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Né Tatcher (o Merkel) né Keynes. Può la decrescita indicarci la strada per superare la crisi economica?

La crisi che ha colpito i paesi industrializzati nel 2008, e non è ancora in via di risoluzione nonostante l’impegno profuso dai governi nazionali e dalle istituzioni sovranazionali, sta dimostrando l’inefficacia delle misure politiche tradizionalmente utilizzate per far ripartire la crescita economica nelle fasi di recessione.

 

Non saranno certo le riflessioni fatte dal nostro movimento per la decrescita felice a indicare la via d’uscita da una situazione che fino ad ora non è stata sbloccata dalle proposte di centri di ricerca e da soggetti politici molto più competenti e potenti di noi. Tuttavia, se le caratteristiche di questa crisi sono così inusuali da sfuggire alle terapie consolidate, un punto di vista ec-centrico come il nostro potrebbe aprire prospettive che non sono state prese in considerazione, ma potrebbero avere potenzialità insospettate.

 

Innanzitutto una precisazione che non dovrebbe essere necessario ripetere per l’ennesima volta, ma visto il permanere di fraintendimenti, più o meno voluti, è utile ribadire: la decrescita non è la recessione.

 

La recessione è una fase economica caratterizzata  dalla diminuzione generalizzata e incontrollata della produzione di tutte le merci. La sua conseguenza più grave è la disoccupazione, che comporta una diminuzione della domanda e un aggravamento della crisi.

 

La decrescita è la diminuzione selettiva e guidata della produzione di merci che non hanno oggettivamente nessuna utilità, ovvero degli sprechi.

 

Non si confondano gli sprechi con i beni che qualcuno potrebbe considerare superflui, perché la valutazione del superfluo attiene ai gusti e alle scelte individuali, su cui nessuno è autorizzato a intervenire. Gli sprechi sono, per fare qualche esempio, il cibo che si butta – circa un terzo di quello che si produce -; l’energia termica che si disperde da edifici mal coibentati – in Italia mediamente i due terzi in confronto con gli edifici meno efficienti dell’Alto Adige, i nove decimi rispetto agli edifici più efficienti -; i materiali riutilizzabili contenuti negli oggetti dismessi, che vengono resi definitivamente inutilizzabili sotterrandoli o bruciandoli. Gli sprechi di cibo, di energia e di materiali non rispondono a nessun bisogno o desiderio. Non rientrano nell’ambito del superfluo. Rientrano nell’ambito del dannoso, perché ogni spreco non è soltanto una dissipazione inutile, ma un danno agli ambienti e alla vita. L’energia che si spreca aumenta le emissioni di anidride carbonica, e quindi aggrava l’effetto serra, senza apportare alcun beneficio. Il cibo che si butta accresce la frazione putrescibile dei rifiuti, quella più difficile da trattare. I materiali che si sotterrano inquinano le falde idriche e i suoli, quelli che si bruciano aumentano le emissioni di anidride carbonica, di sostanze inquinanti – in particolare la diossina – e di particelle ultra fini.

 

Una decrescita selettiva degli sprechi non è soltanto utile a livello ambientale, ma contribuisce a ridurre anche le tensioni internazionali per il controllo delle aree geografiche dove si trovano i giacimenti di energia fossile e di materie prime. Inoltre, dal punto di vista economico comporta una riduzione dei costi di produzione delle aziende (un ciclo produttivo con una minore intensità energetica è meno costoso) e delle importazioni, quindi offre un vantaggio competitivo; richiede l’adozione di innovazioni tecnologiche più avanzate, quindi stimola la ricerca; crea un’occupazione con una connotazione qualitativa: un’occupazione utile, perché a parità di produzione di benessere riduce il prelievo di materie prime, tra cui le fonti fossili, e le emissioni di sostanze di scarto nella biosfera.

 

A questo punto occorre una precisazione. La decrescita selettiva degli sprechi non ha nulla a che fare con l’ossimoro dello sviluppo sostenibile. Con la definizione di sviluppo sostenibile si indica un processo di crescita economica caratterizzato dall’uso di tecnologie più efficienti e meno impattanti sugli ambienti. Per esempio l’uso di energie rinnovabili al posto delle energie fossili. Ma di fronte a un sistema energetico, come quello italiano, che spreca il 70 per cento dell’energia che produce e usa, ha senso proporsi di accrescere l’offerta di energia diversificandola per renderla più amichevole nei confronti degli ambienti, invece di proporsi in prima istanza di ridurre gli sprechi e, successivamente, di soddisfare il fabbisogno residuo con fonti rinnovabili? Un sistema energetico dissipativo come quello della maggior parte dei paesi industrializzati è paragonabile a un secchio bucato. Dovendo riempire d’acqua un secchio bucato, chi si proporrebbe di farlo cambiando la fonte senza chiudere prima i suoi buchi?

