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FONDAMENTI DELLA POLITICA AMBIENTALE IN ECUADOR E BOLIVIA

di Nicolò Miotto*

L’America Latina rientra convenzionalmente nella famiglia giuridica dei sistemi di civil law. Tuttavia, già dagli anni ’80 si sono verificati mutamenti giuridici innovativi che hanno allontanato i paesi latino-americani dal sentire politico e giuridico occidentale. Ora al centro del dibattito nel continente europeo, la democrazia partecipativa è stata, ed è, uno dei caratteri giuridici originali del continente latino-americano. Si pensi in tal senso al bilancio partecipativo, sperimentato per la prima volta a Porto Alegre, in Brasile, nel 1989 e poi replicato persino in alcune città italiane. I caratteri giuridici peculiari dei paesi dell’America Latina hanno portato molti studiosi ad analizzare in modo più approfondito le vicende socio-giuridiche di questo continente. Il sociologo e politologo francese Yves Sintomer utilizzò l’espressione ‘Il ritorno delle caravelle’, aprendo un dibattito che deve ancora dare i suoi frutti: i paesi occidentali possono ispirarsi ai paesi dell’America Latina per reinventarsi?

In Ecuador e Bolivia si è diffuso un sentire filosofico e politico peculiare, distante da quello occidentale, che ha avuto un risvolto in termini giuridici. La cosmovisione dei popoli indigeni, che vivono in un rapporto simbiotico con la Natura, ha portato ad una vera e propria rivoluzione giuridica che va sotto il nome di buen vivir (Ecuador) o vivir bien (Bolivia).
Concetto che ha poca affinità con la nostra idea di ‘benessere’, il buen vivir trova spazio nella costituzione dell’Ecuador del 2008 ed in quella della Bolivia del 2009. Si concepisce lo sviluppo in termini olistici: non si considera solo la dimensione economica, ma anche quella sociale e culturale, prestando profonda attenzione alla tutela dell’ambiente. Gli studiosi ne parlano in termini di ‘narrazione contro-egemonica’, in quanto questo nuovo sentire giuridico nasce in contrasto alla globalizzazione, alle politiche estrattiviste, che in America Latina colpiscono particolarmente i popoli indigeni, ed al neoliberismo. Si punta al consolidamento di un modello di sviluppo alternativo a quello di matrice occidentale, focalizzandosi sull’ampliamento degli istituti democratici, sul concetto di solidarietà e sulla tutela dell’ambiente.

Il Capitolo II del Titolo II della Costituzione dell’Ecuador si intitola ’I diritti del buen vivir’: il diritto all’acqua, definita come ‘patrimonio nazionale strategico di uso pubblico’, è definito come fondamentale ed irrinunciabile; è riconosciuto il diritto del ‘pueblo’ a vivere in un ambiente sano ed ecologicamente equilibrato ed è ‘interesse pubblico’ il recupero degli spazi naturali degradati.
Il Capitolo, articoli 12-34, tratta anche tematiche quali la Cultura e la Scienza ed il Lavoro e la Sicurezza sociale. La compresenza di tematiche diverse, ma non slegate, fa risaltare l’approccio olistico del buen vivir, dove lo sviluppo non è tale se non prende in considerazione fattori economici, sociali, ambientali e culturali. In Bolivia il vivir bien è declinato propriamente in termini di principio orientativo delle politiche pubbliche: all’articolo 80 della Costituzione si sottolinea che l’educazione è orientata alla formazione individuale e collettiva, nonché alla conservazione e alla protezione dell’ambiente e della biodiversità.
La dimensione economica è affrontata in modo originale all’articolo 306: il modello economico è definito ‘plurale’, è costituito anche dall’economia del dono e dello scambio ed è orientato alla solidarietà, alla sostenibilità; l’interesse individuale è bilanciato dal ‘vivir bien colectivo’.

Altra tematica che trova spazio nelle Costituzioni di Ecuador e Bolivia è la Sovranità alimentare, intesa come il diritto della popolazione all’accesso ad un cibo sano e culturalmente adeguato. All’articolo 281 della Costituzione ecuadoriana è definita come ‘obiettivo strategico ed obbligo dello Stato’ per il raggiungimento dell’autosufficienza di cibi sani. All’articolo 282 è invece sancito il divieto di privatizzazione dell’acqua, nonché il divieto di latifondo. La Costituzione boliviana all’articolo 407 garantisce la Sovranità alimentare, dando la priorità alla produzione e consumo di prodotti locali culturalmente adeguati.

L’Assemblea costituente dell’Ecuador, appoggiandosi alla consulenza della CELDF, organizzazione statunitense che fornisce pareri a Stati ed enti locali in materia ambientale, ha introdotto nella Costituzione i Diritti della Natura. All’articolo 72 è sancito il diritto al ripristino, ovvero al reintegro dei sistemi di vita contaminati dall’azione umana; il diritto è indipendente dall’obbligo di indennizzare le persone che hanno subito il danno. In modo diverso in Bolivia, dove i diritti della natura non godono di un relativo capitolo costituzionale come in Ecuador, nel 2010 venne varata la Legge 71, al cui articolo 7 è sancito il diritto al ripristino. In entrambi gli Stati sia il singolo sia la collettività politica e sociale hanno il dovere di proteggere e garantire i Diritti della Natura.

La Natura è considerata come una fondazione che possiede un patrimonio, fatto di elementi animati ed inanimati: gli interessi della Natura sono rappresentati da persone fisiche e persone giuridiche; anche in altri Stati dell’America Latina vi è la figura del ‘Defensor del Pueblo’, che sollecita le autorità pubbliche e sta in giudizio per assicurare la tutela della Natura.

Per ripristinare i sistemi ambientali sono previsti dei fondi economici appositi. Uno dei primi casi di vittoria in sede civile da parte della Natura fu il caso del fiume Vilcabamba in Ecuador nel 2011.

E l’Occidente? Sarebbe un errore di analisi ritenere che la realtà europea sia socialmente, giuridicamente e politicamente assimilabile a quella di Ecuador e Bolivia, la cui peculiarità principale è la presenza di popolazioni indigene ed il loro retaggio culturale. Tuttavia, al fine di dare nuovo impulso alle politiche sull’ambiente può risultare utile guardare a Stati come Ecuador e Bolivia, ma non solo, poiché in termini giuridici simili si sono espressi anche India, Nepal ed Egitto.

L’ecologia potrebbe essere anche un tema attorno al quale implementare il dialogo inter-religioso, poiché nel Cattolicesimo, nell’Islam e nell’Ebraismo, nonché nel Buddismo, si rintraccia effettivamente una profonda attenzione per la Natura. A livello internazionale nel 2009 venne istituito dall’Assemblea Generale dell’Onu il forum ‘Harmony With Nature’: studiosi, pensatori ed altri esponenti delle società degli Stati stanno elaborando un nuovo paradigma culturale, sociale ed economico, che tenga conto dell’equilibrio delle tre E; Ecologia, Equità, Economia.

Per coinvolgere maggiormente la popolazione nelle questioni riguardanti l’ambiente, sarebbe importante rimarcare i contenuti della Convenzione di Århus del 1998 che sancisce il diritto alla trasparenza e alla partecipazione in materia ai processi decisionali di governo locale, nazionale e transfrontaliero concernenti l’ambiente.

 

(*) Nicolò Miotto: studente del secondo anno della facoltà di Scienze diplomatiche dell’Università di Trieste, con sede a Gorizia

 

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Gentilezza Rispetto Cura

Un società che finalizza l’economia alla crescita della produzione di merci incentiva l’avidità e la competizione tra gli individui, perché il desiderio di avere sempre di più e più degli altri è una molla formidabile per indurre le persone a dedicare tutte le loro energie al lavoro per guadagnare più soldi possibile e accrescere il più possibile la propria capacità di spesa.

