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Un soggetto politico diverso dai partiti

circolo

Nel 1940 Simone Weil scrisse un breve saggio intitolato Manifesto per la soppressione dei partiti politici, che sarebbe stato pubblicato soltanto nel 1950, a sette anni dalla sua morte. Commentandolo, qualche mese dopo la pubblicazione, André Breton ne riassumeva così uno dei concetti chiave: «… più la disciplina è forte all’interno di un partito, più le idee che lo guidano tendono a stereotiparsi, a sclerotizzarsi». E aggiungeva: «Queste venti pagine, in ogni punto ammirevoli per intelligenza e nobiltà, costituiscono una requisitoria senza possibile appello contro il crimine di abdicazione dello spirito (rinuncia alle sue prerogative più inalienabili) che provoca il modo di funzionamento dei partiti. Vi si fa giustizia, una volta per tutte, di una delle peggiori aberrazioni di questa temperie, ossia che, per la grande maggioranza, “il movente del pensiero non è più il desiderio incondizionato, indefinito, della verità, ma il desiderio della conformità a un insegnamento prestabilito”1»2.

Un raggruppamento politico che non voglia essere un partito, non può limitarsi a dichiarare di non esserlo. Deve in primo luogo darsi un’organizzazione che, a differenza da quella dei partiti, disincentivi «il desiderio di conformità a un insegnamento prestabilito» e favorisca «il desiderio incondizionato, indefinito, della verità». Nessuna misura organizzativa può evitare che si manifestino atteggiamenti conformistici nelle dinamiche interne di un raggruppamento politico, in alcuni militanti per una forma d’insicurezza che induce ad aggregarsi alle proposte condivise dalla maggioranza, in altri per una propensione all’opportunismo che induce a sostenere le proposte formulate da chi ha più potere e prestigio con l’obbiettivo di ricavarne più potere e prestigio.

Tuttavia queste tendenze si possono contrastare efficacemente se un raggruppamento politico che non vuole essere un partito non si propone di definire un insegnamento prestabilito, cioè una linea politica che deve essere sostenuta pubblicamente da tutti i suoi iscritti, non solo dalla maggioranza che al termine di una discussione democratica l’abbia condivisa, ma anche dalla minoranza che non l’abbia condivisa. Invece i partiti, definendo una linea politica vincolante per tutti, impongono a chi non la condivide, o di essere fedele al partito, a scapito della sincerità con se stesso, o di essere fedele alla propria ricerca di verità a scapito della sua emarginazione, o espulsione, dal partito. Le recenti vicende di un movimento che rifiuta di definirsi partito ed è governato da un gruppo ristrettissimo di persone che espellono chi non è allineato e coperto, dimostrano emblematicamente che le tesi sostenute nel piccolo saggio di Simone Weil non sono datate storicamente, ma hanno una valenza universale.

«Immaginiamo – scrive Simone Weil – il membro di un partito […] che prenda in pubblico il seguente impegno: “Ogniqualvolta esaminerò un qualunque problema politico o sociale, m’impegno a scordare completamente il fatto che sono membro del mio gruppo di appartenenza, e a preoccuparmi esclusivamente di discernere il bene pubblico e la giustizia”. Questo linguaggio sarebbe accolto in modo negativo. I suoi, e anche molti altri, lo accuserebbero di tradimento. I meno ostili direbbero: “Perché allora hai aderito a un partito?”, ammettendo così ingenuamente che entrando in un partito si rinuncia a cercare unicamente il bene pubblico e la giustizia. Quell’uomo sarebbe escluso dal suo partito».3Non per nulla, nell’articolo 67 della Costituzione italiana è scritto: «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato».

La visibilità mediatica che hanno i partiti esercita in questo modo un’influenza nefasta sul sistema dei valori e sui modelli di comportamento generalizzati. Induce a pensare che l’autonomia di pensiero penalizza e il conformismo avvantaggia. Nulla sclerotizza di più le idee. Un raggruppamento politico che nei suoi rapporti interni contrasti la tendenza all’accettazione passiva di insegnamenti prestabiliti e susciti il desiderio incondizionato, indefinito, della verità, valorizza la creatività culturale e può svolgere un determinante ruolo educativo di massa. Può diventare la scintilla che libera energie sociali represse e innesca un processo culturale molto più vasto di quello che realizza al suo interno.

