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Istituto di Studi Interdisciplinari sulla Bioeconomia, ISIB

 

La produzione di merci a livello mondiale ha superato la capacità del pianeta di fornirle le risorse rinnovabili di cui ha bisogno, ha ridotto drasticamente i giacimenti di molte risorse non rinnovabili accrescendone i costi di estrazione e aumentando l’incidenza dei danni ambientali che provoca, ha superato le capacità della biosfera di metabolizzare gli scarti biodegradabili che genera, ha accresciuto le quantità delle sostanze di sintesi chimica, tossiche e non tossiche, non metabolizzabili dalla biosfera.

Il giorno in cui l’umanità consuma tutte le risorse rinnovabili rigenerate annualmente dal pianeta attraverso la fotosintesi clorofilliana, è sceso alla metà d’agosto. E non si può sottacere che la maggior parte della popolazione mondiale ne consuma meno di quanto sarebbe necessario per vivere dignitosamente, o soltanto per sopravvivere. L’eroei (energy returned on energy invested: il rapporto tra l’energia consumata per ricavare energia e l’energia ricavata), nel settore delle fonti fossili è sceso dal valore di 1 / 100 del 1940 al valore di 1 / 6 alla fine del secolo scorso. Le sempre maggiori difficoltà a soddisfare la domanda di energia che ne sono conseguite hanno accresciuto i disastri ambientali e le catastrofi umanitarie: sversamenti di enormi quantità di petrolio negli oceani (le maree nere), uso di una tecnica devastante come il fracking per ricavare idrocarburi dagli scisti bituminosi, gravissimi incidenti nelle centrali nucleari con cui si compensa l’insufficienza della produzione di energia termoelettrica, conflitti sempre più sanguinosi e diffusi per controllare le aree del pianeta in cui insistono i giacimenti più abbondanti di petrolio e metano. L’aumento delle emissioni di anidride carbonica connessi all’uso delle fonti fossili e la riduzione della capacità del pianeta di metabolizzarle con la fotosintesi clorofilliana in conseguenza dell’abbattimento di boschi e foreste, della riduzione del plancton conseguente all’innalzamento della temperatura degli oceani, della mineralizzazione dei suoli agricoli causata dalla concimazione chimica per accrescerne le rese, hanno aumentato in poco più di un secolo le concentrazioni di anidride carbonica in atmosfera da 270  a 410 parti per milione, provocando un innalzamento della temperatura terrestre e un mutamento climatico di cui si cominciano appena a sperimentare gli effetti devastanti. Negli oceani galleggiano masse di poltiglie di plastica grandi come continenti. Le sostanze tossiche e le sostanze di sintesi chimica usate in agricoltura e in alcuni processi industriali danneggiano quantità sempre maggiori di specie viventi, hanno fatto diminuire la fertilità dei suoli, hanno ridotto la biodiversità, hanno aumentato la diffusione di malattie incurabili nella specie umana.

La crescita della produzione di merci è la causa della crisi ecologica che sta minacciando la sopravvivenza stessa dell’umanità. Fino a quando si continuerà a finalizzare l’economia alla crescita della produzione di merci la crisi ecologica è destinata ad aggravarsi.

 

La finalizzazione delle attività produttive alla crescita della produzione di merci è anche la causa di fondo della crisi economica iniziata nel 2008, che le tradizionali misure di politica monetaria e fiscale non sono state in grado di debellare perché non è una crisi congiunturale, cioè un’anomalia temporanea nel funzionamento del sistema economico e produttivo, ma la conseguenza inevitabile del suo modo di funzionare. Se il fine delle attività produttive è la crescita della produzione di merci, le aziende non possono non investire sistematicamente in tecnologie che aumentano la produttività, ovvero che consentono di produrre di più in una unità di tempo, riducendo l’incidenza del lavoro umano sul valore aggiunto. Ciò non comporta automaticamente, come in genere si pensa, una riduzione dell’occupazione. L’occupazione non diminuirebbe se in conseguenza degli aumenti di produttività si decidesse di ridurre l’orario di lavoro. Tuttavia la concorrenza non consente di fare questa scelta, per cui, se si decide di mantenere intatta la durata dell’orario di lavoro, come è successo e succede, diminuisce il numero degli occupati.

Nei trent’anni d’intensa crescita economica successivi alla fine della seconda guerra mondiale, che gli economisti francesi hanno definito gloriosi, la riduzione del numero degli occupati in agricoltura è stata in gran parte assorbita dagli incrementi degli occupati nell’industria e nei servizi, la successiva riduzione degli occupati nell’industria è stata assorbita dagli ulteriori incrementi degli occupati nei servizi, la riduzione degli occupati nei settori industriali maturi e nei servizi è stata assorbita dalla produzione di nuovi oggetti sempre più perfezionati e dalla fornitura di nuovi servizi, dalla produzione delle tecnologie che riducono l’incidenza del lavoro umano sul valore aggiunto, dalla produzione di oggetti progettati per non durare a lungo (obsolescenza programmata), o in modo da non poter essere riparati, al fine di accelerare i processi di sostituzione. Tutto ciò ha ritardato la crisi economica, ma ha aggravato la crisi ecologica perché ha accresciuto i consumi di materia e di energia, aumentando al contempo i rifiuti e le emissioni di sostanze non biodegradabili dalla biosfera. Se in conseguenza degli aumenti di produttività non si riduce l’orario di lavoro ma il numero degli occupati, diminuisce la domanda a fronte di incrementi dell’offerta di merci. Questo problema è stato affrontato, a partire dagli anni sessanta del secolo scorso, incentivando l’indebitamento pubblico e privato per aumentare la domanda. La crescita dei debiti è stata l’altra faccia della medaglia della crescita della produzione di merci. Quando l’aumento della produttività non accompagnata da una riduzione dell’orario di lavoro si è estesa al settore terziario, l’occupazione ha iniziato a diminuire: DATE E DATI

 

A partire dagli anni ottanta il divario tra incrementi dell’offerta e diminuzione della domanda è stato accentuato dalla globalizzazione, ovvero dalla rapida estensione del modo di produzione industriale a paesi che fino ad allora ne erano rimasti relativamente ai margini, in cui vive quasi la metà della popolazione mondiale: la Cina, l’India e il sud est asiatico, la Russia e i paesi dell’Europa dell’est, il Brasile. La globalizzazione era indispensabile per consentire al sistema economico e produttivo industriale di continuare a crescere, perché ha fatto aumentare sia il numero dei produttori e dei consumatori di merci, sia i mercati in cui venderle, da cui attingere le materie prime necessarie a produrle, in cui delocalizzare gli impianti per sfruttare il vantaggio concorrenziale offerto dai costi inferiori della manodopera. Tra «il 1980 […] e il 2006, la quota dei salari sul Pil nei paesi che formavano a inizio periodo la UE a 15 è scesa di circa 10 punti, dal 68 a 58 per cento» (Luciano Gallino, Il denaro, il debito e la doppia crisi, Einaudi, Torino 2015, p. 110). La riduzione delle retribuzioni e dell’occupazione nei paesi sviluppati ha comportato una riduzione della domanda, che ha costituito uno dei fattori scatenanti della crisi iniziata nel 2008 e causa difficoltà sempre maggiori a superarla. Le leggi con cui il padronato e i governi dei paesi dell’Europa nord-occidentale di comune accordo presumono di riuscire a sostenere la concorrenza con i costi del lavoro nei paesi in via di sviluppo riducendo le tutele sindacali degli occupati e aumentando i contratti di lavoro precari – il jobs act in Italia e la loi travail in Francia – contrariamente alle aspettative con cui vengono adottate, non fanno crescere l’occupazione e contribuiscono ad aggravare la crisi. A complicare il quadro è intervenuto, a partire dal 2015, un rallentamento significativo delle economie dei paesi emergenti che con la loro crescita sostenuta compensavano la debolezza della domanda interna dei paesi di più antica industrializzazione e trainavano l’economia mondiale. L’economia dei paesi industrializzati è entrata in un vicolo cieco, perché se non cresce entra in crisi, senza la globalizzazione non può più crescere, la crescita viene strozzata dalla globalizzazione.
Se la crescita della produzione di merci è la causa sia della crisi ecologica, sia della crisi economica che stanno minacciando il futuro dell’umanità, l’attenuazione di entrambe presuppone l’abbandono della finalizzazione dell’economia alla crescita.

 

La crisi economica non può essere superata con le politiche economiche tradizionalmente utilizzate per rilanciare la crescita, perché nessun problema si può risolvere rafforzando le cause che l’hanno provocato. Se si valuta che per far ripartire la crescita occorre prioritariamente ridurre il debito pubblico, si tagliano le spese dei servizi sociali (sanità, scuola, assistenza, innalzamento dell’età pensionabile), scaricando i costi del risanamento economico sulle classi subalterne. In questo modo però si accentua la crisi, perché le politiche di austerity deprimono la domanda interna. Se invece si ritiene che per far ripartire la crescita sia necessario sostenere la domanda incentivando l’aumento della spesa pubblica in deficit, o aumentando i redditi più bassi per far crescere il potere d’acquisto delle famiglie, non si prende in considerazione il fatto che l’aumento dei debiti monetari è soltanto l’epifenomeno di un aumento del consumo di risorse e delle emissioni di sostanze di scarto nella biosfera. Ciò comporta un aggravamento della crisi ambientale di cui pagheranno i costi le generazioni future. Per ridurre queste conseguenze negative, i sostenitori delle politiche neo-keynesiane propongono per lo più di incentivare gli investimenti nella green economy: energie rinnovabili, tecnologie che aumentano l’efficienza dei processi di trasformazione delle risorse naturali in beni, tecnologie che riducono l’inquinamento, recupero e riuso dei materiali contenuti negli oggetti dismessi (economia circolare). Tuttavia, se queste scelte vengono fatte allo scopo di rilanciare la crescita economica nell’ottica del cosiddetto sviluppo sostenibile, i vantaggi ambientali che si ottengono per unità di prodotto sono vanificati, come in una gigantesca fatica di Sisifo, dall’aumento della quantità dei prodotti in valori assoluti. Possono pertanto riuscire soltanto a ritardare il momento in cui il consumo delle risorse e l’inquinamento distruggeranno definitivamente gli equilibri ambientali che hanno consentito lo sviluppo della specie umana. Le tecnologie che riducono il consumo di risorse e l’inquinamento per unità di prodotto possono attenuare la crisi ecologica solo se sono finalizzate a ridurre il consumo delle risorse e le emissioni dei processi produttivi e dei prodotti, riconducendole a valori compatibili con il flusso energetico inviato quotidianamente dal sole sulla terra e utilizzato dalla vegetazione per effettuare la fotosintesi clorofilliana. Solo se l’economia diventa bio-economia, secondo le indicazioni di Nicholas Georgescu Roegen, e non nell’interpretazione puramente nominalistica e caricaturale che ne ha dato l’Unione europea.

 

I tentativi di superare la crisi economica e di attenuare i più gravi fattori della crisi ambientale sono falliti perché sono stati indirizzati a rimuovere con interventi settoriali le loro cause immediate, senza modificare la finalizzazione dell’economia alla crescita, che le rafforza. Questi fallimenti impongono di rimettere in discussione il paradigma culturale su cui si fonda il modo di produzione industriale. In particolare:

– la concezione della scienza e della tecnologia come strumenti di dominio della specie umana sulla natura, a partire dalla formulazione che ne è stata data filosofo inglese Francis Bacon nella prima metà del XVII secolo;

– la concezione dell’antropocentrismo come superiorità ontologica che autorizza la specie umana a utilizzare ai suoi fini tutte le altre specie viventi, formulata qualche decennio dopo dal filosofo francese René Descartes;

– la concezione della storia come progresso, cioè come costante avanzamento dell’umanità verso il meglio, fondata sull’identificazione del progresso con i progressi scientifici e tecnologici, a partire dalla formulazione che ne è stata data dall’Illuminismo;

– l’individuazione della competizione tra gli individui come fattore determinante dell’evoluzione delle specie;

– l’identificazione della crescita della produzione di merci col benessere, in base a un’interpretazione del prodotto interno lordo non corrispondente alle finalità con cui questo parametro era stato messo a punto dall’economista Simon Kuznets negli anni trenta del secolo sorso;

– la conseguente identificazione del concetto di bene col concetto di merce, del lavoro con l’occupazione e della ricchezza col denaro;

– la riduzione degli esseri umani al ruolo di produttori/consumatori di merci e la mercificazione delle relazioni umane;

– la cancellazione della spiritualità come elemento costitutivo della natura umana;

– l’abolizione del concetto di limite.

 

Tutti questi aspetti sono strettamente intrecciati tra loro. È il loro insieme, sono le relazioni che li connettono e su cui si fondano reciprocamente a definire il paradigma culturale del modo di produzione industriale. Non è possibile sottoporli a critica singolarmente omettendo di prendere in considerazione il sostegno che ricevono dagli altri e non è possibile ipotizzare alternative settoriali senza prendere in considerazione le conseguenze che ne deriverebbero sull’insieme. Solo un metodo di ricerca interdisciplinare consente di percepire sia le connessioni che li legano, sia il ruolo di ognuno di essi nella definizione di un sistema di valori fondato sul dominio e sulla sopraffazione, della specie umana sulle altre specie viventi e di una limitata percentuale di esseri umani sulla totalità della loro specie. Questo sistema di valori e i modelli di comportamento che ne derivano hanno avviato un processo sempre più accelerato di autoannientamento dell’umanità. Nonostante ciò, acquisiscono un consenso sempre più vasto nel mondo. È per contrastare queste tendenze che si propone la costituzione di un «Istituto di Studi Interdisciplinari sulla Bioeconomia», ISIB, con l’obbiettivo di mettere a confronto studiosi e docenti di varie discipline, artisti, filosofi, letterati e musicisti, professionisti, imprenditori e sindacalisti, su progetti di ricerca finalizzati a:

– individuare i riferimenti culturali su cui si fondano le scelte economiche, tecnologiche, politiche e comportamentali che costituiscono le cause dell’attuale crisi di civiltà, in cui confluiscono gli effetti della crisi economica, della crisi ecologica e delle connessioni che le rafforzano vicendevolmente;

– analizzare le conseguenze di queste scelte sul  progressivo aggravamento della crisi economica, della crisi ecologica e della crisi sociale;

– formulare proposte tecnologiche, economiche, politiche e sociali in grado di attenuare i fattori di crisi, contribuendo al contempo a delineare gli elementi di un paradigma culturale e di un sistema di valori alternativo;

– svolgere attività di formazione culturale a vari livelli e di divulgazione dei risultati delle ricerche effettuate.