Nei luoghi di lavoro l’ambito della competizione è la carriera, dove inevitabilmente l’affermazione personale si realizza con la sconfitta degli altri e il cinismo è un ingrediente indispensabile che viene considerato un valore nei test di selezione dei quadri dirigenti. In alcune università degli Stati Uniti l’esigenza di selezionare i migliori ricercatori per mantenere al massimo livello gli standard dei diplomati post-laurea – e continuare a ricevere i contributi più alti dalle aziende private – induce a utilizzare, tra i criteri di ammissione ai livelli superiori, la verifica che i concorrenti, per prevalere sugli altri non si facciano scrupoli a stroncare le possibilità di carriera degli amici con cui hanno condiviso anni di studio e ricerca.

La conseguenza di questi modelli di comportamento sul lavoro è la diffusione di una modalità di rapporti con gli altri basata sulla prevaricazione e la cancellazione dall’immaginario collettivo della possibilità stessa di instaurare rapporti di collaborazione. Parallelamente l’esigenza di tenere alta la domanda richiede la rottura dei rapporti sociali fondati sulla solidarietà e la condivisione, perché le persone e le famiglie isolate devono acquistare tutto ciò che serve alla vita, per cui fanno crescere la domanda di merci più di quelle inserite all’interno di reti di solidarietà, che possono contare su forme di aiuto reciproco e di scambi non mediati dal denaro, ma sul dono reciproco del tempo.

I rapporti di scambio mediati dal denaro hanno progressivamente sostituito i rapporti d’amicizia disinteressati e costituiscono, soprattutto nelle grandi città, la maggior parte delle relazioni interpersonali. Se le relazioni ritenute significative sono quelle basate sulla compravendita, nei confronti di coloro da cui non si compra, o a cui non si vende nulla, non si prova alcun interesse. Al di fuori dei rapporti commerciali dilaga l’indifferenza. La maggior parte delle famiglie che vivono nei condomini non si conoscono tra loro. Di tanto in tanto succede che, se una persona che abita da sola in un appartamento muore, i vicini non se ne accorgano per mesi.

La valorizzazione dei rapporti conflittuali e la disincentivazione dei rapporti di mutua collaborazione non avrebbero avuto lo stesso potere di persuasione se il possesso di merci e il potere d’acquisto non fossero stati considerati il segno della realizzazione umana, da ostentare con l’intento più o meno consapevole di suscitare l’invidia di chi ne ha di meno. Questa ostentazione induce coloro che ne hanno di meno e condividono lo stesso sistema di valori, a considerarsi inferiori e a covare sentimenti di aggressività nei confronti di chi ne ha di più. Un’aggressività per lo più impotente nei confronti di chi la causa, che spesso trova uno sfogo inconsapevole contro nemici immaginati o avvelenando con accuse e risentimenti i rapporti più intimi.

La somma di questi fattori conferisce ai rapporti sociali vigenti nelle società industriali le connotazioni di una conflittualità diffusa e di una tensione latente, che si manifestano in forme sistematiche di prevaricazione dei più forti sui più deboli, in bullismo nelle scuole, in atti di vandalismo, in scoppi improvvisi di violenza incontrollata per futili motivi, negli scontri paramilitari tra opposte tifoserie calcistiche. Queste punte di aggressività emergono da un contesto di fondo d’intolleranza nei confronti delle minoranze e di chi la pensa diversamente, in modalità di discussione in cui nessuno ascolta ciò che dicono gli altri e cerca soltanto di imporre le proprie idee o la propria versione dei fatti. Questi modelli di comportamento sono diventati la regola nelle dinamiche interne ai partiti politici e nei rapporti tra i partiti politici. Vengono riproposti dai mass media che, con poche eccezioni, si sono trasformati da cani di guardia del potere in amplificatori di partiti e di gruppi economico-finanziari collegati da rapporti d’interesse con i partiti. L’effetto diseducativo che ne deriva è devastante.

Un progetto politico che si proponga di riportare il fine delle attività produttive dalla crescita della produzione di merci al miglioramento del benessere non soltanto delle generazioni umane viventi, ma anche delle generazioni future e dei viventi non umani, non può non proporsi di contrastare questi modelli di comportamento, restituendo valore alla collaborazione, alla solidarietà, al rispetto, all’ascolto e al tono di voce moderato, alla gentilezza, al superamento dell’indifferenza, all’attenzione nei confronti degli altri, al prendersi cura soprattutto dei più deboli, all’I care sostenuto da don Milani in contrapposizione al me ne frego di chi agisce con l’abito mentale dell’indifferenza e della prevaricazione.

Anche se la storia e l’esperienza della vita dimostrano una sistematica prevalenza della prevaricazione e dell’individualismo nei rapporti umani, gli studi paleontologici, gli studi antropologici e la pratica clinica propendono a ritenere che la tendenza innata nell’animo umano sia la pulsione alla collaborazione e alla solidarietà, perché sono più funzionali alla sopravvivenza della specie. L’individualismo e la sopraffazione, nonostante la valorizzazione che hanno ricevuto, non le hanno sradicate.
Il loro ritorno come valore nell’immaginario collettivo e nei modelli di comportamento può dimostrare che un altro modo di relazionarsi con gli altri, rispettoso, collaborativo, disinteressato e gentile, fa bene a chi lo pratica perché sottrae allo stress insito in una vita orientata dalla dismisura, toglie comburente all’aggressività e alla competizione sull’avere, attenua il clima di tensione in cui il modo di produzione industriale ha immerso gli esseri umani.

Un cambiamento comportamentale di questo genere è un tassello fondamentale di un progetto politico che non si limiti a proporsi di gestire in maniera più giusta, più ecologica e meno violenta un sistema economico e produttivo che nel suo modo di funzionare non può non generare iniquità, danni ambientali e violenza, ma si proponga d’iniziare un percorso finalizzato a cambiarlo.
Ad aprire una fase storica più evoluta di quella avviata due secoli e mezzo or sono dalla rivoluzione industriale, che si sta chiudendo nel peggiore dei modi possibili.

Un soggetto politico che si ponga questo obbiettivo apparentemente irraggiungibile, ma inevitabile, non può non applicare i valori della gentilezza, del rispetto e della cura nelle relazioni umane, a partire dalle sue dinamiche interne, e farne uno dei propri elementi costitutivi fondamentali.

 

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PENSIONI: DALLA RENDITA DIFFERITA AL SISTEMA DI SOSTEGNO ALLA TERZA ETA’

Pubblichiamo una riflessione sul tema del sistema pensionistico inviataci da Maurizio Franca, uno dei sottoscrittori dell’appello.

Il principio di ogni sistema pensionistico attuale è quello di accantonare parte del proprio reddito da lavoro per poter avere un sostegno nell’ultima parte della vita in cui siamo fuori dal sistema produttivo.

Salvo casi di evasione fiscale, il sistema pensionistico fino ad oggi è finalizzato a garantire condizioni economiche simili a quelle che abbiamo avuto durante la nostra attività lavorativa: chi ha avuto un significativo reddito nel lavoro potrà continuare a vivere in modo sereno, mentre chi ha dovuto cavarsela con lavori saltuari e/o poco pagati, continuerà a vivere in modo precario.
Ma il futuro appare ancora più complesso perché sembra ampliarsi la platea delle persone che arriveranno all’età pensionabile con un accantonamento esiguo.
Il problema infatti che si pone sempre di più è quello della precarietà del lavoro che non sembra in grado, per una parte consistente dei futuri pensionati, di creare quella rendita adeguata a offrire risorse economiche sufficienti a garantire una prosecuzione dignitosa della propria esistenza.
Non potendo disporre di risorse significative per poter affrontare l’emergenza che si creerà, occorre pianificare una rivoluzione del sistema pensionistico da realizzare progressivamente nei prossimi 20/30 anni finalizzata ad effettuare una progressiva traslazione dal concetto di pensione come rendita differita a pensione come sostegno alla dignità delle persone nella cosiddetta “terza età”.