 

La crisi che stiamo vivendo è una crisi di sovrapproduzione, determinata dal fatto che nei sistemi economici in cui le attività produttive sono finalizzate alla crescita della produzione di merci, le aziende per sostenere la concorrenza devono investire continuamente in tecnologie che aumentano la produttività, ovvero che consentono di produrre di più in una unità di tempo, riducendo al contempo i costi mediante una riduzione dell’incidenza del lavoro umano sul valore aggiunto. Ciò non comporta automaticamente, come per lo più si pensa, una riduzione dell’occupazione. La comporta solo se la riduzione dell’incidenza lavoro umano sul valore aggiunto non viene tradotta in una riduzione dell’orario di lavoro. In questo caso, ed è ciò che sta succedendo nei paesi industrializzati, si determina una riduzione dell’occupazione e, di conseguenza, una riduzione della domanda a fronte di un incremento dell’offerta di merci. Questa è la causa di fondo della crisi che stiamo attraversando.

 

A questo squilibrio insito nelle economie della crescita si è fatto fronte incentivando il ricorso al debito da parte dei privati e ricorrendo al debito pubblico per aumentare la domanda. Questo fenomeno, iniziato nei primi anni sessanta, è stato l’altra faccia della medaglia del boom economico. A partire dagli anni ottanta è stato accentuato dalla globalizzazione, che è stata perseguita dai paesi industrializzati per ampliare il mercato dei loro prodotti, ma li ha sottoposti alla concorrenza di paesi dove il costo della manodopera è molto più basso. Questa concorrenza ha spinto in basso i salari nei paesi industrializzati: «tra il 1980 […] e il 2006, la quota dei salari sul Pil nei paesi che formavano a inizio periodo la UE a 15 è scesa di circa 10 punti, dal 68 a 58 per cento» (Luciano Gallino, Il denaro, il debito e la doppia crisi, Einaudi, Torino 2015, p. 110). La riduzione dell’occupazione determinata dalle delocalizzazioni di molte produzioni nei paesi cosiddetti in via di sviluppo e la riduzione dei salari hanno comportato una riduzione della domanda che è stata uno dei fattori scatenanti della crisi e comporta difficoltà sempre maggiori a superarla.

 

L’entità dei debiti pubblici è stata aggravata dal fatto che, man mano che aumentano, gli Stati sono costretti a offrire tassi d’interesse sempre più alti a chi sottoscrive i buoni del tesoro, fino a dover chiedere prestiti per pagare gli interessi sui prestiti precedentemente chiesti. In Italia questo processo ha ricevuto un forte impulso all’inizio degli anni 80 dalla decisione dell’allora ministro del Tesoro Beniamino Andreatta e del governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi di vietare alla Banca d’Italia di acquistare i titoli del debito pubblico rimasti invenduti, per evitare il rischio d’inflazione. Il risultato fu un forte innalzamento degli interessi sui titoli. In dieci anni il debito pubblico raddoppiò, salendo dal 60 per cento del Pil nel 1982 al 120 per cento nel 1993. (L. Gallino, op. cit., pagg. 66-67). Da trent’anni gli interessi ammontano a 90 – 100 miliardi all’anno su un totale di 2.135 miliardi nel 2014, mentre nello stesso anno il valore del Pil è stato di 1.613 miliardi. (L. Gallino, op. cit., pagg. 100–101).

 