 

Tutte le ricerche dell’ ISIB saranno indirizzate alla riduzione dell’impronta ecologica, in prospettiva al valore 1, con un’alta qualità della vita in tutti i suoi aspetti: materiali, spirituali, intellettuali, relazionali e creativi. Questo obbiettivo, pur non essendo realisticamente raggiungibile in tempi brevi, è l’orizzonte a cui tendono le sue ricerche, la stella polare che orienta le sue attività. La direzione che indica è l’unica che consente di fermare la corsa dell’umanità verso l’auto estinzione. Nell’attuale fase storica il Progresso non può che consistere nei progressi, in senso etimologico, su questa strada. Le ricerche dell’ISIB saranno finalizzate a fornire indicazioni per effettuare i cambiamenti culturali necessari a compierli; per liberare il sistema economico e produttivo dalla distopia della crescita della produzione di merci e ricondurlo alla finalità di produrre beni atti a soddisfare i bisogni degli esseri umani; per suggerire agli operatori economici i settori produttivi e le innovazioni tecnologiche in cui investire, perché, oltre a essere convenienti economicamente, consentono di migliorare la vita di percentuali sempre più ampie della popolazione umana senza eccedere le capacità della biosfera di fornire le risorse da trasformare in beni e di assorbire gli scarti dei cicli produttivi; per aiutare i decisori politici ad approvare misure legislative che favoriscano una maggiore equità tra le classi sociali, tra i popoli, tra le generazioni attuali e le generazioni a venire, tra la specie umana e le altre specie viventi.

 

L’obbiettivo dell’impronta ecologica 1 può essere perseguito con ragionevoli possibilità di successo solo in ambiti territoriali limitati, abitati da nuclei ristretti di persone molto motivate. Cosa di per sé positiva ben oltre i risultati concreti che consente di ottenere in termini di riduzione della crisi economica e della crisi ambientale, perché dimostrerebbe la praticabilità e i vantaggi insiti in un’organizzazione sociale che decida di utilizzare le tecnologie più avanzate per ridurre la propria impronta ecologica, di ridurre la dipendenza dal mercato globale e valorizzare l’autoproduzione di beni, di improntare le scelte esistenziali alla moderazione e i rapporti interpersonali sulla collaborazione e sulla solidarietà. L’ISIB sosterrà esperienze di questo genere perché possono costituire le anticipazioni sperimentali del cambiamento di paradigma culturale a cui si propone di  apportare i suoi contributi.

 

L’impronta ecologica che l’ISIB si pone come orizzonte delle proprie ricerche è quella italiana. Un obbiettivo che nella fase di avvio delle sue attività eccede di gran lunga le sue capacità e, tuttavia, costituisce un ambito limitato rispetto alla dimensione globale del problema. In realtà l’orizzonte è più ampio di quanto può apparire, perché negli altri paesi di più antica industrializzazione i problemi sono identici, anche se differisce la loro gravità, mentre i paesi di più recente industrializzazione stanno ripercorrendo le tappe dello stesso percorso, per cui le ricerche dell’istituto possono avere una valenza più ampia dell’ambito a cui si riferiscono. In ogni caso la sua attività sarà caratterizzata dalla ricerca di collegamenti e sinergie con istituti e gruppi di ricerca analoghi operanti in altri paesi.

 

Nei progetti di ricerca interdisciplinari dell’ISIB l’elemento che unificherà i contributi specifici delle diverse competenze professionali sarà l’apporto che ciascuna di esse è in grado di dare all’obbiettivo della riduzione dell’impronta ecologica. Questi contributi sono indicati schematicamente e in linea di massima nei seguenti paragrafi.

 

Le ricerche in ambito scientifico e tecnologico avranno come modello di riferimento i processi biologici e biomeccanici della natura e saranno indirizzate a:

– ridurre i flussi di materia ed energia in input nei processi industriali, ridurre gli scarti e i rifiuti (cradle to cradle), ridurre gli impatti ambientali locali e globali, soddisfare le esigenze locali nel rispetto delle tradizioni e del territorio, rivalutare la soddisfazione nell’uso della propria creatività e delle proprie abilità;

– ridurre le concentrazioni di anidride carbonica in atmosfera mediante una strategia in quattro punti: riduzione dei consumi energetici aumentando l’efficienza dei processi di trasformazione e degli usi finali dell’energia, soddisfazione del fabbisogno energetico residuo con fonti rinnovabili, sviluppo delle fonti rinnovabili in piccoli impianti per autoconsumo (sia per evitare l’impatto ambientale dei grandi impianti alimentati da fonti rinnovabili, sia per democratizzare la produzione energetica, riducendo il potere incontrollabile politicamente delle multinazionali dell’energia), trasformazione della rete di distribuzione in una rete di reti sul modello di internet, per consentire gli scambi delle eccedenze tra piccoli impianti;

– sostituire le sostanze di sintesi chimica non biodegradabili con sostanze  biodegradabili;

– promuovere la progettazione di oggetti finalizzati a durare nel tempo, riparabili, disegnati in modo che al termine della loro vita i materiali di cui sono composti si possano suddividere per tipologie omogenee, recuperare e riutilizzare;

– promuovere la progettazione di cicli di produzione finalizzati a ridurre i consumi di acqua, energia e materia per unità di prodotto;

– ridurre le quantità degli oggetti dismessi che vengono smaltiti nelle discariche e negli inceneritori;

  • recuperare in modi ecologicamente corretti i materiali riutilizzabili nelle discariche di rifiuti solidi urbani e industriali accumulati nei decenni passati.La finalizzazione dell’agricoltura e dell’allevamento alla crescita della produzione di merci ha causato conseguenze particolarmente negative sulla biosfera: ha dato il contributo più alto alla deforestazione e agli aumenti delle concentrazioni di sostanze climalteranti in atmosfera, ha ridotto la fertilità dei suoli, ha utilizzato quantità crescenti di veleni di sintesi chimica che si concentrano nelle catene alimentari e si diffondono nel ciclo delle acque, ha fatto crescere la percentuale di popolazione mondiale che patisce la fame, ha distrutto l’agricoltura contadina tradizionale. Nell’ambito concettuale della bio-economia e in termini di riduzione dell’impronta ecologica è indispensabile che le attività agricole siano finalizzate a riportare gradualmente al 31 dicembre, dal 15 agosto registrato nel 2015, il giorno in cui l’umanità consuma le risorse rinnovabili che la fotosintesi clorofilliana rigenera nel corso di un anno. Poiché questo obbiettivo non è perseguibile in tempi brevi a livello globale e nemmeno a livello nazionale, l’ambito di riferimento dell’ISIB saranno le esperienze che possono essere realizzate a livello locale. A tal fine la sua attività sarà indirizzata a:- ridurre gli allevamenti e la superficie dei terreni agricoli utilizzati per coltivare cibo per gli animali d’allevamento: questa scelta è fondamentale, non solo per contrastare la fame e la denutrizione della percentuale più povera della popolazione umana, ma anche per ridurre il consumo di risorse rinnovabili con l’obbiettivo di riportare progressivamente il giorno in cui l’umanità arriva a consumare le risorse rinnovabili che l’ecosistema terrestre rigenera nel corso dell’anno alla sua scadenza fisiologica del 31 dicembre;
  • – valorizzare culturalmente, promuovere politicamente e sostenere mediante corsi di formazione lo sviluppo di piccole proprietà agricole e dell’agricoltura contadina di sussistenza con vendita delle eccedenze, la diffusione di forme di commercializzazione diretta dei prodotti agricoli tra produttori e acquirenti, la riduzione dell’uso di prodotti chimici, la massima biodiversità e le filiere corte in funzione della massima autosufficienza alimentare degli ambiti territoriali in cui si pratica questo tipo di agricoltura;
  • aumentare le superfici ricoperte da boschi e foreste.Le ricerche e le proposte nell’ambito dell’agricoltura saranno strettamente correlate con quelle sul consumo di suolo e l’urbanizzazione. In questo settore la riduzione dell’impronta ecologica si può ottenere non solo mediante cambiamenti profondi delle politiche amministrative, ma anche del sistema dei valori e degli stili di vita. Le linee generali dell’impegno dell’ISIB in questa direzione saranno:- favorire l’uso agricolo di terreni non edificati nelle aree urbane e la rinaturalizzazione dei terreni in cui vengono abbattuti edifici fatiscenti non più in uso;- indirizzare le politiche urbanistiche in direzione della rigenerazione urbana mediante la ristrutturazione energetica ed estetica degli edifici, in particolare quelli costruiti dalla seconda metà del secolo scorso; realizzare interventi di forestazione urbana per ridurre l’impermeabilizzazione dei suoli, favorire l’ombreggiamento degli edifici in estate, ridurre la radiazione infrarossa assorbita dall’asfalto e dal cemento; ridefinire i quartieri sul modello dei paesi, con la presenza della maggior parte dei servizi a distanze raggiungibili a piedi.Per poter diventare operative, le proposte di carattere tecnico che consentono di ridurre l’impronta ecologica devono essere percepite come progressi ed essere desiderate come fattori che migliorano la qualità della vita. A tal fine l’ISIB si impegna a individuare e sviluppare gli elementi fondanti di un sistema di valori alternativo a quello che indica nella crescita della produzione e del consumo di merci il senso della vita individuale e sociale. Gli ambiti in cui svilupperà le sue ricerche sono:- la critica all’applicazione del concetto di sviluppo alle società e del concetto di sviluppo sostenibile che ne è stato dedotto;- la riduzione del tempo di lavoro nella vita degli esseri umani, ridimensionandone concettualmente l’importanza nella definizione del loro ruolo sociale e rivalutando il tempo delle attività non produttive, non più connotate come tempo libero dal lavoro, ma come tempo della creatività, delle relazioni, della contemplazione, della conoscenza disinteressata, nell’ottica della priorità data dalla cultura greco-latina all’otium/scholé sul nec-otium, liberata dalla connotazione di stato privilegiato per pochi ed estesa a condizione esistenziale per tutti, nell’ottica della regola benedettina dell’ora et labora.La finalizzazione dell’economia alla crescita della produzione di merci si basa sulla convinzione che tutte le specie viventi, vegetali e animali, non abbiano un valore in sé, ma solo in funzione dell’utilità che la specie umana può ricavare dal loro sfruttamento, che la specie umana abbia il diritto di utilizzarle nei modi più funzionali alle sue esigenze, che la natura e la terra siano un serbatoio di risorse a sua disposizione. In realtà, poiché tutte le forme di vita sono connesse tra loro e con gli ambienti in cui vivono, gli interventi con cui la specie umana accresce il suo dominio sulla natura e lo sfruttamento di altre specie viventi, danneggiano non solo quelle che li subiscono direttamente, ma si estendono a tutte le altre, esseri umani compresi. Le conseguenze sempre più devastanti di queste dinamiche impongono di affrontare il tema dell’estensione del diritto e delle tutele giuridiche a tutte le forme di vita. Per ragioni etiche innanzitutto, perché lo sfruttamento degli animali d’allevamento ha raggiunto forme di crudeltà intollerabili e lo sfruttamento della terra sta estendendo la desertificazione, ma anche per le sofferenze sempre più gravi che la violenza esercitata sulla natura e sulle specie viventi non umane scarica sulla specie umana.Per approfondire queste tematiche l’ISIB istituirà gruppi di lavoro che, a partire da una critica filosofica dell’antropocentrismo come diritto della specie umana di esercitare un dominio assoluto su tutte le altre specie viventi, si proporranno di:- elaborare proposte finalizzate a ripristinare ed estendere i beni comuni e gli usi civici.Nel corso del novecento la letteratura, l’arte, la musica e l’architettura hanno svolto un ruolo determinante nel processo di omologazione culturale sui valori della modernità e nella diffusione di modelli di comportamento di massa funzionali al sistema economico e produttivo industriale. Un contributo non inferiore è stato apportato dal cinema che, a partire dagli anni venti del secolo scorso ha introdotto nell’immaginario collettivo dei paesi occidentali come massima aspirazione esistenziale il desiderio di imitare gli stili di vita consumistici raggiunti dalle famiglie benestanti degli Stati Uniti. La crescita della produzione e dei consumi nei trent’anni successivi alla fine della seconda guerra mondiale ha rafforzato in questi paesi la convinzione che i progressi della scienza e della tecnologia stavano cambiando in meglio il modo di vivere proprio perché stavano costruendo un mondo completamente diverso rispetto al passato. E che il progresso sarebbe stato tanto maggiore quanto più fosse continuata quest’opera. Oggi che quell’euforia è svanita e si vedono le macerie che ha lasciato dietro di sé, e si prevedono scientificamente quelle che lascerà, occorre capire quanto sia stata alimentata da una letteratura, da una musica, da un’arte che della modernità e dell’innovazione hanno fatto il loro vessillo. A tal fine è necessario:- analizzare il ruolo dell’industria culturale nella trasformazione della letteratura, delle arti figurative e della musica in categorie merceologiche e nella loro derubricazione a intrattenimento; nella fase attuale il controllo del mercato di queste attività avviene in forma pressoché monopolistica: le concentrazioni editoriali hanno assunto un andamento analogo alle concentrazioni industriali negli altri settori produttivi, le librerie sono state trasformate in supermercati e i musei d’arte contemporanea in magazzini di catene commerciali multinazionali;- valorizzare e creare collegamenti tra i soggetti imprenditoriali indipendenti che operano nei vari ambiti culturali: case editrici, librerie, gallerie d’arte, locali cinematografici, teatri, siti on line ecc.;
  • – analizzare le possibilità offerte dalle moderne tecnologie informatiche per realizzare modalità autonome di produzione e distribuzione delle opere letterarie, artistiche, musicali, cinematografiche.
  • – studiare e far conoscere gli eretici nei confronti della concezione progressista della storia, del progresso come cesura col passato, della modernizzazione operata dalla società industriale;
  • – studiare l’influenza esercitata dai movimenti d’avanguardia nella diffusione a livello di massa di una mentalità acriticamente propensa a valutare l’innovazione come un valore in sé, a considerare la modernizzazione, l’urbanizzazione e l’industrializzazione come progressi, a identificare il progresso con lo sviluppo e con un avanzamento verso il meglio che si realizza mediante una serie di cesure successive nei confronti del passato;
  • – studiare le costituzioni dei paesi dell’America Latina in cui sono stati introdotti i diritti della natura e delle specie viventi non umane;
  • L’appropriazione delle risorse naturali e la loro mercificazione si sono progressivamente estese, a partire dalle recinzioni delle terre comuni, alle privatizzazioni dei beni demaniali, a volte mascherate da concessioni a prezzi irrisori e per periodi sempre più lunghi, alla privatizzazione di una risorsa indispensabile per la vita, come l’acqua, che occorre ricondurre alla condizione giuridica di bene comune.
  • – la ridefinizione del significato del lavoro nella sua complessità, superando la sua riduzione alla dimensione dell’occupazione, cioè della partecipazione alla produzione di merci in cambio di un reddito monetario, per ridare diritto di cittadinanza al lavoro finalizzato ad autoprodurre beni, all’economia del dono e al lavoro creativo;
  • – l’elaborazione di un parametro di benessere realmente alternativo e non integrativo del prodotto interno lordo, a differenza degli altri indicatori elaborati sino ad ora nel tentativo di salvaguardarne una validità parziale nonostante le evidenti incongruenze che presenta;
  • – incentivare l’alimentazione delle popolazioni urbane con prodotti agricoli coltivati nelle fasce agricole periurbane, per ristabilire un rapporto reciprocamente vantaggioso tra città e campagna, anche attraverso l’uso degli strumenti informatici per stabilire forme di commercializzazione diretta tra produttori e acquirenti;
  • – ridurre le superfici di territorio ricoperte di sostanze inorganiche da uno sviluppo edilizio che non ha più la funzione di rispondere a una domanda di abitazioni, luoghi di lavoro e luoghi di aggregazione sociale, ma di speculare su aree edificabili indipendentemente dall’utilità delle costruzioni che si realizzano;
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Decrescita felice e sobrietà liberante