Parliamo di rivoluzione e di uno sviluppo decennale del processo di cambiamento perché dobbiamo essere in grado di modificare tutto l’assetto legislativo che oggi impedisce di effettuare interventi immediati se questi vanno a toccare i cosiddetti “diritti acquisiti”, salvo che si tratti di interventi emergenziali, coerenti e limitati nel tempo.
Dovremo quindi pensare ad un periodo piuttosto lungo che preveda una progressiva mutazione della finalità dei contributi pensionistici versati che li trasformi in accantonamenti collettivi necessari a creare risorse per sostenere la comunità nel suo insieme, offrendo così a tutti la possibilità di avere risorse economiche per vivere serenamente la parte restante della propria esistenza.
Non parleremo quindi più di pensioni, ma di un sostegno di dignità che decresce fino ad azzerarsi in presenza di rendite da capitale oltre un certo importo (es. 15.000 annui netti), tenendo presente che già oggi per una parte delle pensioni si parla di pensioni “minime” o di “reversibilità” che non scaturiscono direttamente dai contributi versati da quel contribuente.
Le somme disponibili che eccedono questa prima distribuzione andranno ad aumentare il sostegno in proporzione alla contribuzione che ogni persona avrà dato durante la sua vita lavorativa continuando a creare meccanismo di riduzione in presenza di rendite aggiuntive fino al possibile azzeramento e prevedendo comunque un importo massimo netto mensile (es. € 2.000). Cioè l’idea è di mantenere una certa differenziazione in considerazione dei contributi versati, ma ponendo un limite massimo e prendendo in considerazione anche eventuali altri redditi che vanno a ridurre il sostegno “pubblico”.

Per la definizione del sostegno minimo, di quello massimo e delle riduzioni in presenza di altri redditi sarà auspicabile definire delle attività di adeguamento nel tempo in considerazioni delle proiezioni future sviluppate in base all’andamento dell’economia e delle aspettative di vita al fine di garantire la sostenibilità del sistema nel tempo.
Teniamo presente che persone che hanno goduto di redditi elevati che in base al sistema attuale avrebbero “diritto” ad un sostegno più elevato potranno contare comunque su capitali finanziari capaci di arrotondare la propria capacità di spesa.

Se parliamo di numeri prendendo come riferimento i dati sulle pensioni del 2015 che vedono un esborso di circa 280 mld., tenendo presente la consistente ricchezza privata detenuta dalle famiglie si può ipotizzare una ridistribuzione delle risorse verso il basso che permetta ai circa 8 mil. di pensionati che si trovano nella prima fascia (max € 501,89 al mese) di arrivare a € 700/800 euro. Calcoli più precisi si potranno fare avendo a disposizione i dati sulle ricchezze finanziarie e patrimoniali.
La rivoluzione ipotizzata deve necessariamente rappresentare un tassello di una rivoluzione sistemica che rimette al centro l’interesse per il sostegno dell’intera comunità in termini di dignità, solidarietà, sussidiarietà in cui altri importanti temi da trattare con lo stesso approccio devono essere il sistema fiscale, il mercato del lavoro, la sobrietà retributiva, servizi essenziali pubblici e la compatibilità ambientale del nostro sviluppo.

Maurizio Franca

 

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Un soggetto politico diverso dai partiti

circolo

Nel 1940 Simone Weil scrisse un breve saggio intitolato Manifesto per la soppressione dei partiti politici, che sarebbe stato pubblicato soltanto nel 1950, a sette anni dalla sua morte. Commentandolo, qualche mese dopo la pubblicazione, André Breton ne riassumeva così uno dei concetti chiave: «… più la disciplina è forte all’interno di un partito, più le idee che lo guidano tendono a stereotiparsi, a sclerotizzarsi». E aggiungeva: «Queste venti pagine, in ogni punto ammirevoli per intelligenza e nobiltà, costituiscono una requisitoria senza possibile appello contro il crimine di abdicazione dello spirito (rinuncia alle sue prerogative più inalienabili) che provoca il modo di funzionamento dei partiti. Vi si fa giustizia, una volta per tutte, di una delle peggiori aberrazioni di questa temperie, ossia che, per la grande maggioranza, “il movente del pensiero non è più il desiderio incondizionato, indefinito, della verità, ma il desiderio della conformità a un insegnamento prestabilito”1»2.

Un raggruppamento politico che non voglia essere un partito, non può limitarsi a dichiarare di non esserlo. Deve in primo luogo darsi un’organizzazione che, a differenza da quella dei partiti, disincentivi «il desiderio di conformità a un insegnamento prestabilito» e favorisca «il desiderio incondizionato, indefinito, della verità». Nessuna misura organizzativa può evitare che si manifestino atteggiamenti conformistici nelle dinamiche interne di un raggruppamento politico, in alcuni militanti per una forma d’insicurezza che induce ad aggregarsi alle proposte condivise dalla maggioranza, in altri per una propensione all’opportunismo che induce a sostenere le proposte formulate da chi ha più potere e prestigio con l’obbiettivo di ricavarne più potere e prestigio.

Tuttavia queste tendenze si possono contrastare efficacemente se un raggruppamento politico che non vuole essere un partito non si propone di definire un insegnamento prestabilito, cioè una linea politica che deve essere sostenuta pubblicamente da tutti i suoi iscritti, non solo dalla maggioranza che al termine di una discussione democratica l’abbia condivisa, ma anche dalla minoranza che non l’abbia condivisa. Invece i partiti, definendo una linea politica vincolante per tutti, impongono a chi non la condivide, o di essere fedele al partito, a scapito della sincerità con se stesso, o di essere fedele alla propria ricerca di verità a scapito della sua emarginazione, o espulsione, dal partito. Le recenti vicende di un movimento che rifiuta di definirsi partito ed è governato da un gruppo ristrettissimo di persone che espellono chi non è allineato e coperto, dimostrano emblematicamente che le tesi sostenute nel piccolo saggio di Simone Weil non sono datate storicamente, ma hanno una valenza universale.

«Immaginiamo – scrive Simone Weil – il membro di un partito […] che prenda in pubblico il seguente impegno: “Ogniqualvolta esaminerò un qualunque problema politico o sociale, m’impegno a scordare completamente il fatto che sono membro del mio gruppo di appartenenza, e a preoccuparmi esclusivamente di discernere il bene pubblico e la giustizia”. Questo linguaggio sarebbe accolto in modo negativo. I suoi, e anche molti altri, lo accuserebbero di tradimento. I meno ostili direbbero: “Perché allora hai aderito a un partito?”, ammettendo così ingenuamente che entrando in un partito si rinuncia a cercare unicamente il bene pubblico e la giustizia. Quell’uomo sarebbe escluso dal suo partito».3Non per nulla, nell’articolo 67 della Costituzione italiana è scritto: «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato».

La visibilità mediatica che hanno i partiti esercita in questo modo un’influenza nefasta sul sistema dei valori e sui modelli di comportamento generalizzati. Induce a pensare che l’autonomia di pensiero penalizza e il conformismo avvantaggia. Nulla sclerotizza di più le idee. Un raggruppamento politico che nei suoi rapporti interni contrasti la tendenza all’accettazione passiva di insegnamenti prestabiliti e susciti il desiderio incondizionato, indefinito, della verità, valorizza la creatività culturale e può svolgere un determinante ruolo educativo di massa. Può diventare la scintilla che libera energie sociali represse e innesca un processo culturale molto più vasto di quello che realizza al suo interno.

Un partito con una linea politica vincolante per tutti i suoi militanti non può non avere una struttura organizzativa gerarchica in cui le articolazioni periferiche – circoli, sezioni, federazioni locali – sono subordinate agli organismi dirigenti centrali. La concentrazione del potere decisionale nel vertice viene accentuata se non ci sono strutture democratiche intermedie dove si rafforzi l’identità collettiva mediante discussioni e confronti, ma le relazioni si possono svolgere esclusivamente tra il vertice e i singoli mediante strumenti informatici. Un raggruppamento politico che si rifiuti di elaborare una linea politica vincolante per tutti i suoi iscritti non può avere una struttura organizzativa gerarchica, un organismo dirigente e, meno che mai, un capo. La sua forma giuridica non può che essere quella di una federazione di gruppi locali, collegati orizzontalmente tra loro, coordinati a livello nazionale da gruppi di lavoro tematici e da un comitato di portavoce con funzioni organizzative e di rappresentanza unitaria.

