenti filosofici e a queste associazioni, si dedicano ad attività di carattere solidale nei confronti dei più deboli, alla tutela ambientale, alla difesa della biodiversità e delle tradizioni culturali. Probabilmente queste forme di impegno, che sono politiche nel senso più nobile della parola, manifestano l’esigenza, non ancora del tutto consapevole, di un mutamento di paradigma culturale in cui siano riconosciute come un modo di ridare dignità anche alla politica a livello istituzionale.

 

Un soggetto politico che si proponga prioritariamente il compito di costruire un paradigma culturale alternativo a quello su cui si fondano le società che hanno finalizzato l’economia alla crescita della produzione di merci si rivolge soprattutto all’area dei non votanti consapevoli e di coloro che annullano la scheda elettorale, ma, non proponendosi obbiettivi elettorali immediati, non è oggettivamente in competizione con le forze politiche che agiscono a livello istituzionale.

Sostiene, mantenendo la sua autonomia, le iniziative delle forze politiche presenti nelle istituzioni elettive che contrastano il pensiero unico dominante, gli effetti devastanti della globalizzazione, i tentativi di scaricare i costi delle misure di politica economica finalizzate alla ripresa della crescita sulle classi sociali più deboli, sulle generazioni future e sugli ambienti.

Collabora e, se possibile, costruisce percorsi comuni con i soggetti politici che agiscono a livello istituzionale locale, perché la loro scelta testimonia un’alterità rispetto al sistema dei partiti e una volontà di realizzare nuove forme di rappresentanza politica. Si impegna a favorire non solo la conversione ecologica dell’economia, ma anche la conversione economica dell’ecologia, mediante lo sviluppo di innovazioni tecnologiche che consentono di attenuare la crisi ambientale riducendo gli sprechi e l’inquinamento, perché in questo modo si ottengono dei risparmi sui costi di gestione che consentono di pagare i costi d’investimento senza ricorrere a sussidi di denaro pubblico.

Solo con una strategia di questo tipo è possibile ridurre significativamente sia l’impatto ambientale, sia il potere dei partiti politici di condizionare le attività economiche, che costituisce il principale brodo di coltura della corruzione.

Nelle società industriali avanzate solo queste tecnologie hanno ampi spazi di mercato, possono far crescere significativamente l’occupazione in attività utili, non fanno aumentare i debiti pubblici, consentono di attenuare contestualmente la crisi ecologica e la crisi economica. Sono un tassello fondamentale del nuovo paradigma culturale che occorre elaborare.

 

 

Maurizio Pallante

Marco Dalla Gassa

30 aprile 2017

,

Il centrosinistra ha perso? Con i danni che ha fatto, fatemi dire chissenefrega

La destra come l’araba fenice: sta rinascendo dalle proprie ceneri. Nella mia Liguria, tradizionalmente rossa, ora va di moda il nero che meglio sarebbe definire “grigio”. E sono in molti a stracciarsi le vesti per il crollo della sinistra. Vorrei però sommessamente dire la mia su questa sinistra.

Ma non tanto sulla sinistra odierna, che non si definisce neanche più tale. Quanto piuttosto sulla sinistra che ho conosciuto io, che negli anni sessanta-settanta dello scorso secolo spadroneggiava in Liguria. A Savona, se non avevi la tessera del Psi o del Pci non lavoravi. I sindacati privilegiavano già allora il lavoro su salute e ambiente. Nell’interno, all’Azienda coloranti nazionali e affini (Acna) di Cengio, gli operai morivano come mosche, la Bormida era forse il fiume più inquinato d’Italia e nessuno muoveva un dito.

Sulla costa le amministrazioni varavano piani regolatori che prevedevano condomini al posto degli “sciti”, gli orti, e speculazioni per ricchi al posto del bosco come a Torre del Mare. Oppure inquinanti poli industriali come nella valle di Vado Ligure.

Chi oggi piange perché Genova non è più governata dalla sinistra, dovrebbe ricordare il massacro urbanistico perpetrato dalle amministrazioni di sinistra: la dispersione urbana, i torrenti intubati, le ricorrenti alluvioni, i morti: “E il tumulto del cielo ha sbagliato momento. Acqua che non si aspetta altro che benedetta. Acqua che porta male sale dalle scale sale senza sale sale. Acqua che spacca il monte che affonda terra e ponte”, come cantava De Andrè in Dolcenera.

Oggi molti dicono che Renzi non è di sinistra, che la sinistra è altro. Ma di cosa stiamo parlando? Di un partito capace di realizzare una sorta di Utopia alla Tommaso Moro in cui tutto funziona alla perfezione, in cui c’è la solidarietà fra gli esseri umani e fra esseri umani e natura? La sinistra non è mai stata questo, come giustamente ricorda Maurizio Pallante, né mai lo sarà semplicemente perché non è nel suo Dna esserlo.

Certo, nella sinistra hanno militato anche uomini di specchiata virtù: Stefano Rodotà era uno di questi, uno che si batteva per i beni comuni. E infatti, quando si è trattato di votare per la Presidenza della Repubblica, la sinistra gli ha preferito il grigio Napolitano. Oppure quell’Antonio Cederna che nel suo fondamentale, lucido e profetico La distruzione della natura in Italia (Einaudi ed. 1975) così si esprimeva: “L’Italia contadina divenuta malamente urbana è soggetta a deprimenti distorsioni psicologiche: scambia spesso per progresso l’inumana malformazione delle città, per civiltà il biossido di carbonio, per benessere il fumo delle ciminiere, per affermazione di libertà l’eliminazione di ogni parvenza di natura”.

Rodotà, Cederna, ma ricordiamo anche Pasolini, Calvino, eccezioni che confermano la regola aurea di una sinistra che rincorrendo lo sviluppo ed il lavoro purchessia, di salute, ambiente e territorio se ne è sempre strabattuta. La sinistra perde? Permettetemi di dire “e chissenefrega!”