Charlie Chaplin in \

Il suo libro sostiene che “destra” e “sinistra” sono categorie politiche superate. Che cosa significa questo per la nostra società?

«Destra e sinistra sono le concretizzazioni storiche di due pulsioni insite nell’animo umano: quella all’ineguaglianza e alla competizione, e quella all’uguaglianza e alla collaborazione. Pur condividendo l’idea che lo scopo dell’economia sia la crescita della produzione di merci, si sono scontrate sui criteri per far crescere l’economia e per suddividere i redditi monetari tra le classi sociali: il mercato per la destra, l’intervento dello Stato per la sinistra. Oggi l’economia finalizzata alla crescita è arrivata al capolinea: richiede più risorse di quante gliene possa fornire il pianeta, emette più scarti di quanti ne possa metabolizzare, impoverisce sempre di più i poveri, fomenta guerre, distrugge i legami sociali e ha causato una gravissima crisi morale perché ha fatto diventare il denaro lo scopo della vita. Le opzioni politiche della destra e della sinistra non sono in grado di farci uscire da questa crisi: occorre, come ha scritto papa Francesco, una rivoluzione culturale, un nuovo inizio».

 

Un altro concetto centrale del suo libro è la “decrescita felice”: cosa intende esattamente con questa espressione?

«Per definire la decrescita, occorre precisare che la crescita economica non è l’aumento dei beni prodotti e dei servizi forniti da un sistema economico, perché il parametro con cui si misura, il Pil, è un valore monetario che si ottiene sommando i prezzi dei prodotti e dei servizi finali scambiati con denaro, cioè delle merci. Ma non tutte le merci sono beni: gli sprechi di energia, il cibo che si butta, l’abuso di medicine fanno crescere il Pil, ma non soddisfano nessuna esigenza. E non tutti i beni di cui abbiamo bisogno si possono soltanto comprare. Alcuni si possono autoprodurre o scambiare reciprocamente sotto forma di dono. Il munus, che costituisce il legame sociale, il cum, delle comunità.

 

«Questi beni non fanno crescere il Pil. La decrescita non va confusa con la recessione, cioè con la diminuzione generalizzata e incontrollata della produzione di tutte le merci, ma si realizza sia con la riduzione selettiva e guidata della produzione di merci che non sono beni, sia con l’aumento dei beni che non passano attraverso la mercificazione. La decrescita non si limita a proporre di mettere il segno meno davanti al Pil, ma introduce elementi di valutazione qualitativa nel fare umano. Richiede innovazioni tecnologiche motivate eticamente, finalizzate a ridurre l’impronta ecologica dell’umanità, insieme a cambiamenti degli stili di vita. È un diverso sistema di valori che consente di distribuire più equamente le risorse della terra tra i popoli e di avere un atteggiamento più rispettoso nei confronti di tutti i viventi. La decrescita non è un modello di società codificata, ma un processo che ognuno può contribuire a costruire con le sue scelte di vita. Non è una meta da raggiungere, ma è una strada da percorrere, ognuno secondo le sue possibilità e le sue inclinazioni, anche in modi differenti nelle varie fasi della vita».

 

Che rapporto c’è tra la “decrescita felice” e la “sobrietà liberante” di cui parla papa Francesco nella “Laudato si’”?

«Il consumismo crea una dipendenza patologica dalle cose e offre solo soddisfazioni temporanee a una sofferenza interiore che alimenta in continuazione e può essere curata solo dalla sobrietà. Ma se ci si libera dal bisogno indotto di acquistare tutte le novità che vengono immesse sul mercato si fa diminuire la domanda e si inceppa il meccanismo economico della crescita: si favorisce una decrescita selettiva. La connessione tra la sobrietà e la decrescita non sfugge al papa, che individua nella crescita economica la causa della crisi ecologica e delle ingiustizie tra i popoli, auspicando una decrescita dei popoli ricchi al fine di favorire una crescita diversa dei popoli poveri. Diversa, non basata sul consumismo e il super sfruttamento delle risorse. La sobrietà, e la decrescita che ne consegue, sono due tasselli fondamentali e interconnessi della rivoluzione culturale auspicata da papa Francesco».

A cura di Luca Fiorani

Fonte: cittanuova.it

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DALL’ATTUALITÀ ALLA PROSPETTIVA DEL FUTURO:

Pubblico di seguito l’intervento che l’amoco Paolo Farinella ha tenuto lo scorso 3 marzo a Genova durante la presentazione del mio ultimo libro.

Ringrazio Paolo per l’attenzione che rivolge a me e ai miei scritti e prima ancora per l’impegno che mette nel cambiamento quotidiano verso una società migliore per tutti. Dove nel tutti è contemplato anche il Creato.

Maurizio Pallante

 

 

Presentare Maurizio Pallante è diventato difficile perché c’è il rischio di cadere nell’agiografico o nella derisione dei circoli liberal-conservative che considerano la crescita come il vangelo del loro futuro perché non corrono mai il rischio d’interrogarsi sul presente. Parlare, quindi di «decrescita» nell’accezione filosofico morale in cui ne parla Pallante – perché non è semplicemente un «crescere meno, ma un crescere giusto e meglio –, è antimoderno, spesso bucolico e forse anche infantile. Roba da non addetti ai lavori. Voglio correre questo rischio perché conosco Maurizio Pallante di cui orgogliosamente mi considero amico.

Ascoltandolo privo di superiorità saccente, ma con il cuore dell’apprendimento, ho maturato la mia anima e il mio pensiero e gli sono grato per avermi spalancato le porte e l’interesse a un mondo che è rimasto – a mio modesto avviso – l’unico possibile. Devo essere grato a Manuela Cappello e al marito Giacomo Grappiolo che per primi me lo hanno presentato, invitandolo a Genova. Se nei tempi iniziali della globalizzazione, si gridava lo slogan «Un altro mondo è possibile» per opporsi a un selvaggio assalto alla diligenza dei diritti, della terra, dell’energia, dell’acqua e delle risorse, oggi, anche con l’aiuto di Maurizio Pallante, siamo obbligati a prendere coscienza che «l’unico mondo possibile» è quello proposto da lui.

Oggi egli ha il conforto di avere avuto anche l’imprimatur ufficiale di Papa Francesco che nell’enciclica «Laudato si’» fa sue, in modo ufficiale, le prospettive della decrescita, capovolgendo il punto di vista: non più partendo dalla crescita «cieca e sorda», ma dai bisogni reali delle persone e dalla finitezza della terra che quindi, come tutte le cose finite, non può crescere all’infinito, ma deve essere accudita, custodita e protetta. In sostanza sia il Papa sia Maurizio mettono in guardia dal rischio, ormai in fase avanzata di pericolo, di fare saltare il tappo, dando origine a una deflagrazione – un Big Ben – alla rovescia che ha già messo in cantiere la distruzione totale non solo del Pil, ma della terra stessa.

Paradossalmente, il libro che presentiamo, «Destra e sinistra, addio», non ha come obiettivo la decrescita o i meccanismi per raddrizzare il mondo distorto dai comportamenti umani, ma è un libro che oserei definire il più spirituale di quelli che Maurizio ha scritto. Puntuale nei dati, cifre, numeri, fonti e storia, è un libro diverso. Penso che i suoi libri precedenti, compreso «Monasteri per il terzo Millennio», fossero funzionali a questo che – vedi il titolo! – sembra occuparsi di politica quotidiana, «Destra e sinistra Addio», ma occorre stare attenti a non cadere nel tranello. Sono convinto che l’editore l’abbia fatto apposta: chi si sente ancora di sinistra e chi persiste ancora a considerarsi di destra sono toccati da questa perentoria affermazione di «addio», dichiaratamente esequiale. Come «addio»?

Nel sec. XI, parlando de suo tempo, Bernardo di Chiaravalle, riferendosi alla Roma antica e quindi alla civiltà del suo tempo, disse in un celebre verso, reso famoso, modificato, da Umberto Eco: «Stat Roma pristina nomine, nomina nuda tenemus – Roma antica esiste solo per il nome (è un ricordo): noi conserviamo, infatti, soltanto i nudi nomi» (Bernardo di Chiaravalle, De contemptu mundi, lib. 1, v. 952). Se vogliamo uscire dal nominalismo senza sussistenza, occorre fare ricorso al «pensiero» e questo libro è un opera di pensiero e di memoria.

Di pensiero perché è alta filosofia non perché s’interroga «si Deus sit», ma perché ci riporta al centro della questione esistenziale, attraverso un linguaggio avvolgente, un discorrere piano e accattivante: siamo sicuri di essere vivente e non già avviati a morte certa? Cosa vuol dire esistere, vivere e progettare? Il libro, pur a questo livello, si legge bene, senza fatica, ma con riposo interiore, misto a sofferenza per non essere stato, in quanto lettore, consapevole per tempo del potere di modificare le condizioni. Pensare è l’arte difficile per oggi e lo sarà ancora di più domani e per questo urge porsi la domanda filosofica e spirituale insieme del «Dove ci troviamo in questo momento?», o se volete «Qual è il senso della nostra esistenza adesso e quale prospettiva di vita ciascuno di noi ha della propria e della storia collettiva?».

Non siamo giunti a questo punto dell’economia sociale perché siamo caduti dal pero, ma perché siamo arrivati ai nodi che sono conseguenza di scelte storiche. Il libro fa anche questo: ci restituisce la memoria perché ci riporta a vivere le premesse storiche, politiche, economiche e sociali che hanno generato le conseguenze che ci stanno condannando in modo irreversibile. Memoria non come ricordo di un passato da rimpiangere, ma come assunzione di un compito che si estende nel tempo, ieri, oggi, domani, passando di generazione in generazione. In questa prospettiva diventa «memoriale», cioè sentirsi fisicamente parte viva e protagonista, responsabile nel bene e colpevole nel male di tutto ciò che accade qui o all’emisfero sud o al polo nord o all’equatore, luoghi cioè che non abbiamo mai visto prima.

Già alle pp. 10-17, cioè nel «Prologo» poche pennellate sono sufficienti per capire il senso storico della caduta del muro di Berlino, di cui sentiamo la polvere addosso ancora oggi; segue il cambio del nome del PCI; alla nota 1 di p. 13 troviamo la notizia di due e-mail segrete spedite da Tony Blair a Bush, in cui un anno prima della decisione, il liberale di S. M. Britannica si dichiarava pronto ad entrare in guerra a fianco degli Usa. Oggi lo stesso Blair sostiene di avere sbagliato e che la guerra contro l’Iraq era illegittima perché basata su false prove costruite a tavolino.

La parte caratteristica del libro sono i riquadri, vere perle a se stanti, che allargano l’orizzonte: nel primo alle pp. 18-20 si parla dello scenario della Germania vista con gli occhi della Volkswagen e di quello della Cina: tutti e due questi giganti dell’economia di crescita sono condannati a diminuire i posti di lavori umani, sapendo che questa scelta inciderà sulla domanda, per cui devono a tutti i costi crescere, ma potranno farlo solo con i robot. Se però diminuiscono i posti di lavori, ci sarà meno ricchezza e quindi caleranno i compratori con la conseguenza che i robot aumenteranno la produzione, ma Germania e Cina non sapranno a chi vendere quello che producono.