Come è possibile armonizzare la valorizzazione dell’autonomia dei singoli e dei gruppi locali federati con la necessità di elaborare una linea politica che consenta agli elettori di capire quali siano i valori che li accomunano, quali siano i problemi che ritengano prioritari, in che modo intendano affrontarli, quale sia il progetto di futuro a cui tendono? La coesione di un raggruppamento politico che non abbia una struttura organizzativa rigida, né una linea politica vincolante, può fondarsi soltanto sulla condivisione di alcuni principi che nel loro insieme definiscono la sua missione, il suo orizzonte culturale e il suo sistema di valori. L’elaborazione e la definizione di questi principi sono pertanto fondamentali. La loro condivisione è discriminante per farne parte. Meno rigida è la disciplina al suo interno, tanto più rigorosamente deve essere definito il quadro dei suoi riferimenti culturali. La valorizzazione delle differenze e la conoscenza reciproca delle iniziative realizzate nei territori dai gruppi locali federati sono indispensabili per arricchire le idee condivise, ma solo se tutti le percepiscono come tasselli che contribuiscono a realizzare un progetto comune. Un progetto che si definisce in maniera sempre più dettagliata strada facendo, a partire dalle indicazioni della direzione da seguire fornite dai principi fondanti condivisi.

Tuttavia, anche la condivisione più convinta dei fondamentali non implica che tutti i militanti di un raggruppamento politico differente dai partiti possano avere la stessa opinione su tutte le decisioni contingenti da prendere. Né che le posizioni espresse dalla maggioranza in relazione a una scelta contingente siano le più coerenti con i principi condivisi, o le più efficaci per raggiungere i fini specifici che si vogliono perseguire. L’esperienza insegna che a volte può accadere il contrario. Nei casi in cui si manifestino posizioni diverse su problemi contingenti, occorre integrare il principio democratico della prevalenza della maggioranza col metodo del consenso, ovvero con una forma di confronto in cui tutti siano disponibili a rimettere in discussione le proprie convinzioni e a considerare che possano essere giuste, del tutto o in parte, quelle differenti. Questo atteggiamento predispone ad ascoltare le opinioni diverse col massimo rispetto e a prendere in considerazione la possibilità di mutare la propria. Il metodo del consenso allunga i tempi delle decisioni, ma consente di prenderle con maggiore discernimento e consolida i legami culturali tra le persone coinvolte. Questo modo di confrontarsi, completamente controcorrente rispetto alla concezione della democrazia come dialettica finalizzata a conquistare il maggior numero di consensi e a sconfiggere gli avversari, non dovrebbe essere difficile tra persone che hanno scelto di far parte di un raggruppamento politico in cui non viene incentivato il conformismo e viene valorizzata l’autonomia di pensiero.

Se dalla discussione emergerà una posizione unitaria, sarà una sintesi più articolata e matura tra le posizioni della maggioranza e i contributi delle minoranze, in cui l’apporto di ogni componente sarà valorizzato maggiormente di quanto non fosse nella sua formulazione iniziale. Di conseguenza, anche coloro che abbiano inizialmente sostenuto una posizione minoritaria, invece di sentirsi esclusi, saranno motivati a sostenere la posizione comune emersa dal confronto. Se invece non si arriverà a trovare una posizione comune, la decisione della maggioranza sarà comunque più motivata e consapevole anche grazie al contributo delle minoranze, non fosse altro perché il confronto avrà consentito di argomentarla in maniera più approfondita. Chi al termine della discussione continuerà a ritenere giuste le sue posizioni di minoranza iniziali, sarà incoraggiato a mantenerle dalla stessa maggioranza, perché dove prevale «il desiderio della conformità a un insegnamento prestabilito» le idee tendono a stereotiparsi e sclerotizzarsi, mentre la ricchezza e la vivacità dell’elaborazione politica si sviluppano «dove il movente del pensiero è il desiderio incondizionato, indefinito, della verità».

 

1Simone Weil, Manifesto per la soppressione dei partiti politici, Castelvecchi, Roma 2012, pag. 41.

2André Breton, Mettere al bando i partiti politici, in op. cit., pagg. 16-17.

3Ibidem., pag. 33.

 

 

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Migrazioni

migrazioni

Le migrazioni che hanno contrassegnato la storia del modo di produzione industriale sin dai suoi primordi, nella seconda metà del settecento in Inghilterra, non sono state e non sono soltanto trasferimenti da un luogo all’altro della terra, ma passaggi da un’economia di sussistenza a un’economia mercificata – per utilizzare una categoria marxiana: da un’economia finalizzata alla produzione di valori d’uso a un’economia finalizzata alla produzione di valori di scambio – e da una società agricola e artigianale a una società urbana e industriale. Sono state e sono attraversamenti da un’epoca storica a un’altra.

Senza le migrazioni il modo di produzione industriale non avrebbe potuto svilupparsi perché gli sarebbero mancate sia la manodopera necessaria ad accrescere la produzione di merci, sia un numero sempre crescente di consumatori che non potessero fare a meno di comprare sotto forma di merci tutti i beni necessari alla vita perché non avevano la possibilità di autoprodurli nemmeno in parte, come accade nelle economie di sussistenza, né di scambiarli sotto forma di dono reciproco del tempo, come accade nei rapporti comunitari.
Per accrescere il numero dei proletari costretti a lavorare nelle fabbriche in cambio di un salario che li mettesse in condizione di comprare il necessario per sopravvivere, sono stati utilizzati diversi metodi basati sulla violenza e sulla sopraffazione: sono state promulgate leggi che rendevano impossibile continuare a vivere di agricoltura di sussistenza – la recinzione delle terre comuni -; sono stati sottomessi popoli col colonialismo; sono state imposte tasse che costringevano ad avere un reddito monetario per pagarle; sono state ostacolate le forme di solidarietà comunitaria; sono stati sterminati i ribelli; sono stati privatizzati territori enormi cacciandone con la forza le popolazioni che li abitavano, o acquistandoli con la complicità di governi corrotti per un tozzo di pane in mancanza di catasti che certificassero i diritti di proprietà; sono state costruite dighe che hanno trasformato in laghi milioni di ettari di terreni agricoli; sono state effettuate deportazioni di massa; sono state suscitate guerre fratricide.

Accanto a queste forme di sopraffazione e di violenza legalizzate, che hanno creato e stanno creando sofferenze enormi, sono state utilizzate forme di condizionamento di massa sempre più potenti tecnologicamente e raffinate psicologicamente per convincere strati sempre più ampi della popolazione mondiale ad abbandonare volontariamente l’economia di sussistenza, i loro Paesi e la loro cultura, per trasferirsi nel sistema economico industriale.

Con la globalizzazione, ovvero con l’estensione del modo di produzione industriale a tutto il mondo, questo processo ha raggiunto il suo culmine e si sta svolgendo in due modi. Da una parte le società multinazionali dei Paesi industrializzati trasferiscono i loro impianti – soprattutto i più nocivi – nei Paesi in via d’industrializzazione dove il costo del lavoro è più basso, innescando con la complicità dei governi i flussi migratori interni necessari a fornire alle loro aziende la manodopera di cui hanno bisogno. Dall’altra i governi dei Paesi industrializzati destabilizzano politicamente, economicamente e culturalmente i Paesi non industrializzati per consentire alle loro aziende nazionali d’impadronirsi delle risorse insistenti in quei territori. Fomentano guerre civili e interetniche per indebolirli.

Non si fanno scrupolo d’intervenire militarmente in prima persona per abbattere governi autonomi e sostituirli con governi corrotti proni ai loro interessi. Non potendo più vivere nei luoghi in cui sono nati e non avendo nemmeno la possibilità di trovare nei loro Paesi un’occupazione in cambio di un salario, l’unica alternativa che resta a quei popoli è l’emigrazione verso i Paesi industrializzati. Questa opportunità viene inevitabilmente utilizzata soprattutto dai giovani, per cui, oltre a essere costellata da sofferenze atroci che sempre più spesso si concludono con la morte anziché con l’arrivo nella terra agognata, comporta l’abbandono dei vecchi nella fase della vita in cui avrebbero più bisogno del sostegno dei figli.

