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Né austerità, né debiti pubblici.

Promuovere lo sviluppo di tecnologie che accrescono l’efficienza nell’uso delle risorse e ammortizzano gli investimenti con i risparmi economici che consentono di ottenere. Senza contributi di denaro pubblico.

 

Crescita e occupazione.

 

Nelle società che finalizzano l’economia alla crescita della produzione di merci, le industrie non possono non investire sistematicamente in innovazioni tecnologiche che aumentano la produttività, ovvero la quantità della produzione in una unità di tempo. Altrimenti la produzione non crescerebbe e non si raggiungerebbero le finalità poste all’economia. Le tecnologie che aumentano la produttività aumentano l’apporto delle macchine e riducono l’apporto del lavoro umano al valore aggiunto. Di qui è nata la convinzione che le innovazioni tecnologiche riducano i posti di lavoro. Uno dei primi a sostenere questa tesi è stato John Maynard Keynes, che in un suo breve saggio del 1931, intitolato Possibilità economiche per i nostri nipoti, ha scritto: «Noi abbiamo contratto un morbo di cui forse il lettore non conosce ancora il nome, ma del quale sentirà molto parlare negli anni a venire – la disoccupazione tecnologica. Scopriamo sempre nuovi sistemi per risparmiare forza lavoro, e li scopriamo troppo in fretta per riuscire a ricollocare quella forza lavoro altrove».[1]

In realtà l’illustre economista confondeva due fenomeni, uno di carattere tecnico e uno di carattere politico, perché la riduzione dell’apporto del lavoro umano al valore aggiunto causata dallo sviluppo tecnologico può essere gestita in due maniere. Se si decide di mantenere intatta la durata dell’orario giornaliero di lavoro si riduce l’occupazione, ma se si decide di ridurre la durata dell’orario giornaliero di lavoro si può mantenere intatta l’occupazione. Queste decisioni rispondono a valutazioni di carattere politico. La concorrenza ha imposto l’adozione della prima scelta, per cui le innovazioni dei processi produttivi hanno comportato riduzioni dell’occupazione. In controtendenza con questo processo agiscono le innovazioni tecnologiche di prodotto, ovvero l’immissione sui mercati di modelli innovativi dei prodotti in uso, o di prodotti innovativi – si pensi alla telefonia mobile – che mantengono alta la propensione al consumo e offrono nuove possibilità di occupazione. Ma, come ha scritto Keynes, le innovazioni tecnologiche di processo si sono susseguite troppo velocemente, anche nei settori produttivi innovativi, per consentire alle innovazioni tecnologiche di prodotto di assorbire tutta la forza lavoro che espellevano. La riduzione del numero degli occupati fa diminuire il numero delle persone con un reddito in grado di acquistare merci. Pertanto, se le innovazioni tecnologiche di processo non vengono accompagnate da riduzioni dell’orario di lavoro, accrescono l’offerta e contribuiscono a ridurre la domanda. Per evitare che questo squilibrio venga compensato da una riduzione della produzione che innescherebbe una crisi  – la riduzione della produzione comporta una diminuzione dell’occupazione che a sua volta determina una riduzione della domanda, per cui occorre ridurre ulteriormente la produzione – la domanda viene sostenuta politicamente aumentando i debiti pubblici e incentivando i debiti privati con opportune agevolazioni fiscali e monetarie. La finalizzazione dell’economia alla crescita della produzione di merci implica la crescita dell’indebitamento.

 

Crescita e debito.

 

Nel breve periodo l’indebitamento può essere una scelta risolutiva, sia per i bilanci pubblici, sia per i bilanci privati. Il finanziamento in deficit di opere pubbliche o di servizi sociali fa crescere la produzione e l’occupazione, per cui aumenta il gettito fiscale e gli enti pubblici possono ripagare i debiti che hanno contratto. La crescita della produzione conseguente all’adozione di tecnologie più performanti acquistate a debito, fa aumentare la produzione, le vendite e i profitti, per cui le aziende possono ripagare i debiti sottoscritti per acquistarle. La crescita della spesa pubblica e degli investimenti produttivi fanno crescere l’occupazione, per cui le famiglie possono saldare i mutui e i crediti al consumo. Ma può succedere che i debiti non possano essere pagati: dalle pubbliche amministrazioni perché i profitti derivanti dall’incremento della produzione non sono sufficienti ad accrescere il gettito fiscale in misura tale da compensare le spese in deficit; dalle aziende perché l’aumento dell’offerta di merci non è assorbito da un’adeguata crescita della domanda, per cui i profitti non consentono di ammortizzare le spese d’investimento; dalle famiglie se s’indebitano più di quanto lo consenta l’aumento dei loro redditi.

 

Quando si verificano delle insolvenze, se i creditori sono d’accordo, i debiti possono essere rateizzati con un aumento degli interessi. In questo caso occorrono quote maggiori del gettito fiscale, dei profitti delle aziende e dei redditi familiari per pagare le nuove rate più onerose, per cui diminuisce la domanda. Se invece i debitori non sono in grado di pagare i creditori nemmeno ristrutturando i debiti, le aziende falliscono e alle famiglie vengono pignorati i beni acquistati a credito, mentre lo Stato può risolvere il problema aumentando la richiesta di prestiti ai privati con l’emissione di Buoni del Tesoro, a tassi d’interesse tanto più alti quanto più alto è il livello raggiunto dal debito pubblico e il rischio che i sottoscrittori non possano essere rimborsati.

Di conseguenza il debito aumenta e, poiché aumenta anche il peso degli interessi, si può raggiungere la soglia oltre la quale l’avanzo primario di un bilancio statale – ovvero il saldo positivo tra le entrate e le spese – non è sufficiente a pagare le rate del debito pubblico, per cui per coprire la differenza occorre ridurre le spese o aumentare le tasse, con un effetto depressivo sulla domanda aggregata. Poiché, generalmente, i governi su cui si scarica l’onere di affrontare questi problemi non sono quelli che li hanno creati, i governi che deliberano le spese in deficit usufruiscono del consenso sociale che ne deriva, mentre i governi successivi ne pagano le rate gravate dagli interessi e ne subiscono le conseguenze negative senza esserne stati responsabili. In termini generazionali, le generazioni presenti non pagano tutti i costi di scelte di cui beneficiano, lasciandone una parte da pagare alle generazioni future, che non ne ricevono alcun vantaggio.

A questa iniquità sociale, si aggiunge un aumento dell’impronta ecologica della specie umana sulla biosfera, perché in conseguenza delle spese in deficit aumenta la domanda di merci, aumenta il fabbisogno di risorse naturali da trasformare in merci e da utilizzare nei processi produttivi, aumentano i rifiuti e le sostanze di scarto emesse dai cicli produttivi in qualche matrice della biosfera. E aumentano le diseguaglianze tra i popoli, perché un incremento dei consumi di risorse da parte dei Paesi industrializzati riduce le quantità di risorse disponibili per i Paesi in cui è ancora significativa l’economia di sussistenza. Chi si propone di promuovere una maggiore equità sociale e una maggiore compatibilità ambientale non può non impegnarsi contro l’aumento dei debiti pubblici e per l’adozione di stili di vita che escludano il ricorso ai debiti per comprare più di quanto non consenta il proprio reddito.

 

I debiti sono l’altra faccia della medaglia della crescita. L’irresponsabilità politica negli anni del boom economico.

 

La settimana Incom 30 novembre 1962: Tutti contenti a Firenze.[2]

La nuova libreria Feltrinelli a Firenze e il deficit dell’amministrazione comunale

Tutti contenti a Firenze. Il boom della cultura non poteva trovare impreparata la città di Dante e i fiorentini tra tanti supermercati hanno ora anche il supermarket della letteratura. Nella nuova libreria Feltrinelli il cliente si serve da sé, come nei grandi magazzini. Il miracolo economico e le riviste di arredamento hanno portato i libri sullo stesso piano dei soprammobili e ne hanno fatto un elemento decorativo. Una macchia di colore per il soggiorno. Molti si lasciano sedurre dall’etichetta e comprano un libro per la sua copertina, come se si trattasse di una scatola di pomidoro pelati. I libri ormai servono a tutto, tranne che ad essere letti. Tra i clienti ce n’è uno particolarmente soddisfatto: il sindaco La Pira. Forse pensa che qualcuno prima o poi dovrà risanare il deficit del Comune e questo pensiero lo diverte. L’assessore alle finanze Mayer ha rivelato che il deficit ammonta a 44 miliardi. La notizia ha suscitato grande scalpore. L’unico tranquillo e imperturbabile è il sindaco.

Intervistatore «Come sta la faccenda dei debiti del Comune?»

La Pira «Debiti? Ma guardi l’unica responsabilità che io ho è di non aver fatto i debiti adeguati per la mia città. Ne vuole una prova? Milano: al primo gennaio 59 sa quanti debiti aveva? 149 miliardi 350 milioni. Ne vuole ancora? Torino, al primo gennaio 62, sa quanti ne aveva? 164 miliardi (negli anni precedenti erano stati costruiti gli edifici, in seguito inutilizzati, e le infrastrutture, subito smantellate, di Italia 61 per celebrare il centenario dell’unità d’Italia ndr.)».

Intervistatore «Allora 44 miliardi…».

La Pira «Aspetta, aspè… aspè… Roma, al primo 62, sa quanti ne aveva? 357 miliardi (negli anni precedenti erano stati costruiti gli edifici, le infrastrutture viarie e gli impianti per le Olimpiadi del 1960, ndr.). Napoli. Sa quanto? 203 miliardi. Palermo, sempre al primo, 62 miliardi, e così via.».

Intervistatore «Certo che lei è molto informato sui debiti degli altri.»

La Pira «Ma io, io sono ragioniere, sa?»

Intervistatore «Come si può rimediare?»

La Pira «A che cosa?»

Intervistatore «Ai debiti.»

La Pira «Ai debiti? Come ai debiti? Rimediare a che cosa? Scusi i debiti, non è che noi facciamo debiti per feste da ballo, eh?»

Intervistatore «Allora i debiti, ci sono o non ci sono?»

La Pira «Ci sono. Purtroppo sono pochi. Perché noi ne abbiamo soltanto 39 miliardi».

Intervistatore «Ah, soltanto…».

La Pira «Se fa il confronto con Milano 149, Torino…».

Intervistatore «E allora sono una sciocchezza».

La Pira «Una sciocchezza. Io sono responsabile di una sola cosa. Di non aver fatto per la mia città i debiti che le altre città hanno fatto per il loro incremento».

Intervistatore «Grazie».

La Pira «Sono un imbecille».

Ossia è imbecille chi risparmia (commento del giornalista che, in realtà, avrebbe dovuto dire: è imbecille chi non fa debiti).

 

La crescita progressiva dell’indebitamento pubblico e privato.

 

Il divario tra la crescita dell’offerta e una crescita inferiore della domanda determinato dagli incrementi della produttività senza riduzioni dell’orario di lavoro, è aumentato progressivamente con l’introduzione dell’informatica e della robotica nelle attività produttive. Per cui è aumentata la tendenza dei governi dei Paesi industrializzati a spendere in deficit per far crescere la domanda, è aumentata la necessità delle industrie di accendere mutui per acquistare le innovazioni tecnologiche che si susseguono a ritmo sempre più serrato, è aumentata la propensione delle famiglie ad acquistare a debito, anche in conseguenza degli incentivi offerti dal sistema bancario: carte di credito, mutui facili, rateizzazioni dei pagamenti.

Dal 2000 al 2016 il rapporto tra debito e prodotto interno lordo nei Paesi dell’Unione Europea è salito dal 60,2 all’83,5 per cento. Dal 1995 al 2016, in Italia è salito dal 116 al 132 per cento, in Francia dal 55,8 al 96 per cento, nel Regno Unito dal 45,2 all’89,3 per cento, in Germania dal 54,8 al 68,3 per cento, in Spagna dal 61,7 al 99,4 per cento, in Grecia dal 99 al 179 per cento. Più forti gli aumenti in Giappone, dove ha raggiunto il 228 per cento, e negli Stati Uniti, dove alla fine degli anni settanta si attestava intorno al 30 per cento e nel 2016 aveva raggiunto il 104 per cento del prodotto interno lordo, pari a 20.000 miliardi di dollari, a cui vanno aggiunti altri 3.125 miliardi di debiti contratti da singoli Stati e municipalità. Secondo i dati forniti dal Fondo Monetario Internazionale alla fine del 2015 il debito globale ha raggiunto il valore di 152.000 miliardi di dollari, pari al 225 per cento del valore monetario della produzione di merci a livello mondiale, che si è attestato a 77.302 miliardi di dollari. Circa i due terzi del debito complessivo, pari a 100 miliardi di dollari, sono costituiti da debiti privati: delle famiglie, per accrescere i loro consumi, e delle aziende, per effettuare investimenti finalizzati ad aumentare la produttività. I dati differenti forniti dall’Institute for International Finance, riportati dal quotidiano della Confindustria, Il Sole 24 ore, oltre a confermare la scarsa attendibilità dei dati su cui si fondano le scelte economiche, sono ancora più impressionanti: a gennaio 2017 il debito mondiale avrebbe raggiunto 215.000 miliardi di dollari, pari al 325 per cento del valore della produzione di merci, di cui 70 – un terzo – accumulato negli ultimi 10 anni.[3]

In Italia il debito pubblico eccede i valori degli altri Paesi europei ed è secondo solo alla Grecia, in conseguenza della decisione, presa nel 1981 dall’allora ministro del Tesoro Beniamino Andreatta e dal governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi, di vietare alla Banca d’Italia di acquistare i titoli del debito pubblico rimasti invenduti, per evitare il rischio d’inflazione. Il risultato fu un forte innalzamento degli interessi. In dieci anni il debito pubblico raddoppiò, salendo dal 60 per cento del Pil nel 1982 al 120 per cento nel 1993. Nel 2015 il valore del prodotto interno lordo italiano è stato di 1.645 miliardi di euro, il valore del debito pubblico di 2.173 miliardi di euro, pari al 132,3 per cento del Pil; la somma degli interessi pagati sul debito pubblico è stata di 70 miliardi di euro, pari al 4,3 per cento del Pil (dati della Banca d’Italia).

 

La globalizzazione.

 

Il divario tra l’aumento dell’offerta di merci e un più contenuto aumento della domanda è stato accentuato dalla globalizzazione, ovvero dall’estensione dell’economia di mercato a livello planetario, in particolare alla Cina e all’India, dove vivono 2,6  miliardi di persone – il 37 per cento della popolazione mondiale – alla Russia, al Brasile e al Sud Africa. L’apertura di quei mercati vastissimi era indispensabile per ridare slancio alla crescita economica dei Paesi di più antica industrializzazione – Stati Uniti, Unione Europea, Canada e Giappone – e ha consentito alle società multinazionali di trasferire i loro impianti in Paesi dove i costi della manodopera e le tutele sindacali sono molto inferiori, gli orari di lavoro più lunghi, le legislazioni ambientali molto più permissive. I costi di produzione più bassi e il più intenso sfruttamento dei lavoratori hanno fatto crescere la produzione e i loro profitti, ma l’occupazione nei Paesi di più antica industrializzazione è diminuita, facendo diminuire la domanda, che è aumentata nei Paesi in cui sono state delocalizzate le aziende, ma non in misura tale da assorbire gli incrementi dell’offerta, a causa dei livelli retributivi più bassi.

L’aumento della disoccupazione, soprattutto giovanile, nei Paesi europei e la concorrenza esercitata dai costi e dalle tutele sindacali inferiori in Cina e in India, hanno ridotto la forza contrattuale dei lavoratori. Di conseguenza le loro retribuzioni sono diminuite costantemente. Il sociologo del lavoro Luciano Gallino ha scritto che «tra il 1980 […] e il 2006, la quota dei salari sul Pil nei paesi che formavano a inizio periodo la UE a 15 è scesa di circa 10 punti, dal 68 a 58 per cento», accentuando la diminuzione della domanda e aumentando le differenze tra una minoranza sempre più ricca e una percentuale sempre più ampia di popolazione sempre più povera.[4]

 

La crisi dei mutui subprime.

 

La dinamica costituita da una crescita della produzione di merci che comporta una crescita dell’offerta sistematicamente superiore alla crescita della domanda, creando un divario che si cerca di ridurre aumentando progressivamente l’indebitamento pubblico e privato per sostenere la domanda, prima o poi è destinata a innescare una crisi da sovrapproduzione. Così è avvenuto con i mutui subprime, a febbraio del 2007 negli Stati Uniti. Le banche americane concedevano mutui per l’acquisto di case a clienti che esse stesse avevano classificato nella categoria dei subprime, i meno affidabili, perché erano falliti, o erano stati pignorati, o non pagavano con regolarità bollette e rate di prestiti. Per il fatto di essere ad alto rischio, i mutui subprime erano gravati da tassi d’interesse superiori a quelli di mercato. Con quei finanziamenti le banche contribuivano a tenere alti i prezzi e la domanda nel settore dell’edilizia, evitando che entrasse in crisi. A metà degli anni novanta il 25 per cento dei mutui fondiari erano subprime.

Quando ha iniziato a crescere il numero dei mutui non pagati, le case che le banche pignoravano e mettevano in vendita hanno fatto crescere l’offerta più della domanda, per cui i prezzi del settore edile sono crollati. Sapendo che questo sarebbe stato l’esito inevitabile della vicenda, gli istituti di credito si erano tutelati trasformando i loro crediti nei confronti dei clienti subprime in obbligazioni subordinate, che avevano rendimenti molto elevati proprio perché quei mutui erano stati concessi a tassi d’interesse superiori a quelli di mercato, ma erano molto rischiose perché garantite – si fa per dire – dai mutui stessi e non dall’istituto di credito. Questi titoli d’investimento, che vengono definiti derivati, non pagano l’interesse se le rate del mutuo non vengono pagate e, in caso d’insolvenza, non possono essere ceduti. La conseguenza è la perdita dei capitali investiti dai risparmiatori che li hanno acquistati convinti di vederli fruttare senza fare nulla, come Pinocchio nel Campo dei Miracoli.[5]

Secondo il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, la crisi scoppiata nei primi mesi del 2007 e culminata a settembre del 2008 con la bancarotta di una delle principali banche del Paese, la Lehman Brothers, è costata quasi 9 milioni di posti di lavoro e poco meno di 19.200 miliardi alle famiglie. La crisi dell’edilizia che ne è seguita si è propagata rapidamente a tutti gli altri comparti produttivi, provocando una recessione più grave, più estesa e più duratura di quella del 1929. Per fronteggiarla ed evitare il crollo del sistema creditizio, che avrebbe avuto pesantissime ripercussioni sulle attività economiche e produttive, gli Stati hanno sostenuto le banche con enormi contributi di denaro pubblico. Negli Stati Uniti, in seguito al fallimento della Lehman Brothers il presidente Barak Obama ha fatto ricorso a un prolungato quantitative easing, che ha fatto crescere il debito pubblico di 9.300 miliardi di dollari e il rapporto tra debito e prodotto interno lordo dal 65 per cento a più del 100 per cento. Una conferma del fatto che la finalizzazione dell’economia alla crescita richiede un incremento costante dei debiti pubblici.

 

Distinguere l’austerità dal buongoverno.

 

A dieci anni dal suo inizio la crisi economica non è ancora stata superata del tutto, anche se non incide su tutti i Paesi industrializzati con la stessa intensità. I modi di affrontarla sono stati due, opposti nelle scelte, ma accomunati dalla stessa finalità di far ripartire la crescita: l’austerità e l’incremento della spesa pubblica in deficit. L’austerità è stata scelta dalla destra e si fonda sull’assunto che per far ripartire la crescita occorre prima di tutto ridurre i debiti pubblici, tagliando le spese e/o aumentando le entrate, in modo da ridurre l’entità degli interessi da pagare e recuperare denaro per gli investimenti. In linea di principio non si capisce per quale ragione una scelta di questo genere debba rientrare nella categoria concettuale dell’austerità, mentre sembra più attinente a quella del buongoverno. Eliminare dall’agenda politica la realizzazione di grandi opere pubbliche che le aziende private, sulla base di accurati studi di mercato eviterebbero di fare, non è una rinuncia, ma una scelta ispirata a criteri di saggezza.[6] Risponde a criteri di saggezza anche la riduzione delle spese militari, che invece non viene nemmeno presa in considerazione. Basta pensare che solo il costo del casco del pilota di un aereo da combattimento F35 costa 2 milioni di dollari, quanto occorre per ristrutturare energeticamente due grandi edifici scolastici, riducendo del 70 per cento i loro consumi di combustibili fossili, la spesa di denaro pubblico necessaria a pagarli e le emissioni di anidride carbonica. Sempre nella categoria del buongoverno rientra la riduzione degli sprechi che si può ottenere utilizzando tecnologie che accrescono l’efficienza nell’uso delle risorse, mentre la riduzione degli enormi privilegi retributivi di alcune categorie sociali ha anche le connotazioni dell’equità sociale. Queste scelte non rendono austera la vita a nessuno.

Si può definire correttamente austerità la scelta di ridurre il debito pubblico solo se le spese pubbliche che vengono ridotte comportano peggioramenti nelle condizioni di vita di categorie sociali che già hanno poco. Sostanzialmente, se si tagliano le spese dello Stato per i servizi sociali, se ne aumentano i costi per gli utenti riducendo al contempo le prestazioni, si privatizzano i servizi pubblici. A maggior ragione se questa austerità mirata va a colpire famiglie in cui vivono persone che non trovano lavoro, o lo hanno perso a causa della globalizzazione, o fanno lavori precari, dequalificati e poco pagati.

In Italia questo compito è stato affidato a Mario Monti, un economista accademico inserito con ruoli di alta responsabilità nelle istituzioni finanziarie internazionali e nelle strutture associative imprenditoriali, più volte commissario europeo, nominato il 9 novembre 2011 senatore a vita dal Presidente della Repubblica e incaricato il 13 di formare un governo tecnico che il 16 novembre aveva già prestato giuramento. Impossibile non pensare che non fosse un disegno preordinato. E dal momento che non ebbe una gestazione istituzionale, è facile immaginare dove l’abbia avuta.[7]

Presentato dai mass media come colui che avrebbe salvato il Paese dalla gravissima crisi economica e finanziaria che lo attanagliava, il 4 dicembre Mario Monti predispose in un decreto, denominato in coerenza con la sua fama, «Salva Italia», una manovra finanziaria anticrisi che prevedeva un aumento delle tasse, una riduzione delle spese statali per i servizi pubblici, una forte riduzione della spesa pensionistica. Nel decreto venne reintrodotta la tassa sulla prima casa, con un’aliquota più alta di quella precedente e con un aumento delle rendite catastali. Fu aumentata la tassa rifiuti confermandone la parametrazione sulla superficie delle abitazioni, per cui in realtà si configurava come un’integrazione della tassa sulla casa. Venne aumentata l’IVA ed eliminata la riduzione dell’aliquota sui generi alimentari. Furono ridotti i trasferimenti dallo Stato agli Enti locali, che erano autorizzati a introdurre delle addizionali ad alcune tasse statali per compensare la diminuzione dei loro introiti.[8]

La misura che scaricò più pesantemente sulle classi popolari il costo della riduzione del debito pubblico fu la riforma delle pensioni. Dall’anno successivo sarebbe stata innalzata progressivamente l’età pensionabile, fino a raggiungere i 67 anni entro il 2022, e riparametrata al ribasso l’entità delle pensioni col passaggio dal sistema retributivo al sistema contributivo.[9] A 5,5 milioni di titolari di pensioni superiori a 920 euro mensili venne bloccata l’indicizzazione al costo della vita. Nessuna limitazione fu invece applicata alle pensioni privilegiate di parlamentari, consiglieri regionali, dirigenti statali e delle aziende partecipate dallo Stato. Dalle misure finalizzate a risanare il bilancio pubblico furono escluse le imprese, cui venne ridotto il carico fiscale diminuendo le tasse sul costo del lavoro e l’imposta regionale sulle attività produttive. E vennero escluse le grandi opere, per le quali il governo s’impegnava a trovare 40 miliardi di euro tra risorse pubbliche e private. Appena le misure di risanamento del bilancio statale a spese delle classi sociali subordinate furono applicate, le destre tolsero il loro appoggio al governo e il Presidente della Repubblica sciolse anticipatamente le Camere.