Nel riquadro delle pp. 158-160 si descrive il passaggio «dalla Democrazia Cristiana a Forza Italia», attraverso meccanismi e processi che ci fanno capire noi stessi e le ragioni delle nostre scelte anche partitiche, anche di voto, e, io aggiungo, anche stupide e superficiali. Alle pp. 80-81 facciamo la scoperta di cosa sia accaduto in Sardegna nel secolo scorso: cosa è stato distrutto e per quali ragioni. L’ultimo riquadro, il più lungo, alle pp. 208-221 ci offre un sintetico ed efficace riassunto con chiave di lettura dell’enciclica «Laudato si’» di Papa Francesco.

Il sottotitolo del libro è la chiave di esso: «Per una nuova declinazione dell’uguaglianza». La declinazione è la struttura grammaticale delle lingue più importante dopo il verbo, perché riguarda il soggetto e la sua funzione all’interno della frase, del periodo, del discorso, di un testo. In greco, in latino, in tedesco, in polacco, in russo soccorrono i casi, nelle lingue neolatine, invece, la declinazione è segnata dall’uso diversificato dell’articolo.

In un tempo in cui la disuguaglianza è diventata la norma dell’economia di crescita e la conseguenza del mercato e delle politiche capitaliste e neocapitaliste, parlare di declinazione dell’uguaglianza significa centrare la prospettiva sui bisogni reali delle persone che vivono all’interno di un tessuto relazionale comunitario come misura e controllo delle disponibilità delle risorse della terra.

Persona e creato portano nel loro DNA l’uguaglianza perché l’uno e l’altro possono esistere solo in funzione reciproca nel rispetto e non nella sopraffazione, nella mutua reciprocità e non nella supremazia di uno sull’altra. Uguaglianza non è un mito ideologico di stampo comunista, ma il metodo economico che si basa su un substrato spirituale perché ciascuno prende coscienza di essere parte di un tutto vivo e mai padrone senza confini d’ingordigia e voracità. Uguaglianza intesa come dimensione della giustizia che è fondamento della democrazia basata sui diritti e sui doveri (Cost. it., artt. 2 e 3), cioè sul senso di responsabilità politica che il singolo vive e assume nei confronti della propria comunità umana dove vive e realizza il proprio progetto di vita e il proprio sogno di futuro.

L’uguaglianza è sinonimo di proporzione tra individuo, comunità di persone, umanità e cosmo. Se ci deve essere un vantaggio, questo deve appartenere al cosmo che è affidato alla nostra cura e al nostro discernimento, memori del mandato biblico – per i credenti – di Gen 2,15 che nel testo ebraico ha questo tenore: «Dio pose Àdam nel giardino di Eden perché lo servisse e lo custodisse/sorvegliasse/preservasse». Il primo verbo ebraico «‘abad» è applicato a chi presta servizio a Dio o all’ambasciatore del sovrano nel senso di «servo», titolo onorifico; il secondo verbo «shamàr» è usato nella Bibbia per «custodire/osservare» i comandamenti di Dio, quindi assenso religioso.

In questa prospettiva – è il compito filosofico che Maurizio Pallante svolge egregiamente – occorre ripensare il rapporto tra religione ed economia (cap. 7, pp. 145-157) su «Religione oppio dei popoli?», che può instaurare un rapporto perverso fino alla sudditanza della prima dalla seconda, se accetta compromessi come la storia dimostra. Oppure sul rapporto tra «povertà e ricchezza» (cap. 6, pp. 127-144) dove si dimostra la superiorità delle «relazioni umani solidali [che] sono più importanti del denaro per la felicità delle persone» (p. 127, nota 1); la scoperta del dono come fondamento di una economia «altra» che è il modo per porre un rimedio alla pazzia della crescita senza fine che è l’irrazionale che rende impossibile ogni possibilità umana.

Grazie Maurizio Pallante per questo bel «dono» che ci obbliga, sì!, a declinare l’importanza che ciascuno di noi può essere, se vuole, per il mondo intero.

Paolo Farinella, prete.

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Alcune cose che contiene il famigerato PIL.

Nei giorni scorsi sulla mia pagina FB, ho intrattenuto qualche battuta con alcune persone che mi seguono nel merito del famigerato PIL.

In modo particolare sostenevo che oramai nel PIL italiano il governo ha inserito anche merci di provenienza illegale ed alcuni di voi mi hanno chiesto su quali fonti basavo queste mie affermazioni.

Siccome appartengo alla vecchia scuola di dare solidità alle parole che dico, propongo qui di seguito due articoli non miei, dove le mie tesi vengono confermate.

Colgo l’occasione per ringraziare ognuno di voi per l’affetto che manifestate qui e sulla pagina facebook e soprattutto per i continui stimoli – come questo – che fornite alle mie ricerche.

Buona lettura a tutti.

FQ 5 dicembre 2015, pagg. 6 – 7

 

1)Illegale e sommerso, l’altro Pil che vola

NON C’È CRISI Nel 2013 è salito a 206 miliardi. Evasione, lavoro nero, droga e prostituzione: la crescita c’è e non è dello zero virgola

VIRGINIA DELLA SALA

 

Verificare in modo diretto i dati sullo stato di salute dell’economia italiana a volte è molto semplice: basta scendere in strada. Per verificare, ad esempio, quelli diffusi ieri dall’Istat sull’aumento del sommerso e delle attività illegali in Italia, che nel 2013 è stato di circa 206 miliardi di euro (pari al 12,9 per cento del Pil e in aumento rispetto al 2012) si può partire da Napoli. Si può bere il caffè o mangiare una pizza in un bar di uno dei vicoli, senza ricevere alcuno scontrino (8 su 10 non lo emettono, secondo un’indagine AdnKronos). Prendere l’autobus senza biglietto con la sicurezza che i controllori saliranno all’ultima fermata. Passeggiare nei mercati di piazza Garibaldi, dove si vende merce contraffatta o comprare quella nascosta nelle cantine: originale, rubata o contraffatta nelle fabbriche di lavoratori in nero dell’hinterland napoletano. E rivenduta a un terzo del prezzo rispetto al negozio. Scansando decine di spacciatori e relative vedette, si può andare a lavorare come operai nei cantieri della zona. In nero, a giornata, per guadagnare 50 euro nel peggiore dei casi e per essere pagati con i voucher lavoro nei migliori. Anche se, con un solo voucher (come raccontato sia dal Fatto che da Report) spesso viene usato anche per tre giorni. Nel 2013 le unità di lavoro non regolari sono risultate 3 milioni e 487 mila. IL POMERIGGIO si può andare al porto. I container sono un misto di merce legale e di contrabbando. Quest’ultima è ben nascosta, ha spiegato Edoardo Francesco Mazzilli, direttore dell’ufficio investigazioni Antifrode dell’Agenzia delle Dogane: sotto montagne di banane o di ananas, si celano sigarette, droga e ogni genere di merci di contrabbando. “Parlare di Napoli – diceva – è come riferirsi a un esempio universale. Le dinamiche sono le stesse in molte altre città di Italia”. Di sera, le strade attorno alla stazione si popolano: prostitute, travestiti, ragazzine e giovani uomini. Il garante dell’Infanzia della Campania, Cesare Romano, ha più volte spiegato come la zona del Centro Direzionale pulluli di minorenni che si concedono per pochi euro. La prostituzione, minorile e non, ha raggiunto un valore di circa 3,5 miliardi di euro così come lo spaccio di droga (11,5 miliardi di euro, un miliardo in più rispetto al 2012). Insieme al contrabbando, valgono quasi l’1 per cento del Pil. E ancora, il lavoro nero nell’industria tessile veneta, il caporalato in Puglia e Calabria. Pochi giorni fa, a Metaponto la Guardia di Finanza a individuato una società di costruzioni che aveva omesso di dichiarare entrate per un milione di euro. Ieri, a Lucca, è stata scoperta un’evasione di 18 milioni di euro: un calzaturificio produceva quasi tutto in una seconda sede tunisina. Insomma, l’Istat la chiama “non osservata”per la connaturata difficoltà nel quantificarla con precisione, ma questa economia è sotto gli occhi di tutti e dall’anno scorso è inserita nel calcolo dei conti adottato da tutti i paesi europei. Pare, poi, non conoscere crisi per la gioia di un Pil che, nell’ultimo trimestre, ha registrato un aumento dello 0,2 per cento: al di sotto delle attese e non abbastanza per assicurare al governo sul raggiungimento del +0,9 per cento entro fine anno, previsto dal Def. Nel 2013, il solo valore aggiunto dall’economia sommersa, è stato di circa 190 miliardi di euro. Nel 2011 era pari all’11,4 per cento del Pil. Ma da dove arrivano questi numeri? Quasi la metà (il 47,9 per cento) deriva dalla mancata dichiarazione fiscale degli operatori economici: parliamo di circa 99 miliardi di euro. Altri 71 miliardi derivano dal lavoro irregolare e 19 miliardi da attività come fitti in nero e mance. Le pratiche illegali, invece, producono un valore di circa 16 miliardi. GLI ESEMPI fatti all’inizio, non sono casuali. Secondo l’Istituto di statistica, a incidere maggiormente sono i servizi, il commercio, i trasporti, le attività di ristorazione e le costruzioni. Si aggiungono le attività professionali (il tipico saldo dal dentista, con o senza ricevuta), il settore agricolo e alimentare, e l’industria. Dalla voluntary disclosure (il meccanismo di rientro dei capitali nascosti all’estero) sono rientrate ‘volontariamente’ nelle casse pubbliche risorse per circa 3,8 miliardi di euro. Secondo le stime iniziali, però, sarebbero dovuti essere almeno sei.

 

11,5 miliardi. Quanto valeva nel 2013 lo spaccio di droga in Italia (un miliardo in più rispetto al 2012). Con il contrabbando vale quasi l’1% del Pil.

206 miliardi. È l’a m m o n t a re dell’economia sommersa e derivante da attività illegali (droga , p ro s t i t u z i o n e etc) nel 2013, pari al 12,9% del Pil

190 miliardi. L’economia sommersa. Di questa il 47,9% deriva da evasione, il 34,7% dal l avoro irregolare, il 9,4% dalle a l t re co m p o n e n t i (fitti in nero, mance e integrazione domanda-offerta)

15, 2 miliardi. Vengono da p ro s t i t u z i o n e , co n t ra b b a n d o di tabacco e droga. 1,3 miliardi è ra p p re s e n t a to dall’i n d o t to

 

 

 

Dati Istat sull’aumento del sommerso e delle attività illegali in Italia, che nel 2013 è stato di circa 206 miliardi di euro (pari al 12,9 per cento del Pil e in aumento rispetto al 2012)

 

Dati 2013

La prostituzione ha raggiunto un valore di circa 3,5 miliardi di euro, lo spaccio di droga di 11,5 miliardi di euro, un miliardo in più rispetto al 2012). Insieme al contrabbando, valgono quasi l’1 per cento del Pil.

 

15, 2 miliardi. Vengono da prostituzione, contrabbando di tabacco e droga. 1,3 miliardi è rappresentato dall’indotto

 

2) L’economia illegale è l’unica che cresce

In tre anni quella legale ha perso il 2,4%. Impennata del crimine (droga, prostituzione etc.) del 6,9%

 

Fatto Quotidiano 28 gennaio 2016, pag. 12

 

Nunzia Penelope

Economia nera, affari d’oro. È la sintesi di uno studio che ha messo a confronto l’andamento dell’economia regolare con quella sommersa e illegale nell’ultimo triennio. La ricerca – dell’ufficio studi di Confartigianato su dati Istat e Unioncamere – fornisce risultati inquietanti, e dimostra che è in corso un travaso di valore dal “bianco” al “nero”. Nello stesso periodo in cui l’economia regolare perdeva il 2,4% in termini di valore aggiunto, quella sommersa e illegale è cresciuta infatti di identica percentuale: + 2,4. Non solo. All’interno del “non osservato’’ – a sua volta diviso in economia sommersa e illegale – la crescita più vertiginosa è stata proprio quella delle attività criminali, che hanno segnato un’impennata nel volume d’affari del 6,9%. Droga, prostituzione e contrabbando, con relativo indotto, hanno ottenuto un fatturato di 16,5 miliardi: una cifra superiore a quella dell’intera produzione dei mezzi di trasporto, auto compresa, che sfiora i 15,8 miliardi. Il solo traffico di stupefacenti vale quasi quanto tutta la spesa nazionale per l’assistenza sociale: 11,5 miliardi, contro 12,4. La nostra economia, dunque, si sposta sempre più non solo verso il sommerso, ma anche verso il crimine, che pesa oggi più di alcuni settori chiave come l’immobiliare, l’assicurativo, il farmaceutico. Parlano i numeri: il comparto illegale, col suo 6,9%, registra la performance migliore tra i 28 settori in cui è suddivisa l’economia regolare, superando altri settori giganteschi come le attività immobiliari, che crescono di appena il 2,9, i macchinari o le attività finanziarie e assicurative, entrambi con +2,3. Al terzo posto nella classifica dei migliori risultati c’è l’economia sommersa, che con un +2% ottiene un risultato migliore dell’industria chimica (+1,7%) o dell’industria farmaceutica (+ 0,3%). Quanto ai restanti 21 comparti tradizionali, dal tessile all’alimentare, il segno è per tutti meno. Dunque è il nero a trainare il nostro Pil. Lo studio di Confartigianato calcola, infatti, anche il volume delle attività regolari prestate però in modo “abusivo’’, e nuovamente si nota il travaso: nel 2014 siamo arrivati a oltre un milione di imprenditori e lavoratori autonomi irregolari, con una crescita dello 0,3%, contro un drastico calo del 4,2%, pari a quasi 300 mila unità perdute, di quelli in regola. Del resto, il mercato per tutto questo c’è, ed è florido: nel solo 2014, quasi 7 milioni di persone hanno acquistato beni e servizi in nero, pari al 13,5% della popolazione di riferimento (maggiori di 15 anni), contro una media Ue dell’11%. Ma in rapporto al Pil pro-capite, la nostra spesa nel comparto irregolare è addirittura superiore del 75% alla media Ue, del doppio rispetto alla Francia e del triplo rispetto alla Germania. Chi paga il prezzo sono le imprese “pulite’’. In particolare le piccole, così spesso celebrate come la vera spina dorsale del paese. Oltre il 65% del settore artigiano è vittima di una concorrenza sleale e durissima da parte dei “colleghi’’ del sommerso: al terzo trimestre del 2015, erano 898.902 le imprese messe a rischio da questo dumping, oltre due terzi del totale. Tra i comparti più esposti ci sono costruzioni, servizi, trasporti, ristorazione; tutti con tassi d’irregolarità superiori alla già alta media nazionale. Il che ha indotto Giorgio Merletti, presidente di Confartigianato, a chiedere una “operazione verità”:“Basta ipocrisie c’è troppa economia illegale che sottrae reddito e lavoro agli imprenditori onesti. Serve tolleranza zero”. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Né Tatcher (o Merkel) né Keynes. Può la decrescita indicarci la strada per superare la crisi economica?