Se si ritiene che la crescita della produzione di merci sia un bene, non si possono non ritenere un bene le migrazioni. Senza migrazioni non ci sarebbe crescita. Se si ritiene che le migrazioni siano un diritto da tutelare, si tutela, consapevolmente o meno, la finalizzazione dell’economia alla crescita. Tuttavia, questa corrispondenza è percepita solo dalla borghesia progressista sostenuta dalla destra moderata che pretende di egemonizzare politicamente e di rappresentare la sinistra, a esclusione delle frange estreme. I suoi esponenti non mancano di ricordare a ogni piè sospinto che i Paesi ricchi hanno bisogno dei migranti provenienti dai Paesi poveri, perché fanno lavori che i lavoratori di Paesi ricchi non vogliono più fare, contribuiscono a pagare i redditi dei loro pensionati, assistono i loro vecchi, vengono pagati meno degli autoctoni e inoltre, con le retribuzioni che ricevono, per misere che siano, forniscono un sostegno alla domanda di alcune merci. Se non ci fossero i migranti, sostengono i loro maîtres à penser, l’economia dei Paesi industrializzati crollerebbe. Ne consegue che i sostenitori dell’accoglienza interessata minimizzano i problemi che le migrazioni creano nei Paesi d’arrivo e si sforzano di dimostrare che sono inferiori ai vantaggi che apportano.

Su posizioni opposte si colloca una fascia di popolazione maggioritaria nei Paesi industrializzati, composta da due categorie:

1. gli strati sociali intermedi, che in conseguenza della globalizzazione hanno perso le precedenti sicurezze sulla stabilità del posto di lavoro e hanno subito riduzioni del loro benessere materiale;

2. gli operai meno qualificati, i disoccupati, i lavoratori precari che subiscono la concorrenza della forza lavoro sottopagata nei Paesi in via di industrializzazione.

Queste categorie sociali sono contrarie all’accoglienza dei migranti, perché quelli in regola assorbono quote crescenti delle risorse destinate all’assistenza sociale, quelli non in regola senza un lavoro aumentano l’insicurezza sociale e il degrado dei quartieri popolari in cui si sistemano precariamente.

I partiti che li rappresentano enfatizzano i problemi creati dalle migrazioni e fanno leva sulla paura che suscitano per rafforzare il loro consenso sociale e politico. Poiché il rifiuto dell’accoglienza, oltre a manifestare un’insensibilità moralmente inaccettabile nei confronti delle sofferenze di altri esseri umani, non riesce ad arrestare i flussi migratori, che tendono anzi ad aumentare, per ridurne le cause è stata proposta la formula «Aiutiamoli a casa loro». Una formula razzista, dettata dalla presunzione della superiorità degli europei sugli africani e sui popoli del medio-oriente, che in realtà non hanno bisogno di essere aiutati dagli europei, ma di essere lasciati in pace dopo secoli di violenze e sopraffazioni esercitate nei loro confronti: dalla riduzione in schiavitù, agli orrori del colonialismo e del neo-colonialismo, all’ipocrisia degli aiuti allo sviluppo, che non avevano l’obbiettivo di aiutarli a rendersi autonomi, ma d’indebitarli e privarli della sovranità alimentare garantita dall’agricoltura di sussistenza, per inserirli nel mercato mondiale che li avrebbe sopraffatti.

Oltre ai sostenitori dell’accoglienza interessata, ci sono i sostenitori di un’accoglienza disinteressata, basata su valori umanitari. Sono i volontari delle associazioni che aiutano i migranti a raggiungere i Paesi dove sperano di trovare condizioni di vita migliori, s’impegnano a salvarli quando gli scafisti li abbandonano in mare aperto su imbarcazioni precarie, li aiutano a trovare un’abitazione e un lavoro nei Paesi d’arrivo. Tuttavia, nella loro generosità non prendono in considerazione il fatto che per ridurre le sofferenze generate dalle migrazioni occorre ridurre le cause che costringono percentuali crescenti della popolazione mondiale a emigrare, mentre invece i flussi migratori le rafforzano e aggravano le sofferenze che ne derivano.

Contribuendo col loro lavoro a far crescere la produzione di merci nei Paesi ricchi, i migranti li aiutano a diventare più ricchi e fanno diventare più poveri i Paesi poveri da cui provengono. Le migrazioni rafforzano le cause che le fanno crescere. Inoltre, se col lavoro dei migranti cresce la produzione di merci nei Paesi ricchi, crescono i consumi di materie prime e le emissioni di sostanze di scarto che hanno già superato i limiti della sostenibilità ambientale. Pertanto si aggrava la crisi climatica, che sta già rendendo inabitabili superfici territoriali sempre più vaste dei Paesi più poveri, impedendo a percentuali sempre maggiori di persone di continuare a viverci.

Se non viene inserita in un forte impegno politico finalizzato a ridurre i flussi migratori riducendone le cause, l’accoglienza disinteressata e solidale può diventare il cavallo di Troia dell’accoglienza interessata e rafforzare il consenso politico degli avversari dell’accoglienza.

Le sofferenze dei migranti e i problemi causati dalle migrazioni sia nei Paesi poveri di partenza, sia nei Paesi ricchi d’arrivo, si possono attenuare soltanto se si supera la logica emergenziale che accomuna e contrappone chi si limita a considerare i flussi migratori come un fenomeno inevitabile e incontrollabile, di cui non si possono rimuovere le cause ma solo modificare parzialmente le conseguenze: o sfruttando le opportunità che offre alla crescita economica dei Paesi d’arrivo – l’accoglienza interessata – o contrastandolo per paura che intacchi il benessere materiale degli autoctoni – il rifiuto dell’accoglienza – o agevolandolo per ragioni umanitarie – l’accoglienza disinteressata.

In realtà, come tutti i fenomeni sociali le migrazioni sono causate da scelte umane modificabili. Difficilmente modificabili in questo caso, perché richiedono il cambiamento della finalizzazione dell’economia alla crescita della produzione di merci. Cioè l’abbandono di uno dei capisaldi su cui si fondano le società industriali. Un soggetto politico che si proponga come orizzonte culturale la sostenibilità, l’equità e la solidarietà, non può non essere solidale con chi è costretto a emigrare e, quindi, non impegnarsi a favorirne l’inserimento lavorativo e sociale nei Paesi d’arrivo. Ma non può nemmeno pensare che la solidarietà possa limitarsi a favorire l’accoglienza senza proporsi di ridurre le iniquità che costringono i popoli poveri a emigrare. Né che le iniquità si possano ridurre inserendo un numero sempre maggiore di migranti nell’economia della crescita, perché ciò accrescerebbe i consumi delle risorse e le emissioni, aggravando i cambiamenti climatici e peggiorando ulteriormente le condizioni di vita nei Paesi poveri.

La solidarietà nei confronti dei migranti richiede che la loro accoglienza nei Paesi d’arrivo sia inserita all’interno di progetti finalizzati a ridurre le cause che li costringono a emigrare e a favorire, dovunque sia possibile, un loro reinserimento nei Paesi di partenza. I Paesi ricchi possono sostenere questo processo con una serie di scelte da cui trarrebbero benefici essi stessi.

Spostando la finalità delle innovazioni tecnologiche dalla crescita della produttività all’aumento dell’efficienza dei processi di trasformazione delle risorse in beni, i Paesi industrializzati possono ridurre i consumi di materie prime, le emissioni e le quantità di rifiuti per unità di prodotto senza deprimere il loro benessere. Questa scelta consentirebbe di ridurre le cause dei cambiamenti climatici e di aumentare le risorse disponibili per i Paesi poveri, riducendo drasticamente le due cause principali delle migrazioni.