Alle elezioni politiche che si svolsero nel febbraio del 2013, la percentuale più alta dei voti – il 25,56 per cento – fu raccolta dal Movimento 5 Stelle, un raggruppamento politico che si presentava per la prima volta, caratterizzandosi come alternativo a tutti i partiti esistenti. Il partito fondato dall’ex-presidente del Consiglio per continuare la sua opera di salvezza del Paese, ottenne appena il 9,1 per cento dei voti e cominciò subito a sbriciolarsi. La sua opera di salvezza non portò frutti né in termini di rilancio dell’economia, né in termini di crescita dell’occupazione, che anzi continuò a diminuire, né in termini di riduzione del debito pubblico. In compenso lasciò il retaggio di una diffusa e profonda sofferenza sociale. Nel 2012 il prodotto interno lordo diminuì del 2,4 per cento rispetto al 2011 e nel 2013 di un ulteriore 1 per cento rispetto al 2012. Il tasso di disoccupazione, che nel 2011 era stato dell’8,4 per cento, nel 2012 salì al 10,7 per cento. Tra i giovani (15-24 anni) crebbe di 6,2 punti percentuali, arrivando al 35,3%, con un picco del 49,9% per le giovani donne del Mezzogiorno. Il tasso di occupazione scese di due decimi di punto rispetto all’anno precedente e ai minimi dal 2000, attestandosi al 56,8%. Nel 2013 il tasso di disoccupazione aumentò ulteriormente, raggiungendo il 12,2 per cento. Tra i giovani arrivò al 42,24 per cento. In valori assoluti il numero dei disoccupati fu di circa 3,3 milioni di persone.

Nel Regno Unito il primo ministro conservatore David Cameron nei cinque anni del suo primo incarico, dal 2010 al 2015, tagliò la spesa sociale dal 23 al 21 per cento del prodotto interno lordo, creando uno scontento sociale che pagò nel 2006 con la sconfitta al Referendum sulla permanenza della Gran Bretagna nell’Unione Europea. Un Referendum che aveva promosso egli stesso, convinto di vincerlo e di rafforzare col sostegno del consenso popolare la sua scelta di restare, mentre gli strati sociali penalizzati dalla riduzione delle spese sociali, dalla disoccupazione e dalla precarietà sul lavoro, videro nella scelta di restare una continuità con le scelte di politica economica e sociale che avevano peggiorato le loro condizioni di vita. Il primo ministro subentrato in seguito alle sue dimissioni, Theresa May, esponente dello stesso Partito Conservatore, nel discorso d’insediamento dimostrò di aver capito la lezione impegnandosi a cambiare strada rispetto al suo precedessore: «Il Referendum ha fatto emergere una nazione spaccata in due, in cui vi sono i ricchi e i poveri, gli ignoranti e gli istruiti, gli avvantaggiati e gli svantaggiati dalla globalizzazione […] Chi nasce povero vive in media nove anni di meno, le donne guadagnano meno degli uomini, chi frequenta la scuola pubblica ha meno possibilità di chi studia in una scuola privata. […] Sotto la mia guida il Partito Conservatore si metterà al servizio della gente comune, dell’ordinary working people». Non deve essere stata molto persuasiva se undici mesi dopo, alle elezioni politiche anticipate che aveva voluto nella convinzione di rendere più ampia la maggioranza risicata del suo partito in Parlamento, invece di rafforzarla l’ha persa perdendo 12 seggi, mentre il Partito Laburista, tornato a sinistra sotto la guida di Jeremy Corbin dopo la svolta a destra di Tony Blair, ne ha guadagnati 30 presentando un programma politico contrario all’austerità, che ha fatto presa soprattutto tra i giovani.

 

Le iniquità sociali e l’incompatibilità ambientale dei debiti pubblici.

 

Per superare la crisi, la sinistra non geneticamente modificata ha scelto di seguire la strada indicata da John Maynard Keynes, il più importante economista del novecento, che non era di sinistra, ma un liberale scettico sulle capacità autoregolatrici del mercato nelle fasi in cui il suo normale funzionamento s’inceppa. Nelle società pre-industriali le crisi erano causate dalla scarsità della produzione agricola che poteva verificarsi di tanto in tanto in conseguenza di eventi meteorologici eccezionali. Nelle società industriali sono causate invece dalla sovrabbondanza dell’offerta di merci. Se l’offerta di merci eccede la domanda espressa dal mercato e rimane in parte invenduta, le aziende devono ridurre la produzione e licenziare una parte dei loro dipendenti. I dipendenti licenziati rimangono senza reddito, per cui la domanda diminuisce, le aziende devono ridurre ulteriormente la produzione e licenziare altri dipendenti. Per arrestare questa spirale, Keynes, infrangendo il caposaldo del liberismo, sostenne che gli Stati dovevano aumentare la spesa pubblica indebitandosi. Non sarebbe bastato che spendessero di più aumentando il prelievo fiscale, perché in questo modo sarebbe aumentata la domanda pubblica, ma sarebbe diminuita quella privata. Per far crescere la domanda aggregata occorreva che gli Stati commissionassero opere pubbliche e potenziassero i servizi sociali oltre le capacità di spesa consentite dalle loro entrate. L’aumento della domanda statale in deficit avrebbe rimesso in moto le attività produttive e avrebbe fatto crescere il numero degli occupati, che con i loro redditi avrebbero fatto crescere ulteriormente la domanda, le attività produttive e gli occupati. L’aumento dei profitti e dei redditi avrebbe aumentato il gettito fiscale e gli Stati avrebbero potuto pagare le rate dei prestiti contratti per rimettere in moto l’economia. Perché aspettare la riduzione dei debiti pubblici per recuperare il denaro necessario a effettuare gli investimenti, come sostiene la destra, mentre l’aumento dei debiti pubblici consente non solo di riavviare molto più in fretta il ciclo economico, ma anche di ridurre la sofferenza sociale invece di acuirla, di migliorare le condizioni di vita degli strati sociali più poveri invece di peggiorarle? Anche da un punto di vista economico è più vantaggioso ridurre il rapporto tra il debito pubblico e il prodotto interno lordo aumentando il prodotto interno lordo invece di ridurre il debito.

La maggiore equità di questa strategia sostenuta dalla sinistra rispetto a quella dell’austerità sostenuta dalla destra è comunque finalizzata, come quella della destra, a rilanciare la crescita economica e i suoi effetti si limitano alle generazioni attuali dei Paesi sviluppati e di quelli che si stanno sviluppando sul loro modello. Ma se aumenta la produzione di merci grazie alla spinta che il sistema produttivo riceve dai debiti pubblici e privati, aumenta il fabbisogno di risorse e di energia, aumentano le emissioni di anidride carbonica e l’effetto serra, aumentano le sostanze di scarto che si accumulano nella biosfera, aumenta il consumo di concimi di sintesi che riducono la fertilità dei suoli, si accelera la diminuzione della fauna ittica negli oceani. Si aggravano tutti i fattori della crisi ambientale, si lascia alle generazioni future un mondo impoverito di risorse e inquinato, aumentano le sofferenze che la specie umana infligge alle altre specie viventi e che, in conseguenza dei legami che connettono tra loro tutte le forme di vita, ritornano come sofferenze sulla specie umana. Specialmente sui popoli poveri e sulle classi sociali più povere dei popoli ricchi. La ricerca di una maggiore equità limitata alle generazioni attuali della specie umana, a scapito delle generazioni future e delle altre specie viventi finisce paradossalmente con aumentare le iniquità che si propone di ridurre.

Ciò di cui i keynesiani di oggi sembra non si rendano conto è che rispetto agli anni trenta del secolo scorso il rapporto tra tecnosfera e biosfera è completamente cambiato: la concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera è passata dal valore di 270 parti per milione, in cui si era stabilizzata da 800 mila anni fino all’inizio del secolo scorso, alle 410 parti per milione registrate all’inizio di questo secolo, innescando una mutazione climatica di cui si stanno appena sperimentando le prime conseguenze; l’overshoot day, il giorno in cui l’umanità arriva a consumare tutte le risorse rinnovabili che la biosfera genera in un anno, è sceso al 2 di agosto; negli oceani galleggiano masse di poltiglia di plastica vaste come continenti; i ghiacci dell’Artico si sono ridotti del 38 per cento dal 1979 a oggi, la popolazione mondiale è passata da 2 a 7 miliardi; la fertilità dei suoli agricoli è diminuita; la fauna ittica è stata dimezzata. I margini di espansione dell’economia che c’erano negli anni in cui Keynes ha elaborato la sua teoria non ci sono più. E non ci sono nemmeno i margini per una stabilizzazione nella situazione attuale. Per non andare incontro al collasso, l’umanità deve ridurre la sua impronta ecologica.

 

Per una riconversione economica dell’ecologia.

 

Chi pone come obbiettivi al suo impegno politico la compatibilità ambientale e un’equità sociale estesa alle generazioni future e alle altre specie viventi, non può non valutare positivamente la scelta dell’Unione europea di porre dei limiti ai debiti e ai deficit pubblici degli Stati aderenti, deliberata a  Maastricht nel 1992. Senza entrare in una valutazione di merito sui valori stabiliti, rispettivamente il 60 e il 3 per cento dei prodotti interni lordi, né sulle successive misure adottate per renderli vincolanti, perché richiederebbero una trattazione specialistica che esula da queste riflessioni, la riduzione dei debiti pubblici, che alcuni economisti ritengono controproducente per superare la crisi economica, è indispensabile per contrastare l’aggravamento della crisi ecologica.[10] Può darsi che i valori fissati a Maastricht non siano stati calcolati col dovuto rigore scientifico, può darsi che le procedure d’infrazione per gli Stati che non li rispettano implichino un cedimento di parte della sovranità nazionale, può darsi che l’inserimento in Costituzione del pareggio in bilancio sia inopportuno, ma se gli Stati  spendono ogni anno più di quanto incassano col prelievo fiscale attivano un surplus di domanda che consente al sistema produttivo di continuare a produrre quantità crescenti di merci, per cui tutti i fattori della crisi ecologica continueranno ad aggravarsi: le emissioni di anidride carbonica e le loro concentrazioni in atmosfera continueranno a crescere, il consumo delle risorse rinnovabili continuerà ad eccedere la capacità di rigenerazione annua della biosfera e l’overshoot day ad anticipare progressivamente, la fertilità dei suoli e la biodiversità continueranno a ridursi, le masse di poltiglie di plastica che fluttuano in tutti gli oceani continueranno ad estendersi e le popolazioni ittiche continueranno a diminuire, le quantità di rifiuti e le malattie mortali causate dall’inquinamento continueranno ad aumentare, l’acqua scarseggerà sempre di più, le tensioni internazionali e le guerre per il controllo delle materie prime necessarie alla crescita si accentueranno.

Nell’attuale epoca storica il problema fondamentale che i Paesi industrializzati devono risolvere è l’elaborazione di una politica economica e industriale in grado di conciliare due esigenze apparentemente antitetiche: la riduzione dell’impronta ecologica dell’umanità e l’aumento dell’occupazione in attività utili, non finalizzate alla crescita economica. La strada da percorrere è lo sviluppo di innovazioni tecnologiche che riducono gli sprechi e aumentano l’efficienza nei processi di trasformazione delle risorse in beni, perché, se si riduce il consumo di risorse per unità di prodotto, non solo si riduce l’impatto ambientale, ma si risparmia del denaro con cui si possono pagare i costi d’investimento di queste tecnologie. Si mette in moto un circolo virtuoso che fa crescere la domanda e l’occupazione senza aggravare i debiti pubblici e i debiti privati delle aziende e delle famiglie. L’occupazione che si crea in questo modo non solo aumenta l’equità tra gli esseri umani viventi, ma riduce l’impatto ambientale delle loro attività e rende il mondo più bello e ospitale anche per le generazioni a venire. Le potenzialità di queste tecnologie sono molto più ampie di quanto generalmente si crede. Per svilupparle appieno occorre uno slancio progettuale di portata non inferiore a quello che ha dato avvio alla prima rivoluzione industriale.

L’impegno principale deve essere rivolto alla riduzione degli sprechi e all’aumento dell’efficienza dei processi di trasformazione energetica, che nei Paesi tecnologicamente avanzati può consentire di ridurre del 70 per cento i consumi di energia alla fonte senza comportare una diminuzione dei servizi finali. Ne deriverebbero: una drastica riduzione delle emissioni di anidride carbonica e dell’effetto serra; una drastica riduzione delle tensioni internazionali e delle guerre per il controllo delle fonti energetiche fossili; una drastica riduzione delle spese energetiche dei consumatori finali – famiglie, aziende, pubbliche amministrazioni.[11] E se si spende di meno per avere gli stessi servizi energetici, si può lavorare di meno e dedicare più tempo alle relazioni umane, alla creatività, allo studio disinteressato, alla contemplazione della bellezza.

In Svizzera sono stati realizzati i primi quartieri di abitazioni e servizi in cui le tecniche costruttive e l’efficienza degli impianti consentono di soddisfare i consumi energetici degli abitanti con una potenza continua pro-capite di 2.000 watt, che corrisponde, grosso modo, alla media degli anni sessanta. Attualmente si superano i 5.000 watt, meno della metà della potenza pro-capite negli Stati Uniti, ma ben più della media africana, che è di 500 watt. L’obbiettivo di una società a 2.000 watt, elaborato da alcuni ricercatori del Politecnico di Zurigo, è stato assunto dall’Ufficio federale dell’energia. 2.000 watt corrispondono a un consumo annuo di circa 17.500 kilowattora di elettricità o di 1.700 litri di petrolio. Oggi, la media mondiale è di circa 2.500 watt.

In Italia per riscaldare gli edifici nei mesi invernali si consumano mediamente 200 kilowattora al metro quadrato all’anno (circa 20 litri di gasolio o 20 metri cubi di metano). In Germania non è consentito superare un consumo di 70 chilowattora al metro quadrato all’anno, un terzo della media italiana, ma gli edifici più efficienti, quelli che rientrano nello standard delle «case passive» non devono superare i 15 chilowattora al metro quadrato all’anno e devono essere coibentati in modo così efficiente da non avere bisogno di un impianto di riscaldamento. Se al centro della politica economica e industriale del nostro Paese si ponesse la ristrutturazione energetica del patrimonio edilizio esistente, con l’obbiettivo di ridurre gli sprechi e le inefficienze al livello dei peggiori edifici tedeschi, i consumi per il riscaldamento si ridurrebbero dei due terzi. Poiché gli edifici assorbono per il solo riscaldamento invernale un terzo dei consumi totali di energia alla fonte, quanta ne brucia tutto l’autotrasporto nel corso di un anno, si ridurrebbero del 20 per cento sia le importazioni di fonti fossili, sia le emissioni di anidride carbonica. I posti di lavoro che si creerebbero attraverso questa decrescita selettiva degli sprechi di energia pagherebbero i loro costi d’investimento con i risparmi che consentono di ottenere.

Un incentivo all’adozione di queste misure in una logica di mercato, senza contributi di denaro pubblico, può essere costituito dall’uso delle forme contrattuali che dovrebbero caratterizzare le energy service companiesesco -: società energetiche che pagano di tasca propria i costi d’investimento degli interventi di ristrutturazione energetica che eseguono negli edifici, o negli impianti pubblici di illuminazione, mentre i proprietari degli edifici e degli impianti ristrutturati si impegnano a pagare per i loro consumi energetici la stessa cifra che pagavano prima della ristrutturazione, per un numero di anni fissato al momento del contratto. Per la durata del contratto le esco incassano i risparmi economici conseguenti ai risparmi energetici che riescono a ottenere. Al termine del contratto il risparmio economico va a beneficio del cliente. La durata degli anni necessari a recuperare gli investimenti è inversamente proporzionale all’efficienza ottenuta. La ricerca della maggiore efficienza possibile diventa pertanto l’elemento concorrenziale vincente. Inoltre il cliente è tutelato perché, essendo prefissato contrattualmente il tempo di rientro dell’investimento, se la esco ottiene una riduzione dei consumi energetici inferiore a quella che ha calcolato, incassa meno denaro di quello che ha previsto. Fare bene il lavoro e gestire bene l’impianto è nel suo interesse.

Il circolo economico virtuoso descritto può trovare un volano decisivo in una sorta di patrimoniale energetica sugli immobili, che può essere gestita in due modi. O il proprietario dell’immobile paga la patrimoniale e lo Stato la utilizza per ristrutturarlo energeticamente, restituendo ogni anno al proprietario l’equivalente del risparmio economico conseguente al risparmio energetico fino all’estinzione della tassa pagata, oppure il proprietario dell’immobile, invece di pagare la tassa fa eseguire in proprio la ristrutturazione energetica e incassa direttamente i risparmi, fornendo allo Stato la documentazione delle spese sostenute e dei risparmi annuali ottenuti.

Un altro settore strategico dove l’ammortamento degli investimenti necessari a ridurre gli sprechi si può pagare con i risparmi economici che ne conseguono, senza contributi di denaro pubblico, è la gestione dell’acqua potabile. In Italia le reti idriche perdono mediamente il 65 per cento dell’acqua pompata dal sottosuolo e depurata. I cambiamenti climatici in corso sono caratterizzati dall’alternanza di periodi sempre più lunghi di siccità in estate e di piogge torrenziali in autunno. Di conseguenza, nei periodi estivi di siccità le perdite degli acquedotti stanno creando problemi alla fornitura di acqua nelle aree urbane. La sostituzione delle tubazioni delle reti idriche costituisce pertanto una misura indispensabile non solo per ridurre uno spreco di energia e denaro senza senso, ma anche per continuare a fornire un servizio indispensabile per il benessere e l’igiene di decine di milioni di persone. Invece, pur essendo conosciuta da anni la gravità di questo problema, non si è fatto nulla per risolverlo, mentre si è preferito, incomprensibilmente, finanziare opere di utilità quanto meno dubbia e certamente dannose per gli ambienti, che non consentiranno mai di recuperare gli investimenti effettuati per realizzarle: dal treno ad alta velocità in Valdisusa, agli inceneritori, a strade e autostrade su cui transita un numero irrisorio di autoveicoli, ai gasdotti per aumentare la fornitura di energia che si spreca invece di realizzare le opere edili necessarie a ridurre gli sprechi di energia, alle spese per sistemi d’arma che non hanno una funzione difensiva, ma chiaramente offensiva, sebbene la nostra costituzione ripudi le guerre di aggressione, al pretesto ricorrente di manifestazioni sportive internazionali per realizzare grandi opere che non verranno più utilizzate in seguito. Se si pensa alle spese aggiuntive che si sostengono per occupare militarmente la Valle di Susa allo scopo di imporre la realizzazione di una linea ferroviaria ad alta velocità non giustificata dalle analisi dei flussi di traffico nei prossimi decenni, anche la persona più razionale non può non pensare a un’influenza di forze oscure che incombono sul futuro dell’umanità.

Le stesse dinamiche si verificano nella gestione degli oggetti dismessi. Il recupero e la riutilizzazione dei materiali che contengono è certamente più conveniente economicamente e meno dannosa ambientalmente delle metodologie che vengono utilizzate per renderli definitivamente inutilizzabili: l’interramento e l’incenerimento. Poiché il costo dello smaltimento è proporzionale al peso degli oggetti conferiti alle discariche o agli inceneritori, meno se ne portano e più si risparmia. Ma, per non portare allo smaltimento le materie prime secondarie contenute negli oggetti dismessi occorre venderle. Più se ne vendono e più si guadagna. Affinché qualcuno le compri occorre effettuarne una raccolta differenziata molto accurata che ne consenta il riciclaggio e il riutilizzo. La vendita delle materie prime secondarie contenute negli oggetti dismessi consente pertanto di creare un’occupazione utile; di pagarne i costi con i risparmi conseguiti nello smaltimento e con i guadagni ottenuti dalla vendita, senza contributi di denaro pubblico; per non parlare della riduzione dell’impatto ambientale dei rifiuti, attraverso la riduzione di uno spreco inammissibile tecnologicamente.

La decrescita selettiva degli sprechi è l’unica via d’uscita da una crisi che da troppo tempo genera problemi al sistema economico e sofferenze umane gravissime. L’assurdità della situazione che stiamo vivendo è dimostrata dal fatto che, mentre il numero dei disoccupati ha raggiunto livelli inaccettabili, non si fanno una serie di lavori che sarebbe indispensabile fare per ridurre la crisi economica, ridurre la crisi ambientale e migliorare la qualità della vita. Una società che non fa lavorare chi vorrebbe farlo e contemporaneamente non commissiona i lavori più necessari, che pagherebbero i loro costi con i risparmi che consentono di ottenere, è profondamente malata. E la sua malattia è causata dalla diffusione dell’idea assurda che lo scopo dell’economia sia la crescita del prodotto interno lordo. Prima ce ne libereremo e meglio sarà.

Maurizio Pallante

 

 

 

[1]    John Maynard Keynes, Prospettive economiche per i nostri nipoti, Adelphi, Milano 2009, pag. 19 (ed. or. 1931)

[2]          https://www.youtube.com/watch?v=ruTQUwmctqI&index=19&list=PL2jwhVT1STUQymyWo1RAWAJjayj2hWenf

[3]             Vito Lops, La bolla del debito globale. In 10 anni è esploso a 215mila miliardi. Si rischia l’effetto supernova?, Il Sole 24 ore on line, 12 aprile 2017. In questo articolo si cita un intervento di Francis Scotland, director of global macro research di Brandywine Global (Gruppo Legg Mason): «Il debito globale è cresciuto, principalmente sulla scorta degli stimoli anti-ciclici sia automatici che discrezionali, che avevano l’obiettivo di stabilizzare l’economia mondiale dopo la grande crisi finanziaria. Nel mondo sviluppato, le politiche fiscali sono tendenzialmente finalizzate a sostenere i consumi e ridurre la disoccupazione nei momenti di recessione. Così, quando l’economia globale è crollata nel 2009, i deficit di budget si sono gonfiati ed il tasso di crescita del debito pubblico ha avuto un’impennata. In senso letterale, l’economia mondiale per gran parte degli ultimi nove anni si è poggiata sulla finanza pubblica. Non possiamo sapere cosa sarebbe accaduto se il debito non fosse cresciuto, ma probabilmente ha evitato o perlomeno rinviato un’altra grande  depressione».

[4]             Luciano Gallino, Il denaro, il debito e la doppia crisi, Einaudi Torino 2015, p. 110.

[5]      In questo campo, situato nei pressi della città Acchiappa-citrulli (nel Paese dei Barbagianni), Pinocchio viene invitato dal Gatto e dalla Volpe a piantare i suoi 5 zecchini d’oro perché la miracolosa natura del terreno avrebbe fatto crescere in brevissimo tempo un albero capace di fruttare monete.

[6]             Il 90 per cento dei Grandi progetti che le Regioni italiane hanno presentato alla Commissione Ue nel periodo 2007-2013 chiedendo che fossero finanziati con fondi europei aveva «un’insufficiente analisi costi-benefici». Il 70 per cento scontava «problemi sulla valutazione del mercato interno o nell’impianto progettuale». E il 50 per cento era lacunoso nella valutazione ambientale. È quello che emerge da un focus del neonato Ufficio valutazione impatto (Uvi) del Senato, presieduto da Pietro Grasso, sulla capacità progettuale dell’Italia in termini di qualità. Il Fatto Quotidiano, 14 agosto 2017.

[7]               Il governo Monti ottenne la fiducia al Senato con 281 voti a favore e 25 contrari, alla Camera con 556 voti a favore e 61 contrari: la maggioranza più ampia di tutta la storia repubblicana, in cui confluirono le destre e le sinistre rafforzando i sospetti, già ampiamente diffusi, sulla labilità delle differenze tra i due schieramenti politici. L’unico partito a votare contro fu la Lega Nord, cui in seguito si unì l’Italia dei Valori.

[8]               Da uno studio effettuato da Ugo Arrigo, docente alla Bicocca di Milano, risulta che nel periodo 2009 – 2015 la riduzione dei trasferimenti statali agli EELL, i vincoli posti al loro bilancio e il patto di stabilità hanno ridimensionato di 39 miliardi le loro capacità di spesa, senza diminuire le loro funzioni. Queste manovre hanno dato un contributo del 95 per cento al miglioramento dei conti pubblici. Inevitabilmente gli EELL sono stati costretti a innalzare i tributi di loro competenza e le tariffe dei servizi. Cfr. Carlo Di Foggia, Come si uccidono gli Enti Locali: 5 anni di austerità ed errori, Il Fatto Quotidiano, 29 gennaio 2017.