La crisi che ha colpito i paesi industrializzati nel 2008, e non è ancora in via di risoluzione nonostante l’impegno profuso dai governi nazionali e dalle istituzioni sovranazionali, sta dimostrando l’inefficacia delle misure politiche tradizionalmente utilizzate per far ripartire la crescita economica nelle fasi di recessione.

 

Non saranno certo le riflessioni fatte dal nostro movimento per la decrescita felice a indicare la via d’uscita da una situazione che fino ad ora non è stata sbloccata dalle proposte di centri di ricerca e da soggetti politici molto più competenti e potenti di noi. Tuttavia, se le caratteristiche di questa crisi sono così inusuali da sfuggire alle terapie consolidate, un punto di vista ec-centrico come il nostro potrebbe aprire prospettive che non sono state prese in considerazione, ma potrebbero avere potenzialità insospettate.

 

Innanzitutto una precisazione che non dovrebbe essere necessario ripetere per l’ennesima volta, ma visto il permanere di fraintendimenti, più o meno voluti, è utile ribadire: la decrescita non è la recessione.

 

La recessione è una fase economica caratterizzata  dalla diminuzione generalizzata e incontrollata della produzione di tutte le merci. La sua conseguenza più grave è la disoccupazione, che comporta una diminuzione della domanda e un aggravamento della crisi.

 

La decrescita è la diminuzione selettiva e guidata della produzione di merci che non hanno oggettivamente nessuna utilità, ovvero degli sprechi.

 

Non si confondano gli sprechi con i beni che qualcuno potrebbe considerare superflui, perché la valutazione del superfluo attiene ai gusti e alle scelte individuali, su cui nessuno è autorizzato a intervenire. Gli sprechi sono, per fare qualche esempio, il cibo che si butta – circa un terzo di quello che si produce -; l’energia termica che si disperde da edifici mal coibentati – in Italia mediamente i due terzi in confronto con gli edifici meno efficienti dell’Alto Adige, i nove decimi rispetto agli edifici più efficienti -; i materiali riutilizzabili contenuti negli oggetti dismessi, che vengono resi definitivamente inutilizzabili sotterrandoli o bruciandoli. Gli sprechi di cibo, di energia e di materiali non rispondono a nessun bisogno o desiderio. Non rientrano nell’ambito del superfluo. Rientrano nell’ambito del dannoso, perché ogni spreco non è soltanto una dissipazione inutile, ma un danno agli ambienti e alla vita. L’energia che si spreca aumenta le emissioni di anidride carbonica, e quindi aggrava l’effetto serra, senza apportare alcun beneficio. Il cibo che si butta accresce la frazione putrescibile dei rifiuti, quella più difficile da trattare. I materiali che si sotterrano inquinano le falde idriche e i suoli, quelli che si bruciano aumentano le emissioni di anidride carbonica, di sostanze inquinanti – in particolare la diossina – e di particelle ultra fini.

 

Una decrescita selettiva degli sprechi non è soltanto utile a livello ambientale, ma contribuisce a ridurre anche le tensioni internazionali per il controllo delle aree geografiche dove si trovano i giacimenti di energia fossile e di materie prime. Inoltre, dal punto di vista economico comporta una riduzione dei costi di produzione delle aziende (un ciclo produttivo con una minore intensità energetica è meno costoso) e delle importazioni, quindi offre un vantaggio competitivo; richiede l’adozione di innovazioni tecnologiche più avanzate, quindi stimola la ricerca; crea un’occupazione con una connotazione qualitativa: un’occupazione utile, perché a parità di produzione di benessere riduce il prelievo di materie prime, tra cui le fonti fossili, e le emissioni di sostanze di scarto nella biosfera.

 

A questo punto occorre una precisazione. La decrescita selettiva degli sprechi non ha nulla a che fare con l’ossimoro dello sviluppo sostenibile. Con la definizione di sviluppo sostenibile si indica un processo di crescita economica caratterizzato dall’uso di tecnologie più efficienti e meno impattanti sugli ambienti. Per esempio l’uso di energie rinnovabili al posto delle energie fossili. Ma di fronte a un sistema energetico, come quello italiano, che spreca il 70 per cento dell’energia che produce e usa, ha senso proporsi di accrescere l’offerta di energia diversificandola per renderla più amichevole nei confronti degli ambienti, invece di proporsi in prima istanza di ridurre gli sprechi e, successivamente, di soddisfare il fabbisogno residuo con fonti rinnovabili? Un sistema energetico dissipativo come quello della maggior parte dei paesi industrializzati è paragonabile a un secchio bucato. Dovendo riempire d’acqua un secchio bucato, chi si proporrebbe di farlo cambiando la fonte senza chiudere prima i suoi buchi?

 

La crisi che stiamo vivendo è una crisi di sovrapproduzione, determinata dal fatto che nei sistemi economici in cui le attività produttive sono finalizzate alla crescita della produzione di merci, le aziende per sostenere la concorrenza devono investire continuamente in tecnologie che aumentano la produttività, ovvero che consentono di produrre di più in una unità di tempo, riducendo al contempo i costi mediante una riduzione dell’incidenza del lavoro umano sul valore aggiunto. Ciò non comporta automaticamente, come per lo più si pensa, una riduzione dell’occupazione. La comporta solo se la riduzione dell’incidenza lavoro umano sul valore aggiunto non viene tradotta in una riduzione dell’orario di lavoro. In questo caso, ed è ciò che sta succedendo nei paesi industrializzati, si determina una riduzione dell’occupazione e, di conseguenza, una riduzione della domanda a fronte di un incremento dell’offerta di merci. Questa è la causa di fondo della crisi che stiamo attraversando.

 

A questo squilibrio insito nelle economie della crescita si è fatto fronte incentivando il ricorso al debito da parte dei privati e ricorrendo al debito pubblico per aumentare la domanda. Questo fenomeno, iniziato nei primi anni sessanta, è stato l’altra faccia della medaglia del boom economico. A partire dagli anni ottanta è stato accentuato dalla globalizzazione, che è stata perseguita dai paesi industrializzati per ampliare il mercato dei loro prodotti, ma li ha sottoposti alla concorrenza di paesi dove il costo della manodopera è molto più basso. Questa concorrenza ha spinto in basso i salari nei paesi industrializzati: «tra il 1980 […] e il 2006, la quota dei salari sul Pil nei paesi che formavano a inizio periodo la UE a 15 è scesa di circa 10 punti, dal 68 a 58 per cento» (Luciano Gallino, Il denaro, il debito e la doppia crisi, Einaudi, Torino 2015, p. 110). La riduzione dell’occupazione determinata dalle delocalizzazioni di molte produzioni nei paesi cosiddetti in via di sviluppo e la riduzione dei salari hanno comportato una riduzione della domanda che è stata uno dei fattori scatenanti della crisi e comporta difficoltà sempre maggiori a superarla.

 

L’entità dei debiti pubblici è stata aggravata dal fatto che, man mano che aumentano, gli Stati sono costretti a offrire tassi d’interesse sempre più alti a chi sottoscrive i buoni del tesoro, fino a dover chiedere prestiti per pagare gli interessi sui prestiti precedentemente chiesti. In Italia questo processo ha ricevuto un forte impulso all’inizio degli anni 80 dalla decisione dell’allora ministro del Tesoro Beniamino Andreatta e del governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi di vietare alla Banca d’Italia di acquistare i titoli del debito pubblico rimasti invenduti, per evitare il rischio d’inflazione. Il risultato fu un forte innalzamento degli interessi sui titoli. In dieci anni il debito pubblico raddoppiò, salendo dal 60 per cento del Pil nel 1982 al 120 per cento nel 1993. (L. Gallino, op. cit., pagg. 66-67). Da trent’anni gli interessi ammontano a 90 – 100 miliardi all’anno su un totale di 2.135 miliardi nel 2014, mentre nello stesso anno il valore del Pil è stato di 1.613 miliardi. (L. Gallino, op. cit., pagg. 100–101).

 

Le due proposte formulate per superare la crisi sono state, da una parte le politiche di austerity finalizzate a ridurre i debiti pubblici riducendo sostanzialmente la spesa sociale, dall’altra le politiche keynesiane finalizzate ad aumentare la domanda attraverso i debiti pubblici in modo da rilanciare la crescita del prodotto interno lordo e di ridurre il rapporto debito/PIL. Le politiche di austerity deprimono la domanda e aggravano la crisi. Il loro totale fallimento è stato dimostrato dai fatti. Le politiche keynesiane non aumentano soltanto i debiti finanziari, ma i debiti a carico delle generazioni future e i debiti nei confronti della natura, poiché aumentano il prelievo di risorse da trasformare in merci e le emissioni non metabolizzabili dalla biosfera. Inoltre non tengono conto del fatto che, rispetto agli anni trenta del secolo scorso il rapporto tra tecnosfera e biosfera è completamente cambiato: le concentrazioni di anidride carbonica in atmosfera sono aumentate da 270 a 410 parti per milione, innescando una mutazione climatica di cui si stanno iniziando a sentire i primi effetti destinati ad aggravarsi; nel settore delle fonti energetiche fossili il rapporto tra l’energia investita per ricavare energia e l’energia ricavata è sceso dal valore di 1 a 100 misurato negli anni trenta del novecento, al valore di 1/8 misurato negli anni novanta; l’overshoot day, il giorno in cui l’umanità arriva a consumare tutte le risorse rinnovabili che la biosfera genera in un anno, è sceso alla metà di agosto; negli oceani galleggiano masse di poltiglia di plastica vaste come gli Stati Uniti; la popolazione mondiale è passata da 2 a 7 miliardi; la fertilità dei suoli agricoli è diminuita; la fauna ittica è stata dimezzata.

 

In alternativa a queste due prospettive, che finora non sono state in grado di superare né la crisi economica, né la crisi ecologica, il Movimento per la decrescita felice propone che vengano adottate misure di politica economica e industriale finalizzate a incentivare l’adozione di innovazioni tecnologiche che consentano di ridurre gli sprechi e di accrescere l’efficienza con cui si trasformano le risorse naturali in merci. Cioè di realizzare una decrescita selettiva e guidata della produzione e del consumo di merci che non sono beni. Se aumenta l’efficienza con cui si utilizzano le risorse e si riducono gli sprechi, oltre a ridurre l’impatto ambientale si risparmia del denaro, con cui si possono pagare i costi d’investimento delle tecnologie che aumentano l’efficienza nell’uso delle risorse. Si mette in moto un circolo economico virtuoso creando un’occupazione utile che paga i suoi costi con i risparmi che consente di ottenere. Fa crescere la domanda senza aggravare né i debiti pubblici, né l’impatto ambientale.

 

Se al centro della politica economica e industriale si ponesse la ristrutturazione energetica del patrimonio edilizio esistente, con l’obbiettivo di ridurre gli sprechi e le inefficienze al livello dei peggiori edifici dell’Alto Adige, i consumi per il riscaldamento si ridurrebbero dei due terzi, scendendo dalla media attuale di 200 kilowattora (all’incirca 20 litri di gasolio, o 20 metri cubi di metano) a 70 kilowattora al metro quadrato all’anno. Poiché gli edifici assorbono per il solo riscaldamento invernale un terzo dei consumi totali di energia alla fonte, quanta ne brucia tutto l’autotrasporto nel corso di un anno, si ridurrebbero del 20 per cento sia le nostre importazioni di fonti fossili, sia le nostre emissioni di anidride carbonica. I posti di lavoro che si creerebbero attraverso questa decrescita selettiva degli sprechi di energia pagherebbero i loro costi d’investimento con i risparmi che consentono di ottenere.

 

Due suggerimenti operativi in conclusione.

 

Un incentivo all’adozione di queste misure in una logica di mercato, senza sostegni di denaro pubblico, può essere costituito dall’uso delle forme contrattuali che caratterizzano, o meglio, dovrebbero caratterizzare, le energy service companies – esco -: società energetiche che pagano di tasca propria i costi d’investimento degli interventi di ristrutturazione energetica che eseguono negli edifici, o negli impianti pubblici di illuminazione, mentre i proprietari degli edifici ristrutturati si impegnano a pagare per il riscaldamento, o per l’illuminazione, la stessa cifra che pagavano prima della ristrutturazione per il numero di anni necessario a coprire con i risparmi economici conseguenti al risparmio energetico i costi d’investimento e gli utili della esco. Al termine di questo periodo, che viene indicato dalla esco al momento della stipula del contratto, i risparmi economici vanno a beneficio dei proprietari degli edifici o degli impianti. La durata degli anni necessari a recuperare gli investimenti è inversamente proporzionale all’efficienza ottenuta. La ricerca della maggiore efficienza possibile diventa pertanto l’elemento concorrenziale vincente. Inoltre il cliente è tutelato perché, essendo prefissato contrattualmente il tempo di rientro dell’investimento, se la esco ottiene una riduzione dei consumi energetici inferiore a quella che calcolato, incassa meno denaro di quello previsto. Fare bene il lavoro e gestire bene l’impianto è nel suo interesse.