Fornendo ai Paesi di partenza delle migrazioni i capitali e l’assistenza tecnica necessari a ripristinare condizioni ambientali e sociali che consentano di viverci dignitosamente, i Paesi industrializzati possono favorire il rientro dei migranti sulle loro terre. Questa scelta dovrebbe essere fatta innanzitutto con la motivazione etica di un risarcimento per le sofferenze che hanno causato a quei popoli col colonialismo e il neo-colonialismo, anche se, in realtà, costituirebbe solo una parziale restituzione delle risorse di cui li hanno deprivati con la forza e con inique forme di scambio. Tornando a lavorare nei loro Paesi d’origine, i migranti contribuirebbero ad accrescerne il benessere e non il benessere dei Paesi d’arrivo. Nei Paesi d’arrivo delle migrazioni i costi di queste restituzioni sarebbero almeno in parte compensati dalla riduzione delle spese necessarie a sostenere la gestione legale dei flussi migratori, i costi delle illegalità che si sono sviluppate nelle sue zone d’ombra, dei problemi sociali che ne derivano, dei maggiori controlli del territorio necessari a garantire la sicurezza sociale.

La solidarietà e l’equità impongono anche di estendere lo status di profughi, riconosciuto ai civili che fuggono dai Paesi devastati dalle guerre, anche ai migranti costretti ad abbandonare luoghi resi inabitabili dai mutamenti climatici in corso, o terreni agricoli sottratti alla loro disponibilità dal land grabbing di Paesi stranieri. Per le stesse ragioni etiche il diritto di accoglienza dei rifugiati dovrebbe essere sostenuto dall’organizzazione dei loro trasferimenti con mezzi rispettosi della dignità umana verso destinazioni in cui possano realizzare concretamente un nuovo progetto di vita.

Queste proposte possono essere considerate utopiche, ma non sono state formulate ignorando le difficoltà che si frappongono alla loro realizzazione. I problemi posti dalle migrazioni possono essere affrontati soltanto a livello internazionale, sulla base di progetti complessivi basati su studi finalizzati a prevederne gli sviluppi in conseguenza dei cambiamenti climatici in corso, dell’incremento dei consumi e delle emissioni di sostanze di scarto non metabolizzabili dai cicli biochimici causato dalla crescita economica prevista a livello mondiale, della globalizzazione, delle tensioni che saranno generate dalla riduzione della disponibilità di risorse. Se non si farà questa scelta ai limiti dell’impossibile e i Paesi ricchi rimarranno chiusi nella difesa dei propri interessi nazionali, i problemi posti dalle migrazioni li travolgeranno.

L’alternativa a scelte politiche guidate dai valori della sostenibilità, dell’equità e della solidarietà sarà l’affermazione dei partiti sovranisti che si propongono velleitariamente di bloccare i flussi migratori chiudendo le frontiere nazionali, e un’accentuazione delle tensioni internazionali di cui è facilmente prevedibile l’esito.


Photo by Johannes Plenio on Unsplash

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Appello

Appello sostenibilita equita solidarieta

L’appello che rendiamo pubblico è stato discusso e condiviso dalle persone che lo sottoscrivono dopo una serie d’incontri iniziata alla fine di febbraio, a cui si sono aggiunti e si stanno mano a mano aggiungendo coloro che ne approvano il contenuto. 
Chiunque lo sottoscriverà sarà invitato a condividere un percorso di approfondimento per verificare la possibilità di costituire un soggetto politico, a partire da un incontro nazionale che presumibilmente si terrà a Roma verso la metà di febbraio. I temi indicati dall’appello saranno sviluppati in una serie di brevi documenti, che abbiamo già iniziato a pubblicare su questo sito…

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Per una conversione economica dell’ecologia

Conversione Economica dell'Ecologia

Una misura indispensabile per ridurre in maniera significativa la crisi ambientale è lo sviluppo di innovazioni tecnologiche finalizzate a ridurre gli sprechi e aumentare l’efficienza nei processi di trasformazione delle risorse in beni, perché la riduzione degli sprechi e delle inefficienze non riduce soltanto il consumo di risorse e le emissioni per unità di prodotto, ma anche i costi di produzione. Pertanto le spese d’investimento necessarie a installarle si possono ammortizzare con i risparmi sui costi di gestione che consentono di ottenere.

Se l’adozione delle tecnologie che riducono l’impatto ambientale fosse motivata esclusivamente da ragioni etiche e non anche dalla loro convenienza economica, dipenderebbe dai sussidi di denaro pubblico. Di conseguenza i profitti dei produttori e degli installatori sarebbero garantiti anche se gli utili non coprissero i costi d’investimento e verrebbero a mancare le motivazioni che inducono ad accrescere la loro efficienza per renderle autosufficienti e sempre più redditizie. Gli sviluppi tecnologici di questo settore anziché essere favoriti sarebbero rallentati, la diffusione di queste tecnologie non sarebbe trascinata dal fatto di diventare sempre più appetibili economicamente per i potenziali acquirenti, le loro vendite si interromperebbero nei periodi in cui i bilanci degli enti pubblici non consentissero di sovvenzionarle.

La conversione ecologica dell’economia dipende dalla conversione economica dell’ecologia.
Per avviare la conversione economica dell’ecologia occorre superare la falsa convinzione che le scelte con una valenza ecologica siano più costose delle scelte fondate soltanto sulla ricerca del massimo profitto indipendentemente dalle conseguenze ambientali che generano.

La conversione economica dell’ecologia farebbe perdere di significato alla contrapposizione tra le ragioni del lavoro e le ragioni dell’ambiente, su cui imprenditori senza scrupoli, con l’appoggio di politici altrettanto senza scrupoli e di sindacalisti poco informati, fondano il ricatto della chiusura delle aziende e dei licenziamenti per non effettuare gli investimenti necessari a ridurre l’inquinamento generato dai loro processi produttivi. Al contrario, l’adozione delle tecnologie che riducono le inefficienze, gli sprechi e le emissioni inquinanti sarebbe sostenuta anche perché consente di accrescere gli utili e l’occupazione.

Naturalmente, mettendo in luce le conseguenze negative dei contributi di denaro pubblico erogati con il proposito di favorire lo sviluppo delle tecnologie ecologiche, non si vuol sostenere che lo Stato debba disinteressarsi del problema e affidarne la soluzione esclusivamente al mercato. Il suo compito è quello di utilizzare un intelligente sistema di incentivi e disincentivi fiscali finalizzati a raggiungere gli obbiettivi di riduzione dei consumi e delle emissioni che hanno superato i limiti della sostenibilità ambientale: le emissioni di anidride carbonica, di metano, di sostanze non metabolizzabili dai cicli biochimici, di sostanze inquinanti; i consumi di risorse rinnovabili e non rinnovabili. Stabiliti questi obbiettivi, spetta alle aziende la scelta delle tecnologie e dei loro mix per raggiungerli situazione per situazione. La concorrenza selezionerà le scelte più vantaggiose economicamente, che sono anche le più efficienti ecologicamente.

Una strategia di questo genere consente di impostare tutta la politica economica e industriale in funzione della riduzione della crisi ecologica ed è l’unico modo per consentire ai Paesi industriali avanzati di superare la stagnazione in cui le loro economie sono impantanate dalla crisi del 2008.

L’impegno principale deve essere rivolto alla diminuzione degli sprechi e all’aumento dell’efficienza dei processi di trasformazione energetica, che in questi Paesi può dimezzare i consumi di energia alla fonte senza ridurre i servizi finali. Ne deriverebbero: una drastica riduzione delle emissioni di anidride carbonica e dell’effetto serra, delle guerre per il controllo delle fonti energetiche fossili, delle spese energetiche dei consumatori finali – famiglie, aziende, pubbliche amministrazioni.

In Italia per riscaldare gli edifici nei mesi invernali si consumano mediamente 200 kilowattora al metro quadrato all’anno (circa 20 litri di gasolio o 20 metri cubi di metano). In Germania non è consentito superare un consumo di 70 chilowattora al metro quadrato all’anno, un terzo della media italiana, ma gli edifici più efficienti, quelli che rientrano nello standard delle «case passive», non devono superare i 15 chilowattora al metro quadrato all’anno e devono essere coibentati in modo così efficiente da non avere bisogno di un impianto di riscaldamento. Se al centro della politica economica e industriale del nostro Paese si ponesse la ristrutturazione energetica del patrimonio edilizio esistente, con l’obbiettivo di ridurre gli sprechi e le inefficienze al livello dei peggiori edifici tedeschi, i consumi per il riscaldamento si ridurrebbero dei due terzi. I posti di lavoro che si creerebbero attraverso questa decrescita selettiva degli sprechi di energia pagherebbero i loro costi d’investimento con i risparmi che consentono di ottenere.