Fabio Balocco

Fonte: ilfattoquotidiano.it

, , ,

“Destra e sinistra addio”: Maurizio Pallante e una nuova declinazione dell’uguaglianza

“Destra e sinistra, conservatori e progressisti sono figure della contrapposizione, figlie della scissione ontologica, dell’opposizione tra la tesi e l’antitesi in vista di una sintesi, che in qualunque modo la si metta, è sempre violenta. Pallante, invece, invita a ripensare il mondo, e le parole che lo costituiscono”.

 

L’ultimo saggio di Maurizio Pallante, Destra e sinistra addio, è in un certo senso il sedimentato culturale di un processo di evoluzione teorica cominciato dall’autore ormai vent’anni fa, con Le tecnologie d’armonia (Bollati Boringhieri, Torino 1994), e proseguito con l’elaborazione della sua «decrescita felice», che si caratterizza per i richiami all’autoproduzione e alla proposta di riduzione selettiva di tutte quelle merci che non sono beni, e che in alcun modo possono diventarlo.

 

Da decenni Pallante critica il modo di produzione industriale della società tecnologico-capitalista, che si sta dirigendo – ormai, forse, senza alcuna possibilità di recupero – verso la catastrofe. Tuttavia in questa sua ultima fatica, non si limita ad osservare gli aspetti critici della razionalità economica occidentale, ma si spinge fino al cuore. Al centro.

 

E spingersi al centro significa mettere in discussione le categorie culturali e politiche che hanno creato le condizioni per considerare positivamente l’attuale modo di produzione industriale, responsabile di una crescita economica – con annesso disastro ambientale – senza precedenti. E le categorie fondamentali di cui si parla sono quelle della destra e della sinistra. Parole, queste, che negli ultimi duecento anni hanno distinto chi riteneva le diseguaglianze tra gli esseri umani costitutive e naturali (destra), e chi al contrario le considerava di origine sociale, e quindi riducibili con accorgimenti politici ed economici adeguati (sinistra).

 

Il saggio Destra e sinistra addio si manifesta al momento opportuno. E non solo, si badi, perché la politica italiana (ma è forse diverso altrove, nel vasto mare occidentale?) palesa una mediocrità costitutiva, ma proprio perché destra e sinistra operano ovunque sulla base di una comune valutazione positiva del modo di produzione industriale, ch’è ormai giunto al capolinea. Entrambe considerano le rivoluzioni industriali un progresso rispetto al passato, salvo poi distinguersi quanto alla modalità di distribuzione dei benefici. Entrambe hanno concorso a spingere masse di persone dalle campagne alle città, trasformando milioni di contadini in milioni di proletari al servizio del grande capitale. La storia ha poi mostrato che le politiche della destra sono più efficaci per far crescere l’economia e la competizione di quelle di sinistra. E i risultati di questa razionalità sventurata sono, ormai, sotto gli occhi di tutti.

 

Ma veniamo al saggio. Per capirne appieno il senso è necessario intanto riflettere sul titolo. Dire Destra e sinistra addio non equivale a sostenere che la destra è uguale alla sinistra. D’altronde lo stesso autore mette più volte in risalto le differenti pulsioni: quelle della destra alla disuguaglianza, e della sinistra all’uguaglianza. Ma la pulsione all’uguaglianza, è questo un nodo cruciale, non è prerogativa assoluta della sinistra. Pallante afferma a ragione, infatti, che la pulsione all’uguaglianza preesiste alla sinistra e le sopravviverà.

 

A partire da questa considerazione, diventa fondamentale allora soffermarsi sul sottotitolo del saggio: Per una nuova declinazione dell’uguaglianza. È appunto qui il segreto: l’uguaglianza. L’uguaglianza oltre la sinistra.

 

Questa impostazione, per essere compresa appieno, richiede una riconsiderazione ontologica del tutto. Necessita di un ripensamento delle relazioni in senso orizzontale non solo fra esseri umani, bensì anche fra esseri umani e contesto naturale (di cui l’essere umano fa parte). L’uomo non è più il signore della terra, ma è un modo d’essere fra altri modi d’essere che compartecipano all’unico essere.

 

Pallante nota, allora, come per ripensare la società in modo ecologicamente sostenibile, sia fondamentale mettere in discussione l’antropocentrismo che caratterizza l’occidente in senso violento.

 

Maurizio Pallante

Maurizio Pallante

 

In queste pagine, mi pare si aprano spazi nuovi, utopie che baluginano all’orizzonte e che – richiamandosi esplicitamente a una spiritualità costitutiva dell’essere – creano le condizioni per un ripensamento cosmocentrico della cultura, della società, della politica e del mercato.

Destra e sinistra, conservatori e progressisti sono figure della contrapposizione, figlie della scissione ontologica, dell’opposizione tra la tesi e l’antitesi in vista di una sintesi, che in qualunque modo la si metta, è sempre violenta. Pallante, invece, invita a ripensare il mondo, e le parole che lo costituiscono, ripartendo dal singolo che non si pone più su un piedistallo rispetto al contesto. E quel singolo-in-relazione è il medesimo a cui si rivolge anche Papa Francesco nella sua Laudato si’: «bisogna operare il bene, dal momento che il male esercitato sul mondo è male fatto a se stessi». Tutto è in relazione. Perché l’essere è tutto, e niente è fuori dall’essere.

 

Questa nuova visione del mondo è troppo grande e complessa per poter essere espressa e compresa politicamente dalle categorie di destra e di sinistra. Qui c’è di più. C’è quella visione del mondo che si sottrae alla volontà di sopraffazione per lasciarsi dire ancora, ancora e ancora da una parola polisemica, che spalanca spazi di poesia. Quella poesia del vivere in comunione col creato e con la natura a cui tutti noi afferiamo, senza distinzione.

 

In questo senso – e per molti altri, che ognuno di voi saprà indicare – Destra e sinistra addio è un libro che si manifesta in un tempo opportuno. Perché se ci sarà ancora la possibilità di un domani, destra e sinistra dovranno appartenere necessariamente a un dolorosissimo passato.

Alessandro Pertosa

Fonte: Italiachecambia.org

, ,

Né Tatcher (o Merkel) né Keynes. Può la decrescita indicarci la strada per superare la crisi economica?