 

Il circolo economico virtuoso descritto può trovare un volano decisivo in una sorta di patrimoniale energetica sugli immobili, che può essere gestita in due modi. Il proprietario dell’immobile, paga la patrimoniale e lo Stato la utilizza per ristrutturarlo energeticamente, restituendo ogni anno al proprietario l’equivalente del risparmio economico conseguente al risparmio energetico ottenuto, fino all’estinzione della tassa pagata. Oppure il proprietario dell’immobile, invece di pagare la patrimoniale, fa eseguire in proprio la ristrutturazione energetica e incassa direttamente i risparmi.

 

Interventi analoghi si possono effettuare smettendo di rendere definitivamente inutilizzabili le materie prime secondarie contenute negli oggetti che vengono portati allo smaltimento, invece di recuperarle attraverso una raccolta differenziata gestita con criteri economici. Poiché il costo dello smaltimento è proporzionale al peso degli oggetti conferiti in discarica o all’incenerimento, meno se ne portano e più si risparmia. Ma, per non portare allo smaltimento le materie prime secondarie occorre venderle. Più se ne vendono e più si guadagna. Affinché qualcuno le compri la selezione deve essere effettuata accuratamente. Il recupero e la vendita delle materie prime secondarie contenute negli oggetti dismessi consente di creare un’occupazione utile, di recuperare il denaro necessario a pagarne i costi e di ridurre l’impatto ambientale dei rifiuti. Le ragioni dell’economia e le ragioni dell’ecologia vanno di pari passo grazie alla riduzione di uno spreco inammissibile.

 

La decrescita selettiva degli sprechi è l’unica via d’uscita da una crisi che da troppo tempo genera problemi al sistema economico e sofferenze umane inaccettabili. L’assurdità della situazione che stiamo vivendo è dimostrata dal fatto che, mentre il numero dei disoccupati ha raggiunto livelli inaccettabili, non si fanno una serie di lavori che sarebbe indispensabile fare per ridurre la crisi economica, ridurre la crisi ambientale e migliorare la qualità della vita. Una società che non fa lavorare chi vorrebbe farlo e contemporaneamente non fa fare i lavori più necessari, che pagherebbero i loro costi con i risparmi che consentono di ottenere, è profondamente malata. E la sua malattia è causata dalla diffusione dell’idea assurda che lo scopo dell’economia sia la crescita del prodotto interno lordo. Prima ce ne libereremo e meglio sarà.

 

 

23 gennaio 2016

24 gennaio 2016 a Roma anteprima nazionale di “Destra e sinistra Addio”

Domenica 24 gennaio 2016, alle ore 10.30 presso Citta’ Dell’ Altra Economia in Largo Dino Frisullo, 00153 Roma, presenterò il mio ultimo libro : “Destra e sinistra addio. per una nuova declinazione dell’uguaglianza” ed. Lindau, 2016

L’incontro, organizzato dal circolo MDF di Roma, si terrà nella sala convegni della Città dell’Altra Economia – largo Dino Frisullo (Metro B Piramide)

modera Filippo La Porta – saggista, giornalista e critico letterario italiano

introduce Lucia Cuffaro – vice pres. Movimento per la Decrescita Felice

qui di seguito l’evento facebook da condividere

Vi aspetto in tanti.

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Destra e sinistra addio.

Il 21 gennaio 2016 esce il mio ultimo libro “Destra e sinistra addio. Per una nuova declinazione dell’uguaglianza, Lindau, Torino 2016.

E’ un lavoro a cui tengo molto e su cui desidero confrontarmi seriamente con chiunque desideri farlo in modo costruttivo.

Sarò certamente impegnato in giro per l’Italia per diverse presentazioni già stabilite e c’è ancora spazio per chiunque desideri organizzare una presentazione, una conferenza, un confronto nella città in cui vive.

Per darvi un’idea del lavoro che ho scritto, di seguito trovate la scheda del libro.

 

Le definizioni di destra e di sinistra per indicare due schieramenti politici contrapposti sono state utilizzate per la prima volta nella Convenzione Nazionale, l’assemblea incaricata di redigere la costituzione francese nel 1792. Da allora rappresentano la concretizzazione storica assunta da due orientamenti che caratterizzano da sempre i rapporti sociali: quello di chi ritiene che le diseguaglianze tra gli esseri umani siano un dato naturale non modificabile, e quello di chi ritiene che abbiano un’origine sociale e, quindi, possano essere rimosse o, quanto, meno attenuate. Negli ultimi due secoli il confronto politico tra le concretizzazioni storiche di queste due posizioni si è svolto a partire da una comune valutazione positiva del modo di produzione industriale, che sia la destra, sia la sinistra considerano un progresso rispetto alla precedente fase storica perché, grazie ai progressi  scientifici e tecnologici, ha accresciuto la produzione di merci, consentendo all’umanità di entrare in un’epoca d’abbondanza senza precedenti. La dialettica tra la destra e la sinistra si è articolata su due punti. Il primo: fa crescere di più l’economia una società che valorizza le diseguaglianze o una società che promuove l’eguaglianza? Il secondo: come suddividere tra le classi sociali i proventi economici derivanti dalla crescita della produzione? Attraverso la “mano invisibile del mercato”, come ha sostenuto la destra, o con un intervento correttivo dello Stato per ridurre le diseguaglianze che ne deriverebbero, come ha sostenuto la sinistra?

In questo libro si constata innanzitutto che, dovunque ha governato la destra, l’economia è cresciuta di più di quanto è cresciuta dove ha governato la sinistra. La partita si è chiusa definitivamente con la vittoria della destra, testimoniata emblematicamente dall’abbattimento del muro di Berlino. Nelle società che finalizzano l’economia alla crescita della produzione di merci la destra è strategicamente vincente. Ma la sconfitta della sinistra è la sconfitta della sua interpretazione storica dell’uguaglianza, non dell’idea di uguaglianza. Tuttavia, negli anni in cui si realizzava la vittoria strategica della destra, la crescita economica  ha oltrepassato le capacità del pianeta di fornirle la quantità crescente di risorse di cui ha bisogno per continuare a crescere, ha superato le capacità del pianeta di metabolizzare gli scarti e le emissioni dei processi produttivi, ha indotto a scatenare con sempre maggiore frequenza guerre per tenere sotto controllo le zone del mondo che contengono le riserve di materie prime e di energia, ha iniziato a suscitare nei paesi meno industrializzati ondate migratorie incontenibili, si è bloccata nei paesi industrializzati dal 2008 e sta facendo pagare alle classi lavoratrici i costi dei tentativi di ripresa.

Per attenuare le cause di questi processi distruttivi è necessario in primo luogo sviluppare tecnologie più evolute, finalizzate ad aumentare l’efficienza con cui si trasformano le materie prime in beni, in modo di ridurne il fabbisogno e di ridurre le emissioni non metabolizzabili dalla biosfera. Occorre avviare una decrescita selettiva, fondata sulla riduzione degli sprechi e dell’impronta ecologica dell’umanità. Se si abbandona l’ideologia della crescita, che ha accomunato la destra e la sinistra, è anche possibile ridare forza alla tensione etica finalizzata a realizzare una maggiore eguaglianza tra gli esseri umani, liberandola dall’interpretazione perdente che le è stata data dalla sinistra e articolandola in maniera diversa. In secondo luogo è necessario ridurre il ruolo assunto dal denaro riscoprendo la possibilità di autoprodurre una parte dei beni di cui si ha bisogno e forme di economia basate sul dono reciproco del tempo. La riduzione dell’importanza del denaro comporta una rivalutazione della spiritualità, della creatività e del valore delle relazioni basate sulla solidarietà.

Del resto, come ha avuto un inizio storico, non si può escludere la diade “destra-sinistra” abbia fine con la fine della possibilità di continuare a far crescere la produzione di merci. In tutti i capitoli del libro, e in particolare nell’epilogo, vengono fornite indicazioni per intraprendere un percorso culturale e politico che consenta di aprire una nuova fase della storia, in cui un’economia non più vincolata alla distopia della crescita infinita consenta di ridurre le diseguaglianze non solo tra gli esseri umani senza farne pagare i costi alle generazioni future, ma anche tra la specie umana e le altre specie viventi. Ne risulta una critica alla gestione della destra di questa fase storica, ben più radicale di quella che fa la sinistra proprio perché non rientra nelle categorie culturali della sinistra. Un’attenta analisi dell’enciclica “Laudato sì”, posta in appendice all’ultimo capitolo suggerisce che, probabilmente, questo cammino è già iniziato.

 

 

Indice

 

Prologo

 

Capitolo 1. Destra e sinistra: qualche richiamo storico

 

Capitolo 2. La destra, la sinistra e il modo di produzione industriale

 

Capitolo 3. La guerra ai contadini, agli artigiani, ai rapporti comunitari. L’estensione del proletariato                  e le migrazioni.

 

Capitolo 4. La destra, la sinistra e la crescita

 

Capitolo 5. Progresso, cambiamento, innovazione, sviluppo, modernità

 

Capitolo 6. Povertà e ricchezza

 

Capitolo 7. La religione è l’oppio dei popoli?

 

Capitolo 8. Chi non è di destra non può che essere di sinistra? Chi non è di sinistra non può che essere di destra? Il paradigma culturale della decrescita

 

Capitolo 9. Per una nuova declinazione dell’idea di uguaglianza. Scheda: La concezione del mondo espressa nell’Enciclica Laudatosi‘ di Papa Francesco.

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Decrescita e demografia

Sulla mia pagina FB recentemente è sorto un piccolo dibattito sulla necessità o meno di una decrescita demografica.

Su tale delicato argomento ho scritto in passato diverse cose che ho raccolto in un mio famoso e fortunato libro:

“La decrescita felice”, nuova edizione, Edizioni per la decrescita felice, Roma 2009, pagg. 162-165

Qui di seguito riporto per tutti quanto voi l’estratto specifico. Spero possa servire per comprendere meglio la problematica e per aprire ulteriori piste di riflessione e ricerca.

 

“Se la preoccupazione per la crescita della popolazione mondiale è motivata dal fatto che comporta un consumo di risorse superiore alla capacità bioriproduttiva del pianeta, la decrescita della popolazione mondiale va perseguita in prima istanza nei paesi sviluppati, che hanno un’impronta ecologica pro capite molto superiore alla capacità bioriproduttiva del pianeta, e non nei paesi sottosviluppati, la cui impronta ecologica è molto più bassa. Si potrebbe obbiettare che in questi paesi è più alto il tasso di natalità, mentre in quelli è già basso. La domanda che ci si deve porre allora è per quale ragione ciò avvenga. A questo proposito occorre sgombrare il campo dalle interpretazioni culturali, che mettono l’accento sul maggior peso delle religioni nei paesi più poveri e arretrati, o meglio dell’oscurantismo religioso che ostacola le pratiche contraccettive, e sul basso livello d’istruzione che determina una ignoranza diffusa sia della fisiologia riproduttiva che delle pratiche contraccettive. Non che questi elementi non ci siano e non esercitino il loro peso, ma sicuramente una causa ben più importante è la consapevolezza dell’alta incidenza della mortalità infantile, che dipende dalla povertà reale, cioè dalla mancanza del necessario per vivere, per prevenire le malattie e per curarsi. La specie umana appartiene alla classe dei mammiferi e tutti i mammiferi generano un numero tanto maggiore di piccoli quanto più bassa è l’aspettativa che possano diventare adulti e procreare a loro volta per dare continuità alla specie. Quanto più alta diventa l’aspettativa della durata della vita, tanto più diminuisce il tasso di natalità. Non c’è religione o ignoranza che possano contrastare strategicamente questa tendenza, come dimostra la storia dei popoli occidentali nell’ultimo secolo, compresi quelli in cui il cattolicesimo è la religione dominante. Ma la possibilità di sopravvivenza dei piccoli dipende dal superamento della povertà reale, non monetaria, a cui i popoli sottosviluppati sono costretti dal fatto che la loro impronta ecologica pro capite è inferiore alla media perché l’impronta ecologica dei paesi sviluppati la supera, sottraendo loro ciò che è necessario per vivere. E ciò avviene non tanto perché a causa del loro egoismo e della loro insensibilità non si curano di sottrarre a chi non ha il necessario quanto serve per alimentare il loro superfluo e i loro sprechi, ma perché il sistema economico fondato sulla crescita della produzione di merci ha bisogno di un apporto crescente di risorse, altrimenti crollerebbe trascinando con sé nella rovina tutto il sistema sociale. Al contrario di quanto usualmente si pensa, non è vero che un’economia della decrescita non si può realizzare se non smette di crescere la popolazione mondiale, ovvero se non si riduce il tasso di natalità dei paesi sottosviluppati, mentre invece il tasso di natalità dei paesi sottosviluppati può smettere di crescere soltanto se l’economia dei paesi sviluppati non viene più finalizzata alla crescita. Non è la crescita demografica a impedire la decrescita economica, ma la crescita economica a impedire la decrescita demografica.

Affinché si riduca il tasso di natalità dei paesi con un’impronta ecologica pro capite inferiore alla media sostenibile dal pianeta, occorre che aumenti la loro aspettativa di durata della vita e, di conseguenza, la loro disponibilità di risorse. Affinché ciò avvenga senza aggravare l’insostenibilità causata dai paesi con un’impronta ecologica pro capite superiore alla media, occorre che l’impronta ecologica di questi paesi diminuisca. Affinché ciò avvenga senza causare uno sconvolgimento della loro organizzazione sociale e senza suscitare reazioni di massa negative, occorre uno sviluppo di innovazioni tecnologiche finalizzate ad aumentare l’efficienza con cui usano le risorse e un cambiamento profondo degli stili di vita in modo che la riduzione dell’impronta ecologica non comporti un peggioramento del benessere. Basta pensare che una parte significativa delle risorse utilizzate dalla percentuale dell’umanità con i consumi più alti non risponde a bisogni reali, ma alimenta sprechi che non sarebbe improprio considerare privi di senso, mentre invece un senso ce l’hanno perché sostengono la crescita economica aumentando sia l’offerta, sia la domanda di merci mediante il potere d’acquisto degli occupati nei settori dove si producono. Per sgombrare il campo dalle teorie che sostengono l’infinita espandibilità dei bisogni e si propongono di difendere la libertà di scelta degli acquirenti, basta prendere in considerazione gli sprechi senza alcuna utilità nei due settori strategici dei bisogni umani, l’energia e l’alimentazione, su cui sostanzialmente si basa il calcolo dell’impronta ecologica.