Un incentivo all’adozione di queste misure in una logica di mercato, senza contributi di denaro pubblico, può essere costituito dall’uso delle forme contrattuali che dovrebbero caratterizzare le energy service companies – esco -: società energetiche che pagano di tasca propria i costi d’investimento degli interventi di ristrutturazione energetica che eseguono negli edifici, o negli impianti pubblici di illuminazione, mentre i proprietari degli edifici e degli impianti ristrutturati si impegnano a pagare per i loro consumi energetici la stessa cifra che pagavano prima della ristrutturazione, per un numero di anni fissato al momento del contratto. Per la durata del contratto le esco incassano i risparmi economici conseguenti ai risparmi energetici che riescono a ottenere. Al termine, il risparmio economico va a beneficio del cliente. A parità d’investimento, il numero degli anni necessari a recuperare il denaro investito nelle ristrutturazioni energetiche è inversamente proporzionale all’efficienza ottenuta.

La ricerca della maggiore efficienza possibile diventa pertanto l’elemento concorrenziale vincente. Inoltre il cliente è tutelato perché, essendo prefissato contrattualmente il tempo di rientro dell’investimento, se la esco ottiene una riduzione dei consumi energetici inferiore a quella che ha calcolato, incassa meno denaro di quello che ha previsto. Fare bene il lavoro e gestire bene l’impianto è nel suo interesse.

Un altro settore strategico dove l’ammortamento degli investimenti necessari a ridurre gli sprechi si può pagare con i risparmi economici che ne conseguono, senza contributi di denaro pubblico, è la gestione dell’acqua potabile.

In Italia le reti idriche perdono mediamente il 65 per cento dell’acqua pompata dal sottosuolo e depurata. Nei periodi estivi di siccità le perdite degli acquedotti stanno creando problemi alla fornitura di acqua nelle aree urbane. La sostituzione delle tubazioni delle reti idriche costituisce pertanto una misura indispensabile non solo per ridurre gli sprechi di energia e denaro, ma anche per continuare a fornire un servizio indispensabile per il benessere e l’igiene di decine di milioni di persone.

Le stesse dinamiche si verificano nella gestione degli oggetti dismessi. Il recupero e la riutilizzazione dei materiali che contengono è certamente meno dannosa e più conveniente economicamente delle metodologie con cui si rendono definitivamente inutilizzabili: l’interramento e l’incenerimento. Poiché il costo dello smaltimento è proporzionale al peso degli oggetti conferiti alle discariche o agli inceneritori, meno se ne portano e più si risparmia. Ma, per non portare allo smaltimento le materie prime secondarie contenute negli oggetti dismessi occorre venderle. Più se ne vendono e più si guadagna. Affinché qualcuno le compri occorre effettuarne una raccolta differenziata molto accurata che ne consenta il riciclaggio e il riutilizzo. Il recupero e la vendita delle materie prime secondarie contenute negli oggetti dismessi consentono pertanto di creare un’occupazione utile; di pagarne i costi con i risparmi conseguiti nello smaltimento e con i guadagni ottenuti dalla vendita, senza contributi di denaro pubblico.

 

 

 

 

Photo by Glen Carrie on Unsplash

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Politica agraria ed alimentare

Biodiversità

La politica agricola, oggi ancora più che in passato, non può essere svincolata dalle politiche ambientali, economiche e sociali del Paese. Così come non può esserlo una politica alimentare, naturalmente connessa alle produzioni agricole. Pertanto la visione di agricoltura del futuro deve incastrarsi in una visione complessiva che tenga conto della rilevanza che può assumere questo settore così marginalizzato dalle politiche che si sono succedute fino a oggi.

Oggi la priorità della politica (non solo quella italiana ma di tutto il pianeta) è la riduzione delle emissioni di gas serra, di conseguenza tutti i comparti produttivi devono concorrere a raggiungere l’obiettivo. Secondo un rapporto dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) le filiere agro-alimentari, sono responsabili di oltre il 20% delle emissioni totali, dovute principalmente al trasporto dei prodotti (CO2), agli allevamenti intensivi (CH4) e alle fertilizzazione chimica (N2O). Questo dato basta e avanza per indicare la direzione verso la quale dovrebbe essere orientata la politica agraria e alimentare. Di contro in agricoltura è possibile, allo stato attuale, individuare delle filiere con una carbon footprint positiva, cioè in grado assorbire CO2 in misura maggiore rispetto a quella emessa. Il saldo positivo diventa più netto nelle coltivazioni estensive e in territori soggetti ad abbandono. Le aeree interne, a torto considerate marginali, sotto questo profilo hanno un potenziale enorme e inesplorato.

In estrema sintesi perciò potremmo dire che la nostra agricoltura deve essere in grado di garantire, nell’ordine, tutela ambientale (con particolare riferimento alle riduzioni di gas serra), benefici sociali (salubrità e maggiore autosufficienza alimentare) e adeguata redditività agli agricoltori.

Lo strumento più importante su cui far leva per consentire all’agricoltura del futuro di svolgere al meglio questo compito è senza dubbio la biodiversità. L’unico modo per non perdere biodiversità, e quindi aggravare ulteriormente gli equilibri naturali, è coltivarla. La diversità delle piante, secondo la FAO, rappresenta la chiave per affrontare e ridurre l’impatto delle calamità quali siccità, salinità, caldo, inondazioni sempre più frequenti con i cambiamenti climatici.

Oggi la minaccia più grande che viene portata alla biodiversità è un mercato globale che riduce gran parte delle produzioni agricole in commodity e di conseguenza si fa passare il concetto che tutte le produzioni sono uguali dappertutto, puntando di conseguenza su poche varietà, più produttive e tecniche di produzione più intensive e quindi più impattanti dal punto di vista ambientale, scoraggiando e talvolta cancellando diversità, peculiarità territoriali, tradizioni e qualità.
L’ultima PAC (Politica Agricola Comune) 2014-2020 ha introdotto il ‘greening’ che prevede, solo per i seminativi, il rispetto di pratiche benefiche per il clima e l’ambiente da parte degli agricoltori che accedono ad alcuni contributi. E’ una misura senza dubbio lodevole, ma evidentemente non sufficiente e bisogna spingere con maggiore vigore su alcuni aspetti, legati alla diversificazione produttiva e all’introduzione sistematica di cultivar locali negli ordinamenti produttivi delle aziende.

Le cultivar locali, tra l’altro, costituiscono lo strumento principale per valorizzare adeguatamente l’agricoltura delle aree interne e per sottrarre gli agricoltori da una competizione globale che li vede comunque sempre perdenti, a causa dello strapotere contrattuale dell’industria alimentare. È paradossale infatti che il maggior numero di aziende agricole e di allevamenti che soccombono, in un meccanismo competitivo dove a prevalere è solo il prezzo più basso, si trovano nelle zone montane e collinari del Paese, dove cioè vi sono le migliori condizioni per garantire standard qualitativi elevati delle produzioni alimentari. Tra l’altro in un paese come l’Italia, caratterizzato da un lato dalla presenza di numerose aziende agricole di piccole dimensioni e dall’altro di un patrimonio di cultivar locali enorme, le economie di scala non possono essere una soluzione ai problemi del settore, soluzione che invece può arrivare proprio dalle identità delle produzioni.
Di pari passo e in coerenza con la tutela della biodiversità (e dalla valorizzazione delle produzioni di piccola scala) vi è la necessità di diffondere i laboratori di trasformazione nelle aziende agricole. Ci sono già aziende agricole che trasformano direttamente le proprie produzioni, ma in numero molto esiguo rispetto al totale e per lo più concentrate su determinate filiere (vino e formaggi su tutte, non a caso filiere dove il sistema delle Denominazioni d’Origine ha assolto adeguatamente la propria funzione). L’introduzione dei laboratori di trasformazione nelle aziende agricole è complementare alla valorizzazione delle cultivar autoctone, in quanto sottrae gli agricoltori dalla morsa dell’industria alimentare che non è disposta a pagare alcun surplus rispetto al prezzo di mercato, su produzioni e varietà qualitativamente più valide, con un vantaggio collaterale non da poco, sotto il profilo sociale, legato alla minore incidenza del trasporto dei prodotti dalle aziende agricole presso gli stabilimenti di trasformazione. I PSR (Programmi di Sviluppo Rurale) che pure incentivano gli investimenti nelle aziende agricole, si sono rivelati fino a oggi parzialmente inefficaci sotto questo profilo, in quanto le nuove tecnologie introdotte sono state indirizzate prevalentemente a facilitare la meccanizzazione delle operazioni colturali (o comunque ad agevolare quanto già esiste nelle aziende agricole) e poche volte sono state utilizzate per integrare il ciclo produttivo all’interno della stessa azienda. Il passaggio verso un modello di agricoltura prevalentemente produttrice di cibo anziché di materie prime per l’industria alimentare comporta pertanto interventi normativi volti ad adeguare piani di investimento pubblico, burocrazia ed etichettatura dei prodotti. Ma è necessario anche un nuovo approccio nella ricerca scientifica e in particolare nella produzione di innovazioni tecnologiche funzionale a questo modello di agricoltura.