La crisi che ha colpito i paesi industrializzati nel 2008, e non è ancora in via di risoluzione nonostante l’impegno profuso dai governi nazionali e dalle istituzioni sovranazionali, sta dimostrando l’inefficacia delle misure politiche tradizionalmente utilizzate per far ripartire la crescita economica nelle fasi di recessione.

 

Non saranno certo le riflessioni fatte dal nostro movimento per la decrescita felice a indicare la via d’uscita da una situazione che fino ad ora non è stata sbloccata dalle proposte di centri di ricerca e da soggetti politici molto più competenti e potenti di noi. Tuttavia, se le caratteristiche di questa crisi sono così inusuali da sfuggire alle terapie consolidate, un punto di vista ec-centrico come il nostro potrebbe aprire prospettive che non sono state prese in considerazione, ma potrebbero avere potenzialità insospettate.

 

Innanzitutto una precisazione che non dovrebbe essere necessario ripetere per l’ennesima volta, ma visto il permanere di fraintendimenti, più o meno voluti, è utile ribadire: la decrescita non è la recessione.

 

La recessione è una fase economica caratterizzata  dalla diminuzione generalizzata e incontrollata della produzione di tutte le merci. La sua conseguenza più grave è la disoccupazione, che comporta una diminuzione della domanda e un aggravamento della crisi.

 

La decrescita è la diminuzione selettiva e guidata della produzione di merci che non hanno oggettivamente nessuna utilità, ovvero degli sprechi.

 

Non si confondano gli sprechi con i beni che qualcuno potrebbe considerare superflui, perché la valutazione del superfluo attiene ai gusti e alle scelte individuali, su cui nessuno è autorizzato a intervenire. Gli sprechi sono, per fare qualche esempio, il cibo che si butta – circa un terzo di quello che si produce -; l’energia termica che si disperde da edifici mal coibentati – in Italia mediamente i due terzi in confronto con gli edifici meno efficienti dell’Alto Adige, i nove decimi rispetto agli edifici più efficienti -; i materiali riutilizzabili contenuti negli oggetti dismessi, che vengono resi definitivamente inutilizzabili sotterrandoli o bruciandoli. Gli sprechi di cibo, di energia e di materiali non rispondono a nessun bisogno o desiderio. Non rientrano nell’ambito del superfluo. Rientrano nell’ambito del dannoso, perché ogni spreco non è soltanto una dissipazione inutile, ma un danno agli ambienti e alla vita. L’energia che si spreca aumenta le emissioni di anidride carbonica, e quindi aggrava l’effetto serra, senza apportare alcun beneficio. Il cibo che si butta accresce la frazione putrescibile dei rifiuti, quella più difficile da trattare. I materiali che si sotterrano inquinano le falde idriche e i suoli, quelli che si bruciano aumentano le emissioni di anidride carbonica, di sostanze inquinanti – in particolare la diossina – e di particelle ultra fini.

 

Una decrescita selettiva degli sprechi non è soltanto utile a livello ambientale, ma contribuisce a ridurre anche le tensioni internazionali per il controllo delle aree geografiche dove si trovano i giacimenti di energia fossile e di materie prime. Inoltre, dal punto di vista economico comporta una riduzione dei costi di produzione delle aziende (un ciclo produttivo con una minore intensità energetica è meno costoso) e delle importazioni, quindi offre un vantaggio competitivo; richiede l’adozione di innovazioni tecnologiche più avanzate, quindi stimola la ricerca; crea un’occupazione con una connotazione qualitativa: un’occupazione utile, perché a parità di produzione di benessere riduce il prelievo di materie prime, tra cui le fonti fossili, e le emissioni di sostanze di scarto nella biosfera.

 

A questo punto occorre una precisazione. La decrescita selettiva degli sprechi non ha nulla a che fare con l’ossimoro dello sviluppo sostenibile. Con la definizione di sviluppo sostenibile si indica un processo di crescita economica caratterizzato dall’uso di tecnologie più efficienti e meno impattanti sugli ambienti. Per esempio l’uso di energie rinnovabili al posto delle energie fossili. Ma di fronte a un sistema energetico, come quello italiano, che spreca il 70 per cento dell’energia che produce e usa, ha senso proporsi di accrescere l’offerta di energia diversificandola per renderla più amichevole nei confronti degli ambienti, invece di proporsi in prima istanza di ridurre gli sprechi e, successivamente, di soddisfare il fabbisogno residuo con fonti rinnovabili? Un sistema energetico dissipativo come quello della maggior parte dei paesi industrializzati è paragonabile a un secchio bucato. Dovendo riempire d’acqua un secchio bucato, chi si proporrebbe di farlo cambiando la fonte senza chiudere prima i suoi buchi?

 

La crisi che stiamo vivendo è una crisi di sovrapproduzione, determinata dal fatto che nei sistemi economici in cui le attività produttive sono finalizzate alla crescita della produzione di merci, le aziende per sostenere la concorrenza devono investire continuamente in tecnologie che aumentano la produttività, ovvero che consentono di produrre di più in una unità di tempo, riducendo al contempo i costi mediante una riduzione dell’incidenza del lavoro umano sul valore aggiunto. Ciò non comporta automaticamente, come per lo più si pensa, una riduzione dell’occupazione. La comporta solo se la riduzione dell’incidenza lavoro umano sul valore aggiunto non viene tradotta in una riduzione dell’orario di lavoro. In questo caso, ed è ciò che sta succedendo nei paesi industrializzati, si determina una riduzione dell’occupazione e, di conseguenza, una riduzione della domanda a fronte di un incremento dell’offerta di merci. Questa è la causa di fondo della crisi che stiamo attraversando.