[9]               Col metodo retributivo l’importo della pensione viene calcolato sulla media dei redditi degli ultimi anni di lavoro, i più alti. Col metodo contributivo viene calcolato sui contributi effettivamente versati nel corso della vita lavorativa. Poiché nei primi anni di lavoro le retribuzioni sono più basse, l’importo della pensione è inferiore.

[10]            Per rendere vincolante il rispetto dei limiti stabiliti col Trattato di Maastricht, nel 1997 l’Unione deliberò il Patto di stabilità e crescita, in cui erano previsti alcuni strumenti per inviare avvertimenti e applicare sanzioni agli Stati che li avessero superati. Veniva inoltre stabilito che ogni Stato inserisse il pareggio di bilancio in «disposizioni vincolanti e di natura permanente – preferibilmente costituzionale». In Italia questa norma è stata inserita in Costituzione con una modifica dell’articolo 81, approvata nell’aprile del 2012 (governo Monti). Questi impegni sono stati ribaditi nel 2012, dal Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria, più conosciuto con la definizione di fiscal compact (letteralmente «patto di bilancio»), in cui è anche stato stabilito l’obbligo per i Paesi con un debito pubblico superiore al 60% del PIL, di ridurre ogni anno l’eccedenza di un ventesimo.

[11]             Per approfondire questo tema mi permetto di rimandare a questi libri: Mario Palazzetti e Maurizio Pallante, L’uso razionale dell’energia. Teoria e pratica del negawattora, Bollati Boringhieri, Torino 1997; Maurizio Pallante, Un futuro senza luce?, Editori Riuniti, Roma 2007

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Lo spreco di cibo vale 15,5 mld all’anno: quasi l’80% si fa in casa

 

Ogni anno 15,5 miliardi di euro di cibo finiscono nella pattumiera, un valore pari allo 0,94% del Pil. Un dato riconducibile per la maggior parte allo spreco domestico che rappresenta i 4/5 del totale. Sono le stime elaborate sulla base dei test ‘Diari di Famiglia’ eseguiti dal ministero dell’Ambiente con il Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agroalimentari dell’Università di Bologna e con Swg, nell’ambito del progetto Reduce 2017, a un anno dall’entrata in vigore della Legge per la limitazione degli sprechi, l’uso consapevole delle risorse e la sostenibilità ambientale, la cosiddetta Legge Gadda.

Nel dettaglio vale oltre 3,5 miliardi annui lo spreco alimentare nella sola filiera, ovvero dai campi (946.229.325 euro) alla produzione industriale (1.111.916.133 euro), agli sprechi nella distribuzione (1.444.189.543 euro). A questa cifra vanno aggiunti i 12 miliardi dello spreco domestico reale (quello percepito si ferma a 8 miliardi).

I dati scientifici dei ‘Diari di Famiglia’, condotti le scorse settimane su un campione statistico di 400 famiglie di tutta Italia, saranno resi noti nell’ambito di un convegno internazionale a febbraio 2018, in occasione della quinta Giornata Nazionale di Prevenzione dello Spreco alimentare. Ogni giorno, per una settimana, 400 famiglie hanno annotato su formulari composti da parti compilative e chiuse il cibo gettato ad ogni pasto, con annessa motivazione, sul modello realizzato dal Wrap, in Inghilterra, che ha realizzato l’esperimento sul campione più ampio in assoluto (più di 100 famiglie).

Intanto cresce fra i cittadini la sensibilizzazione intorno al tema spreco: l’Osservatorio Waste Watcher (Last Minute Market/Swg) stima che 7 cittadini su 10 sono a conoscenza della nuova normativa e oltre il 91% considera grave e allarmante la questione spreco legata al cibo, mentre l’81% dei cittadini si dichiara consapevole che il cambiamento deve avvenire innanzitutto nel quotidiano.

Per questo la campagna Spreco Zero 2017, con il progetto Reduce, ha introdotto ‘Waste Notes’, il Diario settimanale scaricabile online che sensibilizza la famiglia sullo spreco del cibo. “Lo spreco si annida soprattutto vicino a noi – spiega il responsabile scientifico di Reduce, Luca Falasconi – Il progetto ci permette di capire che proprio la quotidianità delle nostre azioni determina la produzione di spreco alimentare, ogni giorno. Il frigo, la dispensa, e le mense scolastiche sono tra i principali luoghi dove ogni giorno cibo ancora perfettamente buono e sano inizia il suo percorso verso la discarica”.

“Lo spreco alimentare è un tema su cui sensibilizzare innanzitutto i giovani, dai bimbi ai millennials della generazione Z: perché saranno loro a guidare il mondo – spiega il direttore scientifico della Campagna europea di sensibilizzazione ‘Spreco Zero’ di Last Minute Market Andrea Segrè – Fra gli obiettivi prioritari di Spreco Zero permane la proclamazione di un Anno Europeo sullo Spreco alimentare, una questione globale richiede campagne capillari per lo meno a livello dei paesi Ue”.

“Sosteniamo da cinque anni e con grande convinzione il progetto Spreco Zero e ci auguriamo che ottenga risultati sempre maggiori in un’ottica di uso consapevole delle risorse da parte di cittadini e imprese e di sostenibilità ambientale”, ricorda Luciano Bacoccoli, Responsabile Territorial Relations&Claims Centro Nord di Unicredit.

Fonte: Adnkronos.it

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Una lavatrice di plastica: come i tessuti stanno inquinando i mari

Forse non ci si pensa spesso, ma buona parte dei nostri indumenti sono letteralmente prodotti di plastica. I tessuti acrilici e di poliestere, infatti, sono sempre più diffusi e utilizzati, ma non senza costi per l’ambiente.
Una ricerca dell’Università britannica di Leeds ha mostrato come ogni volta che queste fibre vengono lavate in lavatrice rilascino una quantità consistente di microparticelle.

 

Cosa contiene un carico da 6 chilogrammi

I ricercatori hanno dimostrato che per ogni lavaggio in cui la lavatrice è caricata con 6 chilogrammi di indumenti sintetici, in mare finiscono mezzo milione di fibre di poliestere e 700mila fibre di acrilico.
Si tratta di particelle microscopiche, spesso più piccole del diametro di un capello, ma che vanno ad aumentare l’inquinamento da micro plastiche. «Il risultato delle ricerche ci ha lasciato sorpresi – ha detto la biologa marina Imogen Napper -. Non pensavamo che si trattasse di un fenomeno di tale portata».

Le responsabilità dei produttori di tessuti

Quello delle fibre sintetiche è un fenomeno inquinante nascosto, ma con effetti su scala mondiale. Per questo, c’è bisogno dell’impegno da parte delle aziende del settore, come ha spiegato il ricercatore dell’Università di Leeds Richard Blackburn. «I produttori devono iniziare a porsi questa domanda: cosa avviene quando una fibra viene utilizzata quotidianamente e lavata? L’attenzione alla sostenibilità deve diventare una priorità. Le persone spesso non ci pensano, ma si tratta di un fenomeno di immensa portata».

Fonte: Rivistanatura.com

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Che cos’è la decrescita felice (e perché la parola «decrescita» non ha una connotazione negativa, sebbene molti, senza rifettere, lo credano

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1 maggio: di quale lavoro utile abbiamo bisogno

Non manca il lavoro, manca l’occupazione utile che potrebbe creare una vera ripresa economica per il nostro Paese e farci uscire dall’attuale situazione. Eppure di esempi reali ne abbiamo anche qui in Italia.

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Oltre la destra e la sinistra. Firenze, Teatro Verdi, 2 ottobre 2016

Le definizioni di destra e di sinistra per indicare due schieramenti politici contrapposti sono state utilizzate per la prima volta nella fase iniziale della Rivoluzione francese, nel corso della Convenzione Nazionale, l’assemblea incaricata di redigere la costituzione nel 1792. Da allora rappresentano la concretizzazione storica assunta da due orientamenti che caratterizzano da sempre i rapporti sociali: quello di chi ritiene che le diseguaglianze tra gli esseri umani siano un dato naturale non modificabile, e quello di chi ritiene che abbiano un’origine sociale e, quindi, possano essere rimosse o, quanto, meno attenuate.

 

Nel libro Destra e sinistra, pubblicato nel 1984, Norberto Bobbio ha scritto: «Gli uomini sono tra loro tanto uguali, quanto diseguali. Sono uguali per certi aspetti, diseguali per altri […] sono eguali se si considerano come genus e li si confronta come genus a un genus diverso come quello degli altri animali […] sono diseguali tra loro, se li si considera uti singuli, cioè prendendoli uno per uno. […] si possono chiamare correttamente egualitari coloro che, pur non ignorando che gli uomini sono tanto eguali che diseguali, danno maggiore importanza, per giudicarli e per attribuir loro diritti e doveri, a ciò che li rende uguali piuttosto che a ciò che li rende diseguali; inegualitari, coloro che, partendo dalla stessa constatazione, danno maggiore importanza, per lo stesso scopo, a ciò che li rende diseguali piuttosto che a ciò che li rende eguali. […] Ma è proprio il contrasto tra queste scelte ultime che serve molto bene, a mio parere, a contrassegnare i due opposti schieramenti che siamo abituati ormai per lunga tradizione a chiamare sinistra e destra, da un lato il popolo di chi ritiene che gli uomini siano più eguali che diseguali, dall’altro il popolo di chi ritiene che siano più diseguali che uguali.

A questo contrasto di scelte ultime si accompagna anche una diversa valutazione del rapporto tra eguaglianza-diseguaglianza naturale e eguaglianza-diseguaglianza sociale. L’egualitario parte dalla convinzione che la maggior parte delle diseguaglianze che lo indignano, e vorrebbe far sparire, sono sociali e, in quanto tali, eliminabili; l’inegualitario, invece, parte dalla convinzione opposta, che siano naturali e, in quanto tali, ineliminabili».

 

Negli anni in cui la contrapposizione tra egualitari e inegualitari assumeva la connotazione storica della contrapposizione tra sinistra e destra, nei Paesi dell’Europa nord-occidentale e negli Stati Uniti si andava affermando il modo di produzione industriale, che Marx, in un famoso passo del Capitale, definisce come il passaggio da un modo di produzione che può essere descritto con la formula M-D-M a un modo di produzione che può essere descritto dalla formula D-M-D1, dove la lettera M indica le merci e la lettera D indica il denaro. Nel modo di produzione pre-industriale, M-D-M, le attività produttive vengono svolte da artigiani che producono merci per clienti che le richiedono perché ne hanno bisogno, e ricevono in cambio del denaro che utilizzano per produrre altre merci richieste da altri clienti che ne hanno bisogno. Il fine del lavoro è la produzione di merci che hanno un valore d’uso e il denaro è il mezzo di scambio. Nel modo di produzione industriale,  D-M-D1, i capitalisti investono del denaro, accumulato originariamente con varie forme di sopraffazione – colonialismo, schiavismo, privatizzazione delle terre comuni ed espulsione dei contadini dalle campagne per costringerli a diventare operai – per produrre con l’uso di macchine sempre più efficienti azionate da motori, quantità crescenti di merci che non sono state richieste da nessuno, allo scopo di venderle per ricavare più denaro di quello che hanno investito per produrle. Il valore di D1 deve pertanto essere superiore al valore di D, altrimenti il processo non avrebbe senso, e la differenza tra i due valori costituisce il profitto. Nel modo di produzione industriale si producono valori di scambio e il denaro diventa il fine della produzione.

 

La destra e la sinistra hanno valutato che il modo di produzione industriale costituisse un progresso rispetto al modo di produzione pre-industriale perché, grazie ai progressi scientifici e tecnologici, ha accresciuto in maniera straordinaria la produzione di merci, consentendo all’umanità di entrare in un’epoca di abbondanza senza precedenti. A partire da questa comune valutazione culturale, lo scontro tra i due schieramenti è stato politico e si è articolato su due punti. Il primo: fa crescere di più l’economia una società che valorizza le diseguaglianze o una società che promuove l’eguaglianza? Il secondo: come suddividere tra le classi sociali i proventi economici derivanti dalla crescita della produzione? Attraverso «la mano invisibile del mercato», come ha sostenuto la destra, o con un intervento correttivo dello Stato per ridurre le diseguaglianze che ne deriverebbero, come ha sostenuto la sinistra? La storia ha dimostrato che dovunque ha governato la destra, l’economia è cresciuta di più di quanto sia cresciuta dove ha governato la sinistra. La partita si è chiusa con la vittoria definitiva della destra, testimoniata emblematicamente dall’abbattimento del muro di Berlino il 9 novembre 1989 e dai flussi interminabili di Trabant che portavano i tedeschi dell’est ad appiccicare i nasi sulle vetrine dei negozi stracarichi di merci tecnologicamente avanzate nella Germania dell’ovest.

 

Il mercato fa crescere la produzione di merci più della programmazione e dei piani quinquennali. L’economia che distribuisce in maniera più iniqua il profitto (la differenza tra D1 e D) riduce la quota destinata ai consumi e accresce la quota destinabile agli investimenti, per cui fa crescere la produzione di merci più di un’economia che, distribuendo in modi più equi il profitto, fa crescere di più la quota destinata ai consumi e riduce la quota destinabile agli investimenti. Se la sinistra condivide con la destra la finalizzazione dell’economia alla crescita della produzione di merci, è strategicamente perdente. E ha perso. Ma la sua sconfitta non è la sconfitta della pulsione all’eguaglianza, che la sinistra ha incarnato per appena due secoli e mezzo. È la sconfitta dell’interpretazione storica che ne ha dato. Pertanto i sostenitori dell’eguaglianza non possono non domandarsi come il loro ideale possa trovare una nuova concretizzazione storica, liberandosi dai limiti, dagli errori e dai vincoli di quella interpretazione.

 

L’errore di fondo della sinistra è stato di credere che si potesse realizzare una maggiore equità tra gli esseri umani distribuendo in maniera più equa il profitto generato dalla finalizzazione dell’economia alla crescita della produzione di merci, ovvero governando in maniera diversa dalla destra un sistema economico e produttivo che, come la destra, considerava un progresso perché attraverso i progressi della scienza e della tecnologia accresceva sempre di più il potere della specie umana sulla natura, consentendole di ricavare quantità sempre maggiori di risorse e di produrre quantità sempre maggiori di beni. Questa concezione della scienza e della tecnologia come strumenti di dominio, è stata teorizzata dal filosofo inglese Francis Bacon nella prima metà seicento. Pochi anni dopo il filosofo francese René Descartes avrebbe sostenuto che gli esseri umani sono ontologicamente diversi da tutti gli altri esseri viventi, a cui li accomuna il corpo, la res extensa, ma da cui li distingue la capacità di pensare e la coscienza, la res cogitans, per cui non fanno parte della natura, ma vi agiscono come attori sulla scena di un teatro. La res cogitans, che condividono con Dio, li rende superiori a tutti gli altri viventi e li autorizza a considerare che tutti i viventi non umani siano stati creati per soddisfare le loro esigenze, per cui hanno il diritto di utilizzarli ai propri fini. Su questa concezione antropocentrica si è fondato lo sfruttamento crescente delle risorse naturali che ha consentito di finalizzare l’economia alla crescita della produzione di merci e che, in poco più di due secoli, ha progressivamente aggravato la crisi ecologica fino a minacciare la sopravvivenza stessa della specie umana. Sulla base di questa concezione, che accresce le iniquità tra la specie umana e le altre specie viventi, vegetali e animali, la sinistra ha ritenuto che la crescita delle merci prodotte di anno in anno costituisse la premessa per realizzare una maggiore equità tra gli esseri umani.

 

Le conseguenze di questa concezione antropocentrica sono sotto gli occhi di tutti, a eccezione dei politici di destra e di sinistra, degli economisti, degli imprenditori e dei sindacati. La crescita della produzione di merci ha oltrepassato le capacità del pianeta di fornirle con la fotosintesi clorofilliana le quantità crescenti di risorse rinnovabili di cui ha bisogno, ha ridotto drasticamente i giacimenti di molte risorse non rinnovabili, in particolare quelli di fonti fossili, accrescendone i costi di estrazione e aumentando l’incidenza dei danni ambientali che provoca, ha superato le capacità della biosfera di metabolizzare gli scarti biodegradabili che genera, in particolare le emissioni di anidride carbonica, ha accresciuto le quantità delle sostanze di sintesi chimica tossiche e non tossiche (le plastiche) non metabolizzabili dalla biosfera. La riduzione delle disponibilità delle risorse non rinnovabili ha indotto a scatenare con sempre maggiore frequenza guerre per tenere sotto controllo le zone del mondo dove insistono i giacimenti più ricchi. I consumi delle risorse rinnovabili hanno superato la loro capacità di rigenerazione annua e per sostenere la loro crescita economica i popoli ricchi ne accaparrano quantità crescenti per sostenere i loro sprechi, sottraendo ai popoli poveri il necessario per vivere. Dal 2008 la globalizzazione, cioè l’estensione a tutto il mondo del modo di produzione industriale, che è indispensabile per continuare a far crescere l’economia in questa fase storica, ha strozzato la crescita economica e i costi dei tentativi di ripresa, sino ad ora fallimentari, sono stati addossati alle classi lavoratrici dei popoli ricchi, mentre i popoli poveri continuano ad essere privati del necessario per vivere, per cui sono costretti ad emigrare in massa dalle loro terre e a sottoporsi a sofferenze inenarrabili nel tentativo di trovare altrove la possibilità di sopravvivere.

 

Un’economia finalizzata alla crescita della produzione di merci implica uno sfruttamento sempre maggiore delle risorse naturali e, quindi, un’estensione della sopraffazione della specie umana sulla terra in quanto organismo vivente e su tutte le altre specie viventi, che si traduce inevitabilmente, in un aumento delle iniquità e delle diseguaglianze tra gli esseri umani. Le conseguenze più gravi della crisi ecologica e della crisi economica vengono pagate e saranno pagate in misura sempre maggiore dai più poveri tra gli esseri umani. Solo una maggiore equità tra la specie umana e le altre specie viventi consente di accrescere l’equità tra gli esseri umani. Una maggiore uguaglianza tra gli esseri umani si può realizzare soltanto abbandonando l’antropocentrismo che caratterizza la concezione occidentale del mondo e sviluppando una concezione del mondo biocentrica. Questo è il primo elemento di una nuova declinazione dell’uguaglianza rispetto all’interpretazione che ne ha dato storicamente, per 250 anni, la sinistra.

 

Un secondo elemento che caratterizza l’iniquità insita nella concezione dell’eguaglianza sviluppata dalla sinistra può essere riassunto con questa formulazione: non si può fondare una maggiore equità tra gli esseri umani viventi sull’iniquità nei confronti delle generazioni a venire. I debiti pubblici accumulati dalla seconda metà del novecento per sostenere lo stato sociale sono il frutto di un patto non scritto, ma condiviso dalla destra e dalla sinistra, per accrescere il benessere materiale delle classi subalterne senza intaccare i profitti delle classi dominanti. Hanno garantito la crescita economica e la pace sociale a spese di chi non era ancora nato. Le politiche keynesiane, che ne sono state il suggello, hanno cancellato la consapevolezza che i debiti monetari contratti per continuare a far crescere la produzione e la domanda di merci nelle fasi in cui si inceppa, sono gli epifenomeni di debiti contratti nei confronti della natura e delle generazioni future. Se la spesa pubblica in deficit ha svolto questa funzione in passato, nella fase attuale crea più problemi di quanti ne risolva. A livello ambientale perché la produzione di merci a livello mondiale eccede già le capacità del pianeta di fornirle le risorse di cui ha bisogno e di metabolizzare i suoi scarti, per cui spingerla ulteriormente non può che aggravare la crisi ecologica fino al collasso. A livello sociale perché il sovraconsumo delle risorse che ha indotto, ha creato per le giovani generazioni prospettive di vita peggiori di quelle dei loro padri e dei loro nonni. Una nuova declinazione dell’uguaglianza, che consenta di superare questi problemi, richiede lo sviluppo delle tecnologie che riducono il consumo di risorse per unità di prodotto, ovvero una decrescita selettiva e guidata degli sprechi. Questo non è soltanto l’unico modo di creare occupazione, e quindi di restituire un futuro desiderabile ai giovani, ma l’occupazione che si crea in questo modo è utile perché riduce il consumo di risorse e paga i suoi costi d’investimento con i risparmi che consente di ottenere. Fondare una maggiore equità tra gli esseri umani viventi senza prendere in considerazione le conseguenze negative che può scaricare sulle generazioni future, come ha fatto la sinistra, è una scelta della massima iniquità. Per superarla occorre riscoprire uno dei fondamenti della cultura contadina. I vecchi contadini piantavano, come lascito ai loro nipoti, alberi di cui non avrebbero mangiato i frutti e lo facevano perché da bambini avevano mangiato frutti di alberi che erano stati piantati per loro dai loro nonni.

 

Un terzo elemento generatore d’iniquità che occorre rimuovere dall’interpretazione storica data dalla sinistra all’eguaglianza, è la convinzione che le diseguaglianze tra le classi sociali nei Paesi ricchi e tra i Paesi ricchi e i Paesi poveri si misurino sostanzialmente con le differenze di reddito monetario. Tutte le statistiche sulla crescita della povertà su cui gli intellettuali di sinistra fondano le loro critiche alla concezione economica oggi dominante, che definiscono neo-liberismo, si fondano su dati monetari. In realtà il reddito monetario può essere considerato una misura adeguata della ricchezza soltanto nelle società che hanno finalizzato l’economia alla produzione di merci, cioè di oggetti e servizi fatti per essere venduti allo scopo di far crescere il profitto di chi li ha prodotti. Soltanto nelle società che finalizzano il lavoro umano non alla soddisfazione dei bisogni della vita, ma alla crescita del profitto, e fondano i rapporti sociali sulla competizione. In queste società l’autoproduzione di beni e i rapporti fondati sulla solidarietà e la collaborazione sono disprezzati e banditi, perché riducono la necessità di comprare e quindi fanno crescere di meno i profitti. Solo se si accetta questo sistema di valori e si pensa che tutto ciò che serve si può solo comprare, si può ritenere che le diseguaglianze si misurino con le differenze di reddito. Le merci sono indispensabili perché nessuno può autoprodurre tutto ciò di cui ha bisogno e nessuna comunità può essere totalmente autosufficiente. Ma le merci non possono soddisfare tutte le esigenze umane e, se tutto ciò che risponde a un bisogno si deve comprare, accrescono la dipendenza dal mercato, riducono l’autonomia delle persone e delle comunità, inducono a identificare il benessere col consumismo, lacerano i rapporti sociali fondati sulla solidarietà. Un sistema economico che si proponga di migliorare il benessere degli esseri umani e a ridurre le diseguaglianze non si lascia ingabbiare nella dimensione monetaria. Non trascura l’importanza del benessere materiale e si propone di creare le condizioni per cui tutti possano accedervi, ma sa che il benessere dipende in misura ancora maggiore dalla tutela dei beni comuni, dei più deboli, della bellezza dei luoghi in cui si vive, della sovranità alimentare, dell’autosufficienza energetica, del sapere tradizionale, delle possibilità di coltivare la propria creatività e di soddisfare le proprie esigenze di conoscenza disinteressata. In una parola di tutto ciò che non si può comprare col denaro e dà un senso alla vita molto più di ciò che si può comprare.