Le due proposte formulate per superare la crisi sono state, da una parte le politiche di austerity finalizzate a ridurre i debiti pubblici riducendo sostanzialmente la spesa sociale, dall’altra le politiche keynesiane finalizzate ad aumentare la domanda attraverso i debiti pubblici in modo da rilanciare la crescita del prodotto interno lordo e di ridurre il rapporto debito/PIL. Le politiche di austerity deprimono la domanda e aggravano la crisi. Il loro totale fallimento è stato dimostrato dai fatti. Le politiche keynesiane non aumentano soltanto i debiti finanziari, ma i debiti a carico delle generazioni future e i debiti nei confronti della natura, poiché aumentano il prelievo di risorse da trasformare in merci e le emissioni non metabolizzabili dalla biosfera. Inoltre non tengono conto del fatto che, rispetto agli anni trenta del secolo scorso il rapporto tra tecnosfera e biosfera è completamente cambiato: le concentrazioni di anidride carbonica in atmosfera sono aumentate da 270 a 410 parti per milione, innescando una mutazione climatica di cui si stanno iniziando a sentire i primi effetti destinati ad aggravarsi; nel settore delle fonti energetiche fossili il rapporto tra l’energia investita per ricavare energia e l’energia ricavata è sceso dal valore di 1 a 100 misurato negli anni trenta del novecento, al valore di 1/8 misurato negli anni novanta; l’overshoot day, il giorno in cui l’umanità arriva a consumare tutte le risorse rinnovabili che la biosfera genera in un anno, è sceso alla metà di agosto; negli oceani galleggiano masse di poltiglia di plastica vaste come gli Stati Uniti; la popolazione mondiale è passata da 2 a 7 miliardi; la fertilità dei suoli agricoli è diminuita; la fauna ittica è stata dimezzata.

 

In alternativa a queste due prospettive, che finora non sono state in grado di superare né la crisi economica, né la crisi ecologica, il Movimento per la decrescita felice propone che vengano adottate misure di politica economica e industriale finalizzate a incentivare l’adozione di innovazioni tecnologiche che consentano di ridurre gli sprechi e di accrescere l’efficienza con cui si trasformano le risorse naturali in merci. Cioè di realizzare una decrescita selettiva e guidata della produzione e del consumo di merci che non sono beni. Se aumenta l’efficienza con cui si utilizzano le risorse e si riducono gli sprechi, oltre a ridurre l’impatto ambientale si risparmia del denaro, con cui si possono pagare i costi d’investimento delle tecnologie che aumentano l’efficienza nell’uso delle risorse. Si mette in moto un circolo economico virtuoso creando un’occupazione utile che paga i suoi costi con i risparmi che consente di ottenere. Fa crescere la domanda senza aggravare né i debiti pubblici, né l’impatto ambientale.

 

Se al centro della politica economica e industriale si ponesse la ristrutturazione energetica del patrimonio edilizio esistente, con l’obbiettivo di ridurre gli sprechi e le inefficienze al livello dei peggiori edifici dell’Alto Adige, i consumi per il riscaldamento si ridurrebbero dei due terzi, scendendo dalla media attuale di 200 kilowattora (all’incirca 20 litri di gasolio, o 20 metri cubi di metano) a 70 kilowattora al metro quadrato all’anno. Poiché gli edifici assorbono per il solo riscaldamento invernale un terzo dei consumi totali di energia alla fonte, quanta ne brucia tutto l’autotrasporto nel corso di un anno, si ridurrebbero del 20 per cento sia le nostre importazioni di fonti fossili, sia le nostre emissioni di anidride carbonica. I posti di lavoro che si creerebbero attraverso questa decrescita selettiva degli sprechi di energia pagherebbero i loro costi d’investimento con i risparmi che consentono di ottenere.

 

Due suggerimenti operativi in conclusione.

 

Un incentivo all’adozione di queste misure in una logica di mercato, senza sostegni di denaro pubblico, può essere costituito dall’uso delle forme contrattuali che caratterizzano, o meglio, dovrebbero caratterizzare, le energy service companies – esco -: società energetiche che pagano di tasca propria i costi d’investimento degli interventi di ristrutturazione energetica che eseguono negli edifici, o negli impianti pubblici di illuminazione, mentre i proprietari degli edifici ristrutturati si impegnano a pagare per il riscaldamento, o per l’illuminazione, la stessa cifra che pagavano prima della ristrutturazione per il numero di anni necessario a coprire con i risparmi economici conseguenti al risparmio energetico i costi d’investimento e gli utili della esco. Al termine di questo periodo, che viene indicato dalla esco al momento della stipula del contratto, i risparmi economici vanno a beneficio dei proprietari degli edifici o degli impianti. La durata degli anni necessari a recuperare gli investimenti è inversamente proporzionale all’efficienza ottenuta. La ricerca della maggiore efficienza possibile diventa pertanto l’elemento concorrenziale vincente. Inoltre il cliente è tutelato perché, essendo prefissato contrattualmente il tempo di rientro dell’investimento, se la esco ottiene una riduzione dei consumi energetici inferiore a quella che calcolato, incassa meno denaro di quello previsto. Fare bene il lavoro e gestire bene l’impianto è nel suo interesse.