Un partito con una linea politica vincolante per tutti i suoi militanti non può non avere una struttura organizzativa gerarchica in cui le articolazioni periferiche – circoli, sezioni, federazioni locali – sono subordinate agli organismi dirigenti centrali. La concentrazione del potere decisionale nel vertice viene accentuata se non ci sono strutture democratiche intermedie dove si rafforzi l’identità collettiva mediante discussioni e confronti, ma le relazioni si possono svolgere esclusivamente tra il vertice e i singoli mediante strumenti informatici. Un raggruppamento politico che si rifiuti di elaborare una linea politica vincolante per tutti i suoi iscritti non può avere una struttura organizzativa gerarchica, un organismo dirigente e, meno che mai, un capo. La sua forma giuridica non può che essere quella di una federazione di gruppi locali, collegati orizzontalmente tra loro, coordinati a livello nazionale da gruppi di lavoro tematici e da un comitato di portavoce con funzioni organizzative e di rappresentanza unitaria.

Come è possibile armonizzare la valorizzazione dell’autonomia dei singoli e dei gruppi locali federati con la necessità di elaborare una linea politica che consenta agli elettori di capire quali siano i valori che li accomunano, quali siano i problemi che ritengano prioritari, in che modo intendano affrontarli, quale sia il progetto di futuro a cui tendono? La coesione di un raggruppamento politico che non abbia una struttura organizzativa rigida, né una linea politica vincolante, può fondarsi soltanto sulla condivisione di alcuni principi che nel loro insieme definiscono la sua missione, il suo orizzonte culturale e il suo sistema di valori. L’elaborazione e la definizione di questi principi sono pertanto fondamentali. La loro condivisione è discriminante per farne parte. Meno rigida è la disciplina al suo interno, tanto più rigorosamente deve essere definito il quadro dei suoi riferimenti culturali. La valorizzazione delle differenze e la conoscenza reciproca delle iniziative realizzate nei territori dai gruppi locali federati sono indispensabili per arricchire le idee condivise, ma solo se tutti le percepiscono come tasselli che contribuiscono a realizzare un progetto comune. Un progetto che si definisce in maniera sempre più dettagliata strada facendo, a partire dalle indicazioni della direzione da seguire fornite dai principi fondanti condivisi.

Tuttavia, anche la condivisione più convinta dei fondamentali non implica che tutti i militanti di un raggruppamento politico differente dai partiti possano avere la stessa opinione su tutte le decisioni contingenti da prendere. Né che le posizioni espresse dalla maggioranza in relazione a una scelta contingente siano le più coerenti con i principi condivisi, o le più efficaci per raggiungere i fini specifici che si vogliono perseguire. L’esperienza insegna che a volte può accadere il contrario. Nei casi in cui si manifestino posizioni diverse su problemi contingenti, occorre integrare il principio democratico della prevalenza della maggioranza col metodo del consenso, ovvero con una forma di confronto in cui tutti siano disponibili a rimettere in discussione le proprie convinzioni e a considerare che possano essere giuste, del tutto o in parte, quelle differenti. Questo atteggiamento predispone ad ascoltare le opinioni diverse col massimo rispetto e a prendere in considerazione la possibilità di mutare la propria. Il metodo del consenso allunga i tempi delle decisioni, ma consente di prenderle con maggiore discernimento e consolida i legami culturali tra le persone coinvolte. Questo modo di confrontarsi, completamente controcorrente rispetto alla concezione della democrazia come dialettica finalizzata a conquistare il maggior numero di consensi e a sconfiggere gli avversari, non dovrebbe essere difficile tra persone che hanno scelto di far parte di un raggruppamento politico in cui non viene incentivato il conformismo e viene valorizzata l’autonomia di pensiero.

Se dalla discussione emergerà una posizione unitaria, sarà una sintesi più articolata e matura tra le posizioni della maggioranza e i contributi delle minoranze, in cui l’apporto di ogni componente sarà valorizzato maggiormente di quanto non fosse nella sua formulazione iniziale. Di conseguenza, anche coloro che abbiano inizialmente sostenuto una posizione minoritaria, invece di sentirsi esclusi, saranno motivati a sostenere la posizione comune emersa dal confronto. Se invece non si arriverà a trovare una posizione comune, la decisione della maggioranza sarà comunque più motivata e consapevole anche grazie al contributo delle minoranze, non fosse altro perché il confronto avrà consentito di argomentarla in maniera più approfondita. Chi al termine della discussione continuerà a ritenere giuste le sue posizioni di minoranza iniziali, sarà incoraggiato a mantenerle dalla stessa maggioranza, perché dove prevale «il desiderio della conformità a un insegnamento prestabilito» le idee tendono a stereotiparsi e sclerotizzarsi, mentre la ricchezza e la vivacità dell’elaborazione politica si sviluppano «dove il movente del pensiero è il desiderio incondizionato, indefinito, della verità».

 

1Simone Weil, Manifesto per la soppressione dei partiti politici, Castelvecchi, Roma 2012, pag. 41.

2André Breton, Mettere al bando i partiti politici, in op. cit., pagg. 16-17.

3Ibidem., pag. 33.

 

 

Photo by Thomas Lambert on Unsplash

 

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