 

Nelle società che finalizzano l’economia alla crescita della produzione di merci, gli esseri umani devono comprare le quantità crescenti di merci che vengono prodotte, altrimenti non si potrebbe continuare a produrne, per cui devono identificare il benessere con il consumismo. Il consumismo deve diventare l’asse portante del sistema dei valori. La realizzazione umana degli individui deve identificarsi con la loro capacità di spesa, con la quantità e la qualità degli oggetti e dei servizi che possono comprare. Coloro che hanno di più diventano il modello di coloro che hanno di meno. Ciò genera uno stato di insoddisfazione permanente anche in chi ha molto più della media, perché c’è sempre qualcuno che ha di più. Il consumismo ha operato, per riprendere le parole di Pier Paolo Pasolini, una mutazione antropologica, appiattendo gli esseri umani sulla dimensione materialistica e cancellando dal loro orizzonte mentale la spiritualità. Il recupero della dimensione spirituale è indispensabile per percepire l’intreccio delle relazioni che legano tutte le specie viventi tra loro e con i luoghi della terra in cui vivono, come insegna la scienza dell’ecologia. Per sentire come una sofferenza propria la sofferenza di chi non ha il necessario per vivere, dei giovani che non trovano un’occupazione, di coloro che non sono ancora nati per le condizioni in cui troveranno ridotto il mondo, degli animali negli allevamenti industriali, il taglio di un bosco, l’annullamento della fotosintesi clorofilliana sotto i sudari d’asfalto e di cemento, il sacrificio della bellezza al profitto. La spiritualità non è la fede, anche se non ci può essere fede senza spiritualità. La fede è credere in qualcosa che non è dimostrabile razionalmente. Fede è sustanza di cose sperate è argomento delle non parventi, ha scritto Dante. Non tutti hanno la fede, ma la spiritualità è un elemento costitutivo della natura umana. Nelle società che hanno finalizzato l’economia alla crescita della produzione di merci e appiattito gli esseri umani sulla dimensione materialistica, la valorizzazione della dimensione spirituale è un atto di disobbedienza civile che consente di recuperare la dimensione della solidarietà non solo tra gli esseri umani, ma tra tutti i viventi, e di conferire alla pulsione all’eguaglianza una connotazione non solo politica, ma esistenziale.

 

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Decrescita e democrazia nell’epoca della globalizzazione

Il 28 maggio 2013 la società finanziaria J P Morgan Chase&Co, leader nei servizi finanziari globali con sede a New York, ha reso pubblico un documento di sedici pagine, intitolato Aggiustamenti nell’area euro, in cui alle pagine 12 e 13 vengono indicati i problemi che, secondo i suoi analisti, rendono difficile applicare nei paesi dell’Europa meridionale le politiche di austerity, che essi ritengono indispensabili per far ripartire la crescita.

 

All’inizio della crisi si pensò che i problemi nazionali preesistenti fossero soprattutto di natura economica: debito pubblico troppo alto, problemi legati ai mutui e alle banche, tassi di cambio reali non convergenti, rigidità strutturali. Ma col tempo è divenuto chiaro che esistono anche limiti di natura politica. I sistemi politici dei paesi del sud e le loro costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano una serie di caratteristiche che appaiono inadatte a favorire una maggiore integrazione dell’area europea.

I sistemi politici della periferia meridionale sono stati instaurati in seguito alla caduta di dittature, e sono rimasti segnati da quell’esperienza. Le costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste, e in ciò riflettono la grande forza politica raggiunta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo.

I sistemi politici e costituzionali del sud presentano tipicamente le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti; governi centrali deboli nei confronti delle regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori; tecniche di costruzione del consenso fondate sul clientelismo; il diritto di protestare se vengono proposte sgradite modifiche dello status quo. Le conseguenze di tale eredità politica sono state rivelate dall’incedere della crisi: i paesi della periferia hanno ottenuto successi solo parziali nel seguire percorsi di riforme economiche e fiscali perché i loro esecutivi sono limitati nella loro azione dalle costituzioni (Portogallo), dalle autorità locali (Spagna), e dalla crescita di partiti populisti (Italia e Grecia).

 

La JP Morgan è stata una delle protagoniste dei progetti di finanza creativa che hanno provocato nel settembre del 2007 la crisi dei mutui subprime. Una crisi che, sebbene sia stata presentata come finanziaria, in realtà era di sovrapproduzione e derivava dal fatto che l’offerta di case era molto superiore alla domanda, per cui gli istituti di credito, per evitare fallimenti nel settore dell’edilizia che si sarebbero estesi a tutto il sistema produttivo, incentivavano a comprarle concedendo mutui anche a clienti che essi stessi classificavano nella categoria dei subprime, ovvero degli inaffidabili, perché erano stati protestati, o non avevano pagato bollette, o avevano fatto bancarotta. La crisi dei subprime è stata la causa scatenante della crisi economica che si è estesa a tutti i Paesi industrializzati a partire dal mese di settembre del 2008, ma le difficoltà del settore dell’edilizia riflettevano la situazione di tutto il sistema produttivo ed erano una conseguenza del processo di globalizzazione.

 

La globalizzazione: l’ultima fase dell’economia della crescita

La globalizzazione, cioè l’estensione a tutto il mondo del modo di produzione industriale,[1] costituisce l’ultima fase di una tendenza insita nella finalizzazione dell’economia alla crescita della produzione di merci. Per accrescere la produzione di merci è necessario ampliare progressivamente il numero dei produttori e dei consumatori di merci, che sono due aspetti della stessa figura sociale, perché i produttori di merci ricevono in cambio del loro lavoro un salario che li mette in condizione di comprare sotto forma di merci tutti i beni di cui hanno bisogno. Per ampliare il numero dei produttori/consumatori di merci le società industriali hanno incentivato e/o costretto quantità sempre maggiori di persone che autoproducevano gran parte dei beni necessari per vivere (i contadini), o producevano valori d’uso (gli artigiani), a trasferirsi dalle campagne e dai paesi nelle città, dall’agricoltura di sussistenza e dall’artigianato all’industria e ai servizi. Sin dai primordi la storia dell’industrializzazione è stata caratterizzata da flussi migratori che sono cresciuti in proporzione con la crescita della produzione industriale.[2] Poiché i produttori di merci non hanno la possibilità di lavorare per autoprodurre i beni di cui hanno bisogno, ma devono e possono comprarli sotto forma di merci, l’aumento del numero dei produttori fa aumentare sia l’offerta che la domanda di merci, ma non in misura proporzionale, perché contestualmente la concorrenza induce ad introdurre nei cicli produttivi innovazioni tecnologiche che aumentano la produttività, cioè la produzione nell’unità di tempo, riducendo l’incidenza del lavoro umano sul valore aggiunto. Pertanto, se l’adozione di queste tecnologie non viene accompagnata da riduzioni degli orari di lavoro, il numero degli occupati per unità di prodotto diminuisce e agli incrementi dell’offerta non corrispondono analoghi incrementi della domanda. Da ciò deriva una tendenza intrinseca alla sovrapproduzione, che nei trent’anni successivi alla fine della seconda guerra mondiale è stata tenuta sotto controllo tenendo alta la domanda attraverso i debiti pubblici – le spese in deficit per i servizi sociali, l’assistenza, il sovradimensionamento del pubblico impiego, le pensioni di anzianità – e incentivando i debiti privati col credito al consumo. Ciò nonostante, il divario tra gli incrementi sempre maggiori dell’offerta e i più ridotti incrementi della domanda ha continuato ad aumentare. E ha ricevuto un forte impulso dall’aumento della concorrenza internazionale indotta dalla globalizzazione. Questa è la causa della crisi iniziata nel 2008, di cui dopo 8 anni non si intravede ancora la fine e non è escluso che possa ancora aggravarsi.
La globalizzazione ha coinvolto in tempi brevi, sostanzialmente dall’abbattimento del muro di Berlino (ottobre 1989) e dalla fine del socialismo reale che ne è conseguita, alcuni Paesi in cui vive metà della popolazione mondiale, i cosiddetti BRICS: Brasile, Russia, India, Cina (e sud est asiatico), Sud-Africa. La diffusione del modo di produzione industriale in questi Paesi ha aperto nuovi mercati alle aziende multinazionali dei Paesi occidentali ed è stata indispensabile per consentire all’economia mondiale di continuare a crescere, ma ha creato al contempo una serie di problemi politici, economici e ambientali, che non solo rendono sempre più difficile all’economia di continuare a crescere, ma riducono la desiderabilità di un’economia finalizzata alla crescita della produzione di merci. Per sostenere la concorrenza esercitata dalle aziende industriali dei BRICS, dove le retribuzioni e le tutele sindacali sono inferiori a quelle dei Paesi di più antica industrializzazione, le aziende multinazionali che operano sul mercato mondiale hanno agito in tre direzioni:

– hanno utilizzato l’informatica per sviluppare innovazioni tecnologiche che sostituiscono i lavoratori con macchine automatiche e robot;

– hanno ridotto i salari e le tutele sindacali dei lavoratori dipendenti;

– hanno delocalizzato gli impianti nei Paesi in cui il costo del lavoro e le tutele sindacali sono inferiori.

 

Queste scelte comportano un peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro nei paesi industrializzati: oltre alla riduzione delle tutele sindacali e dei redditi degli occupati, un aumento del numero dei disoccupati, una maggiore precarietà nei rapporti di lavoro, sempre maggiori difficoltà dei giovani a trovare un’occupazione. Queste dinamiche inevitabilmente conflittuali non possono essere gestite esclusivamente a livello sindacale, ma richiedono il sostegno di interventi legislativi. In particolare le modifiche nella legislazione sul lavoro che peggiorano le condizioni dei lavoratori dipendenti possono essere attuate solo da un’alleanza strategica tra governi e associazioni imprenditoriali. In Italia nel biennio 2014-2015 è stato approvato da un governo sedicente di sinistra il jobs act, che ha abolito lo Statuto dei lavoratori in vigore dal 1970 introducendo criteri di flessibilità nei rapporti di lavoro, con la conseguenza di renderli più precari senza aumentare l’occupazione, come era stato sbandierato per agevolarne l’accettazione sociale. In Francia nel 2016 un governo altrettanto sedicente di sinistra ha proposto l’adozione di alcune misure legislative analoghe che, quanto meno per rispetto della propria lingua, sono state raccolte sotto la definizione di loi travail. La proposta di legge ha suscitato una forte resistenza sindacale, che si è manifestata con scioperi e mobilitazioni di piazza in tutto il Paese, senza tuttavia intaccare la determinazione dell’esecutivo, che l’ha fatta approvare ricorrendo tre volte al quesito di fiducia per evitare il voto del Parlamento.
Contestualmente, per rilanciare la crescita le agenzie di rating, il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Centrale Europea e l’Unione Europea hanno imposto agli Stati maggiormente indebitati di ridurre i loro debiti pubblici, che nel 2013 ammontavano da un minimo del 90,6 per cento del prodotto interno lordo in Gran Bretagna, a un massimo del 175,1 per cento in Grecia, riducendo la spesa per i servizi sociali, adottando criteri privatistici nella loro gestione e/o favorendone la privatizzazione per consentire nuove opportunità di profitto agli operatori economici. Le linee guida degli interventi che sono stati imposti ai governi nazionali per ridurre i loro debiti sono state le seguenti:

– riduzione della spesa per i servizi sociali: pensioni, scuola, sanità, assistenza;

  • aumento dei carichi di lavoro e riduzione delle retribuzioni dei dipendenti pubblici;
  • – posticipazione dell’età pensionabile e riduzione dell’entità delle pensioni mediante il passaggio dal calcolo contributivo al calcolo retributivo;[3]
  • privatizzazione dei servizi pubblici locali;
  • introduzione di criteri di gestione privatistica nei servizi sociali: nella scuola, nella sanità e nei trattamenti pensionistici;
  • svendita di importanti settori del patrimonio pubblico.

Il 29 settembre 2011 il presidente uscente e il presidente entrante della Banca centrale europea, Jean-Claude Trichet e Mario Draghi, hanno scritto al Presidente del Consiglio italiano una lettera, che avrebbe dovuto restare segreta (in nome della trasparenza e della democrazia?) in cui indicavano le misure a loro parere indispensabili per rilanciare la crescita economica:

 

1.Vediamo l’esigenza di misure significative per accrescere il potenziale di crescita. […] Le sfide principali sono l’aumento della concorrenza, particolarmente nei servizi, il miglioramento della qualità dei servizi pubblici e il ridisegno di sistemi regolatori e fiscali che siano più adatti a sostenere la competitività delle imprese e l’efficienza del mercato del lavoro. a) È necessaria una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali. Questo dovrebbe applicarsi in particolare alla fornitura di servizi locali attraverso privatizzazioni su larga scala. b) C’è anche l’esigenza di riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d’impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione. […] c) Dovrebbe essere adottata una accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti, stabilendo un sistema di assicurazione dalla disoccupazione e un insieme di politiche attive per il mercato del lavoro che siano in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e verso i settori più competitivi.

  1. Il Governo ha l’esigenza di assumere misure immediate e decise per assicurare la sostenibilità delle finanze pubbliche.

L’obiettivo dovrebbe essere […] un bilancio in pareggio nel 2013, principalmente attraverso tagli di spesa. È possibile intervenire ulteriormente nel sistema pensionistico, rendendo più rigorosi i criteri di idoneità per le pensioni di anzianità e riportando l’età del ritiro delle donne nel settore privato rapidamente in linea con quella stabilita per il settore pubblico. […] Inoltre, il Governo dovrebbe valutare una riduzione significativa dei costi del pubblico impiego, rafforzando le regole per il turnover e, se necessario, riducendo gli stipendi.

Negli organismi pubblici dovrebbe diventare sistematico l’uso di indicatori di performance (soprattutto nei sistemi sanitario, giudiziario e dell’istruzione). C’è l’esigenza di un forte impegno ad abolire o a fondere alcuni strati amministrativi intermedi (come le Province) […]

[…] consideriamo cruciale che tutte le azioni elencate nelle suddette sezioni 1 e 2 siano prese il prima possibile per decreto legge, seguito da ratifica parlamentare […]

 

Queste misure concorrono a scaricare i costi della crisi e la riduzione dei debiti pubblici sui redditi delle classi lavoratrici e di ampi settori dei ceti intermedi. Nel loro insieme si configurano come un rilancio in grande stile della lotta di classe, condotta, al contrario di quanto ipotizzava il marxismo, dalle classi privilegiate contro le classi subalterne (con sviluppi che vanno oltre le analisi di Luciano Gallino, pubblicate nel libro La lotta di classe dopo la lotta di classe, Laterza, Roma-Bari 2012). Una lotta di classe che in Italia è stata aggravata da vere e proprie rapine dei piccoli risparmiatori da parte delle banche, con la complicità del potere politico. Il carattere di classe delle misure con cui sono stati scaricati sulle classi subalterne i costi di risanamento dei deficit pubblici, è stato occultato mediaticamente presentandole come le premesse per superare la crisi e rilanciare la crescita, mentre la riduzione dei redditi degli occupati con cui si è tentato di sostenere la concorrenza dei BRICS, è stata presentata come la premessa per affrontare il grave problema dell’occupazione giovanile. Queste linee sono state seguite senza sostanziali differenze da tutti i governi, indipendentemente dal fatto che fossero guidati da partiti di destra o da partiti di sinistra traslocati a destra.
Destra e sinistra addio

Nel tentativo di tenere sotto controllo la conflittualità sociale che sarebbe derivata dall’adozione di queste misure antipopolari, le già elencate istituzioni sovranazionali, private e pubbliche, preposte al governo dell’economia mondiale, hanno affidato la loro gestione ai partiti della sinistra moderata nei Paesi in cui questi partiti avevano mantenuto un consenso di massa. In Gran Bretagna e in Italia hanno inserito ai loro vertici rappresentanti dei loro interessi: Tony Blair nel Labour Party e Matteo Renzi nel Partito Democratico. In Francia si sono limitati a manovrare il Presidente della Repubblica, nonché segretario del Partito Socialista, François Hollande, che per la sua inettitudine poteva essere tenuto facilmente sotto controllo. Non hanno avuto bisogno di usare i partiti di sinistra in Germania e in Spagna dove i partiti di centro-destra hanno mantenuto la loro presa sull’elettorato; né, per le stesse ragioni, in Gran Bretagna, quando la destra è tornata al potere dopo che il Labour Party aveva messo in minoranza il loro rappresentante al suo interno, Tony Blair, costringendolo alle dimissioni da primo ministro; né negli Stati Uniti, dove i già labili confini tra destra e sinistra si sono dissolti quasi del tutto.[4]

 

In Grecia la gestione delle misure che, sotto l’etichetta apparentemente tecnico-economica dell’austerity, scaricano sulle classi popolari i costi del risanamento del bilancio statale, è stata affidata alternativamente alla destra e alla sinistra storiche, il partito liberal-conservatore Nuova Democrazia e il partito socialdemocratico PASOK, con scarsissima efficacia in un caso e nell’altro per l’incapacità di entrambi i raggruppamenti politici di stroncare le resistenze che hanno incontrato a livello sociale. Alle elezioni del 2015 la resistenza sociale alle misure antipopolari imposte dall’Unione Europea, dalla Banca Centrale Europea, dal Fondo Monetario Internazionale e dalle agenzie di rating ha dato la maggioranza a una nuova formazione politica di sinistra, Syriza, che, differenza del partito socialista, era dichiaratamente ostile alla loro applicazione. Dopo essere arrivato inaspettatamente al governo, il suo leader Alexis Tsipras le ha sottoposte a un referendum popolare che le ha respinte. In risposta, l’Unione Europea e le istituzioni bancarie sovranazionali lo hanno costretto a compiere una rapida mutazione genetica e a farle approvare dal parlamento, annullando l’espressione della volontà popolare espressa nel referendum.

 

Nella fase della globalizzazione la crescita della produzione di merci richiede che vengano posti limiti alla democrazia

Non era la prima, anche se è stata la più clamorosa attuazione delle indicazioni contenute nel documento in cui la J P Morgan ha sostenuto la necessità di porre limiti alla democrazia nei paesi in cui le costituzioni conferiscono alle istituzioni elettive, i parlamenti nazionali e regionali, o direttamente al popolo attraverso forme di democrazia diretta, il potere di impedire all’esecutivo l’attuazione delle riforme economiche e fiscali che la finanza internazionale, il grande capitale e le istituzioni sovranazionali ritengono indispensabili per superare la crisi, o in cui vigono «tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori» e «il diritto di protestare se vengono proposte modifiche sgradite dello status quo».

 

Nel 2013 sono state avviate trattative segrete tra gli Stati Uniti e l’Unione Europea per la definizione di un accordo denominato TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership, Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti) finalizzato a far crescere gli scambi commerciali e gli investimenti tra le aziende multinazionali dei due continenti al fine di dare impulso alla crescita economica.[5] La bozza dell’accordo prevedeva di togliere agli Stati il potere di applicare le norme legislative nazionali che costituissero degli impedimenti alla piena attuazione del trattato, ad esempio le normative sanitarie e ambientali più rigorose poste alle attività produttive in uno Stato europeo rispetto agli Stati Uniti. Evidentemente si tratta di un testo funzionale alla globalizzazione, che subordina la democrazia alle esigenze della crescita economica.

In Italia nel 2011 un referendum popolare ha abolito le norme che consentivano alle aziende private la gestione dei servizi idrici a scopo di profitto, andando a colpire gli interessi delle aziende multinazionali del settore e delle società per azioni a prevalente capitale delle amministrazioni pubbliche locali: comuni, associazioni di comuni, province, regioni. Le più importanti di esse appartenevano a comuni amministrati da decenni dal Partito Democratico. Da allora all’esito del referendum non è ancora stata data attuazione, sia dalle amministrazioni di centro-destra, sia da quelle di centro sinistra, con le sole eccezioni di un capoluogo di regione e di un capoluogo di provincia, mentre almeno un’assemblea regionale ha votato una delibera che lo respinge.

In Francia nel 2010 e in Italia nel 2015 sono state istituite le città metropolitane, che di fatto consentono alle principali città capoluogo di assumere decisioni vincolanti anche per gli altri comuni che vi sono inseriti, riducendo la loro autonomia. Sempre nel 2015 in Italia sono state abolite le elezioni provinciali e la scelta dei consiglieri provinciali è stata affidata ai consiglieri comunali tra i consiglieri comunali dei Comuni insistenti nel loro ambito territoriale. Nel 2016 il governo italiano ha invitato i cittadini a boicottare il referendum sulle trivellazioni petrolifere in mare e sulla terraferma, cioè a non esercitare un potere decisionale previsto dalla costituzione, per non interferire con le decisioni prese dal governo in base al potere che il popolo gli conferisce pro-tempore. La stessa volontà di esautorare la democrazia e di concentrare il potere nell’esecutivo, secondo le indicazioni della J P Morgan, caratterizza la riforma costituzionale approvata in Italia lo stesso anno, utilizzando forzature procedurali e la forza dei numeri a scapito non solo della ragione, ma anche, in molti passaggi, della razionalità e della logica. Lo scopo principale sembra essere arrivare nel più breve tempo possibile a mettere di fatto nelle mani del governo la composizione degli organi istituzionali a cui, in base al principio della divisione dei poteri, è demandato il compito di controllare il suo operato e di impedire che fuoriesca dai suoi limiti: il Parlamento, la Corte costituzionale, il Consiglio superiore della magistratura, la Presidenza della Repubblica. L’anno precedente era stata approvata una riforma elettorale che garantisce l’elezione dei capilista indicati dai partiti, riducendo drasticamente la possibilità da parte dell’elettorato di scegliere i suoi rappresentanti nel Parlamento, conferisce un premio di maggioranza esorbitante al partito che al ballottaggio riceva la percentuale più alta di voti senza indicare una soglia minima, esclude la possibilità di eleggere i senatori, che vengono scelti dai consigli regionali tra i consiglieri regionali e i consiglieri comunali dei Comuni insistenti sul territorio regionale.

 

I tentativi di ridurre la democrazia nei Paesi in cui questa forma istituzionale si è affermata duecentocinquanta anni fa insieme al modo di produzione industriale, rispondono all’esigenza di superare le difficoltà poste dalla globalizzazione alla crescita delle loro economie dalla fine del secolo scorso e al superamento della crisi che li affligge dal 2008. Poiché la scelta fatta dagli organismi della finanza internazionale e delle aziende multinazionali per rilanciare la crescita in questi Paesi presuppone, come si è detto, che i costi del risanamento dei loro bilanci statali siano sostenuti da una riduzione delle spese per i servizi sociali, e che la concorrenza con i costi del lavoro molto inferiori dei BRICS sia sostenuta da una riduzione delle tutele sindacali e delle retribuzioni degli occupati, queste misure di politica economica, industriale, amministrativa e sindacale così penalizzanti per le classi sociali subordinate, possono essere adottate soltanto riducendo il potere delle istituzioni democratiche che consentono ad esse di opporsi. In realtà, in conseguenza di questi interventi non solo non si è aperta una nuova fase di crescita nei Paesi industrializzati, ma la domanda è diminuita e si è accentuata la tendenza alla sovrapproduzione, per cui la crisi anziché attenuarsi si è aggravata. In questa fase storica, in cui il modo di produzione industriale ha raggiunto il suo apice, la globalizzazione è necessaria per far crescere la produzione di merci, ma inducendo a ridurre le retribuzioni nei Paesi di più antica industrializzazione, incentivando la delocalizzazione delle imprese nei Paesi in cui il costo della manodopera è più basso e riducendo la spesa pubblica fa aumentare la domanda meno dell’offerta, per cui la strozza. Di conseguenza, le tradizionali misure di politica economica finalizzate a rilanciare la crescita non possono consentire di superare la crisi, nemmeno se la loro applicazione viene facilitata dalla limitazione degli spazi democratici. Il fallimento dei tecnocrati portati al potere negli ultimi anni, scavalcando le procedure democratiche, lo ha già dimostrato. Senza, naturalmente ridurre di una briciola la loro supponenza.