 

Il circolo economico virtuoso descritto può trovare un volano decisivo in una sorta di patrimoniale energetica sugli immobili, che può essere gestita in due modi. Il proprietario dell’immobile, paga la patrimoniale e lo Stato la utilizza per ristrutturarlo energeticamente, restituendo ogni anno al proprietario l’equivalente del risparmio economico conseguente al risparmio energetico ottenuto, fino all’estinzione della tassa pagata. Oppure il proprietario dell’immobile, invece di pagare la patrimoniale, fa eseguire in proprio la ristrutturazione energetica e incassa direttamente i risparmi.

 

Interventi analoghi si possono effettuare smettendo di rendere definitivamente inutilizzabili le materie prime secondarie contenute negli oggetti che vengono portati allo smaltimento, invece di recuperarle attraverso una raccolta differenziata gestita con criteri economici. Poiché il costo dello smaltimento è proporzionale al peso degli oggetti conferiti in discarica o all’incenerimento, meno se ne portano e più si risparmia. Ma, per non portare allo smaltimento le materie prime secondarie occorre venderle. Più se ne vendono e più si guadagna. Affinché qualcuno le compri la selezione deve essere effettuata accuratamente. Il recupero e la vendita delle materie prime secondarie contenute negli oggetti dismessi consente di creare un’occupazione utile, di recuperare il denaro necessario a pagarne i costi e di ridurre l’impatto ambientale dei rifiuti. Le ragioni dell’economia e le ragioni dell’ecologia vanno di pari passo grazie alla riduzione di uno spreco inammissibile.

 

La decrescita selettiva degli sprechi è l’unica via d’uscita da una crisi che da troppo tempo genera problemi al sistema economico e sofferenze umane inaccettabili. L’assurdità della situazione che stiamo vivendo è dimostrata dal fatto che, mentre il numero dei disoccupati ha raggiunto livelli inaccettabili, non si fanno una serie di lavori che sarebbe indispensabile fare per ridurre la crisi economica, ridurre la crisi ambientale e migliorare la qualità della vita. Una società che non fa lavorare chi vorrebbe farlo e contemporaneamente non fa fare i lavori più necessari, che pagherebbero i loro costi con i risparmi che consentono di ottenere, è profondamente malata. E la sua malattia è causata dalla diffusione dell’idea assurda che lo scopo dell’economia sia la crescita del prodotto interno lordo. Prima ce ne libereremo e meglio sarà.

 

 

23 gennaio 2016

3 commenti
  1. Nicola
    Nicola dice:

    Egregio Professore Pallante, colgo innanzitutto l’occasione per esprimerle la mia stima e la mia gratitudine per il suo lavoro di divulgazione.
    Concordo in generale con la tesi e le idee della decrescita felice. Anche se personalmente non la chiamerei cosi, per un primo e semplice motivo che ogni volta bisogna stare li a sottolinearne la differenza con la recessione.
    E se ogni volta bisogna stare li a spiegarne la differenza, forse significa – non che il nucleo teorico non sia solido -, ma che non sia solida la maturità culturale della popolazione.
    Ma sopratutto per il fatto che non metterei cosi in risalto la questione del PIL. So che lei ha sempre parlato della decrescita come un mezzo e non come un fine, ma parlare cosi spesso del PIL , dall’esterno si potrebbe percepire un certo feticismo e un certo economicismo. Io parlerei direttamente di “demercificazione dei bisogni umani”, se poi questa definizione porta ad una decrescita (realisticamente), o ad un aumento qualitativo del PIL (paradossalmente), poco deve importare.
    Ma il suo articolo non parla di questo, e sto rischiando di andare fuori tema. Tornando al suo articolo non concordo su alcuni punti.
    Innanzitutto non penso che siamo di fronte ad un’inefficacia delle politiche economiche tradizionali.
    Io penso che siamo di fronte ad una totale mancanza di volontà politica ad effettuare le manovre economiche corrette.
    Lei a mio avviso sbaglia ad equiparare il debito pubblico al debito privato, e quindi facendo ciò, equipara e squalifica sia le teorie Keynesiane che quelle Neoliberiste.
    Innanzitutto in un regime di sovranità monetaria, il Debito Pubblico non è un problema in quanto è sempre garantito dalla Banca Centrale.
    La teoria che il Debito Pubblico grava sulle spalle dei figli e di chi sa quali generazioni, è solo il frutto della propaganda neo liberista, che ha il solo scopo di restringere il campo dell’intervento statale.
    Il Debito pubblico è il credito del settore privato (ogni debito ha un credito) e non dunque un debito che grava su chissà chi.
    In Italia e in Europa c’è un problema molto grave e si chiama Euro. L’Euro non è una moneta neutra per tutti, ma per alcuni paesi (Germania) è una moneta artificialmente leggera, per altri (Spagna, Italia, Grecia, Portogallo, Finlandia e Irlanda), è una moneta artificialmente troppo forte.
    La mancanza della flessibilità del cambio, ha portato a degli squilibri delle bilance commerciali con la conseguente esplosione dei debiti privati e non pubblici.
    Poi sul discorso ambientale sono perfettamente d’accordo con lei, ma non concordo assolutamente sul piano economico, con la comparazione tra debito pubblico e debito privato, con la conseguente inefficacia delle teorie Keynesiane al pari di quelle Monetariste. Poi se proprio vogliamo dirla tutta, il Debito Pubblico è rapportato al PIL, e la crescita di quest’ultimo (sostegno della domanda – Keynes), abbatterebbe il Debito e non lo farebbe aumentare.
    Quindi in definitiva sarebbe fondamentale ritrovare la sovranità monetaria e la flessibilità del cambio.
    In questo regime di cose, non sarebbe un problema economico/tecnico abbattere le tasse e sostenere la domanda con un’aumento della spesa.
    A scanso di equivoci, questo mio intervento non deve essere inteso come un sostegno a lunga scadenza al capitalismo keynesiano. In quanto concordo con molte vostre argomentazioni.
    Era solo per dire che non siamo di fronte ad impossibilità tecniche e teoriche, ma a volontà politiche ben precise.
    Fare determinati tipi di discorsi, rischiano di rafforzare un determinato status quo. Che è a mio avviso rappresentato dal capitalismo neofeudale dell’Unione Europea. E si tratta del capitalismo peggiore. In quanto da una parte mercifica tutto, ma dall’altra parte non da ne il reddito (Welfare) ne la possibilità a raggiungerlo. (Lavoro)

    Spero che questo mio intervento possa essere apprezzato.

    Distinti Saluti.

    Rispondi
  2. Maurizio Pallante
    Maurizio Pallante dice:

    Caro Nicola, mi scuso per il ritardo con cui rispondo, ma sono sempre in viaggio. Non entro nel merito dei problemi finanziari, perché concordo sostanzialmente con le cose che scrivi. Mi sembra invece che tu sottovaluti il fatto che la megamacchina mondiale ha già superato i limiti del pianeta a fornirgli le risorse di cui ha bisogno per continuare a crescere e ad assorbire le emissioni che scarica nella biosfera. Ogni misura di politica economica finalizzata ad aumentare ulteriormente la domanda non può che aggravare la crisi ecologica in tutti i suoi aspetti, non può che aggravare le iniquità nei confronti dei viventi non umani, non può che sottrarre le risorse necessarie a soddisfare le esigenze vitali dei popoli poveri, non può che sottrarre il necessario per vivere alle generazioni future. Non possiamo più ragionare in termini economici senza prendere in considerazione le conseguenze del fare umano sulla natura. Dobbiamo passare dall’economia alla bio-economia, teorizzata da Georgescu Roegen all’inizio degli anni settanta. I nostri consumi e le nostre emissioni non devono superare l’apporto energetico inviato dal sole quotidianamente sulla terra, utilizzato dalla vegetazione per effettuare la fotosintesi clorofilliana. Per questo noi proponiamo di rilanciare il lavoro e l’occupazione mediante lo sviluppo delle tecnologie che riducono il consumo di risorse e le emissioni per unità di prodotto. Non basta limitarsi all’ambito della moneta, del credito, della fiscalità, degli investimenti pubblici e privati, della domanda e dell’offerta. La invito a leggere su questo sito il commento che ho scritto all’Enciclica Laudaro si’, con cui concludo il libro “Destra e sinistra addio”. Cordiali saluti

    Rispondi
  3. Nicola
    Nicola dice:

    Egregio Professore Pallante, innanzitutto ci tenevo ringraziarla per la risposta. Ho letto il commento che ha scritto all’Enciclica Laudaro si, e concordo pienamente con i contenuti espressi. In virtù di ciò, non sottovaluto affatto la non sostenibilità ambientale espressa dal sistema di produzione capitalistico.
    Solo che nell’articolo che lei ha pubblicato, ho ravvisato delle inesattezze tecniche circa l’impossibilità di uscire dalla crisi attraverso un ipotetico sostegno della domanda aggregata.( nel sistema Euro questo è impossibile, per il fatto che si riaprirebbe la falla del deficit della bilancia commerciale).
    Non sarei nemmeno cosi certo che sia l’innovazione tecnologica la madre della crisi economica. Secondo me, c’entrano di più la finanziarizzazione dell’economia e la libera circolazione dei movimenti internazionali di capitali ( delocalizzazioni), che hanno spinto i salari verso il basso. Facendo tramutare il capitalismo clientelare, in un capitalismo del debito privato e pubblico. Anche se ci tengo a ribadire che è errata la comparazione tra le due tipologie.
    Mi scuso in anticipo se insisto sulle questioni tecniche, ma mi permetta di fare alcune precisazioni importanti che spero possano dare un piccolo contributo al Movimento.

    1 Non è vero che più il Debito Pubblico cresce e più gli Stati sono costretti a chiedere tassi d’interesse maggiori. Il Debito Pubblico ha un solo problema: l’essere o non essere garantito dalla Banca Centrale. Stop.

    2)La monetarizzazione del deficit non causa automaticamente inflazione. Gli economisti, in particolare quelli keynesiani, dicono che la moneta non è “esogena”, cioè controllata da una forza “esterna” e indipendente dal circuito economico (la Banca centrale), ma “endogena”, cioè determinata, in ultima analisi, dalle condizioni “interne” al mercato del credito.
    Quindi non è che Andreatta e Ciampi hanno vietato alla Banca Centrale di acquisire i titoli di Stato per evitare l’inflazione, ma l’hanno fatto per incamerare moneta estera (tassi d’interesse più alti), che serviva per mantenere la parità del cambio con il marco tedesco.

    Si starà domandando perchè insisto su questo discorso. Innanzitutto perchè non penso che le caratteristiche di questa crisi siano inusuali da sfuggire alle terapie consolidate. Quindi di conseguenza è sbagliato affermare che tecnicamente la Decrescita è l’unico modo per uscire dalla crisi. In seconda battuta, le politiche di austerity non vengono fatte con il reale scopo di superare la crisi. Ma con lo scopo di ripagare i creditori esteri (disfunzionalità Euro), svalutando i salari, non potendo svalutare la moneta. E la svalutazione dei salari e l’attacco ai diritti sociali, sono lo scopo dell’impianto economico neoliberista. Di cui l’Euro rappresenta un tassello fondamentale.

    La Decrescita ( o magari Demercificazione) è un modo per pensare ad un’altro sistema di produzione. Che rispetti l’ambiente e gli altri esseri viventi. Alternativo al sistema capitalistico, e che si colloca al di la della dicotomia destra/sinistra. Lei ha sempre detto: “- Stato e – Mercato” io direi invece, uno Stato sovrano in tutti i suoi aspetti e democratico, che guidi in prima persona la demercantilizzazione del sistema produttivo.

    Eliminare lo Stato, equiparare kenyes con i monetaristi, equiparare il debito pubblico a quello privato, fare intendere che la banca centrale crei direttamente inflazione, significa rimanere intrappolati in un capitalismo neofeudale che mercificata tutto, e – inquina lo stesso se non di più, perchè toglie denaro per la tutela ambientale, e si sviluppa in un regime di non sovranità che impedisce di opporsi a trattati sovranazionali che mettono in pericolo l’ambiente stesso. (TTIP) – ma non da nè Welfare e nè Lavoro per poter sopravvivere.

    In questo stato di cose, la decrescita aiuta a mio avviso a risparmiare una porzione del reddito attraverso l’autoproduzione. Ma non basta, perchè un reddito ci vuole sempre, e un mercato in questo stato di putrefazione, lo mette sempre più in pericolo.
    Seguo con interesse in rete di tanta gente che fa autoproduzione, però poi un reddito a casa lo devi portare, e il più delle volte non proviene dalla vendita delle eccedenze dell’orto. Perchè per pagare i mutui su terreni e cascinali, ci vogliono stipendi da lavoro dipendente.

    Quindi in sostanza rispolverare Keynes in un regime di sovranità monetaria e in maniera assolutamente rivisitata, per i discorsi ambientali che giustamente sottolinea Lei, è l’unico modo per uscire da un pantano che è assolutamente convenzionale e non inusuale.

    Forse lei non sarà d’accordo con me, ma questo confronto mi ha fatto davvero piacere. La ringrazio ancora per l’attenzione.

    Distinti Saluti.

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