 

A questo squilibrio insito nelle economie della crescita si è fatto fronte incentivando il ricorso al debito da parte dei privati e ricorrendo al debito pubblico per aumentare la domanda. Questo fenomeno, iniziato nei primi anni sessanta, è stato l’altra faccia della medaglia del boom economico. A partire dagli anni ottanta è stato accentuato dalla globalizzazione, che è stata perseguita dai paesi industrializzati per ampliare il mercato dei loro prodotti, ma li ha sottoposti alla concorrenza di paesi dove il costo della manodopera è molto più basso. Questa concorrenza ha spinto in basso i salari nei paesi industrializzati: «tra il 1980 […] e il 2006, la quota dei salari sul Pil nei paesi che formavano a inizio periodo la UE a 15 è scesa di circa 10 punti, dal 68 a 58 per cento» (Luciano Gallino, Il denaro, il debito e la doppia crisi, Einaudi, Torino 2015, p. 110). La riduzione dell’occupazione determinata dalle delocalizzazioni di molte produzioni nei paesi cosiddetti in via di sviluppo e la riduzione dei salari hanno comportato una riduzione della domanda che è stata uno dei fattori scatenanti della crisi e comporta difficoltà sempre maggiori a superarla.

 

L’entità dei debiti pubblici è stata aggravata dal fatto che, man mano che aumentano, gli Stati sono costretti a offrire tassi d’interesse sempre più alti a chi sottoscrive i buoni del tesoro, fino a dover chiedere prestiti per pagare gli interessi sui prestiti precedentemente chiesti. In Italia questo processo ha ricevuto un forte impulso all’inizio degli anni 80 dalla decisione dell’allora ministro del Tesoro Beniamino Andreatta e del governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi di vietare alla Banca d’Italia di acquistare i titoli del debito pubblico rimasti invenduti, per evitare il rischio d’inflazione. Il risultato fu un forte innalzamento degli interessi sui titoli. In dieci anni il debito pubblico raddoppiò, salendo dal 60 per cento del Pil nel 1982 al 120 per cento nel 1993. (L. Gallino, op. cit., pagg. 66-67). Da trent’anni gli interessi ammontano a 90 – 100 miliardi all’anno su un totale di 2.135 miliardi nel 2014, mentre nello stesso anno il valore del Pil è stato di 1.613 miliardi. (L. Gallino, op. cit., pagg. 100–101).

 

Le due proposte formulate per superare la crisi sono state, da una parte le politiche di austerity finalizzate a ridurre i debiti pubblici riducendo sostanzialmente la spesa sociale, dall’altra le politiche keynesiane finalizzate ad aumentare la domanda attraverso i debiti pubblici in modo da rilanciare la crescita del prodotto interno lordo e di ridurre il rapporto debito/PIL. Le politiche di austerity deprimono la domanda e aggravano la crisi. Il loro totale fallimento è stato dimostrato dai fatti. Le politiche keynesiane non aumentano soltanto i debiti finanziari, ma i debiti a carico delle generazioni future e i debiti nei confronti della natura, poiché aumentano il prelievo di risorse da trasformare in merci e le emissioni non metabolizzabili dalla biosfera. Inoltre non tengono conto del fatto che, rispetto agli anni trenta del secolo scorso il rapporto tra tecnosfera e biosfera è completamente cambiato: le concentrazioni di anidride carbonica in atmosfera sono aumentate da 270 a 410 parti per milione, innescando una mutazione climatica di cui si stanno iniziando a sentire i primi effetti destinati ad aggravarsi; nel settore delle fonti energetiche fossili il rapporto tra l’energia investita per ricavare energia e l’energia ricavata è sceso dal valore di 1 a 100 misurato negli anni trenta del novecento, al valore di 1/8 misurato negli anni novanta; l’overshoot day, il giorno in cui l’umanità arriva a consumare tutte le risorse rinnovabili che la biosfera genera in un anno, è sceso alla metà di agosto; negli oceani galleggiano masse di poltiglia di plastica vaste come gli Stati Uniti; la popolazione mondiale è passata da 2 a 7 miliardi; la fertilità dei suoli agricoli è diminuita; la fauna ittica è stata dimezzata.

 

In alternativa a queste due prospettive, che finora non sono state in grado di superare né la crisi economica, né la crisi ecologica, il Movimento per la decrescita felice propone che vengano adottate misure di politica economica e industriale finalizzate a incentivare l’adozione di innovazioni tecnologiche che consentano di ridurre gli sprechi e di accrescere l’efficienza con cui si trasformano le risorse naturali in merci. Cioè di realizzare una decrescita selettiva e guidata della produzione e del consumo di merci che non sono beni. Se aumenta l’efficienza con cui si utilizzano le risorse e si riducono gli sprechi, oltre a ridurre l’impatto ambientale si risparmia del denaro, con cui si possono pagare i costi d’investimento delle tecnologie che aumentano l’efficienza nell’uso delle risorse. Si mette in moto un circolo economico virtuoso creando un’occupazione utile che paga i suoi costi con i risparmi che consente di ottenere. Fa crescere la domanda senza aggravare né i debiti pubblici, né l’impatto ambientale.

 

Se al centro della politica economica e industriale si ponesse la ristrutturazione energetica del patrimonio edilizio esistente, con l’obbiettivo di ridurre gli sprechi e le inefficienze al livello dei peggiori edifici dell’Alto Adige, i consumi per il riscaldamento si ridurrebbero dei due terzi, scendendo dalla media attuale di 200 kilowattora (all’incirca 20 litri di gasolio, o 20 metri cubi di metano) a 70 kilowattora al metro quadrato all’anno. Poiché gli edifici assorbono per il solo riscaldamento invernale un terzo dei consumi totali di energia alla fonte, quanta ne brucia tutto l’autotrasporto nel corso di un anno, si ridurrebbero del 20 per cento sia le nostre importazioni di fonti fossili, sia le nostre emissioni di anidride carbonica. I posti di lavoro che si creerebbero attraverso questa decrescita selettiva degli sprechi di energia pagherebbero i loro costi d’investimento con i risparmi che consentono di ottenere.

 

Due suggerimenti operativi in conclusione.