Questo percorso è possibile se di pari passo viene avviata una politica alimentare coerente, capace di valorizzare le diversità e di considerare la qualità del cibo non più un lusso per i più facoltosi ma una necessità per assicurare salute e benessere agli esseri umani e agli altri esseri viventi. Come non è più derogabile l’adozione di provvedimenti più efficaci nella riduzione degli sprechi che determinano un costo ambientale e sociale che non possiamo più permetterci.

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Politica Energetica

Efficienza energetica la balena è l'animale più efficiente

La politica energetica deve essere finalizzata alla riduzione delle emissioni di anidride carbonica evitando che questa scelta, resa indifferibile e urgente dai mutamenti climatici in corso, si traduca in una drastica riduzione dei servizi finali dell’energia e in un forte aumento dei loro costi, perché queste conseguenze non sarebbero accettate socialmente.

L’opzione più efficace per ridurre le emissioni e le importazioni di fonti fossili, a parità d’investimento, non è la sostituzione del petrolio col metano e delle fonti fossili con fonti rinnovabili, ma una strategia in tre fasi in cui la priorità è costituita dalla riduzione degli sprechi che si può ottenere utilizzando innovazioni tecnologiche che aumentano l’efficienza dei processi di trasformazione energetica e degli usi finali dell’energia.

Nei Paesi industriali che si autodefiniscono tecnologicamente avanzati, gli sprechi dell’energia contenuta nelle fonti fossili ammontano fino al 70 per cento. L’incremento dell’efficienza consente di ridurre i consumi di energia alla fonte a parità di servizi finali, per cui riduce i costi delle bollette energetiche in misura tanto maggiore quanto maggiore è la riduzione delle emissioni, senza ridurre il benessere. La riduzione dell’impatto ambientale che consente di ottenere è direttamente proporzionale ai vantaggi economici che offre. Le tecnologie con cui si possono ottenere questi risultati non hanno bisogno di sussidi di denaro pubblico perché sono in grado di ripagare i loro costi d’investimento in tempi economicamente competitivi con i risparmi economici conseguenti ai risparmi energetici.

Il secondo passaggio è la soddisfazione del fabbisogno residuo con fonti rinnovabili. Se la sostituzione delle fonti avviene in un contesto di riduzione dei consumi, si riduce la potenza da installare e il loro costo diventa ammortizzabile in tempi economicamente accettabili senza contributi di denaro pubblico.

Il terzo passaggio è lo sviluppo delle fonti rinnovabili in piccoli impianti di proprietà dei consumatori, con vendita dei Kilowattora eccedenti nelle ore in cui i consumi sono inferiori alla produzione e acquisto dei Kilowattora mancanti nelle ore in cui la produzione è inferiore ai consumi. Il prosumer (il produttore consumatore dell’energia che produce) garantisce la massima efficienza nella gestione dell’energia autoprodotta perché è suo interesse utilizzarla nei modi più efficienti per consumarne il meno possibile e poterne vendere il più possibile.

Ridurre i consumi di Kilowattora mediante un aumento dell’efficienza costa meno che sostituire i Kilowattora prodotti da fonti fossili con Kilowattora prodotti da fonti rinnovabili. Pertanto a parità d’investimento le emissioni di anidride carbonica si riducono di più aumentando l’efficienza che sostituendo le fonti.

Una politica energetica che abbia come priorità la sostituzione delle fonti, e non la riduzione della domanda, oltre a ridurre di meno le emissioni climalteranti non può prescindere da sostegni di denaro pubblico. Gli incentivi pubblici allo sviluppo delle fonti rinnovabili vengono pagati con incrementi dei costi sulle bollette energetiche e si traducono in un trasferimento di denaro da chi non ha i capitali per effettuare gli investimenti necessari a installarle a chi i capitali li ha. Dai poveri ai ricchi. I tentativi di potenziare l’offerta con l’idrogeno, con la fusione nucleare, o con altre presunte soluzioni miracolose in grado di garantire un apporto illimitato di energia pulita, oltre ad alimentare l’illusione che non sia necessario impegnarsi per aumentare l’efficienza e ridurre gli sprechi, hanno drenato ingenti quantità di denaro pubblico senza aver fornito a tutt’oggi alcun risultato tangibile. Una politica energetica impostata sulla priorità della sostituzione delle fonti sostenuta da contributi di denaro pubblico va a vantaggio di chi produce e vende energia da fonti rinnovabili. Una politica energetica impostata sulla priorità della riduzione dei consumi alla fonte a parità di servizi finali mediante un aumento dell’efficienza, riduce le emissioni in tempi più brevi e va a vantaggio dei consumatori.

In Italia la politica energetica è stata impostata sull’assunzione aprioristica di una crescita tendenziale dei consumi, dal momento che tutto l’impegno della politica economica è volto a rilanciare la crescita del prodotto interno lordo, peraltro con scarsi risultati. Di conseguenza la riduzione delle emissioni di anidride carbonica è stata affidata principalmente all’aumento delle forniture di metano e allo sviluppo delle fonti rinnovabili. I partiti meno sensibili ai problemi ambientali perché li considerano meno importanti della crescita economica, hanno dato la priorità all’aumento delle forniture di metano, che rilascia meno anidride carbonica del gasolio, ma ne rilascia. Pertanto, se aumentano i consumi energetici, le emissioni aumentano, meno di quanto aumenterebbero se si bruciasse gasolio, ma aumentano. Le associazioni ambientaliste e gli installatori di impianti eolici e fotovoltaici hanno dato la priorità allo sviluppo delle fonti rinnovabili sostenute da contributi di denaro pubblico. Ma il bilancio dello Stato, come tutti i bilanci, ha limiti e voci di spesa che non si possono comprimere. Se lo sviluppo delle fonti rinnovabili dipende dai contributi statali, quando i contributi si esauriscono si blocca. Per evitare che ciò avvenga occorre che le fonti rinnovabili consentano di ottenere diminuzioni dei consumi di fonti fossili sufficienti ad ammortizzare i loro costi d’investimento in tempi accettabili dai potenziali acquirenti. Solo l’aumento della loro efficienza è in grado di liberarle dalla dipendenza dai sussidi pubblici. E l’eliminazione dei sussidi pubblici è indispensabile per promuovere le innovazioni tecnologiche in grado di renderle economicamente appetibili.

 

LA CONVERSIONE ECONOMICA DELL’ECOLOGIA

La conversione economica dell’ecologia è la strada da percorrere non solo per attenuare la crisi ambientale, ma anche per far uscire l’economia dalla stagnazione e accrescere l’occupazione in attività utili. In questa prospettiva l’obbiettivo principale della politica economica e industriale deve essere la promozione della ristrutturazione energetica del patrimonio edilizio esistente mediante l’uso di formule contrattuali che consentano di utilizzare i risparmi sulle bollette per ammortizzare i costi d’investimento nelle tecnologie che consentono di ottenerli.

 

Maurizio Pallante