 

L’economia della crescita ha bisogno delle migrazioni

Una conseguenza ancor più devastante della globalizzazione è stata l’attivazione d’imponenti flussi migratori dai Paesi dell’Europa dell’est, dell’Africa e del Medio Oriente verso i Paesi dell’Europa occidentale. Innanzitutto perché, come si è già detto, la crescita della produzione di merci richiede un aumento del numero dei produttori e dei consumatori di merci, che si può ottenere soltanto con forti trasferimenti di popolazione dalle campagne alle città, dall’economia di sussistenza all’economia mercificata. Anche in questa fase, come nelle precedenti, sono state utilizzate le due leve della persuasione e della costrizione. Per incentivare, soprattutto le fasce giovanili dei Paesi in cui ancora persistono ampie situazioni d’economia di sussistenza, a emigrare in cerca di fortuna nei Paesi industrializzati, sono stati utilizzati in maniera massiccia i mezzi di comunicazione di massa. Le reti televisive, soprattutto private, dei Paesi dell’Europa occidentale hanno svolto nei confronti di quelle popolazioni lo stesso ruolo del cinema americano nei confronti dei popoli europei alla metà del secolo scorso, diffondendo il desiderio d’imitazione degli stili di vita consumistici e disinibiti delle società industriali. Insieme a questo potentissimo strumento di persuasione, lo strumento di costrizione principale sono state le guerre combattute, direttamente o indirettamente, dai Paesi occidentali contro i Paesi in cui si trovano i giacimenti di fonti fossili e di altre materie prime indispensabili alle loro economie per crescere. Quando non intervengono con i loro eserciti supertecnologici, i Paesi occidentali fomentano le ostilità tra le differenti etnie, o confessioni religiose, che nel secolo scorso hanno incluso forzatamente all’interno degli stessi confini, per costringerle in uno stato di conflittualità permanente. La loro politica estera viene dettata dalle esigenze delle società multinazionali dell’energia, delle armi e dell’edilizia (che interviene per ricostruire quanto viene distrutto dalle guerre), quando non è gestita direttamente dai loro manager, e utilizza in maniera spietata la violenza e il terrorismo di massa per mantenere alti i profitti aziendali, garantire sostanziosi dividendi agli azionisti, consentire alle popolazioni di continuare a mettere benzina nelle loro automobili e trascorrere le domeniche nei centri commerciali.

 

Attratti dalle sirene di un consumismo di cui, a parte casi eccezionali, raccolgono solo le briciole, o costretti a fuggire dalle atrocità delle guerre, gli immigrati che arrivano nei Paesi europei, quando trovano un lavoro regolare svolgono le mansioni meno qualificate e meno retribuite, fanno crescere il prodotto interno lordo di questi paesi e non il benessere di quelli in cui sono nati, con i contributi sulle loro retribuzioni consentono di pagare le pensioni dei nativi. Una serie di vantaggi che sarebbe insensato rifiutare, come dicono i sostenitori di un’accoglienza tutt’altro che disinteressata. Ma molti lavorano in nero come schiavi e s’accampano in bidonvilles, o vivono di espedienti, non sempre legali, e trovano sistemazioni precarie per le strade e in edifici abbandonati dei quartieri periferici delle grandi città, aggravandone il degrado a cui già sono ridotti dal disinteresse delle amministrazioni comunali. Tra gli abitanti di quei quartieri, dove la sofferenza sociale raggiunge i picchi più elevati, l’inserimento di gruppi di immigrati in condizioni precarie provoca tensioni e acuisce il risentimento per le differenze crescenti tra le pessime condizioni in cui sono costretti a vivere e il benessere delle classi sociali privilegiate che abitano nei quartieri dove quei problemi non esistono.[6] Rimaste prive di rappresentanza politica dalla mutazione genetica dei partiti di sinistra, che condividono con quelli della destra moderata la valutazione della globalizzazione e, quindi, delle migrazioni, come fattore di crescita, progresso, modernità e ricchezza culturale, inevitabilmente queste classi sociali si sono rivolte alle formazioni politiche, in particolare le destre xenofobe, che le valutano negativamente e cercano di contrastarle, facendo leva cinicamente sulla paura e alimentando l’odio verso lo straniero, spesso nelle maniere più becere, per accrescere il loro consenso elettorale.

 

La resistenza alle limitazioni della democrazia nell’epoca della globalizzazione

Nel pieno dell’offensiva finalizzata a ridurre gli spazi della democrazia per imporre le scelte di politica economica che la finanza internazionale e le società multinazionali ritengono necessarie per rilanciare la crescita, due scadenze elettorali nel mese di giugno del 2016 hanno dimostrato che la strategia messa in atto per applicarle incontra forme di resistenza inaspettate e rischia di provocare un effetto Wile Coyote.[7] In Italia, il Partito Democratico, che da difensore degli interessi dei lavoratori si è trasformato in docile esecutore delle volontà del capitale internazionale, è stato sconfitto inaspettatamente alle elezioni amministrative della città di Torino e in misura inaspettata alle elezioni amministrative della città di Roma, dal Movimento 5 Stelle, un soggetto politico dalla fisionomia non del tutto definita, ma sicuramente alternativa ai due schieramenti di destra e di sinistra, su cui si è articolata la dialettica politica nel novecento fino all’abbattimento del muro di Berlino, che ormai rappresentano due sfumature parzialmente differenti del pensiero unico dominante in tutto il mondo. In Gran Bretagna la maggioranza della popolazione ha inaspettatamente votato di uscire dall’Unione Europea in un referendum promosso dal primo ministro per consolidare il suo consenso politico, in cui la quasi totalità dei principali esponenti dei partiti di destra e di sinistra avevano sostenuto la necessità di restare. In Francia la contrapposizione tra la popolazione e il blocco dei partiti di destra e di sinistra si è manifestata a livello politico con il consenso elettorale crescente al partito nazionalista di estrema destra Front National, a livello sociale con gli scioperi di massa e le manifestazioni di piazza contro la loi travail. In Spagna, nel bipolarismo tra il Partito Popolare di centro-destra e il Partito Socialista di centro-sinistra, che si era formato dopo la fine della dittatura franchista, si è introdotto inaspettatamente con un peso elettorale equivalente a quello dei due partiti storici, il movimento politico Podemos, che si è fatto interprete delle istanze espresse dalle grandi manifestazioni di massa, per lo più giovanili, degli indignados contro la classe politica. In Grecia l’esito politico delle manifestazioni di piazza contro le politiche di austerity imposte dall’Unione Europea è stata la vittoria elettorale del partito di sinistra Siryza, immediatamente stroncata dall’intervento congiunto di Unione Europea, Banca centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale.

 

La città di Torino è stata governata dal 1993 al 2016 da un blocco di potere in cui sono confluite le componenti politiche di centro-sinistra che hanno faticosamente costituito il Partito Democratico, le associazioni imprenditoriali, il mondo della finanza, le istituzioni culturali pubbliche e i mass media.[8] Nello stesso periodo un blocco di potere analogo, con un sostegno mediatico analogo, ha governato la città di Roma, con l’interruzione degli anni 2008-2013, quando il centro-sinistra è stato temporaneamente sostituito dal centro-destra, senza che il blocco di potere subisse modificazioni e mutassero gli orientamenti amministrativi. L’unica differenza rilevante tra le due esperienze, durate quasi un quarto di secolo, è stato un sostanziale rispetto della legalità nella gestione amministrativa della città di Torino, mentre la gestione amministrativa di Roma è stata pesantemente infiltrata dalla malavita organizzata. Alle elezioni del 2016 il Partito Democratico ha superato il 50 per cento dei voti solo nei quartieri ricchi delle due città e ha registrato le percentuali più basse nei quartieri popolari, dove la sinistra era sempre stata maggioritaria. Sarebbe miope vedere nella sua sconfitta ai ballottaggi con Movimento 5 Stelle, che si è ripetuta in altri 17 comuni per un totale di 19 su 20, solo una bocciatura della politica perseguita dalle amministrazioni comunali di centro-sinistra. A Roma questa motivazione ha avuto certamente un suo peso, che a Torino è stato molto minore. Nell’orientamento dell’elettorato hanno influito due fattori di carattere generale. In primo luogo il voto per il Movimento 5 Stelle è stato motivato non solo dal dissenso nei confronti delle politiche amministrative locali, che hanno perseguito la riduzione dei deficit tagliando soprattutto le spese per i servizi sociali, le manutenzioni, il decoro e la vivibilità dei quartieri periferici, ma dalla consapevolezza che quelle scelte erano l’applicazione a livello locale della strategia seguita dal Partito Democratico a livello nazionale, di ridurre il debito pubblico scaricandone i costi sulle classi popolari, in ottemperanza alle direttive delle istituzioni politiche, economiche e finanziarie internazionali. E il Movimento 5 Stelle si è presentato come l’alternativa politica al Partito Democratico, non solo nelle amministrazioni locali, ma anche livello governativo. Inoltre nella scelta elettorale ha influito l’indignazione per il divario crescente tra i disagi sempre maggiori in cui gli abitanti dei quartieri periferici erano costretti a vivere in conseguenza di quelle decisioni, e i privilegi di cui continuavano a godere gli appartenenti ai blocchi di potere che le avevano assunte. Significativamente l’ex sindaco di Torino, sconfitto alle elezioni, ha sostenuto che il voto al Movimento 5 Stelle sia stato dettato dall’invidia sociale. Qualche giorno dopo l’ex sindaco di Milano, Gabriele Albertini, in un dibattito televisivo ha usato la stessa locuzione di invidia sociale per definire l’indignazione suscitata dall’assunzione del fratello del Ministro dell’Interno alle Poste, senza concorso e con una retribuzione annua lorda di 160 mila euro all’anno.[9] Gli esponenti dell’ancien régime non avrebbero usato parole diverse.[10]

 

Promuovendo un referendum popolare sulla permanenza della Gran Bretagna nell’Unione Europea, il primo ministro inglese David Cameron era sicuro della vittoria dei favorevoli, tra cui si annoverava insieme a tutta l’élite economica e finanziaria. Era convinto di rafforzare in questo modo il suo consenso e di ridimensionare il peso politico di coloro che sostenevano la necessità di uscirne, in particolare il partito nazionalista dell’eurodeputato Nigel Farage. La vittoria dei contrari è stato un fulmine a ciel sereno che ha suscitato reazioni isteriche da parte dei perdenti. La maggioranza dei mass media ha improvvisato un’analisi del voto sostenendo che i fautori dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea erano stati gli anziani, le persone con bassi livelli culturali e gli abitanti delle zone rurali, mentre a favore della permanenza avevano votato i giovani, le persone colte e gli abitanti delle grandi città. I dati utilizzati per costruire la storia della contrapposizione generazionale erano il risultato di una indagine condotta da YouGov tra il 17 e il 19 giugno, una settimana prima del voto, su un campione di 1652 persone, di cui appena 73 sopra i 65 anni. Sulla base di questi elementi, su cui nessuna persona che si proponga di capire le dinamiche sociali in corso farebbe il minimo affidamento, i mass media hanno scatenato una campagna di stampa accusando i vecchi di essere egoisti, raccontando di lacerazioni all’interno delle famiglie tra genitori chiusi mentalmente e figli aperti alle innovazioni e al futuro. Alcuni sono arrivati a mettere in discussione il diritto di voto su questioni così delicate a persone ignoranti e arretrate culturalmente, come notoriamente sono i contadini. L’economista di fama internazionale Mario Monti, ex presidente dell’Università Bocconi, più volte commissario europeo, nominato senatore a vita dall’ex Presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano, ex presidente del Consiglio, socio dei più importanti consessi finanziari internazionali, lo ha detto con estrema chiarezza: «Non sono d’accordo con chi dice che questo referendum sia una splendida forma di espressione democratica. Sono contento che la nostra Costituzione, quella vigente e quella che forse verrà, non prevede la consultazione popolare per la ratifica dei trattati internazionali».[11] Gli hanno fatto eco autorevoli giornalisti, mettendo in discussione il suffragio universale e paventando sfracelli economici e sociali in conseguenza della confusione della democrazia col populismo (uno di loro è arrivato a scrivere che con l’esito del referendum l’Inghilterra era tornata a essere un’isola!). È stata avviata una raccolta firme per rifare la consultazione, a cui i giornali hanno dato per giorni un rilievo straordinario come se fosse possibile e facendo sparire di colpo la notizia quando l’assurdità dell’iniziativa è diventata palese.

Un’analisi dei dati provenienti dai seggi dopo le operazioni di conteggio dei voti ha dimostrato che in realtà le decisioni degli elettori erano riferibili, nell’ordine, al loro livello scolastico, allo status sociale e alla ricchezza pro-capite.[12] Dalle sintesi grafiche pubblicate sul Guardian è risultato che il voto contrario alla permanenza nell’Unione europea proviene dalle zone in cui vivono le classi lavoratrici, anche nelle grandi città. A Londra ha prevalso nei quartieri periferici, mentre i favorevoli hanno prevalso nei quartieri centrali. E così è avvenuto anche Manchester, Liverpool e in tutte le principali città del Regno Unito. La similitudine con quanto è avvenuto nelle elezioni amministrative in Italia 15 giorni prima è troppo evidente per non essere presa in considerazione.

Il 27 giugno 2016, all’incontro annuale del comitato Bretton Woods il vicedirettore del Fondo Monetario Internazionale David Lipton ha detto senza mezzi termini che l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea decretata dal risultato del referendum è «l’inizio della fine della globalizzazione». Probabilmente si tratta dell’interpretazione più adeguata di quanto è avvenuto, che spiega anche le motivazioni di tanto accanimento contro l’esito referendario e la proposta indecente di ridurre la democrazia, impedendo alle classi subordinate dei Paesi industrializzati di dire no alle scelte con cui il potere economico e finanziario pretende di scaricare su di loro i costi necessari a sostenere l’illusione di rilanciare la crescita mediante la globalizzazione.

 

Wile Coyote

La cesura storica segnata dall’abbattimento del muro di Berlino ha sancito che il capitalismo è il sistema di gestione del modo di produzione industriale più efficiente, cioè più adeguato a far crescere la produzione di merci. Di conseguenza i partiti di sinistra, che hanno condiviso con i partiti di destra l’identificazione del progresso con la crescita della produzione di merci, chiamata anche pudicamente sviluppo, hanno abbandonato ogni riferimento al socialismo e si sono progressivamente spostati a destra, aderendo all’ideologia liberista. Con estremo sprezzo del ridicolo, alcuni dirigenti dei partiti di sinistra hanno rivendicato di averla sempre condivisa, anche mentre la combattevano! In conseguenza dello spostamento della sinistra a destra, il capitalismo ha ritenuto di aver stroncato ogni alternativa,[13] senza rendersi conto che le ingiustizie sociali e i problemi ambientali causati dalla finalizzazione dell’economia alla crescita della produzione di merci avrebbero fatto emergere altri antagonisti, diversi e più radicali, perché, a differenza della sinistra, non si sarebbero limitati ad avversare la gestione di un modello economico e produttivo di cui condividono le finalità, ma avrebbero visto nel modello in sé stesso la causa dei problemi da risolvere. Problemi che non investono soltanto le relazioni degli esseri umani tra loro, che tutto sommato si possono affrontare anche tentando di ridurre a forza gli spazi della democrazia, ma coinvolgono il rapporto della specie umana con l’ecosistema terrestre, dove le prove di forza politiche e militari non possono essere utilizzate. Nella critica alle conseguenze negative che la globalizzazione ha prodotto nei paesi industrializzati e nell’ecosistema terrestre, sono confluite sensibilità e orientamenti politici molto diversi: il rimpianto delle fasce anziane delle popolazioni per la perdita della sicurezza sociale e la riduzione del benessere, l’angoscia dei giovani che non trovano lavoro e dei ceti medi per il peggioramento delle loro condizioni lavorative e retributive, la preoccupazione per la gravità della crisi ecologica derivante dall’estensione di un modello economico e produttivo che ha già superato i limiti della compatibilità con le risorse della terra, la paura del terrorismo, la difesa delle identità nazionali minacciate dai flussi migratori, la difesa dei beni comuni, la lotta contro l’aumento delle diseguaglianze sociali, contro la riduzione della democrazia, contro il potere della finanza internazionale e delle società multinazionali. Uno schieramento composito e disomogeneo, che sta frapponendo una resistenza inaspettata alle scelte politiche funzionali alla globalizzazione e sta riproponendo la valorizzazione delle economie locali, anche se in due prospettive molto diverse tra loro: una prospettiva finalizzata a soddisfare la maggior parte delle esigenze vitali dei gruppi umani con le risorse degli ambienti in cui vivono, senza eccedere il valore 1 dell’impronta ecologica, e una prospettiva nazionalistica, che ripropone rapporti conflittuali e di prevaricazione tra i popoli. In relazione ai Paesi europei queste due tendenze sono rappresentate da chi dice no a questa organizzazione dell’Unione Europea e da chi dice no all’Unione Europea. La storia induce a credere che la seconda abbia più possibilità di affermarsi, ma solo la prima ha capacità di futuro ed è anche in grado di recuperare in positivo le pulsioni che l’altra tende a indirizzare in senso distruttivo, come la valorizzazione delle identità culturali di ogni popolo, ovvero dei modi in cui le generazioni precedenti si sono rapportate con i luoghi in cui vivevano, hanno organizzato le relazioni umane e rapporti sociali, hanno elaborato il sistema dei valori, i modelli di comportamento, il rapporto col sacro. Non perché si ritengano superiori ad altri modi, ma perché le società si organizzano in modi differenti in relazione alle differenti caratteristiche dei territori in cui vivono.

 

I limiti che i sostenitori della globalizzazione vogliono porre alla democrazia, accentrando il potere negli esecutivi e riducendoli a esecutori di decisioni prese da organismi internazionali non elettivi che rappresentano gli interessi del grande capitale, sono la risposta all’inaspettata resistenza sociale incontrata dalle misure di politica economica finalizzate a rilanciare la crescita mediante l’estensione del modo di produzione industriale in tutto il mondo. Ma questa strategia si basa su un errore di fondo e può dare un esito opposto a quello che si propongono i suoi promotori.

L’errore di fondo consiste nel credere che gli ostacoli alla globalizzazione provengano principalmente dalle resistenze delle classi sociali che dovrebbero pagarne i costi, che pure non possono essere sottovalutate. In realtà sono costituiti da due fattori oggettivi che non dipendono dalla volontà degli esseri umani e, quindi, non sono gestibili né politicamente, né militarmente. In primo luogo, come si è ripetuto più volte, la globalizzazione potenzia la tendenza, insita nel modo di produzione industriale, a far crescere la domanda meno dell’offerta e, quindi a determinare crisi di sovrapproduzione, che sino ad ora sono state superate grazie alla progressiva estensione dell’economia di mercato a paesi in cui l’economia era ancora fondamentalmente di sussistenza. Con la globalizzazione questi margini stanno per finire. In secondo luogo il sistema produttivo industriale ha già superato la capacità dell’ecosistema terrestre di fornirgli le risorse di cui ha bisogno per continuare a crescere e la sua capacità di metabolizzare gli scarti, liquidi, solidi e gassosi che emette. Questi margini sono finiti. La crescita della produzione di merci non può che aggravare entrambi i problemi e portare in tempi più brevi di quanto si immagini all’autoannientamento dell’umanità.

Il risultato molto diverso da quello sperato che possono dare le misure finalizzate a ridurre la democrazia e ad accentrare il potere politico nell’esecutivo è costituito dal già citato effetto Wile Coyote. Non è detto che i risultati elettorali diano la maggioranza ai partiti che vogliono concentrare in questo organo costituzionale un potere incontrollabile dal potere legislativo e dal potere giudiziario. Gli esiti delle elezioni amministrative in Italia e del referendum sulla permanenza della Gran Bretagna nell’Unione Europea sono un’anticipazione di ciò che può accadere. Non si può escludere che nella trappola preparata per gli oppositori finiscano coloro che l’hanno predisposta con cura. Come succede a Wile Coyote, che finisce con l’essere regolarmente vittima degli attentati che prepara al road runner Beep Beep.

Se la volontà di porre limiti alla democrazia risponde a una necessità intrinseca della crescita nell’epoca della globalizzazione, come testimoniano il documento della J P Morgan, la lettera di Trichet e Draghi al presidente del Consiglio italiano, l’intervento della Troika per annullare l’esito del referendum in Grecia, il TTIP, la riforma del sistema elettorale e della Costituzione italiana, le proposte di limitare il diritto di voto, il jobs act, la loi travail e tutti gli altri interventi nell’ottica della decostituzionalizzazione e della deparlamentarizzazione, per usare le definizioni du Barbara Spinelli, allora la difesa della democrazia diventa un tassello della rivoluzione culturale della decrescita.[14] In un tornante della storia in cui l’umanità, appiattita sulla dimensione materialistica e accecata dall’avidità, ha posto le premesse del suo autoannientamento, l’accusa di voler imporre scelte esistenziali basate sul pauperismo e sulle rinunce che alcuni sostenitori della crescita rivolgono a chi ritiene che solo una decrescita felice, cioè selettiva e governata, ci può salvare, acquista connotazioni grottesche, perché sono stati i sostenitori della crescita a uniformare i modelli di comportamento di massa usando spregiudicatamente la pubblicità, sono i sostenitori della crescita a cercare oggi di ridurre gli spazi democratici, mentre le persone libere, autonome e orgogliose di esserlo fino all’irriverenza, che si rifiutano di subordinare le loro scelte esistenziali al pensiero unico e agli imperativi del consumismo, non possono non essere democratiche. E oggi non possono non schierarsi tra coloro che difendono la democrazia da chi, nella vana speranza di rilanciare la crescita, sta usando tutti i mezzi di cui dispone per ridurne i poteri.

 

 

 

 

 

[1]             Nel modo di produzione pre-industriale il lavoro è finalizzato a produrre beni per soddisfare dei bisogni, sia nel caso in cui vengano prodotti per autoconsumo (i contadini), sia nel caso in cui siano prodotti per essere venduti a clienti che li richiedano (i prodotti artigianali e le eccedenze agricole rispetto al fabbisogno dei contadini). Pertanto il denaro è un mezzo di scambio. Nel modo di produzione industriale il lavoro è finalizzato a produrre merci, cioè oggetti e servizi da vendere, allo scopo di ricavare più denaro di quanto ne sia stato investito per produrle. Pertanto il denaro diventa il fine della produzione e la misura della ricchezza. L’indicatore con cui si misura il benessere di una nazione diventa il prodotto interno lordo, ovvero il valore monetario delle merci a uso finale prodotte e comprate in un periodo di tempo determinato.

[2]             Questo processo è iniziato in Inghilterra nel Settecento con le leggi sulla recinzione dei campi e la privatizzazione delle terre comuni, che hanno impedito ai contadini di continuare a praticare un’economia di sussistenza e li hanno costretti a diventare operai nelle fabbriche. È proseguito con la concorrenza esercitata dalle prime fabbriche tessili nei confronti degli artigiani. Da allora si è esteso progressivamente. Su questo tema, di cui analizzo brevemente le caratteristiche attuali in un capitolo di questo libro, mi permetto di rimandare al mio pamphlet Decrescita e migrazioni, Edizioni per la decrescita felice, Roma 2009, e al mio libro Destra e sinistra addio, Lindau, Torino 20016, capitolo 3: La guerra ai contadini, agli artigiani e alle comunità, pagg. 49-81.

[3]    In Italia le modifiche al regime pensionistico sono state introdotte dalla legge Fornero (gennaio 2013)

[4]    A questo proposito mi permetto di rimandare al mio libro Destra e sinistra addio, Lindau, Torino 2016

[5]             «L’obiettivo del TTIP è far crescere il commercio e gli investimenti tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti, da cui ci si aspetta il risultato di creare occupazione e crescita economica su entrambe le sponde dell’Atlantico. Dato questo obiettivo, in primo luogo valutiamo l’impatto economico derivante dal TTIP. Ci sono alcuni studi sull’impatto economico del TTIP. Il principale, preparato per l’EC, è il CEPR (2013), che stima, quando il TTIP sia a pieno regime, una crescita del PIL tra lo 0,3 e lo 0,5 per cento in più rispetto a quella che si avrebbe se il TTIP non fosse in vigore». Un incremento davvero strepitoso. Il testo è tratto dal documento Initiating a public dialogue on environment protection in the context of the Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP negotiations). Background Report. AAVV. Institute for European Environmental Policy. April 2016

[6]   Dopo aver perso le elezioni, l’ex sindaco PD di Torino Piero Fassino ha detto di aver verificato per esperienza diretta che l’immigrazione è problema «più sentito nella aree a maggiore sofferenza sociale, dove gli immigrati sono visti in competizione per la casa, il lavoro, il welfare. Si tratta delle stesse aree nelle quali abbiamo avuto i risultati peggiori. Per esempio nell’assegnazione delle case popolari, il criterio basato sulla composizione dei nuclei familiari premia sempre più spesso le famiglie immigrate, che fanno più figli. Bisogna domandarsi fino a quando la graduatoria unica è sostenibile. Questo per non alimentare conflitti tra chi quel diritto lo esige». Repubblica Torino, 9 luglio 2016

[7]    Personaggio di un fumetto che, per catturare il suo antagonista, il road runner Beep Beep, escogita una serie di trappole, per lo più a base di esplosivi, di cui finisce regolarmente per essere vittima. È stato evocato in un dibattito televisivo dall’onorevole Gianni Cuperlo del Partito Democratico, per commentare la sconfitta del suo partito e la vittoria del Movimento 5 Stelle alle elezioni amministrative del 2016, paventando che un risultato analogo possa ripetersi al referendum sulla riforma costituzionale, voluta a tutti i costi dal primo ministro italiano Matteo Renzi per rafforzare il suo potere politico e annullare quello dei suoi avversari. L’immagine si attaglia perfettamente anche al primo ministro inglese David Cameron, che ha promosso il referendum sulla permanenza della Gran Bretagna nell’Unione Europea convinto di vincerlo e di indebolire strategicamente i suoi avversari antieuropeisti, col risultato di aver subito una sconfitta che ha concluso anzitempo la sua carriera politica.