 

Un incentivo all’adozione di queste misure in una logica di mercato, senza sostegni di denaro pubblico, può essere costituito dall’uso delle forme contrattuali che caratterizzano, o meglio, dovrebbero caratterizzare, le energy service companies – esco -: società energetiche che pagano di tasca propria i costi d’investimento degli interventi di ristrutturazione energetica che eseguono negli edifici, o negli impianti pubblici di illuminazione, mentre i proprietari degli edifici ristrutturati si impegnano a pagare per il riscaldamento, o per l’illuminazione, la stessa cifra che pagavano prima della ristrutturazione per il numero di anni necessario a coprire con i risparmi economici conseguenti al risparmio energetico i costi d’investimento e gli utili della esco. Al termine di questo periodo, che viene indicato dalla esco al momento della stipula del contratto, i risparmi economici vanno a beneficio dei proprietari degli edifici o degli impianti. La durata degli anni necessari a recuperare gli investimenti è inversamente proporzionale all’efficienza ottenuta. La ricerca della maggiore efficienza possibile diventa pertanto l’elemento concorrenziale vincente. Inoltre il cliente è tutelato perché, essendo prefissato contrattualmente il tempo di rientro dell’investimento, se la esco ottiene una riduzione dei consumi energetici inferiore a quella che calcolato, incassa meno denaro di quello previsto. Fare bene il lavoro e gestire bene l’impianto è nel suo interesse.

 

Il circolo economico virtuoso descritto può trovare un volano decisivo in una sorta di patrimoniale energetica sugli immobili, che può essere gestita in due modi. Il proprietario dell’immobile, paga la patrimoniale e lo Stato la utilizza per ristrutturarlo energeticamente, restituendo ogni anno al proprietario l’equivalente del risparmio economico conseguente al risparmio energetico ottenuto, fino all’estinzione della tassa pagata. Oppure il proprietario dell’immobile, invece di pagare la patrimoniale, fa eseguire in proprio la ristrutturazione energetica e incassa direttamente i risparmi.

 

Interventi analoghi si possono effettuare smettendo di rendere definitivamente inutilizzabili le materie prime secondarie contenute negli oggetti che vengono portati allo smaltimento, invece di recuperarle attraverso una raccolta differenziata gestita con criteri economici. Poiché il costo dello smaltimento è proporzionale al peso degli oggetti conferiti in discarica o all’incenerimento, meno se ne portano e più si risparmia. Ma, per non portare allo smaltimento le materie prime secondarie occorre venderle. Più se ne vendono e più si guadagna. Affinché qualcuno le compri la selezione deve essere effettuata accuratamente. Il recupero e la vendita delle materie prime secondarie contenute negli oggetti dismessi consente di creare un’occupazione utile, di recuperare il denaro necessario a pagarne i costi e di ridurre l’impatto ambientale dei rifiuti. Le ragioni dell’economia e le ragioni dell’ecologia vanno di pari passo grazie alla riduzione di uno spreco inammissibile.

 

La decrescita selettiva degli sprechi è l’unica via d’uscita da una crisi che da troppo tempo genera problemi al sistema economico e sofferenze umane inaccettabili. L’assurdità della situazione che stiamo vivendo è dimostrata dal fatto che, mentre il numero dei disoccupati ha raggiunto livelli inaccettabili, non si fanno una serie di lavori che sarebbe indispensabile fare per ridurre la crisi economica, ridurre la crisi ambientale e migliorare la qualità della vita. Una società che non fa lavorare chi vorrebbe farlo e contemporaneamente non fa fare i lavori più necessari, che pagherebbero i loro costi con i risparmi che consentono di ottenere, è profondamente malata. E la sua malattia è causata dalla diffusione dell’idea assurda che lo scopo dell’economia sia la crescita del prodotto interno lordo. Prima ce ne libereremo e meglio sarà.

 

 

23 gennaio 2016

, , ,

Destra e sinistra addio.

Il 21 gennaio 2016 esce il mio ultimo libro “Destra e sinistra addio. Per una nuova declinazione dell’uguaglianza, Lindau, Torino 2016.

E’ un lavoro a cui tengo molto e su cui desidero confrontarmi seriamente con chiunque desideri farlo in modo costruttivo.

Sarò certamente impegnato in giro per l’Italia per diverse presentazioni già stabilite e c’è ancora spazio per chiunque desideri organizzare una presentazione, una conferenza, un confronto nella città in cui vive.

Per darvi un’idea del lavoro che ho scritto, di seguito trovate la scheda del libro.

 

Le definizioni di destra e di sinistra per indicare due schieramenti politici contrapposti sono state utilizzate per la prima volta nella Convenzione Nazionale, l’assemblea incaricata di redigere la costituzione francese nel 1792. Da allora rappresentano la concretizzazione storica assunta da due orientamenti che caratterizzano da sempre i rapporti sociali: quello di chi ritiene che le diseguaglianze tra gli esseri umani siano un dato naturale non modificabile, e quello di chi ritiene che abbiano un’origine sociale e, quindi, possano essere rimosse o, quanto, meno attenuate. Negli ultimi due secoli il confronto politico tra le concretizzazioni storiche di queste due posizioni si è svolto a partire da una comune valutazione positiva del modo di produzione industriale, che sia la destra, sia la sinistra considerano un progresso rispetto alla precedente fase storica perché, grazie ai progressi  scientifici e tecnologici, ha accresciuto la produzione di merci, consentendo all’umanità di entrare in un’epoca d’abbondanza senza precedenti. La dialettica tra la destra e la sinistra si è articolata su due punti. Il primo: fa crescere di più l’economia una società che valorizza le diseguaglianze o una società che promuove l’eguaglianza? Il secondo: come suddividere tra le classi sociali i proventi economici derivanti dalla crescita della produzione? Attraverso la “mano invisibile del mercato”, come ha sostenuto la destra, o con un intervento correttivo dello Stato per ridurre le diseguaglianze che ne deriverebbero, come ha sostenuto la sinistra?