In relazione ai consumi energetici di fonti fossili, gli sprechi e le inefficienze in fase di trasformazione e negli usi finali ammontano almeno al 70 per cento. Raddoppiare l’efficienza nell’uso di queste risorse non presenta particolari difficoltà, per cui senza aumentare l’impronta ecologica è possibile raddoppiare il numero delle persone che ne possono disporre. Se a ciò si aggiungono le possibilità offerte dalle fonti rinnovabili, questo risultato si potrebbe ottenere anche con una riduzione dei consumi di fonti fossili. In relazione all’alimentazione tre sono i tipi di sprechi oggettivi che estendono l’impronta ecologica senza apportare alcuna utilità, creando anzi danni spesso irreversibili. In primo luogo nei paesi ricchi la quantità del cibo che si butta lungo la filiera che parte dalla produzione, passa attraverso la grande distribuzione e arriva ai consumatori, ammonta al 3 per cento del prodotto interno lordo. Secondo il rapporto Agrimonde dell’Inra (Institut National de la recherche agronomique), in questi paesi ogni giorno si buttano 800 calorie di cibo pro capite. Se così non fosse, tutti gli esseri umani potrebbero avere le 3000 calorie quotidiane necessarie al loro metabolismo. In secondo luogo l’agricoltura chimica e le filiere lunghe o lunghissime (sempre più spesso intercontinentali) hanno un’impronta ecologica tanto rilevante quanto inutile. Quanta energia brucia e che senso ha far arrivare da altri continenti cibi che possono essere coltivati nelle regioni in cui abita chi li utilizza? Altrettanto vale per il consumi di energia necessari a coltivare prodotti agricoli fuori stagione. In terzo luogo non bisogna dimenticare l’impronta ecologica dell’alimentazione carnea. Poiché il tasso di conversione delle proteine vegetali in proteine animali è molto basso e raggiunge il minimo nelle carni bovine dove è di 16 a 1, ovvero occorrono 16 proteine vegetali per ottenere una proteina animale, l’adozione di un regime alimentare vegetariano (più sano e meno nocivo per la salute umana) ridurrebbe l’impronta ecologica consentendo di vivere senza privazioni a 11 miliardi di individui, ben più dei 9 indicati dai demografi come il limite massimo che si raggiungerà nel 2050. Se prima di quella data la popolazione mondiale non si ridurrà in conseguenza di una riduzione dell’impronta ecologica dei popoli sviluppati che consenta di allungare le aspettative di vita dei popoli sottosviluppati.”

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La visione del mondo espressa nell’Enciclica Laudato si’ di Papa Francesco.

L’Enciclica Laudato si’ (=LS) analizza le cause e gli effetti dei più gravi problemi ambientali con un’accuratezza scientifica che non trova riscontri in nessun altro documento firmato da un leader politico o religioso. Tuttavia è riduttivo considerarla un testo ecologista, perché la crisi ecologica viene analizzata come la manifestazione più grave di una crisi di civiltà che sta causando sofferenze sempre maggiori non solo alla specie umana, ma a tutte le specie viventi. «Ciò che sta accadendo – scrive Papa Francesco – ci pone di fronte all’urgenza di procedere in una coraggiosa rivoluzione culturale».[1] E, citando la Carta della Terra, approvata all’Aja nel 2000, afferma: «Come mai prima d’ora nella storia il destino comune ci obbliga a cercare un nuovo inizio» (n. 207). In tutta l’Enciclica questo concetto viene ribadito più volte: siamo alla fine di un’epoca storica ed è necessario costruire su fondamenta culturali completamente diverse una nuova fase della storia umana. Nella premessa vengono indicati gli assi portanti che attraversano tutta l’Enciclica:

 

«L’intima relazione tra i poveri e la fragilità del pianeta; la convinzione che tutto nel mondo è intimamente connesso; la critica al nuovo paradigma e alle forme di potere che derivano dalla tecnologia; l’invito a cercare altri modi di intendere l’economia e il progresso; il valore proprio di ogni creatura; il senso umano dell’ecologia; la necessità di dibattiti sinceri e onesti; la grave responsabilità della politica internazionale e locale; la cultura dello scarto e la proposta di un nuovo stile di vita» (n. 16).

 

Il secondo di questi assi, «la convinzione che tutto nel mondo è intimamente connesso», che ogni specie vivente ha una funzione insostituibile nella fitta rete di relazioni in cui tutte sono inserite, ha il suo fondamento nell’ecologia, la disciplina scientifica che studia le interazioni degli organismi viventi tra loro e con gli ambienti in cui vivono, fondata nella seconda metà del diciannovesimo secolo dal biologo e zoologo tedesco Ernst Haeckel. Da questa concezione fondata scientificamente deriva una conseguenza di carattere filosofico, da cui il papa deduce anche un’indicazione etica e comportamentale

 

«Poiché tutte le creature sono connesse tra loro, di ognuna deve essere riconosciuto il valore con affetto e ammirazione, e tutti noi esseri creati abbiamo bisogno gli uni degli altri. Ogni territorio ha una responsabilità nella cura di questa famiglia, per cui dovrebbe fare un accurato inventario delle specie che ospita, in vista di sviluppare programmi e strategie di protezione, curando con particolare attenzione le specie in via d’estinzione». (n. 42)

 

Nell’Enciclica il valore in sé di ogni specie vivente non viene riconosciuto soltanto filosoficamente sulla base delle acquisizioni scientifiche dell’ecologia, ma riceve una connotazione spirituale, derivante dalla concezione del mondo come creato e dei viventi come creature, a cui il Creatore ha assegnato una collocazione specifica nel suo disegno divino. Non è necessario credere nella visione religiosa di Papa Francesco per capire che in questo contesto tutti i viventi ricevono una valorizzazione ulteriore:

 

«Dunque, si capisce meglio l’importanza e il significato di qualsiasi creatura, se la si contempla nell’insieme del piano di Dio. Questo insegna il catechismo: «L’interdipendenza delle creature è voluta da Dio. Il sole e la luna, il cedro e il piccolo fiore, l’aquila e il passero: le innumerevoli diversità e diseguaglianze stanno a significare che nessuna creatura basta a se stessa, che esse esistono solo in dipendenza le une dalle altre, per completarsi vicendevolmente, al servizio le une delle altre». (n. 86)

 

Se ogni specie vivente ha una funzione insostituibile nella rete delle relazioni che la interconnettono a tutte le altre, il male subito da ognuna di esse si ripercuote su tutte, anche su chi lo commette:

 

«… essendo stati creati dallo stesso Padre, noi tutti esseri dell’universo siamo uniti da legami invisibili e formiamo una sorta di famiglia universale, una comunione sublime che ci spinge a un rispetto sacro, amorevole e umile. Voglio ricordare che «Dio ci ha unito tanto strettamente al mondo che ci circonda, che la desertificazione del suolo è come una malattia per ciascuno, e possiamo lamentare l’estinzione di una specie come fosse una mutilazione». (n. 89 che cita Francesco, Esort. Ap. Evangeli gaudium, (24-11-2013), n. 215).

 

La consapevolezza della pari dignità di ogni specie vivente e della necessità di ognuna di esse nella fitta trama delle relazioni che le connettono tra loro e con i luoghi della terra in cui vivono, non consente di considerarle risorse al servizio della specie umana, come è stato fino ad ora nelle società industriali.

 

«Oggi la Chiesa non dice in maniera semplicistica che le altre creature sono completamente subordinate al bene dell’essere umano, come se non avessero un valore in se stesse e noi potessimo disporne a piacimento. Così i Vescovi della Germania hanno spiegato che per le altre creature “si potrebbe parlare di priorità dell’essere sull’essere utili”». (n. 69).

 

La convinzione che tutte le specie viventi siano al servizio della specie umana, non è soltanto la causa di fondo della crisi ecologica, ma genera anche gravi conseguenze sociali, perché induce gli esseri umani a competere per impadronirsene e favorisce i più forti a danno dei più deboli.

 

«Sarebbe […] sbagliato pensare che gli altri viventi debbano essere considerati come meri oggetti sottoposti all’arbitrario dominio dell’essere umano. Quando si propone una visione della natura unicamente come oggetto di profitto e di interesse, ciò comporta anche gravi conseguenze per la società. La visione che rinforza l’arbitrio del più forte ha favorito immense diseguaglianze, ingiustizie e violenze per la maggior parte dell’umanità, perché le risorse diventano proprietà del primo arrivato, o di quello che ha più potere: il vincitore prende tutto. L’ideale di armonia, di giustizia, di fraternità e di pace che Gesù propone è agli antipodi di tale modello, e così Egli lo esprimeva ai poteri del suo tempo: «I governanti delle nazioni dominano su di esse e i capi le opprimono. Tra di voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore» (Mt, 20, 25-26). (n. 82)

 

La visione del mondo e dei rapporti tra la specie umana e le altre specie viventi delineata da questi passaggi dell’Enciclica capovolge i due capisaldi, strettamente interconnessi tra loro, su cui si è fondata la cultura europea a partire dal diciassettesimo secolo e si è successivamente sviluppata la rivoluzione industriale:

  • una concezione dell’antropocentrismo come superiorità ontologica della specie umana su tutte le altre specie viventi, da cui deriverebbe il suo diritto di utilizzarle ai suoi fini, che trovò la sua formulazione filosofica più compiuta nel pensiero del filosofo francese René Descartes (Discorso sul metodo, 1637);
  • una concezione della scienza e della tecnologia come strumenti di dominio della specie umana nei confronti di tutte le altre specie viventi, che fu formulata dal filosofo inglese Francis Bacon qualche anno prima (Novum Organum, 1620).

 

Questa concezione dell’antropocentrismo, che papa Francesco definisce deviato, è stata dedotta da un’interpretazione di due passi del libro della Genesi in cui viene descritta la creazione dell’uomo. Nel primo racconto più recente (sec. VI-V a.C.) si legge che Dio, dopo averlo creato a sua immagine e somiglianza, gli affidò il compito «di dominare sui pesci del mare e sui volatili del cielo, sul bestiame e sulle fiere della terra e su tutti i rettili che strisciano sulla terra». (Gen 1,26)

Nel secondo racconto (più antico, sec. IX-X a.C.) è scritto che «il Signore rapì l’uomo e lo depose nel giardino dell’Eden perché lo lavorasse e lo custodisse». (Gen 2,15) Commentando questi passaggi, Papa Francesco respinge l’interpretazione che attribuiscano agli esseri umani il compito, e quindi il diritto, di dominare e utilizzare ai propri fini gli altri viventi, come è stato sostenuto in passato dalla Chiesa stessa, ma sostiene che il potere derivante dal fatto di essere gli unici viventi ad essere stati creati a immagine e somiglianza di Dio, un Dio che agisce per amore («l’amor che move il sole e l’altre stelle», scrive il papa citando (cfr n. 77) La Divina Commedia di Dante (Par. XXX, 145), conferisca ad essi la responsabilità di proteggere e avere cura di tutti gli altri:

 

«Dobbiamo rifiutare con forza che dal fatto di essere creati a immagine di Dio e dal mandato di soggiogare la terra si possa dedurre un dominio assoluto sulle altre creature. […] Mentre coltivare significa arare o coltivare un terreno, «custodire» vuol dire proteggere, curare, preservare, conservare, vigilare. Ciò implica una relazione di reciprocità responsabile tra essere umano e natura. Ogni comunità può prendere dalla bontà della terra ciò di cui ha bisogno per la propria sopravvivenza, ma ha anche il dovere di tutelarla e di garantire la continuità della sua fertilità per le generazioni future. In definitiva, «del Signore è la terra» (Sal 24,1), a Lui appartiene «la terra e quanto essa contiene» (Dt 10,14). Perciò Dio nega ogni pretesa di proprietà assoluta: «Le terre non si potranno vendere per sempre, perché la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e ospiti (Lv 25,23)». (n. 67)

 

Non solo Papa Francesco respinge la lettura antropocentrica di questi passaggi biblici, ma ne ricava due indicazioni che conferiscono una connotazione spirituale alle scelte comportamentali e politiche rispettose confronti della terra. La prima: «Ogni comunità può prendere dalla bontà della terra ciò di cui ha bisogno per la propria sopravvivenza, ma ha anche il dovere di tutelarla e garantire la continuità della sua fertilità per le generazioni future», definisce la differenza tra l’agricoltura organica, che potenzia e regolarizza la naturale fertilità dei suoli arricchendone il contenuto humico, e l’agricoltura chimica, che per estrarne la maggiore produzione possibile li impoverisce mineralizzandoli.

La seconda: «Dio nega ogni pretesa di proprietà assoluta: “Le terre non si potranno vendere per sempre, perché la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e ospiti” (Lv 25, 23)», conferisce un valore universale a scelte storiche e giuridiche come l’articolo 42, comma 2, della Costituzione italiana, che recita: «La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti». Per capire la rivoluzione culturale insita nella lettura fatta da Papa Francesco di questi passaggi della Bibbia, occorre leggere l’interpretazione che ne è stata, data appena cinquant’anni prima, da un altro Papa, Paolo VI, nell’Enciclica Populorum progressio.