[8]    Alle elezioni comunali del 1993 la sinistra moderata sostenuta dal grande capitale e dalla finanza si presentò con una lista alternativa a una lista di sinistra impedendole di eleggere il sindaco al primo turno e superando di poco, inaspettatamente, la lista di centro-destra. Al ballottaggio con la lista di sinistra, che al primo turno aveva ricevuto quasi il doppio dei suoi consensi, raccolse i voti del centro-destra ed elesse il sindaco.

[9]    La retribuzione annua lorda di un insegnante di scuola media con 35 anni di servizio è circa 26.000 euro.

[10] In un’intervista rilasciata a Sebastiano Messina e pubblicata su Repubblica on line il 21 giugno 2016, Piero Fassino ha dichiarato: «Il Movimento 5 Stelle ha la responsabilità di aver alimentato l’invidia sociale, in questi anni». Gabriele Albertini ha usato le stesse parole il 7 luglio nella trasmissione televisiva Omnibus sulla rete 7.

[11]  Dichiarazione rilasciata al quotidiano La Stampa il 18 giugno 2016.

[12] Andrea Coccia, Altro che la guerra vecchi contro giovani raccontata dai giornali. Il conflitto che emerge dalla brexit non è generazionale, ma di classe. E per non farlo esplodere dobbiamo saperlo vedere, Linkiesta, 29 Giugno 2016

[13]  È nota l’affermazione di Margaret Tatcher, primo ministro inglese dal 1979 al 1990: There is no alternative, entrata nel linguaggio politico con l’acronimo TINA.

[14]          Barbara Spinelli, L’apatia della democrazia, in Il Sole 24 Ore, 27 febbraio 2015

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La decrescita non è e non può essere uno slogan

Di Alessandro Perosa

  1. In principio era un grido di battaglia

 

Sluaghghairm, da cui slogan, è una parola di derivazione gaelica – composta dai termini ghairm ‘grido’ e sluagh ‘guerra’ – che significa grido di battaglia lanciato dai componenti di una tribù o di un clan contro i propri nemici. La sua prima attestazione in italiano risale al 1905, quando il termine viene usato per significare sentenza o massima, così come anche talvolta leitmotiv, parola d’ordine di una causa o linea di partito.

Parallelamente a questi significati, nel XX secolo, il mondo occidentale ha declinato il termine slogan anche – e soprattutto – in ambito pubblicitario come sinonimo di motto creato per caratterizzare un prodotto. E così, nel processo di onnimercificazione compiuto negli ultimi duecento anni dalla razionalità capitalista, prima, e da quella tecnologico-capitalista[1], poi, da originario grido di battaglia ha finito per significare in modo quasi esclusivo «frase ad effetto, brevissima e incisiva, della pubblicità commerciale»[2].

L’orizzonte semantico contemporaneo lo considera, quindi, uno strumento espressivo sintetico, rapido ed efficace, spesso orecchiabile, pronunciato con l’intento di enunciare un concetto, magari risaputo e spesso ovvio, destinato a restare impresso il più possibile nella mente del destinatario. Si tratta di una frase fatta, di una locuzione che serve a blandire, a circuire le persone, persino a confonderle, e non certo a coinvolgerle in un processo relazionale paritetico e linguisticamente significante. Chi ha interesse a spostare l’attenzione delle masse su un oggetto o su un fatto minore, usa la tecnica dello slogan come arma di «distrazione» collettiva. Così come chi vuol convincere i consumatori della bontà di un prodotto, ne esalta a dismisura le qualità con frasi ad effetto, che colpiscono l’attenzione e condizionano i gusti di chi ascolta.

Si pensi, a tal proposito, al fenomeno commerciale delle mode o alla tecnica con cui il potere economico riesce a garantirsi ‘nuove’ crescite del volume d’affari, attraverso la spinta compulsiva all’acquisto, stimolata dall’obsolescenza percepita e sorretta dalla pubblicità, che dello slogan si nutre.

Nella società dell’immagine, in cui ci troviamo a vivere, il ‘grido di battaglia’ non può che essere suadente e capace di orientare il senso estetico e i bisogni delle masse, facendosi ben presto strumento di tortura psicologica. Chi opera nel mondo pubblicitario sa che una «frase fatta» e una rima ben assestata consentono di memorizzare senza sforzo un prodotto, che diventa desiderabile principalmente in quanto portatore di novità. Perché il nuovo, in un mondo abitato da chi crede di camminare nel solco dell’innovazione continua e illimitata, è sempre meglio del vecchio. E lo slogan serve proprio a convincere l’acquirente che il prodotto stipato nello scaffale sia davvero il migliore in circolazione: «Acquistalo, e non rimarrai deluso!», è il refrain più noto. «Non seguire il gregge, fai la pecora nera e compra la nostra auto», recitava uno spot di una nota casa automobilistica: salvo però omettere che se tutti i possibili acquirenti fanno le pecore nere, finiscono inevitabilmente per seguire il gregge, non si distinguono più dagli altri e si conformano al gusto mediano.

La «parola pubblicitaria» serve a comunicare messaggi e simboli in modo rapido, attraente e facilmente comprensibile. Per questo motivo, anche il suo stile è linguisticamente mediocre: non si tratta di fare letteratura, di affascinare con narrazioni raffinate, o di viaggiare verso l’utopia coi piedi ben piantati in cielo fra i sogni. Qui si deve solo persuadere l’acquirente della bontà del prodotto: e per farlo non resta che elaborare frasi fatte, facilmente memorizzabili e semplici nella sintassi.

Se si osserva con attenzione il contesto relazionale entro cui agisce questo tipo di linguaggio, ci si accorge però che proprio il proliferare di discorsi concisi e orecchiabili produce una degenerazione sociale e politica. Perché questo tipo di linguaggio non solo controlla e orienta i comportamenti economici della massa, ma finisce per trasformare per intero la lingua – e con essa l’orizzonte culturale – della società.

Il parlare è un atto originario di fondamentale importanza. Chi parla e nomina le cose in modo compiuto e col rispetto necessario, conferisce a queste stesse cose realtà. La realtà quindi non è data una volta e per sempre, ma è parlata. Ovvero, una res è proprio quella res, e non un’altra, perché nell’atto di nominarla s’innesca un percorso di ri-conoscimento linguistico che costituisce la cosa stessa e la rende vitale. La realtà non sarebbe ciò che appare – e non si darebbe a ognuno di noi nelle forme in cui siamo abituati a ri-conoscerla – se non esistesse la possibilità di dire le cose (enti) che appaiono, chiamandole per nome. E dare un nome agli enti significa de-finirli, porli in ordine, collocarli all’interno di un contesto ontologico unitario, costituito dai variegati ‘modi d’essere’ (forme delle res), che chiamiamo realtà.

Non è certo il caso di aprire in queste righe una riflessione sul rapporto generativo tra il parlante e la «cosa nominata», ma è pur sempre utile notare che la parola pronunciata modifica il mondo che abitiamo, e il mondo, a sua volta, condiziona il nostro modo di esprimerci.

Per questo motivo, chi impoverisce il linguaggio attraverso il sistematico ricorso allo sluaghghairm trasforma anche l’orizzonte in cui vive, rendendolo sempre più uniforme e monodimensionale. In un contesto sociale in cui lo slogan assurge a gesto linguistico prioritario, l’intero orizzonte sociale, culturale e politico non può far altro che mostrare lo spazio sloganistico come segno del tempo. Se tutto è riconoscibile linguisticamente attraverso lo slogan, diventano tali anche le parole che nominano l’amore, le relazioni sociali, politiche, le dinamiche interpersonali, che per mostrarsi in forma realmente umana avrebbero invece bisogno di profondità, di riflessione, di pazienza linguistica, di tempo generativo. Un amore soggetto a slogan può essere consumato, ma non certo vissuto con la pienezza necessaria. Lo slogan è il sesso che vince sull’eros; è il bisogno che schiaccia il desiderio; è l’oppressione che annulla la libertà di un’esperienza vissuta in pienezza e gratuità: perché l’atto di donare all’altro tutto se stesso palesa una complessità irriducibile e non rappresentabile in uno spot. Quando tutto è slogan, la donazione di sé diventa anch’essa sloganistica: lo slogan quindi trasforma il mondo e l’uomo in res condizionate dal «grido di battaglia» del mercato. Dove tutto ha un prezzo, soggetto alla domanda e all’offerta.

Ora, non è necessario essere dei raffinati glottologi per capire che la semplificazione linguistica sta trasformando radicalmente gli esseri umani e le relazioni che essi costituiscono con l’ambiente circostante. E d’altra parte, chi ha un minimo di profondità intellettuale, comprende molto bene che questo tentativo di compiere una sorta di reductio ad unum linguistica e culturale è volto a uniformare gusti e orientamenti, in vista di una maggiore ottimizzazione del sistema produttivo. La comunicazione per slogan serve a divertire e a rendere orecchiabile un’idea, una pro-posta commerciale (che diventa surrettiziamente im-posta), un messaggio pubblicitario, che puntano a collocare in tutto il mondo i medesimi prodotti. Chi parla non si preoccupa di sapere se la merce reclamizzata o l’ostentazione di una certa idea sia (almeno per lui) davvero buona o nociva, condivisibile o inaccettabile, dispotica o conviviale, sostenibile o distruttiva. L’importante è che la frase ad effetto resti piantata bene in mente agli ascoltatoti, e sappia sovrastare le altre «grida di battaglia» che si affacciano nell’agone con sempre maggior violenza, tenacia e ostinazione.

In un mondo in cui le informazioni sono sovrabbondanti, è necessario andare rapidamente al dunque, e per farlo bisogna ridurre il vocabolario ai soli termini che abbagliano. Per questo motivo, l’uso reiterato di questa tecnica comunicativa finisce per imbarbarire il linguaggio, che punta soltanto all’eufonia e alla pronta memorizzazione, conseguite attraverso metodiche di costruzione sintattica prese in prestito – non prima di averle stravolte – dalla poesia[3]. D’altra parte lo slogan è spesso in rima e costruito secondo una metrica che gli conferisce un andamento ritmico suadente, tale da prestarsi alla facile memorizzazione. La sua fortuna è anzitutto musicale: strutturalmente è di certo più vicino al rap che alla musica «colta». Ovvero, si presenta con un’idea schematica e superficiale, che si esprime in poche formule approssimative[4]. La musica ritmica e le parole eufoniche si fanno jingles, si insinuano nei meandri della memoria e consentono di accomunare una frase ad effetto a un determinato prodotto.

Chi abita dentro l’orizzonte tecnologico-capitalista fa ogni giorno esperienza di questa neolingua. Nessuno può dirsi al sicuro, nessuno può pensare di farla franca, neppure chi crede di appartenere all’élite culturale. Perché gli stessi pubblicitari sono vittime dei messaggi che inventano: d’altronde se il limite del mio linguaggio è il limite del mio mondo, chi inventa o parla per slogan finisce per vivere irrimediabilmente nel mondo sloganistico che ha creato. Egli ne è parte, ne viene condizionato come tutti gli altri. È questa, se si vuole, la vittoria dello strumento sulla razionalità: è il dominio del mezzo che prende pieno possesso dell’essere umano, trasformandolo dalle fondamenta.

Lo slogan s’impadronisce di tutti noi rendendoci marionette in mano altrui. Slogan è la voce del potere impersonale, è la voce di chi vuole massimizzare il dominio e punta dritto al sodo, ben sapendo che questo sodo è violenza, sopruso, proprietà: ma disconoscendo, al contempo, che proprio quel sodo a cui aspira è la lama affilata con cui l’homo publicitarius sta tagliando il ramo sul quale è seduto.

 

 

  1. Lo slogan è la forma violenta della parola economica

 

Lo sluaghghairm è una lama di coltello che entra nel cuore dell’essere, fino a sfibrarlo; è uno strumento linguistico feroce, che abita la scissione ontologica, se ne nutre, e cibandosene approfondisce il solco che separa il singolo dal contesto in cui si trova[5]. Per colmare questa frattura violenta è necessario portare a compimento l’orizzonte entro cui si rende pensabile ogni parola, ogni azione, ogni istituzione, ogni potere del «nostro» mondo ontologicamente frammentato; è necessario condurre al tramonto l’occidente, ovvero farlo morire, ch’è poi un portarlo alle estreme conseguenze, per vederlo finalmente schiantare sulla linea estrema del proprio mondo; sì che lì, al confine tra cielo e terra, possano scorgersi un giorno le luci di una nuova alba utopica.

Se lo slogan porta all’eccesso la frammentazione ontologica (ovvero la scissione fra l’Io e il contesto naturale, fra l’Io e l’altro da sé: umano e non umano), il logos paziente, rispettoso e pronunciato sottovoce – quasi sibilando – apre le porte a una relazionalità conviviale e fraterna di tipo orizzontale, in cui tutti si riconoscono reciprocamente come parlanti. La parola, che si affranca dalla voracità, conferisce una pacifica realtà al mondo; il discorso conviviale fa partorire lentamente le cose, le ordina sullo spazio esperienziale e le pone in una relazione costitutiva non-violenta: le une senza le altre sarebbero impensabili, perché ogni cosa è proprio quella cosa in virtù dei rapporti ontologici e linguistici che la parola stessa costituisce con l’essere circostante. Mentre il tecnicismo sloganistico scinde i legami e s’impone sulla scena come un Deus ex machina che condiziona il mondo, manipolando le facce esterne (che sono gli elementi formali chiamati significanti) e talvolta anche quelle interne (i significati) dei termini. Per questo lo slogan è lo strumento prediletto dall’ideologia, che pretende di dire il vero e costringe la realtà poliedrica ad entrare all’interno di uno schema preordinato, sfinendo la realtà stessa e coartando la libertà d’ognuno.

Chi vuole liberare il proprio linguaggio dalla violenza non può far altro, allora, che ripensare dalle fondamenta nuove forme sintattiche capaci di «prendere tempo». Il discorso paziente e-duca i parlanti, che dalla relazione conviviale traggono nuova linfa esistenziale; si vive nel discorso, perché le parole che nominano le cose, consentono un reciproco riconoscimento. Chiamare qualcosa col proprio nome significa dargli realtà, portarlo in superficie, relazionarsi al suo modo d’essere, ovvero alla sua forma. E non è forse proprio questa l’idea di Simone Weil, quando nel ragionare sul bene e sul male scrisse: «È bene ciò che dà maggiore realtà agli esseri e alle cose, male ciò che gliela toglie»[6]?

 

L’uso sistematico dello slogan non è ristretto al solo ambito economico, ma in una società dell’onnimercificazione tutto viene ridotto a mercato e a relazioni mercantili. Si pensi ad esempio al condizionamento subito dallo sport e dalla politica, che dello slogan continuano a fare ampio uso con conseguenze incalcolabili sulla riduzione dell’immaginario sociale. Il motto politico imbarbarisce il discorso e lo rende commerciale. Le proposte programmatiche si trasformano in banali consigli per gli acquisti, in promesse vuote, anche se magari di particolare effetto. E non è un caso che la politica sia scomparsa ormai da tempo dalle sedi di partito, dai luoghi storici d’aggregazione, dalle piazze, dai cortei, dai luoghi di cultura, finendo relegata negli angusti ambiti dei talk show televisivi. Luoghi fittizi in cui maschere parlanti urlano e cercano il consenso senza curare minimamente la profondità della riflessione e il rigore del pensiero.

Ma c’è di più. Un di più rappresentato dal web, ch’è ormai la dimensione principale in cui si trova a vivere l’homo technologicus. E questo di più è una voragine senza fondo, che rischia di inghiottire ciò che incontra, ricacciandolo nel ventre dell’insignificanza. Perché la parola pronunciata nello spazio virtuale è parola che vive a nessun dove: ma questa, più che anelare all’utopia, spinge difilato verso la distopia ideologica del potere tecnico che sottomette ogni cosa all’incremento del suo dominio.

Quando si ragiona sul linguaggio in rapporto al mondo virtuale, è necessario cercare di capire quale sia la dimensione verbale di quel mondo. O per dirla altrimenti: dato che i limiti del mio mondo significano i limiti del mio linguaggio, quando mi trovo a chattare sui social, che tipo di parole uso? E che mondo è quello dei social? Dove si trova? E che valore hanno le parole mediate da una tastiera e da uno schermo? E l’altro, con cui entro in relazione, esiste davvero, è una persona che conosco e che immagino stia parlando con me in questo momento, o ignorando chi sia (perché non lo conosco, non l’ho mai visto, non so neppure dove abiti), io suppongo che il tizio con cui credo di parlare esista sul serio, quando invece potrebbe essere un fake, magari anche autogenerato dal computer?

Ma non è ancora tutto. La tecnologia ha finito per trasformare dalle fondamenta il mondo, e con esso anche l’essere umano: le sue abitudini, il suo linguaggio, le sue passioni. A fronte di una scissione ontologica, di una frantumazione della relazione sociale, si cerca la connessione continua col mondo virtuale. Nessuno è più in grado di stare con se stesso, di abitare il silenzio, e paradossalmente ciò avviene all’interno di un contesto sociale che spinge sempre più alla frammentazione, alla disgregazione dei legami sociali. Perché quando si è soli si è anche più facilmente preda del mercato. E così, l’homo technologicus abita da ignaro la separazione, il rintanamento sociale, per poi connettersi alla grande rete virtuale che collega singole monadi in tutto il mondo. Egli incarna realmente la solitudine, per vivere relazioni artificiali sui social. E nel percorrere a perdifiato la contemporaneità tecnica, arriva al paradosso per cui i ritmi di vita sono così pressanti e disumani da rendergli impossibile qualunque altro tipo di rapporto che non sia mediato dallo schermo di un computer. Perché deve lavorare, consumare, produrre a ritmi sempre più sostenuti. E al contempo – è qui l’inganno – crede a torto che quello spazio di vita sociale perduto, lo possa recuperare in maniera fittizia navigando in internet: con l’illusione di avere il vento in poppa e il mondo a portata di mano.

Ma sui social non si può parlare davvero, ed è impossibile esprimere un ragionamento sul serio, un pensiero profondo che abbia un minimo senso, che intenda esprimere un sentimento, una visione, una lettura del mondo e della vita. Davanti allo schermo non ci sono gli occhi dell’altro a guardarti. Non si sente il suo respiro affannato o gioioso, non vedi le emozioni scintillargli dagli occhi, e non esiste il mondo con le sue luci e i suoi colori cangianti. Hai solo uno spazio bianco virtuale su cui scrivere uno stato (d’animo?) che qualcuno commenterà, probabilmente senza neppure averlo letto bene. D’altra parte non c’è tempo, e le parole sono sempre troppe. Così, per fare in fretta, non resta che esprimersi per slogan, per frasi fatte, masticate e vomitate una miriade di volte da pubblicitari che intendono orientare gusti e bisogni. Frasi che non significano niente, perché sono decontestualizzate, perché non si ha l’agio di difenderle, di argomentarle, di criticarle. Nei social è come se le parole calassero dall’alto, da un altrove insondabile, sconosciuto. E allora tutto diventa inutile: non ha più senso distinguere, articolare pensieri, ragionare. La parola non significa più niente, ma serve soltanto a lanciare un grido. Che maschera spesso un’accorata richiesta di riconoscimento. D’altronde cos’altro è la lotta per emergere sugli altri, per scalare la piramide sociale, per la fama? Cos’è la rincorsa al successo televisivo e mediatico in genere? È un disperato bisogno di vedersi riconosciuti in un mondo che ha distrutto le relazioni ontologiche, i legami sociali e familiari, lasciando tutti soli e in balia del mercato.

Per tutta questa serie di motivi sin qui discussi, la decrescita felice – che si propone di ricucire le scissioni ontologiche, riequilibrando i rapporti fra gli esseri umani e il resto della natura – non può assumere in alcun modo le caratteristiche di una «parola bomba», né tanto meno venir confusa con lo slogan. Perché lo slogan è la forma violenta della parola economica.

 

 

 

[1] Per comprendere in quale senso debbano essere intese la cultura capitalista e quella tecnologico-capitalista si rimanda al saggio: A. Pertosa, Dall’economia all’eutéleia. Scintille di decrescita e d’anarchia, Edizioni per la decrescita felice, Roma 2014, (si veda in particolare il capitolo III).

[2] M. Cortellazzo – P. Zolli, Il nuovo etimologico, Zanichelli, Bologna 2015, p. 1540 (nota relativa alla voce slògan).

[3] Cfr. F. Sabatini, Il messaggio pubblicitario da slogan a prosa-poesia, «Il Ponte» 24 (1968), pp. 1046-1062 (il saggio è stato ristampato in Le fantaparole. Il linguaggio della pubblicità. Antologia, a cura di M. Baldini, Armando, Roma 1987, pp. 91-98; poi in Chiantera 1989, pp. 121-138); A. Stefinlongo, L’italiano che cambia. Scritti linguistici, Aracne, Roma 2008, pp. 195-219.

[4] Il vocabolario Treccani, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 2003, p. 1690.

[5] Della scissione ontologica ho parlato diffusamente in Pertosa, Dall’economia all’eutéleia, cit. (si vedano in particolare i capitoli III e V).

[6] S. Weil, Quaderni (volume primo), Adelphi, Milano 2010, p. 199 (or. Cahiers, I, Librairie Plon, Paris 1970).

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Beni e merci: è così difficile da capire?

La crescita economica, occorrerà ripeterlo fino allo sfinimento ma non basterà, non è l’aumento della quantità dei beni prodotti e dei servizi forniti da un sistema economico e produttivo in un periodo di tempo determinato, perché il parametro con cui si misura, il Prodotto Interno Lordo, è un valore monetario che si calcola sommando i prezzi degli oggetti e dei servizi a uso finale (consumi e investimenti) scambiati con denaro, cioè comprati e venduti, in quel periodo di tempo. La crescita del PIL è pertanto l’incremento percentuale di quel valore monetario rispetto al valore monetario del PIL calcolato nell’identico periodo temporale precedente.

La parola che definisce gli oggetti e i servizi scambiati con denaro è merci; la parola che definisce la compravendita di oggetti e servizi è commercio; il luogo in cui avvengono gli scambi commerciali è il mercato.

La motivazione che induce le persone a comprare un oggetto o un servizio è l’utilità, vera o presunta, oggettiva o soggettiva, che pensano di ricavarne. La parola che definisce un oggetto o un servizio da cui le persone pensano di ricavare un’utilità è bene.

I concetti di bene e di merce indicano pertanto due caratteristiche diverse di un oggetto o di un servizio. Diverse non significa contrarie, perché il contrario di merce non è bene, ma oggetto o servizio non scambiato con denaro, e il contrario di bene non è merce, ma oggetto o servizio che non offre alcuna utilità. Nello stesso oggetto non possono coesistere due caratteristiche contrarie, ma sono compresenti normalmente due o più caratteristiche diverse. Una merce non può non essere comprata e un bene non può essere inutile o dannoso, ma un oggetto o un servizio che si acquista perché offre un’utilità, reale o presunta, è un bene che si ottiene sotto forma di merce.[1]

Ci sono però anche beni, cioè oggetti e servizi utili, che non si comprano, o per scelta perché si preferisce autoprodurli o scambiarli sotto forma di dono, o perché non si possono comprare: i beni relazionali, o perché appartengono alla comunità di cui si fa parte e si ha diritto a usufruirne: i beni comuni. I beni autoprodotti, i beni scambiati sotto forma di dono, i beni relazionali, i beni comuni non non rientrano nella categoria delle merci. Di contro, alcuni oggetti e servizi che si comprano e rientrano, pertanto, nella categoria delle merci, non hanno nessuna utilità, per cui non sono beni: gli sprechi dovuti a inefficienza tecnologica o organizzativa, come l’energia che si disperde dagli edifici mal coibentati (almeno il 70 per cento di quella che si utilizza), e il cibo che si butta.