In questo libro si constata innanzitutto che, dovunque ha governato la destra, l’economia è cresciuta di più di quanto è cresciuta dove ha governato la sinistra. La partita si è chiusa definitivamente con la vittoria della destra, testimoniata emblematicamente dall’abbattimento del muro di Berlino. Nelle società che finalizzano l’economia alla crescita della produzione di merci la destra è strategicamente vincente. Ma la sconfitta della sinistra è la sconfitta della sua interpretazione storica dell’uguaglianza, non dell’idea di uguaglianza. Tuttavia, negli anni in cui si realizzava la vittoria strategica della destra, la crescita economica  ha oltrepassato le capacità del pianeta di fornirle la quantità crescente di risorse di cui ha bisogno per continuare a crescere, ha superato le capacità del pianeta di metabolizzare gli scarti e le emissioni dei processi produttivi, ha indotto a scatenare con sempre maggiore frequenza guerre per tenere sotto controllo le zone del mondo che contengono le riserve di materie prime e di energia, ha iniziato a suscitare nei paesi meno industrializzati ondate migratorie incontenibili, si è bloccata nei paesi industrializzati dal 2008 e sta facendo pagare alle classi lavoratrici i costi dei tentativi di ripresa.

Per attenuare le cause di questi processi distruttivi è necessario in primo luogo sviluppare tecnologie più evolute, finalizzate ad aumentare l’efficienza con cui si trasformano le materie prime in beni, in modo di ridurne il fabbisogno e di ridurre le emissioni non metabolizzabili dalla biosfera. Occorre avviare una decrescita selettiva, fondata sulla riduzione degli sprechi e dell’impronta ecologica dell’umanità. Se si abbandona l’ideologia della crescita, che ha accomunato la destra e la sinistra, è anche possibile ridare forza alla tensione etica finalizzata a realizzare una maggiore eguaglianza tra gli esseri umani, liberandola dall’interpretazione perdente che le è stata data dalla sinistra e articolandola in maniera diversa. In secondo luogo è necessario ridurre il ruolo assunto dal denaro riscoprendo la possibilità di autoprodurre una parte dei beni di cui si ha bisogno e forme di economia basate sul dono reciproco del tempo. La riduzione dell’importanza del denaro comporta una rivalutazione della spiritualità, della creatività e del valore delle relazioni basate sulla solidarietà.

Del resto, come ha avuto un inizio storico, non si può escludere la diade “destra-sinistra” abbia fine con la fine della possibilità di continuare a far crescere la produzione di merci. In tutti i capitoli del libro, e in particolare nell’epilogo, vengono fornite indicazioni per intraprendere un percorso culturale e politico che consenta di aprire una nuova fase della storia, in cui un’economia non più vincolata alla distopia della crescita infinita consenta di ridurre le diseguaglianze non solo tra gli esseri umani senza farne pagare i costi alle generazioni future, ma anche tra la specie umana e le altre specie viventi. Ne risulta una critica alla gestione della destra di questa fase storica, ben più radicale di quella che fa la sinistra proprio perché non rientra nelle categorie culturali della sinistra. Un’attenta analisi dell’enciclica “Laudato sì”, posta in appendice all’ultimo capitolo suggerisce che, probabilmente, questo cammino è già iniziato.

 

 

Indice

 

Prologo

 

Capitolo 1. Destra e sinistra: qualche richiamo storico

 

Capitolo 2. La destra, la sinistra e il modo di produzione industriale

 

Capitolo 3. La guerra ai contadini, agli artigiani, ai rapporti comunitari. L’estensione del proletariato                  e le migrazioni.

 

Capitolo 4. La destra, la sinistra e la crescita

 

Capitolo 5. Progresso, cambiamento, innovazione, sviluppo, modernità

 

Capitolo 6. Povertà e ricchezza

 

Capitolo 7. La religione è l’oppio dei popoli?

 

Capitolo 8. Chi non è di destra non può che essere di sinistra? Chi non è di sinistra non può che essere di destra? Il paradigma culturale della decrescita

 

Capitolo 9. Per una nuova declinazione dell’idea di uguaglianza. Scheda: La concezione del mondo espressa nell’Enciclica Laudatosi‘ di Papa Francesco.

, , , ,

Rompere il cerchio crescita-migranti

I flussi di migranti che a rischio della vita, e pagando altissimi costi anche in denaro, attraversano su barconi improbabili il tratto di mare Mediterraneo tra le coste del nord-Africa e dell’Europa del sud, suscitano nell’opinione pubblica dei paesi in cui arrivano due reazioni contrastanti: quella umanitaria dell’accoglienza in nome della fratellanza e dell’uguaglianza dei diritti di tutti gli esseri umani, e quella egoistica del rifiuto dell’accoglienza che si traduce nella richiesta di riportarli nei luoghi da cui sono partiti o di usare la forza per impedire che partano.

La prima reazione è dettata da motivazioni religiose o da motivazioni politiche sostenute dalle frange più a sinistra della sinistra. La seconda è motivata dalla paura per l’insicurezza sociale che può essere innescata dall’arrivo di persone che non hanno nessuna risorsa per vivere e che l’istinto di sopravvivenza può indurre a tentare di tutto per riuscirci. Questa paura, che secondo i sostenitori dell’accoglienza sarebbe immotivata, ma qualche fondamento lo ha, viene ingigantita e strumentalizzata politicamente dai settori della destra più retriva. Ma né gli uni, né gli altri fanno un’analisi approfondita delle ragioni per cui masse crescenti di persone fuggono dai luoghi in cui sono nate e si riversano nei paesi dell’Europa occidentale.

Le analisi si fermano all’ovvia constatazione del fatto che ciò avviene perché non riescono più a ricavare da quei luoghi il necessario per vivere e, se non bastasse, sono diventati teatri di guerre tribali sanguinosissime e interminabili. D’accordo, ma perché non riescono più a ricavare da vivere dai luoghi in cui per migliaia di anni sono vissuti i loro antenati e perché quei luoghi sono diventati teatri di guerra? Queste domande non solo non ricevono risposta, ma non vengono neppure formulate. Eppure, se non si capiscono le cause, non si può ovviamente nemmeno tentare di rimuoverle e se ci si limita a cercare di attenuarne le conseguenze, si può addirittura correre il rischio di rafforzarle. Le considerazioni che seguono sono un tentativo di dare una risposta a queste domande, risalendo dapprima velocemente alle cause remote, per poi svolgere altrettanto velocemente qualche riflessione sulle cause immediate.