 

«“Riempite la terra e assoggettatela”, (Gen 1, 28): la Bibbia, fin dalla prima pagina, ci insegna che la creazione intera è per l’uomo, cui è demandato il compito d’applicare il suo sforzo intelligente nel metterla a valore e, col suo lavoro, portarla a compimento, per così dire, sottomettendola al suo servizio. […] Il recente concilio l’ha ricordato: «Dio ha destinato la terra e tutto ciò che contiene all’uso di tutti gli uomini e di tutti i popoli, di modo che i beni della creazione devono equamente affluire nelle mani di tutti, secondo la regola della giustizia, ch’è inseparabile dalla carità. (Const. past. Gaudium et spes, n. 69)». (Pop. Pro., n. 1)

 

Paolo VI era indotto a scrivere queste righe nel 1967 dalla constatazione delle profonde diseguaglianze esistenti tra una minoranza dell’umanità, i popoli ricchi, che disponeva di una quantità sovrabbondante di beni, e la maggioranza dei popoli, a cui mancava il necessario per vivere dignitosamente, o semplicemente per vivere. Attraverso l’Enciclica chiedeva ai popoli ricchi, che dal 1949, a partire dal discorso d’insediamento alla Casa Bianca del presidente americano Harry Truman, venivano definiti sviluppati, di aiutare i popoli poveri a superare la miseria in cui vivevano, di favorire il loro sviluppo, fornendo ad essi l’assistenza tecnologica necessaria per ricavare dalla natura le risorse necessarie ad aumentare la quantità di beni a loro disposizione.

Paolo VI ha esercitato i suoi mandati al vertice della Chiesa cattolica, come pro-segretario di Stato dal 1944 al 1954, come arcivescovo di Milano dal 1954 al 1963 e come papa dal 1963 al 1978: nei trent’anni dal 1945 al 1975 che gli economisti francesi chiamano gloriosi, in cui nei paesi europei e negli Stati Uniti si è realizzata una crescita economica straordinaria, priva di corrispettivo negli altri Paesi del mondo. La cultura progressista di quel periodo riteneva che il modello economico e produttivo dei paesi ricchi fosse buono, anzi il migliore mai apparso nella storia, perché creava ricchezza, ma che fosse ingiusto perché non la distribuiva equamente.

A partire da queste premesse Paolo VI sollecitava i Paesi sviluppati a sostenere con l’apporto delle loro tecnologie i Paesi sottosviluppati, affinché potessero aumentare la loro capacità di sfruttare le risorse della terra e trasformarle in beni. Le componenti progressiste della cultura industriale pensavano che l’obbiettivo etico di una maggiore equità tra gli esseri umani si potesse ottenere aumentando il dominio della specie umana sulle altre specie viventi, perché la percezione che questo dominio fosse una iniquità era stata cancellata dalla convinzione che esse nell’ordine divino fossero state poste al suo servizio.

In meno di cinquant’anni le applicazioni tecnologiche fondate su un antropocentrismo così duro e assoluto hanno sortito l’effetto contrario di impoverire sempre di più i popoli sottosviluppati, a cui i popoli sviluppati hanno sottratto in misura sempre maggiore «i beni della creazione» per alimentare la loro crescita economica, hanno persuaso i popoli sviluppati che il senso della vita consista nell’acquistare quantità sempre maggiori di merci da buttare nei rifiuti sempre più in fretta, hanno causato sofferenze indicibili a un numero sempre più ampio di specie animali, hanno superato la capacità della terra di fornire alla megamacchina industriale le materie prime da trasformare in merci e di metabolizzare gli scarti generati dalla produzione e dall’uso delle merci.

Oltre ad aggravare le ingiustizie nei confronti dei popoli sottosviluppati, le tecnologie finalizzate ad accrescere il dominio della specie umana sulla natura, hanno provocato alterazioni sempre più gravi degli ecosistemi, in particolare dei fattori climatici, che verranno pagate in misura sempre maggiore dai popoli sottosviluppati, accrescendo ulteriormente le loro sofferenze e la loro povertà. L’iniquità della specie umana nei confronti di tutte le altre specie viventi oltre ad essere stata la principale causa della crisi ecologica, ha aumentato anche le iniquità tra gli esseri umani.

A cinquant’anni di distanza, Papa Francesco nell’Enciclica Laudato si’ capovolge la visione antropocentrica sostenuta da Paolo VI affermando che tutto nel mondo è intimamente connesso, che le altre specie viventi non sono risorse a disposizione della specie umana, ma hanno la loro necessità e la loro dignità, che il male fatto a ognuna di esse si ripercuote su tutte le altre, esseri umani compresi, in particolare sui più poveri. E ne deduce che la riduzione delle iniquità tra gli esseri umani e la riduzione delle iniquità tra la specie umana e le altre specie viventi sono intrinsecamente correlate, che non si può perseguire l’una senza perseguire anche l’altra, che l’aggravamento di una aggrava anche l’altra. Nel Cantico delle Creature la percezione dei legami che connettono tutte le specie viventi tra loro, con i fattori abiotici e con i luoghi in cui vivono, è espressa da San Francesco in termini di rapporti fraterni. Dà una valenza ulteriore, empatica ed etica, alla consapevolezza scientifica che ne abbiamo oggi. Scrive il papa che salendo al soglio pontificio ha voluto prendere il nome del poverello di Assisi:

 

«[…] quando il cuore è veramente aperto a una comunione universale, niente e nessuno è escluso da tale fraternità. Di conseguenza, è vero anche che l’indifferenza o la crudeltà verso le altre creature di questo mondo finiscono sempre per trasferirsi in qualche modo al trattamento che riserviamo agli altri esseri umani. Il cuore è uno solo e la stessa miseria che porta a maltrattare un animale non tarda a manifestarsi nella relazione con le altre persone». (n. 92)

 

Il modo di perseguire l’equità indicato da Paolo VI costituisce la variante progressista cattolica della cultura industriale. Il modo indicato da Francesco I è una critica radicale del modo di produzione industriale. Per riprendere le argomentazioni sviluppate da Norberto Bobbio nel suo libro Destra e sinistra: ragioni e significati di una distinzione politica, la destra rappresenta la tendenza culturale e politica che ritiene naturali e immodificabili le diseguaglianze esistenti tra gli esseri umani, mentre la sinistra è la tendenza opposta che si propone a favorire l’eguaglianza.

Pertanto la posizione di Paolo VI, per quanto possa sembrare strano sostenerlo, rientra culturalmente nell’ambito della sinistra. È la componente della sinistra che fonda la pulsione all’eguaglianza sull’idea della fratellanza umana. Non ha niente a che fare con la componente della sinistra che si propone di perseguirla con la lotta di classe, anzi ne è sempre stata l’antagonista vincente. La posizione di Papa Francesco non rientra nella sinistra, anche se è stata interpretata così, sia dalla sinistra, sia dalla destra, perché non si limita a criticare l’iniquità con cui i più forti gestiscono ai danni dei più deboli un modello economico di cui si valuta positivamente la capacità di creare ricchezza e benessere, ma indica esplicitamente nella finalizzazione della produzione al profitto, che caratterizza questo modello, la causa sia dell’iniquità sociale, sia del degrado ambientale che accresce ulteriormente l’iniquità sociale perché le sue conseguenze più gravi vengono pagate dai più poveri.

 

«Il principio della massimizzazione del profitto, che tende ad isolarsi da qualsiasi altra considerazione, è una distorsione concettuale dell’economia: se aumenta la produzione, interessa poco che si produca a spese delle risorse future o della salute dell’ambiente; se il taglio di una foresta aumenta la produzione, nessuno misura in questo calcolo la perdita che implica desertificare un territorio, distruggere la biodiversità o aumentare l’inquinamento». (n. 195)

 

Individuando la causa del degrado ambientale nella finalizzazione dell’economia al profitto, la critica di Papa Francesco non si appunta sul capitalismo, che non viene mai nominato nella Laudato si’ (a differenza della Populorum Progressio, che invece lo chiama in causa), ma si riferisce al modo di produzione industriale, di cui il capitalismo è la variante vincente a livello mondiale, dopo la sconfitta della variante socialista, sancita definitivamente nel 1989 dall’abbattimento del muro di Berlino. La sua critica ha per oggetto la razionalità strumentale, da cui sono accomunate entrambe le varianti del modo di produzione industriale: il capitalismo e il socialismo.

 

«La razionalità strumentale, che apporta solo un’analisi statica della realtà in funzione delle necessità del momento, è presente sia quando assegnare le risorse è il mercato, sia quando lo fa uno Stato pianificatore». (n. 195)

 

L’Enciclica di papa Francesco supera la contrapposizione tra l’ideologia liberista e l’ideologia socialista, che ha caratterizzato la dialettica culturale e politica nell’epoca storica in cui si è sviluppato e si è gradualmente esteso a tutto il mondo il modo di produzione industriale. Indica nella finalizzazione dell’economia al profitto la causa di una crisi ambientale e di una crisi sociale interdipendenti tra loro, che non possono essere risolte all’interno di questo modello economico e produttivo. Propone alcuni cambiamenti radicali, nella tecnologia, negli stili di vita, nella concezione del progresso, nel sistema dei valori, come anticipazioni di un paradigma culturale alternativo da costruire. «Si attende ancora – scrive il papa – lo sviluppo di una nuova sintesi che superi le false dialettiche degli ultimi secoli». (n. 121).

Impossibile non capire che si riferisca alla contrapposizione tra le varianti dell’ideologia liberista e le varianti dell’ideologia socialista. Inevitabile che suscitasse diffuse incomprensioni, per lo più da sinistra, critiche rabbiose, per lo più da destra, interpretazioni distorte. Ma anche un grande interesse in tutti coloro che non sono stati appiattiti dal consumismo sulla dimensione materialistica della vita e hanno mantenuto viva la loro spiritualità. Di coloro che non ritengono che lo scopo della vita sia produrre sempre di più per consumare sempre di più e consumare sempre di più per poter continuare a produrre sempre di più.

La finalizzazione dell’economia alla crescita del profitto richiede l’uso di tecnologie sempre più potenti che aumentano in continuazione la produzione di merci. E di conseguenza il prelievo di risorse da utilizzare nei processi produttivi e le emissioni di sostanze non metabolizzabili dalla biosfera. Se l’economia continuerà ad essere finalizzata alla crescita, la crisi ecologica e la crisi sociale si aggraveranno fino al collasso perché le risorse della terra non sono infinite, né è infinita la sua capacità di metabolizzare le emissioni dei cicli produttivi e dell’uso dei prodotti.

 

«Da qui si passa facilmente all’idea di una crescita infinita o illimitata, che ha tanto entusiasmato gli economisti, i teorici della finanza e della tecnologia. Ciò suppone la menzogna circa la disponibilità infinita dei beni del pianeta, che conduce a “spremerlo” fino al limite e oltre il limite. Si tratta del falso presupposto che «esiste una quantità illimitata di energia e di mezzi utilizzabili, che la loro immediata rigenerazione è possibile e che gli effetti negativi delle manipolazioni della natura possono essere facilmente assorbiti». [Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Compendio della dottrina sociale della Chiesa, 462]». (n. 106)

 

Anche se non ne è diffusa la consapevolezza, scrive Papa Francesco, la causa di fondo della crisi ecologica è la crescita economica. E, se la crisi ecologica è strettamente interconnessa con la crisi sociale, come viene ripetuto più volte nell’Enciclica, è inevitabile dedurne che è anche la causa delle iniquità tra gli esseri umani e tra i popoli. «Non ci si rende conto a sufficienza di quali sono le radici più profonde degli squilibri attuali, che hanno a che vedere con l’orientamento, i fini, il senso e il contesto sociale della crescita tecnologica ed economica». (n. 109)

Non dovrebbe stupire che da queste premesse il pontefice abbia dedotto, suscitando l’indignazione delle vestali della crescita e di chi ne ricava benefici e potere, che sia «[…] arrivata l’ora di accettare una certa decrescita in alcune parti del mondo procurando risorse perché si possa crescere in modo sano in altre parti» (n. 193). In questa frase i termini crescita e decrescita non vengono usati nel loro significato economico di aumento e diminuzione del valore monetario dei beni finali scambiati con denaro nel corso di un anno, e quindi con l’aumento e la diminuzione del reddito pro-capite, perché, se così fosse, si ricadrebbe nell’interpretazione dell’equità come estensione ai popoli poveri del modello economico dei popoli ricchi, basato sulla crescita dell’iniquità nei confronti di tutti gli altri viventi.

Il concetto è espresso in termini di risorse, cioè di una diminuzione dei consumi di risorse della terra da parte dei popoli che hanno più del necessario, al fine di aumentare la quantità di risorse utilizzabili dai popoli che hanno meno del necessario per sostenere una loro crescita economica sana, cioè diversa da quella non compatibile con i limiti della biosfera dei popoli ricchi.

Anche se sarebbe stato auspicabile un approfondimento di questi concetti, per la prima volta la decrescita riceve un riconoscimento della massima autorevolezza morale e viene indicata come la condizione indispensabile per realizzare in questa fase della storia la pulsione all’eguaglianza insita nell’animo umano, che costituisce l’elemento caratterizzante dell’insegnamento di Cristo.

Dopo due secoli e mezzo di esaltazione acritica della crescita da parte di tutte le correnti di pensiero, di destra, di sinistra e della stessa Chiesa cattolica, a fronte dell’irrisione riservata sino ad ora alla decrescita da politici, imprenditori e intellettuali che pure si vantano della loro formazione cattolica (e, per quanta buona volontà ci mettano, non riescono dal 2008 a far ripartire la crescita economica), questa apertura di Papa Francesco indica il nuovo inizio che, secondo la Carta della Terra, approvata all’Aia nel marzo del 2000, il destino comune ci obbliga a cercare.

 

24 novembre 2015

 

 

 

 

[1]             Papa Francesco, Lettera enciclica Laudato sì’, (24 maggio 2015), n. 114; cfr anche n. 63. D’ora in poi la citazione avverrà nel testo con l’indicazione del numero arabo che accompagna i relativi paragrafi.