Un sistema economico finalizzato alla crescita della produzione di merci, che identifica il benessere con la crescita del PIL, cioè con l’aumento del valore monetario delle merci a uso finale scambiate con denaro in un periodo di tempo determinato, non può, per definizione, non tendere a ridurre con tutti i mezzi possibili la produzione di beni che non sono merci e aumentare la produzione di merci anche quando non sono beni. Cancella dall’ambito del sapere condiviso il saper fare necessario all’autoproduzione, valorizza la concorrenza tra gli individui, distrugge le comunità e le famiglie, usa la scuola, la pubblicità e i mezzi di comunicazione di massa per persuadere che il modo migliore di avere un bene è comprarlo, identifica il benessere col possesso di cose e l’innovazione col miglioramento, mercifica i beni comuni, riduce il lavoro alla produzione di merci in cambio di un reddito, eliminando dall’immaginario collettivo la possibilità di lavorare per produrre almeno una parte dei beni di cui si ha bisogno, trasforma il denaro da mezzo per acquistare i beni che si possono avere solo sotto forma di merci a fine della vita.

Se si ritiene che la crescita della produzione di merci abbia superato la capacità della biosfera di fornirle le risorse che le sono necessarie e di metabolizzare gli scarti che genera, che sia la causa delle guerre per il controllo delle fonti energetiche fossili di cui ha bisogno, della crisi climatica, delle iniquità crescenti tra le classi sociali, tra i popoli, tra la specie umana e le altre specie viventi, non si può non operare per contrastarla e rallentarla, strappandole la maschera seducente con cui nasconde il suo vero volto agli occhi dell’umanità. Questo è l’obbiettivo che si è posto il variegato mondo di coloro che sostengono la necessità di una decrescita. Su come si possa raggiungere le opinioni non sono concordi, come inevitabilmente accade nelle fasi nascenti di un paradigma culturale alternativo a quello vigente, a cui ognuno approda a partire dalla sua formazione culturale e dai suoi precedenti orientamenti politici. Questo non è un limite, ma un valore paragonabile alla biodiversità che, attraverso il confronto consente di depurare il paradigma culturale nascente dai residui del paradigma culturale precedente insiti in ogni percorso individuale. Solo così è possibile farlo emergere progressivamente dal bozzolo in cui è rinchiuso, come le statue che, secondo Michelangelo, erano contenute nel blocco di marmo da cui lo scultore le libera a forza di togliere.

In relazione alle ipotesi formulate dal movimento della decrescita felice, che costituisce una di queste componenti, Serge Latouche ha scritto e ribadito più di una volta lo stesso concetto, più o meno con le stesse parole:

 

[…] bisogna intendersi esattamente su che cosa debba decrescere. Per la maggioranza degli obiettori di crescita la risposta è che bisogna relegare in secondo piano l’indice-feticcio della crescita, cioè il PIL. È ciò che sostiene esplicitamente Maurizio Pallante, autore di un manifesto della decrescita felice. Per Pallante è necessario ridurre la produzione dei beni e servizi commerciali che entrano, in quanto merci, nel calcolo del PIL e aumentare quella dei beni e servizi non commerciali che non vi rientrano: autoproduzione, economia del dono e della reciprocità. Dal canto loro, gli adepti della semplicità volontaria e, in Francia i discepoli di Pierre Rabhi, sostengono una posizione analoga, ma meno precisa, con lo slogan «meno beni, più legami». Meno precisa perché dal punto di vista economico il legame può essere considerato come produttore di servizi non commerciali, e dunque di beni (nel senso di Pallante).[2]

 

In questo passaggio, tratto dal suo ultimo libro pubblicato in Italia, La decrescita prima della decrescita (2016), Latouche ha ripreso quanto aveva già scritto più volte nel corso degli ultimi anni. La prima volta nel 2011, nella prefazione alla traduzione in francese del libro di Maurizio Pallante, La decrescita felice, dove si era espresso così:

 

Per il fondatore della corrente italiana della decrescita felice la decrescita è un concetto positivo, che può essere definito come la diminuzione del PIL, ovvero la riduzione dei consumi dei beni e dei servizi scambiati con denaro (merci), ma è felice, perché al contempo comporta un aumento di beni e servizi non mercificati (beni), che procurano vere soddisfazioni. Ne risulta che la decrescita si traduce immediatamente in iniziative concrete.[3]

 

Nel 2012, nel libro Per un’abbondanza frugale aveva ribadito il concetto:

 

È vero che alcuni obiettori di crescita, come Maurizio Pallante in Italia, sembrano pensare che la decrescita – e in primo luogo quella del PIL – sia compatibile con l’economia capitalistica di mercato, ma questa non è l’idea della maggioranza dei decrescenti. Per Pallante, fondatore della corrente della decrescita felice, la decrescita è un concetto positivo che può essere definito con la riduzione del PIL, cioè la diminuzione del consumo e della produzione di beni e servizi mercantili (merci), ma è anche felice, perché al tempo stesso c’è un aumento di beni e servizi non mercantili (beni) che procurano vere soddisfazioni. Questa concezione tende a ridurre la rottura della crescita all’obiettivo dell’autoproduzione, il che la avvicina all’idea della semplicità volontaria.[4]

Nel 2013, nella prefazione del libro di Mauro Bonaiuti La grande transizione. Dal declino alla società della decrescita, non aveva perso l’occasione per ribattere il chiodo:

 

Per il fondatore della corrente italiana della decrescita felice, non si tratta tanto di uno slogan provocatorio che vuole indicare la rottura con la società della crescita, quanto di un obiettivo già applicabile a un contenuto concreto. La decrescita secondo Pallante è un concetto positivo che può essere tradotto in riduzione del PIL, cioè in diminuzione del consumo e della produzione di beni e servizi mercantili (merci), ma è anche felice, perché al tempo stesso corrisponde a un aumento di beni e servizi non mercantili (beni) che procurano vere soddisfazioni. Ne deriva che la decrescita si traduce immediatamente in iniziative concrete: decrescita dei valori di scambio e crescita dei valori d’uso.[5]

 

In realtà, sin dalla prima formulazione di questa teoria nel libro La decrescita felice, pubblicato nel 2005 e ristampato più volte, la decrescita è stata definita come una riduzione del PIL che si può ottenere non con la diminuzione della produzione e del consumo di merci, ma delle merci che non sono beni, oltre che con l’aumento della produzione e dell’uso di beni autoprodotti o scambiati sotto forma di dono, quando sia vantaggioso farlo, non solo per ridurre i costi, il consumo di risorse e le emissioni di scarti, ma anche per recuperare un saper fare che riduce la dipendenza dal mercato e per ricostruire i legami sociali lacerati dall’onnimercificazione. La riduzione del consumo di merci che non sono beni e l’aumento dell’uso di beni che non sono merci comportano una riduzione dell’impatto ambientale, un miglioramento della qualità della vita e una riduzione del bisogno di denaro, che consente una riduzione del tempo di lavoro e un aumento del tempo che si può dedicare alle relazioni umane e alla creatività. Una decrescita del PIL ottenuta in questo modo aumenta il benessere: è una decrescita felice.

La riduzione della produzione delle merci che non sono beni, cioè degli sprechi e dei danni che ne conseguono, richiede lo sviluppo di tecnologie con una finalità diversa da quelle che accrescono la produttività, ovvero la quantità della produzione in una unità di tempo e, di conseguenza, la produzione totale di merci. Queste tecnologie sono finalizzate ad accrescere il dominio della specie umana sulla natura, secondo la concezione della scienza formulata in modo organico per la prima volta nella storia dell’occidente dal filosofo Francesco Bacone all’inizio del XVII secolo. Non a caso sono per lo più derivazioni a uso civile di innovazioni tecnologiche sviluppate in ambito militare. Le innovazioni tecnologiche che consentono di ridurre gli sprechi e l’impatto ambientale per unità di prodotto sono invece finalizzate ad aumentare l’efficienza con cui i processi produttivi utilizzano le risorse della terra, in modo da non eccedere la sua capacità bioriproduttiva annua, da ridurre le emissioni biodegradabili a quantità metabolizzabili dalla fotosintesi clorofilliana, da eliminare le emissioni non biodegradabili. Lo sviluppo di queste tecnologie non soltanto costituisce l’unico modo di accrescere significativamente l’occupazione nei paesi industrializzati, ma crea occupazione in lavori utili (perché creare occupazione non è un valore in sé, anzi può essere un danno se si crea nelle fabbriche delle armi o in processi produttivi devastanti). Le innovazioni tecnologiche finalizzate a una decrescita selettiva e governata degli sprechi costituiscono una proposta di politica economica e implicano un cambiamento di paradigma culturale. Qualcosa di più di una scelta individuale riconducibile alla semplicità volontaria.

L’aumento della produzione di beni che non passano attraverso la mercificazione è una proposta che presenta profonde affinità con le riflessioni di Ivan Illich sul vernacolare

«Vernacolare» – ha scritto Illich nel 1978 – viene da una radice indogermanica che contiene l’idea di «radicamento» e «dimora». È una parola latina che, nell’epoca classica, indicava qualsiasi cosa allevata, coltivata, tessuta o fatta in casa. […] Io vorrei oggi resuscitare in parte l’antico significato del termine. Abbiamo bisogno di una parola che esprima in maniera immediata il frutto di attività non motivate da considerazioni di scambio; una parola che indichi quelle attività, non legate al mercato, con cui la gente soddisfa dei bisogni, ai quali nel processo stesso del soddisfarli dà forma concreta.[6]

 

E nel 1979, nel saggio Le tre dimensioni della scelta pubblica, pubblicato nello stesso volume, ha ribadito:

 

[…] io propongo […] l’idea di lavoro vernacolare: attività non pagate, che garantiscono e incrementano la sussistenza, ma totalmente refrattarie a ogni analisi basata sui concetti dell’economia formale. «Vernacolare» è un termine latino, che ha assunto oggi una connotazione quasi esclusivamente linguistica. Nell’antica Roma, fra il 500 a. C. e il 600 d. C., esso indicava qualsiasi valore creato nell’ambito domestico e derivante dall’ambiente di uso comune, valore che una persona poteva proteggere e difendere, ma non poteva né vendere né acquistare sul mercato. Io suggerisco di recuperare questo semplice termine, per contrapporlo alle merci […].[7]

 

L’autoproduzione di beni e gli scambi non mercantili basati sul dono e la reciprocità sono atti di disobbedienza civile che riducono la dipendenza dal mercato, restituiscono dignità culturale al saper fare che costituisce una caratteristica esclusiva della specie umana, consentono di superare l’appiattimento sulla dimensione materialistica e di valorizzare la spiritualità, possono mettere in crisi l’economia della crescita facendo diminuire la domanda di merci. Anche su questo versante qualcosa di più di una scelta individuale riconducibile alla semplicità volontaria.

La proposta di ridurre la produzione e il consumo di merci che non sono beni implica l’introduzione di criteri di valutazione qualitativa del fare umano. Non significa credere che il meno sia meglio di per sé, ma scegliere il meno quando è meglio, che è cosa ben diversa dalla proposta di una generica riduzione della produzione e del consumo di merci. La rivalutazione delle capacità di autoproduzione di beni per ridurre la dipendenza dal mercato e ricostruire i legami sociali distrutti dall’onnimercificazione, è un atto di ribellione alla riduzione degli esseri umani a fantocci nevrotici che non sanno fare nulla, non conoscono nulla e sono capaci soltanto di comprare, buttare via e ricomprare.

Fraintendimenti così sostanziali della decrescita felice possono derivare soltanto da una lettura poco attenta, a cui sono sfuggite alcune parole, o dal fatto di dare inconsapevolmente all’aggettivo diverso il significato di contrario e dedurne che le merci non possono essere beni e i beni non possono essere merci. Solo se si pensa che le merci non possano essere beni si può confondere – non una volta per disattenzione, ma ripetutamente – la riduzione della produzione e del consumo di merci che non sono beni con la riduzione della produzione e del consumo di merci tout court. Solo se si pensa che i beni non possono essere merci si può dire che «i beni sono i beni e i servizi non mercantili». Mentre chiunque sa che molti beni – cioè oggetti e servizi utili – si possono comprare e alcuni beni, quelli che richiedono tecnologie evolute e competenze professionali specializzate, si possono solo comprare.

Non so, e poco importa sapere, se la ripetuta deformazione e banalizzazione della decrescita felice da parte di Latouche dipenda da una lettura superficiale o da un’incomprensione. Quello che conta è dove va a parare: alla critica del fatto che in questa versione «la decrescita si traduce immediatamente in iniziative concrete» (prefazione a La décroissance heureuse, 2011); «Ne deriva che la decrescita si traduce immediatamente in iniziative concrete: decrescita dei valori di scambio e crescita dei valori d’uso» (prefazione al libro di Mauro Bonaiuti, La grande transizione, 2013). A parte il fatto che dedurre proposte operative dalle riflessioni teoriche non è un limite ma un merito, anche quando siano incomplete o discutibili, a cosa serve denunciare la gravità dei problemi ambientali, economici e sociali causati dalla crescita senza porsi il problema di come bloccarla? Senza

impegnarsi a formulare proposte concrete che vanno dal sovvertimento dei valori su cui ha uniformato gli stili di vita delle popolazioni nei paesi industrializzati, al superamento dell’antropocentrismo e di una concezione della tecnologia come strumento di dominio della specie umana su tutte le altre specie viventi, alla definizione di un paradigma culturale alternativo, all’elaborazione di proposte di politica economica finalizzate ad avviare una decrescita che non sia austerità e pauperismo, ma consenta di realizzare condizioni di vita più soddisfacenti proprio perché si propone di ridurre gli sprechi e non i beni, di rivalutare capacità mortificate e di ripristinare relazioni umane solidali?

Poiché la crescita consiste in una progressiva estensione della mercificazione a un numero sempre maggiore di aspetti della vita di un numero sempre maggiore di esseri umani, le società che hanno finalizzato l’economia alla crescita della produzione di merci hanno bisogno che si perda la percezione della differenza tra il concetto di bene e il concetto di merce, affinché il maggior numero delle persone ritenga che tutto ciò di cui ha bisogno si possa solamente comprare e che il benessere si misuri con la crescita della quantità di cose che si possono comprare. Nella lingua inglese la differenza tra i due concetti è ormai sparita. Sui dizionari la parola merce è tradotta con la parola goods, che significa beni. Di conseguenza uno dei pilastri su cui non si può non fondare la rivoluzione culturale della decrescita è proprio il ripristino della differenza tra il concetto di merce e il concetto di bene. Solo se non si fonda su questa pietra angolare si può pensare che possa essere ridotta a uno slogan, a una «parola bomba», buona per titillare la vanità di quegli intellettuali di sinistra che si piccano di essere anticonformisti e di non farsi intortare dall’ideologia del potere, ma inutile per sterzare il volante e cambiare la direzione di marcia di una macchina che si sta dirigendo a tutta velocità verso il precipizio.

Maurizio Pallante

[1]          Aristotele scrive nella Metafisica, libro V (1017b 25 – 1018b 10): «Opposti si dicono i contraddittori, i contrari, i relativi, privazione e possesso, gli estremi da cui si generano e si dissolvono le cose. Opposti si dicono anche quegli attributi che non possono trovarsi insieme nello stesso soggetto, che pure li può accogliere separatamente […]. Il grigio e il bianco, infatti, non si trovano insieme nello stesso oggetto, perciò gli elementi da cui derivano sono opposti.

Contrari si dicono quegli attributi differenti per genere che non possono essere presenti insieme nel medesimo oggetto, quelle cose che maggiormente differiscono nell’ambito del medesimo genere, quegli attributi che maggiormente differiscono nell’ambito dello stesso soggetto che li accoglie…

Diverse secondo la specie si dicono quelle cose che pur appartenendo allo stesso genere, non sono subordinate le une alle altre, quelle che pur appartenendo allo stesso genere, hanno una differenza, quelle che hanno una contrarietà nella loro sostanza». Aristotele, Metafisica, Bompiani, Milano 2000, pp. 217-221, traduzione di Giovanni Reale.

[2]    Serge Latouche, La decrescita prima della decrescita, Bollati Boringhieri, Torino 2016, pag. 15

[3]    Maurizio Pallante, La décroissance hereuse, Nature & Progrès, Namur 2011, Prefazione di Serge Latouche, pag. 16.

[4]    Serge Latouche, Per un’abbondanza frugale, Bollati Boringhieri, Torino 2012, pag. 76

[5]    Mauro Bonaiuti, La grande transizione. Dal declino alla società della decrescita, Bollati Boringhieri, Torino 2013, Prefazione di Serge Latouche, pp. 13-14. Può essere utile precisare en passant che i concetti di bene e di merce non sono sovrapponibili ai concetti di valore d’uso e di valore di scambio utilizzati da Marx, perché una merce, quando è prodotta da un artigiano per un cliente che gliela chiede in cambio di denaro è un valore d’uso (un bene ottenuto sotto forma di merce). Secondo Marx, il modo di produzione preindustriale può essere sintetizzato dalla formula «merce – denaro – merce». È nel modo di produzione industriale che le merci diventano valori di scambio, prodotti non finalizzati a soddisfare un’esigenza espressa da qualcuno, ma a far crescere attraverso le vendite il valore monetario investito per produrli. Pertanto il modo di produzione industriale può essere sintetizzato con la formula «denaro – merce – denaro», dove la quantità di denaro alla fine del processo deve essere maggiore di quella all’inizio.

[6]    Ivan Illich, Nello specchio del passato, Red edizioni, Como 1992, pp. 122-23

[7]    Ibidem, pagg. 97-98.

 

 

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Istituto di Studi Interdisciplinari sulla Bioeconomia, ISIB

 

La produzione di merci a livello mondiale ha superato la capacità del pianeta di fornirle le risorse rinnovabili di cui ha bisogno, ha ridotto drasticamente i giacimenti di molte risorse non rinnovabili accrescendone i costi di estrazione e aumentando l’incidenza dei danni ambientali che provoca, ha superato le capacità della biosfera di metabolizzare gli scarti biodegradabili che genera, ha accresciuto le quantità delle sostanze di sintesi chimica, tossiche e non tossiche, non metabolizzabili dalla biosfera.

Il giorno in cui l’umanità consuma tutte le risorse rinnovabili rigenerate annualmente dal pianeta attraverso la fotosintesi clorofilliana, è sceso alla metà d’agosto. E non si può sottacere che la maggior parte della popolazione mondiale ne consuma meno di quanto sarebbe necessario per vivere dignitosamente, o soltanto per sopravvivere. L’eroei (energy returned on energy invested: il rapporto tra l’energia consumata per ricavare energia e l’energia ricavata), nel settore delle fonti fossili è sceso dal valore di 1 / 100 del 1940 al valore di 1 / 6 alla fine del secolo scorso. Le sempre maggiori difficoltà a soddisfare la domanda di energia che ne sono conseguite hanno accresciuto i disastri ambientali e le catastrofi umanitarie: sversamenti di enormi quantità di petrolio negli oceani (le maree nere), uso di una tecnica devastante come il fracking per ricavare idrocarburi dagli scisti bituminosi, gravissimi incidenti nelle centrali nucleari con cui si compensa l’insufficienza della produzione di energia termoelettrica, conflitti sempre più sanguinosi e diffusi per controllare le aree del pianeta in cui insistono i giacimenti più abbondanti di petrolio e metano. L’aumento delle emissioni di anidride carbonica connessi all’uso delle fonti fossili e la riduzione della capacità del pianeta di metabolizzarle con la fotosintesi clorofilliana in conseguenza dell’abbattimento di boschi e foreste, della riduzione del plancton conseguente all’innalzamento della temperatura degli oceani, della mineralizzazione dei suoli agricoli causata dalla concimazione chimica per accrescerne le rese, hanno aumentato in poco più di un secolo le concentrazioni di anidride carbonica in atmosfera da 270  a 410 parti per milione, provocando un innalzamento della temperatura terrestre e un mutamento climatico di cui si cominciano appena a sperimentare gli effetti devastanti. Negli oceani galleggiano masse di poltiglie di plastica grandi come continenti. Le sostanze tossiche e le sostanze di sintesi chimica usate in agricoltura e in alcuni processi industriali danneggiano quantità sempre maggiori di specie viventi, hanno fatto diminuire la fertilità dei suoli, hanno ridotto la biodiversità, hanno aumentato la diffusione di malattie incurabili nella specie umana.

La crescita della produzione di merci è la causa della crisi ecologica che sta minacciando la sopravvivenza stessa dell’umanità. Fino a quando si continuerà a finalizzare l’economia alla crescita della produzione di merci la crisi ecologica è destinata ad aggravarsi.

 

La finalizzazione delle attività produttive alla crescita della produzione di merci è anche la causa di fondo della crisi economica iniziata nel 2008, che le tradizionali misure di politica monetaria e fiscale non sono state in grado di debellare perché non è una crisi congiunturale, cioè un’anomalia temporanea nel funzionamento del sistema economico e produttivo, ma la conseguenza inevitabile del suo modo di funzionare. Se il fine delle attività produttive è la crescita della produzione di merci, le aziende non possono non investire sistematicamente in tecnologie che aumentano la produttività, ovvero che consentono di produrre di più in una unità di tempo, riducendo l’incidenza del lavoro umano sul valore aggiunto. Ciò non comporta automaticamente, come in genere si pensa, una riduzione dell’occupazione. L’occupazione non diminuirebbe se in conseguenza degli aumenti di produttività si decidesse di ridurre l’orario di lavoro. Tuttavia la concorrenza non consente di fare questa scelta, per cui, se si decide di mantenere intatta la durata dell’orario di lavoro, come è successo e succede, diminuisce il numero degli occupati.