La prima considerazione da fare è che le migrazioni sono una necessità intrinseca delle economie che hanno finalizzato le attività produttive alla crescita della produzione di merci. Lo sono state sin dall’inizio della rivoluzione industriale in Inghilterra nella seconda metà del settecento, quando in conseguenza di alcune leggi vessatorie contro l’agricoltura di sussistenza, i contadini non riuscirono più a ricavare dalle loro terre ciò di cui avevano bisogno per vivere e furono costretti a emigrare nelle città, dove trovavano da lavorare come operai nei primi opifici in cambio di un misero reddito monetario che li metteva in condizione di comprare sotto forma di merci i beni che non potevano più autoprodurre. Senza le migrazioni forzate degli ex-contadini, l’industria non avrebbe trovato non solo la manodopera di cui aveva bisogno per produrre merci, ma nemmeno un numero sufficiente di persone provviste di reddito monetario in grado di acquistare le merci prodotte.

La crescita della produzione industriale, con cui è stato identificato il benessere, richiede un aumento costante dei produttori e consumatori di merci, che sono due facce della stessa medaglia, perché per avere il denaro necessario a comprare le merci, a meno che non si viva di rendita, occorre lavorare nella produzione di merci, o nei servizi necessari al funzionamento di una società che tende a mercificare tutto, in cambio di un reddito monetario. Pertanto, ha sempre avuto bisogno di costringere, con la forza legale dello Stato integrata da forme di forza illegale, e contestualmente di convincere, con l’uso dei mezzi di comunicazione di massa, numeri crescenti di persone a passare dall’economia di sussistenza all’economia mercantile.

Un’economia finalizzata alla crescita della produzione di merci ha bisogno di distruggere le economie di sussistenza e di avviare flussi migratori dalle campagne alle città, prima in ambito regionale (come è avvenuto in Italia nella prima metà del novecento), poi a livello nazionale (come è avvenuto in Italia nella seconda metà del novecento), poi a livello internazionale, come è avvenuto in Europa a partire dagli anni ottanta del secolo scorso con l’arrivo di migranti dai paesi dell’Est e dall’Africa. Per venire ai flussi migratori che hanno destato tanto allarme in questi giorni, l’11 maggio 2015 il banchiere Carlos Moedas, Commissario europeo alla ricerca, all’innovazione e alla scienza, ha dichiarato all’emittente francese Europe1: «Bisogna avere più immigrati in Europa. L’immigrazione è necessaria alla crescita ed è certo che se potessimo avere più persone, potremmo avere più crescita. Il mio messaggio ai francesi e all’Europa è che dobbiamo aprire le nostre porte».[1] Con una sintonia che potrebbe stupire, il dossier Migranti, attori di sviluppo, presentato il 4 giugno 2015 all’Expo di Milano dalla struttura della Chiesa cattolica che si occupa di questo problema, la Caritas/Migrantes, ha messo in evidenza che i migranti costituiscono una ricchezza per l’Italia, perché producono l’8,8 del prodotto interno lordo, pari a oltre 123 miliardi di euro. E vengono pure pagati meno dei lavoratori italiani: un italiano guadagna in media 1.326 euro al mese, un cittadino comunitario 993, un extracomunitario 942. Per non parlare di chi lavora in nero, a cui viene dato solo il necessario per sopravvivere e tornare a lavorare giorno dopo giorno fino a quando ce n’è bisogno. Cosa si può volere di più?

Nell’ultimo trimestre del 2015, in concomitanza con un’improvvisa accentuazione dei flussi migratori in diversi Paesi europei, si sono moltiplicati sui mass media gli interventi sui vantaggi che i migranti apportano alla crescita economica di questi Paesi, ai loro pensionati e al loro welfare state. A volte con argomentazioni in cui la malafede è troppo scoperta per essere consapevole: «Per salvare le nostre pensioni servono 250 milioni di rifugiati entro il 2060».[2] Ben peggio di un’ennesima conferma che il gran parlare d’accoglienza è un’ipocrisia: ai popoli ricchi serve che aumenti il numero dei rifugiati, di coloro che sono costretti ad andarsene dalle loro terre. Se gli Stati europei hanno questa esigenza, potranno adoperarsi per eliminare, o quanto meno ridurre, le cause che costringono i più poveri dei popoli poveri a intraprendere quei viaggi infernali che spesso si concludono con un naufragio? O faranno in modo di accentuarle? Brutto segno se di arriva a scrivere cose di questo genere, per di più in nome della solidarietà e dell’accoglienza. Per cortesia, lasciamo stare tutta questa retorica basata sui buoni sentimenti, sulla carità cristiana, sulla fratellanza e sulla giustizia sociale. Non che non ci sia chi agisce con questa nobiltà d’animo, ma finisce col fare il cavallo di Troia di chi, invece, utilizza i migranti (che per lo più sono persone nel pieno della loro forza fisica e della loro lucidità mentale) per far crescere il prodotto interno lordo dei paesi ricchi, utilizzando teste e braccia che potrebbero produrre ciò che serve per far uscire dalla miseria i propri paesi d’origine. Per non parlare di chi, come si è visto con l’indagine di Mafia Capitale, utilizza per arricchirsi illegalmente i finanziamenti stanziati per l’accoglienza temporanea dei migranti.

Le migrazioni dai paesi non industrializzati verso i paesi industrializzati sono causate dal fatto che, per sostenere la crescita dei loro sistemi economici, i paesi industrializzati depredano i paesi non industrializzati delle loro risorse, istigano i popoli che li abitano a farsi guerre fratricide, li cacciano dalle loro terre comprandole per un tozzo di pane perché non esistono catasti, corrompono i loro governanti, li portano al potere d’imperio, li sostituiscono e li fanno uccidere se diventano un ostacolo per i loro interessi, usano i contributi economici dei governi occidentali ai popoli in via di sviluppo per costringerli a passare dall’economia non mercantile all’economia monetaria, dall’agricoltura tradizionale di sussistenza, da cui hanno sempre tratto da vivere, alle monocolture per il mercato mondiale, inducendoli a fertilizzare chimicamente i terreni per aumentare le rese fino a renderli sterili. E mentre li impoveriscono scientificamente, anche col pretesto di aiutarli, fanno balenare davanti ai loro occhi la possibilità di accedere alle meraviglie tecnologiche dei paesi industrializzati. Se i migranti se ne vanno dai loro paesi dove non riescono più a vivere e contribuiscono col loro lavoro a far crescere il prodotto interno lordo dei paesi industrializzati, contribuiscono ad accrescere la ricchezza di questi paesi e ad accentuare il loro fabbisogno di risorse. Per procurarsele i paesi industrializzati continueranno a rapinarle ai paesi non industrializzati, continuando a utilizzare tutte le forme di violenza e sopraffazione con cui sottomettono i popoli poveri e accentuano la loro povertà inducendoli a emigrare per vivere. Le migrazioni tendono ad autoalimentarsi. Se non si preoccupano di intervenire sulle cause, le organizzazioni umanitarie in cui si impegna la componente più generosa della nostra società, contribuiscono a prolungare nel tempo l’ingiustizia e l’iniquità nei confronti dei più derelitti.

Premesso che alleviare una sofferenza è un dovere morale e, pertanto, deve essere svolto tempestivamente senza se e senza ma, capirne le cause è un dovere intellettuale. La comprensione delle cause che attivano i flussi migratori dall’Africa ai paesi dell’Europa occidentale è offuscata dal sistema dei valori che accomuna, al di là delle differenze, tutte le correnti di pensiero nei paesi in cui l’economia è stata finalizzata alla crescita della produzione di merci. Per descrivere gli occupanti dei barconi che arrivano sulle coste dell’Italia meridionale, o affondano tragicamente nel canale di Sicilia, i mass media ripetono un luogo comune di cui non immaginano le implicazioni culturali: «disperati che si sottopongono a sofferenze indicibili e mettono a rischio la loro stessa vita alla ricerca di un futuro migliore».

Il futuro migliore sarebbe l’inserimento nelle società in cui vivono i popoli che si autodefiniscono sviluppatiperché hanno un alto valore del prodotto interno lordo pro-capite. Convinti di appartenere alla società più evoluta che sia mai apparsa nella storia, inevitabilmente questi popoli pensano che il massimo desiderio dei popoli che essi definiscono sottosviluppati, sia di condividere i loro stili di vita. Di diventare sviluppati anche loro. Non riescono nemmeno a immaginare che possa esistere un’idea di benessere diversa dalla crescita del prodotto interno lordo pro-capite, magari più vera e più capace di futuro. Non si rendono conto che nei confronti dei migranti dall’Africa in Europa, come nei confronti dei contadini, degli artigiani e delle comunità nei paesi in via di sviluppo, si sta ripetendo la stessa storia iniziata nel diciottesimo secolo in Inghilterra.

L’unica possibilità per attenuare le sofferenze dei migranti dai paesi africani, non è spianare, seppure con le migliori intenzioni, la strada all’esigenza delle economie della crescita di accrescere con le migrazioni il numero dei produttori e consumatori di merci per continuare a crescere, ma impegnarsi affinché i paesi industrializzati abbandonino la finalizzazione dell’economia alla crescita, riscoprendo l’importanza dell’autoproduzione per autoconsumo, dell’agricoltura tradizionale, dell’artigianato, dei rapporti comunitari, dell’economia del dono, della sobrietà, del rispetto della terra, della simbiosi che lega l’umanità alla fotosintesi clorofilliana attraverso il respiro, della bellezza, della contemplazione, della spiritualità.

Questo recupero di valori e di modelli di comportamento del passato è una condizione necessaria per ridurre l’impronta ecologica della specie umana e per consentire una più equa ripartizione delle risorse tra i popoli, ma non sarebbe sufficiente se non venisse accompagnato da un grande slancio progettuale di innovazioni tecnologiche finalizzate all’aumento dell’efficienza nell’uso delle risorse della terra, in modo da renderne compatibile il consumo con la loro capacità di riprodursi e di metabolizzare le emissioni che, inevitabilmente, si producono nei processi che le trasformano in beni atti a soddisfare le esigenze vitali della specie umana. Solo la decrescita della produzione di merci nei paesi industrializzati, attuata mediante l’adozione di stili di vita più responsabili e di tecnologie finalizzate eticamente, può ridurre la loro necessità di risorse, evitare che le sottraggano ai popoli poveri utilizzando forme inenarrabili di violenza di massa nei loro confronti, evitare di costringerli a emigrare rischiando la vita perché non riescono più continuare a vivere, come i loro avi, con le risorse della terra in cui sono nati. Solo una decrescita con quelle caratteristiche può consentire di realizzare condizioni di maggiore giustizia non solo tra i popoli, ma anche con le generazioni future. Nell’enciclica Laudato si’, con cui Papa Francesco già dal titolo ha voluto sottolineare la ragione per cui ha scelto il suo nome di pontefice, la decrescita dei consumi di risorse da parte dei popoli ricchi viene indicata, seppur con alcune cautele che sembrano motivate dalla preoccupazione di attenuarne l’impatto sul paradigma culturale fondante delle società industriali, come la condizione imprescindibile per realizzare una maggiore equità tra i popoli. «[…] è arrivata l’ora – scrive il pontefice – di accettare una certa decrescita in alcune parti del mondo procurando risorse perché si possa crescere in modo sano in altre parti». Anche se questa interpretazione non evidenzia con chiarezza la connotazione della mercificazione insita nella crescita economica, ma indica soltanto la diminuzione dei consumi di risorse da parte dei popoli che hanno più del necessario per consentire di aumentare la disponibilità delle risorse necessarie a soddisfare i bisogni vitali dei popoli poveri, per la prima volta la decrescita riceve un riconoscimento della massima autorevolezza morale e viene indicata come la condizione indispensabile per realizzare in questa fase della storia la pulsione all’eguaglianza insita nell’animo umano, che costituisce l’elemento caratterizzante dell’insegnamento di Cristo.