Nei trent’anni d’intensa crescita economica successivi alla fine della seconda guerra mondiale, che gli economisti francesi hanno definito gloriosi, la riduzione del numero degli occupati in agricoltura è stata in gran parte assorbita dagli incrementi degli occupati nell’industria e nei servizi, la successiva riduzione degli occupati nell’industria è stata assorbita dagli ulteriori incrementi degli occupati nei servizi, la riduzione degli occupati nei settori industriali maturi e nei servizi è stata assorbita dalla produzione di nuovi oggetti sempre più perfezionati e dalla fornitura di nuovi servizi, dalla produzione delle tecnologie che riducono l’incidenza del lavoro umano sul valore aggiunto, dalla produzione di oggetti progettati per non durare a lungo (obsolescenza programmata), o in modo da non poter essere riparati, al fine di accelerare i processi di sostituzione. Tutto ciò ha ritardato la crisi economica, ma ha aggravato la crisi ecologica perché ha accresciuto i consumi di materia e di energia, aumentando al contempo i rifiuti e le emissioni di sostanze non biodegradabili dalla biosfera. Se in conseguenza degli aumenti di produttività non si riduce l’orario di lavoro ma il numero degli occupati, diminuisce la domanda a fronte di incrementi dell’offerta di merci. Questo problema è stato affrontato, a partire dagli anni sessanta del secolo scorso, incentivando l’indebitamento pubblico e privato per aumentare la domanda. La crescita dei debiti è stata l’altra faccia della medaglia della crescita della produzione di merci. Quando l’aumento della produttività non accompagnata da una riduzione dell’orario di lavoro si è estesa al settore terziario, l’occupazione ha iniziato a diminuire: DATE E DATI

 

A partire dagli anni ottanta il divario tra incrementi dell’offerta e diminuzione della domanda è stato accentuato dalla globalizzazione, ovvero dalla rapida estensione del modo di produzione industriale a paesi che fino ad allora ne erano rimasti relativamente ai margini, in cui vive quasi la metà della popolazione mondiale: la Cina, l’India e il sud est asiatico, la Russia e i paesi dell’Europa dell’est, il Brasile. La globalizzazione era indispensabile per consentire al sistema economico e produttivo industriale di continuare a crescere, perché ha fatto aumentare sia il numero dei produttori e dei consumatori di merci, sia i mercati in cui venderle, da cui attingere le materie prime necessarie a produrle, in cui delocalizzare gli impianti per sfruttare il vantaggio concorrenziale offerto dai costi inferiori della manodopera. Tra «il 1980 […] e il 2006, la quota dei salari sul Pil nei paesi che formavano a inizio periodo la UE a 15 è scesa di circa 10 punti, dal 68 a 58 per cento» (Luciano Gallino, Il denaro, il debito e la doppia crisi, Einaudi, Torino 2015, p. 110). La riduzione delle retribuzioni e dell’occupazione nei paesi sviluppati ha comportato una riduzione della domanda, che ha costituito uno dei fattori scatenanti della crisi iniziata nel 2008 e causa difficoltà sempre maggiori a superarla. Le leggi con cui il padronato e i governi dei paesi dell’Europa nord-occidentale di comune accordo presumono di riuscire a sostenere la concorrenza con i costi del lavoro nei paesi in via di sviluppo riducendo le tutele sindacali degli occupati e aumentando i contratti di lavoro precari – il jobs act in Italia e la loi travail in Francia – contrariamente alle aspettative con cui vengono adottate, non fanno crescere l’occupazione e contribuiscono ad aggravare la crisi. A complicare il quadro è intervenuto, a partire dal 2015, un rallentamento significativo delle economie dei paesi emergenti che con la loro crescita sostenuta compensavano la debolezza della domanda interna dei paesi di più antica industrializzazione e trainavano l’economia mondiale. L’economia dei paesi industrializzati è entrata in un vicolo cieco, perché se non cresce entra in crisi, senza la globalizzazione non può più crescere, la crescita viene strozzata dalla globalizzazione.
Se la crescita della produzione di merci è la causa sia della crisi ecologica, sia della crisi economica che stanno minacciando il futuro dell’umanità, l’attenuazione di entrambe presuppone l’abbandono della finalizzazione dell’economia alla crescita.

 

La crisi economica non può essere superata con le politiche economiche tradizionalmente utilizzate per rilanciare la crescita, perché nessun problema si può risolvere rafforzando le cause che l’hanno provocato. Se si valuta che per far ripartire la crescita occorre prioritariamente ridurre il debito pubblico, si tagliano le spese dei servizi sociali (sanità, scuola, assistenza, innalzamento dell’età pensionabile), scaricando i costi del risanamento economico sulle classi subalterne. In questo modo però si accentua la crisi, perché le politiche di austerity deprimono la domanda interna. Se invece si ritiene che per far ripartire la crescita sia necessario sostenere la domanda incentivando l’aumento della spesa pubblica in deficit, o aumentando i redditi più bassi per far crescere il potere d’acquisto delle famiglie, non si prende in considerazione il fatto che l’aumento dei debiti monetari è soltanto l’epifenomeno di un aumento del consumo di risorse e delle emissioni di sostanze di scarto nella biosfera. Ciò comporta un aggravamento della crisi ambientale di cui pagheranno i costi le generazioni future. Per ridurre queste conseguenze negative, i sostenitori delle politiche neo-keynesiane propongono per lo più di incentivare gli investimenti nella green economy: energie rinnovabili, tecnologie che aumentano l’efficienza dei processi di trasformazione delle risorse naturali in beni, tecnologie che riducono l’inquinamento, recupero e riuso dei materiali contenuti negli oggetti dismessi (economia circolare). Tuttavia, se queste scelte vengono fatte allo scopo di rilanciare la crescita economica nell’ottica del cosiddetto sviluppo sostenibile, i vantaggi ambientali che si ottengono per unità di prodotto sono vanificati, come in una gigantesca fatica di Sisifo, dall’aumento della quantità dei prodotti in valori assoluti. Possono pertanto riuscire soltanto a ritardare il momento in cui il consumo delle risorse e l’inquinamento distruggeranno definitivamente gli equilibri ambientali che hanno consentito lo sviluppo della specie umana. Le tecnologie che riducono il consumo di risorse e l’inquinamento per unità di prodotto possono attenuare la crisi ecologica solo se sono finalizzate a ridurre il consumo delle risorse e le emissioni dei processi produttivi e dei prodotti, riconducendole a valori compatibili con il flusso energetico inviato quotidianamente dal sole sulla terra e utilizzato dalla vegetazione per effettuare la fotosintesi clorofilliana. Solo se l’economia diventa bio-economia, secondo le indicazioni di Nicholas Georgescu Roegen, e non nell’interpretazione puramente nominalistica e caricaturale che ne ha dato l’Unione europea.

 

I tentativi di superare la crisi economica e di attenuare i più gravi fattori della crisi ambientale sono falliti perché sono stati indirizzati a rimuovere con interventi settoriali le loro cause immediate, senza modificare la finalizzazione dell’economia alla crescita, che le rafforza. Questi fallimenti impongono di rimettere in discussione il paradigma culturale su cui si fonda il modo di produzione industriale. In particolare:

– la concezione della scienza e della tecnologia come strumenti di dominio della specie umana sulla natura, a partire dalla formulazione che ne è stata data filosofo inglese Francis Bacon nella prima metà del XVII secolo;

– la concezione dell’antropocentrismo come superiorità ontologica che autorizza la specie umana a utilizzare ai suoi fini tutte le altre specie viventi, formulata qualche decennio dopo dal filosofo francese René Descartes;

– la concezione della storia come progresso, cioè come costante avanzamento dell’umanità verso il meglio, fondata sull’identificazione del progresso con i progressi scientifici e tecnologici, a partire dalla formulazione che ne è stata data dall’Illuminismo;

– l’individuazione della competizione tra gli individui come fattore determinante dell’evoluzione delle specie;

– l’identificazione della crescita della produzione di merci col benessere, in base a un’interpretazione del prodotto interno lordo non corrispondente alle finalità con cui questo parametro era stato messo a punto dall’economista Simon Kuznets negli anni trenta del secolo sorso;

– la conseguente identificazione del concetto di bene col concetto di merce, del lavoro con l’occupazione e della ricchezza col denaro;

– la riduzione degli esseri umani al ruolo di produttori/consumatori di merci e la mercificazione delle relazioni umane;

– la cancellazione della spiritualità come elemento costitutivo della natura umana;

– l’abolizione del concetto di limite.

 

Tutti questi aspetti sono strettamente intrecciati tra loro. È il loro insieme, sono le relazioni che li connettono e su cui si fondano reciprocamente a definire il paradigma culturale del modo di produzione industriale. Non è possibile sottoporli a critica singolarmente omettendo di prendere in considerazione il sostegno che ricevono dagli altri e non è possibile ipotizzare alternative settoriali senza prendere in considerazione le conseguenze che ne deriverebbero sull’insieme. Solo un metodo di ricerca interdisciplinare consente di percepire sia le connessioni che li legano, sia il ruolo di ognuno di essi nella definizione di un sistema di valori fondato sul dominio e sulla sopraffazione, della specie umana sulle altre specie viventi e di una limitata percentuale di esseri umani sulla totalità della loro specie. Questo sistema di valori e i modelli di comportamento che ne derivano hanno avviato un processo sempre più accelerato di autoannientamento dell’umanità. Nonostante ciò, acquisiscono un consenso sempre più vasto nel mondo. È per contrastare queste tendenze che si propone la costituzione di un «Istituto di Studi Interdisciplinari sulla Bioeconomia», ISIB, con l’obbiettivo di mettere a confronto studiosi e docenti di varie discipline, artisti, filosofi, letterati e musicisti, professionisti, imprenditori e sindacalisti, su progetti di ricerca finalizzati a:

– individuare i riferimenti culturali su cui si fondano le scelte economiche, tecnologiche, politiche e comportamentali che costituiscono le cause dell’attuale crisi di civiltà, in cui confluiscono gli effetti della crisi economica, della crisi ecologica e delle connessioni che le rafforzano vicendevolmente;

– analizzare le conseguenze di queste scelte sul  progressivo aggravamento della crisi economica, della crisi ecologica e della crisi sociale;

– formulare proposte tecnologiche, economiche, politiche e sociali in grado di attenuare i fattori di crisi, contribuendo al contempo a delineare gli elementi di un paradigma culturale e di un sistema di valori alternativo;

– svolgere attività di formazione culturale a vari livelli e di divulgazione dei risultati delle ricerche effettuate.

 

Tutte le ricerche dell’ ISIB saranno indirizzate alla riduzione dell’impronta ecologica, in prospettiva al valore 1, con un’alta qualità della vita in tutti i suoi aspetti: materiali, spirituali, intellettuali, relazionali e creativi. Questo obbiettivo, pur non essendo realisticamente raggiungibile in tempi brevi, è l’orizzonte a cui tendono le sue ricerche, la stella polare che orienta le sue attività. La direzione che indica è l’unica che consente di fermare la corsa dell’umanità verso l’auto estinzione. Nell’attuale fase storica il Progresso non può che consistere nei progressi, in senso etimologico, su questa strada. Le ricerche dell’ISIB saranno finalizzate a fornire indicazioni per effettuare i cambiamenti culturali necessari a compierli; per liberare il sistema economico e produttivo dalla distopia della crescita della produzione di merci e ricondurlo alla finalità di produrre beni atti a soddisfare i bisogni degli esseri umani; per suggerire agli operatori economici i settori produttivi e le innovazioni tecnologiche in cui investire, perché, oltre a essere convenienti economicamente, consentono di migliorare la vita di percentuali sempre più ampie della popolazione umana senza eccedere le capacità della biosfera di fornire le risorse da trasformare in beni e di assorbire gli scarti dei cicli produttivi; per aiutare i decisori politici ad approvare misure legislative che favoriscano una maggiore equità tra le classi sociali, tra i popoli, tra le generazioni attuali e le generazioni a venire, tra la specie umana e le altre specie viventi.

 

L’obbiettivo dell’impronta ecologica 1 può essere perseguito con ragionevoli possibilità di successo solo in ambiti territoriali limitati, abitati da nuclei ristretti di persone molto motivate. Cosa di per sé positiva ben oltre i risultati concreti che consente di ottenere in termini di riduzione della crisi economica e della crisi ambientale, perché dimostrerebbe la praticabilità e i vantaggi insiti in un’organizzazione sociale che decida di utilizzare le tecnologie più avanzate per ridurre la propria impronta ecologica, di ridurre la dipendenza dal mercato globale e valorizzare l’autoproduzione di beni, di improntare le scelte esistenziali alla moderazione e i rapporti interpersonali sulla collaborazione e sulla solidarietà. L’ISIB sosterrà esperienze di questo genere perché possono costituire le anticipazioni sperimentali del cambiamento di paradigma culturale a cui si propone di  apportare i suoi contributi.

 

L’impronta ecologica che l’ISIB si pone come orizzonte delle proprie ricerche è quella italiana. Un obbiettivo che nella fase di avvio delle sue attività eccede di gran lunga le sue capacità e, tuttavia, costituisce un ambito limitato rispetto alla dimensione globale del problema. In realtà l’orizzonte è più ampio di quanto può apparire, perché negli altri paesi di più antica industrializzazione i problemi sono identici, anche se differisce la loro gravità, mentre i paesi di più recente industrializzazione stanno ripercorrendo le tappe dello stesso percorso, per cui le ricerche dell’istituto possono avere una valenza più ampia dell’ambito a cui si riferiscono. In ogni caso la sua attività sarà caratterizzata dalla ricerca di collegamenti e sinergie con istituti e gruppi di ricerca analoghi operanti in altri paesi.

 

Nei progetti di ricerca interdisciplinari dell’ISIB l’elemento che unificherà i contributi specifici delle diverse competenze professionali sarà l’apporto che ciascuna di esse è in grado di dare all’obbiettivo della riduzione dell’impronta ecologica. Questi contributi sono indicati schematicamente e in linea di massima nei seguenti paragrafi.

 

Le ricerche in ambito scientifico e tecnologico avranno come modello di riferimento i processi biologici e biomeccanici della natura e saranno indirizzate a:

– ridurre i flussi di materia ed energia in input nei processi industriali, ridurre gli scarti e i rifiuti (cradle to cradle), ridurre gli impatti ambientali locali e globali, soddisfare le esigenze locali nel rispetto delle tradizioni e del territorio, rivalutare la soddisfazione nell’uso della propria creatività e delle proprie abilità;

– ridurre le concentrazioni di anidride carbonica in atmosfera mediante una strategia in quattro punti: riduzione dei consumi energetici aumentando l’efficienza dei processi di trasformazione e degli usi finali dell’energia, soddisfazione del fabbisogno energetico residuo con fonti rinnovabili, sviluppo delle fonti rinnovabili in piccoli impianti per autoconsumo (sia per evitare l’impatto ambientale dei grandi impianti alimentati da fonti rinnovabili, sia per democratizzare la produzione energetica, riducendo il potere incontrollabile politicamente delle multinazionali dell’energia), trasformazione della rete di distribuzione in una rete di reti sul modello di internet, per consentire gli scambi delle eccedenze tra piccoli impianti;

– sostituire le sostanze di sintesi chimica non biodegradabili con sostanze  biodegradabili;

– promuovere la progettazione di oggetti finalizzati a durare nel tempo, riparabili, disegnati in modo che al termine della loro vita i materiali di cui sono composti si possano suddividere per tipologie omogenee, recuperare e riutilizzare;

– promuovere la progettazione di cicli di produzione finalizzati a ridurre i consumi di acqua, energia e materia per unità di prodotto;

– ridurre le quantità degli oggetti dismessi che vengono smaltiti nelle discariche e negli inceneritori;

  • recuperare in modi ecologicamente corretti i materiali riutilizzabili nelle discariche di rifiuti solidi urbani e industriali accumulati nei decenni passati.La finalizzazione dell’agricoltura e dell’allevamento alla crescita della produzione di merci ha causato conseguenze particolarmente negative sulla biosfera: ha dato il contributo più alto alla deforestazione e agli aumenti delle concentrazioni di sostanze climalteranti in atmosfera, ha ridotto la fertilità dei suoli, ha utilizzato quantità crescenti di veleni di sintesi chimica che si concentrano nelle catene alimentari e si diffondono nel ciclo delle acque, ha fatto crescere la percentuale di popolazione mondiale che patisce la fame, ha distrutto l’agricoltura contadina tradizionale. Nell’ambito concettuale della bio-economia e in termini di riduzione dell’impronta ecologica è indispensabile che le attività agricole siano finalizzate a riportare gradualmente al 31 dicembre, dal 15 agosto registrato nel 2015, il giorno in cui l’umanità consuma le risorse rinnovabili che la fotosintesi clorofilliana rigenera nel corso di un anno. Poiché questo obbiettivo non è perseguibile in tempi brevi a livello globale e nemmeno a livello nazionale, l’ambito di riferimento dell’ISIB saranno le esperienze che possono essere realizzate a livello locale. A tal fine la sua attività sarà indirizzata a:- ridurre gli allevamenti e la superficie dei terreni agricoli utilizzati per coltivare cibo per gli animali d’allevamento: questa scelta è fondamentale, non solo per contrastare la fame e la denutrizione della percentuale più povera della popolazione umana, ma anche per ridurre il consumo di risorse rinnovabili con l’obbiettivo di riportare progressivamente il giorno in cui l’umanità arriva a consumare le risorse rinnovabili che l’ecosistema terrestre rigenera nel corso dell’anno alla sua scadenza fisiologica del 31 dicembre;
  • – valorizzare culturalmente, promuovere politicamente e sostenere mediante corsi di formazione lo sviluppo di piccole proprietà agricole e dell’agricoltura contadina di sussistenza con vendita delle eccedenze, la diffusione di forme di commercializzazione diretta dei prodotti agricoli tra produttori e acquirenti, la riduzione dell’uso di prodotti chimici, la massima biodiversità e le filiere corte in funzione della massima autosufficienza alimentare degli ambiti territoriali in cui si pratica questo tipo di agricoltura;
  • aumentare le superfici ricoperte da boschi e foreste.Le ricerche e le proposte nell’ambito dell’agricoltura saranno strettamente correlate con quelle sul consumo di suolo e l’urbanizzazione. In questo settore la riduzione dell’impronta ecologica si può ottenere non solo mediante cambiamenti profondi delle politiche amministrative, ma anche del sistema dei valori e degli stili di vita. Le linee generali dell’impegno dell’ISIB in questa direzione saranno:- favorire l’uso agricolo di terreni non edificati nelle aree urbane e la rinaturalizzazione dei terreni in cui vengono abbattuti edifici fatiscenti non più in uso;- indirizzare le politiche urbanistiche in direzione della rigenerazione urbana mediante la ristrutturazione energetica ed estetica degli edifici, in particolare quelli costruiti dalla seconda metà del secolo scorso; realizzare interventi di forestazione urbana per ridurre l’impermeabilizzazione dei suoli, favorire l’ombreggiamento degli edifici in estate, ridurre la radiazione infrarossa assorbita dall’asfalto e dal cemento; ridefinire i quartieri sul modello dei paesi, con la presenza della maggior parte dei servizi a distanze raggiungibili a piedi.Per poter diventare operative, le proposte di carattere tecnico che consentono di ridurre l’impronta ecologica devono essere percepite come progressi ed essere desiderate come fattori che migliorano la qualità della vita. A tal fine l’ISIB si impegna a individuare e sviluppare gli elementi fondanti di un sistema di valori alternativo a quello che indica nella crescita della produzione e del consumo di merci il senso della vita individuale e sociale. Gli ambiti in cui svilupperà le sue ricerche sono:- la critica all’applicazione del concetto di sviluppo alle società e del concetto di sviluppo sostenibile che ne è stato dedotto;- la riduzione del tempo di lavoro nella vita degli esseri umani, ridimensionandone concettualmente l’importanza nella definizione del loro ruolo sociale e rivalutando il tempo delle attività non produttive, non più connotate come tempo libero dal lavoro, ma come tempo della creatività, delle relazioni, della contemplazione, della conoscenza disinteressata, nell’ottica della priorità data dalla cultura greco-latina all’otium/scholé sul nec-otium, liberata dalla connotazione di stato privilegiato per pochi ed estesa a condizione esistenziale per tutti, nell’ottica della regola benedettina dell’ora et labora.La finalizzazione dell’economia alla crescita della produzione di merci si basa sulla convinzione che tutte le specie viventi, vegetali e animali, non abbiano un valore in sé, ma solo in funzione dell’utilità che la specie umana può ricavare dal loro sfruttamento, che la specie umana abbia il diritto di utilizzarle nei modi più funzionali alle sue esigenze, che la natura e la terra siano un serbatoio di risorse a sua disposizione. In realtà, poiché tutte le forme di vita sono connesse tra loro e con gli ambienti in cui vivono, gli interventi con cui la specie umana accresce il suo dominio sulla natura e lo sfruttamento di altre specie viventi, danneggiano non solo quelle che li subiscono direttamente, ma si estendono a tutte le altre, esseri umani compresi. Le conseguenze sempre più devastanti di queste dinamiche impongono di affrontare il tema dell’estensione del diritto e delle tutele giuridiche a tutte le forme di vita. Per ragioni etiche innanzitutto, perché lo sfruttamento degli animali d’allevamento ha raggiunto forme di crudeltà intollerabili e lo sfruttamento della terra sta estendendo la desertificazione, ma anche per le sofferenze sempre più gravi che la violenza esercitata sulla natura e sulle specie viventi non umane scarica sulla specie umana.Per approfondire queste tematiche l’ISIB istituirà gruppi di lavoro che, a partire da una critica filosofica dell’antropocentrismo come diritto della specie umana di esercitare un dominio assoluto su tutte le altre specie viventi, si proporranno di:- elaborare proposte finalizzate a ripristinare ed estendere i beni comuni e gli usi civici.Nel corso del novecento la letteratura, l’arte, la musica e l’architettura hanno svolto un ruolo determinante nel processo di omologazione culturale sui valori della modernità e nella diffusione di modelli di comportamento di massa funzionali al sistema economico e produttivo industriale. Un contributo non inferiore è stato apportato dal cinema che, a partire dagli anni venti del secolo scorso ha introdotto nell’immaginario collettivo dei paesi occidentali come massima aspirazione esistenziale il desiderio di imitare gli stili di vita consumistici raggiunti dalle famiglie benestanti degli Stati Uniti. La crescita della produzione e dei consumi nei trent’anni successivi alla fine della seconda guerra mondiale ha rafforzato in questi paesi la convinzione che i progressi della scienza e della tecnologia stavano cambiando in meglio il modo di vivere proprio perché stavano costruendo un mondo completamente diverso rispetto al passato. E che il progresso sarebbe stato tanto maggiore quanto più fosse continuata quest’opera. Oggi che quell’euforia è svanita e si vedono le macerie che ha lasciato dietro di sé, e si prevedono scientificamente quelle che lascerà, occorre capire quanto sia stata alimentata da una letteratura, da una musica, da un’arte che della modernità e dell’innovazione hanno fatto il loro vessillo. A tal fine è necessario:- analizzare il ruolo dell’industria culturale nella trasformazione della letteratura, delle arti figurative e della musica in categorie merceologiche e nella loro derubricazione a intrattenimento; nella fase attuale il controllo del mercato di queste attività avviene in forma pressoché monopolistica: le concentrazioni editoriali hanno assunto un andamento analogo alle concentrazioni industriali negli altri settori produttivi, le librerie sono state trasformate in supermercati e i musei d’arte contemporanea in magazzini di catene commerciali multinazionali;- valorizzare e creare collegamenti tra i soggetti imprenditoriali indipendenti che operano nei vari ambiti culturali: case editrici, librerie, gallerie d’arte, locali cinematografici, teatri, siti on line ecc.;
  • – analizzare le possibilità offerte dalle moderne tecnologie informatiche per realizzare modalità autonome di produzione e distribuzione delle opere letterarie, artistiche, musicali, cinematografiche.
  • – studiare e far conoscere gli eretici nei confronti della concezione progressista della storia, del progresso come cesura col passato, della modernizzazione operata dalla società industriale;
  • – studiare l’influenza esercitata dai movimenti d’avanguardia nella diffusione a livello di massa di una mentalità acriticamente propensa a valutare l’innovazione come un valore in sé, a considerare la modernizzazione, l’urbanizzazione e l’industrializzazione come progressi, a identificare il progresso con lo sviluppo e con un avanzamento verso il meglio che si realizza mediante una serie di cesure successive nei confronti del passato;
  • – studiare le costituzioni dei paesi dell’America Latina in cui sono stati introdotti i diritti della natura e delle specie viventi non umane;
  • L’appropriazione delle risorse naturali e la loro mercificazione si sono progressivamente estese, a partire dalle recinzioni delle terre comuni, alle privatizzazioni dei beni demaniali, a volte mascherate da concessioni a prezzi irrisori e per periodi sempre più lunghi, alla privatizzazione di una risorsa indispensabile per la vita, come l’acqua, che occorre ricondurre alla condizione giuridica di bene comune.
  • – la ridefinizione del significato del lavoro nella sua complessità, superando la sua riduzione alla dimensione dell’occupazione, cioè della partecipazione alla produzione di merci in cambio di un reddito monetario, per ridare diritto di cittadinanza al lavoro finalizzato ad autoprodurre beni, all’economia del dono e al lavoro creativo;
  • – l’elaborazione di un parametro di benessere realmente alternativo e non integrativo del prodotto interno lordo, a differenza degli altri indicatori elaborati sino ad ora nel tentativo di salvaguardarne una validità parziale nonostante le evidenti incongruenze che presenta;
  • – incentivare l’alimentazione delle popolazioni urbane con prodotti agricoli coltivati nelle fasce agricole periurbane, per ristabilire un rapporto reciprocamente vantaggioso tra città e campagna, anche attraverso l’uso degli strumenti informatici per stabilire forme di commercializzazione diretta tra produttori e acquirenti;
  • – ridurre le superfici di territorio ricoperte di sostanze inorganiche da uno sviluppo edilizio che non ha più la funzione di rispondere a una domanda di abitazioni, luoghi di lavoro e luoghi di aggregazione sociale, ma di speculare su aree edificabili indipendentemente dall’utilità delle costruzioni che si realizzano;

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