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La mia generazione ha distrutto il pianeta, per questo benvengano i ragazzi che protestano

DI GEORGE MONBIOT

Theguardian.com

Lo Youth Strike 4 Climate mi ha dato più speranza di quanta ne ho avuta in 30 anni di campagne per il clima. Prima di questa settimana, credevo che fosse tutto finito – per l’indifferenza e l’ostilità di chi ci governa e per la passività della maggior parte della mia generazione – ho temuto che il deterioramento climatico e il disastro ecologico fossero ormai inevitabili. Ora, per la prima volta da anni, penso che possiamo superarli.

La mia generazione e le generazioni precedenti hanno sbagliato tutto. Non siamo riusciti a garantire ciò che è alla base della giustizia intergenerazionale: non si può fare nessuno sconto alla vita umana. In altre parole, la vita di chi non è ancora nato non vale meno della vita di chi già esiste. Noi abbiamo vissuto come se le vostre vite non avessero importanza, come se ogni risorsa che abbiamo trovato  fosse nostra e solo nostra, come se fossimo autorizzati farne tutto quello che volevamo fare, indipendentemente dall’impatto sulle generazioni future. In questo modo, abbiamo creato un’economia cannibale: ci siamo mangiati il vostro futuro, per soddisfare la nostra avidità.

È vero che le persone della mia generazione non siano tutte da biasimare allo stesso modo. Per parlare a grandi linee, la nostra è una società di persone altruiste, governate da psicopatici. Abbiamo permesso ad un numero ristretto di persone incredibilmente ricche ed a dei politici deleteri, finanziati dalle élite incredibilmente ricche, di devastare tutti i sistemi di supporto vitale. Certo ci sarà qualcuno che ha più colpe degli altri, ma la nostra incapacità di bloccare gli oligarchi che stanno saccheggiando la Terra e di aver tollerato il loro potere illegittimo, è colpa di tutti. Insieme, vi stiamo lasciando un mondo che – senza un’azione drastica e decisiva – potrebbe presto diventare inabitabile.

Tutti tutti i giorni,  quando siamo a casa, vi diciamo che se mettete in disordine, poi siete voi che dovette rimettere a posto le cose. Vi diciamo che dovete assumervi la responsabilità delle vostre vite. Ma noi non siamo riusciti a fare lo stesso con noi stessi, stiamo lasciandovi una casa tutta in disordine,  sperando che siate voi a rimetterla a posto.

Qualcuno di noi ci ha provato, qualcuno ha cercato di spiegare  alla nostra generazione che avremmo dovuto fare quello che state facendo voi. Ma, tutto sommato abbiamo trovato gente che inarcava il sopracciglio  e che faceva spallucce. Per anni molte persone della mia età hanno negato che ci fosse un problema. Hanno negato che stesse avvenendo una catastrofe climatica. Hanno negato che clima stesse cambiando. Hanno negato che stesse arrivando una estinzione. Hanno negato che i sistemi della vita sulla terra stessero sull’orlo di un collasso.

Hanno negato tutto questo perché accettarlo avrebbe significato mettere in discussione tutti i valori che consentivano la loro qualità di vita. Se si fosse dato retta alla scienza, la macchina su cui viaggiavano non sarebbe andata bene. Se la scienza avesse avuto ragione, le loro  vacanze all’estero non sarebbero state una scelta giusta. La crescita economica, l’aumento dei consumi, l’intero sistema in cui erano stati portati a credere che fosse giusto, doveva essere sbagliato. Era più facile quindi fingere che la scienza avesse torto e che il loro modo di vivere fosse quello giusto, piuttosto che accettare che la scienza avesse ragione e che il loro modo di vivere fosse sbagliato.

Qualche anno fa, qualcosa è cambiato. Invece di negare la scienza, ho sentito le stesse persone dire “OK, è vero, ma ormai è troppo tardi per fare qualcosa”.  Tra il momento in cui dicevano che non era vero e quando hanno manifestato la loro disperazione, non c’è stato nemmeno un attimo in cui ho sentito dire: ” È vero, dobbiamo fare qualcosa “. Il dichiarare la loro disperazione è stata un’altra forma di negazione; un altro modo di persuadersi che si doveva continuare come prima. Se non c’era niente ormai che si poteva fare, allora non c’era più nemmeno il bisogno di mettere in discussione le loro convinzioni più profonde. Per questo aver negato, per questo egoismo, per questa  miopia della mia generazione, questa è ora l’ultima possibilità.

Quei disastri che avevo paura che avrebbero potuto vedere, da vecchi, i miei nipoti stanno già accadendo:  la popolazione degli insetti sta collassando, estinzione di massa, fuochi  incontrollabili, siccità, ondate di caldo, inondazioni. Questo è il mondo  che vi stiamo lasciando in eredità. La vostra è una delle prime generazioni non nate che non siamo stati capaci di proteggere, quando i nostri consumi sono schizzati alle stelle.

Ma quelli di noi che da tanto tempo si sono spesi per questa lotta non vi abbandoneranno. Voi avete lanciato una sfida a cui noi dobbiamo rispondere, e noi saremo solidali con voi. Anche se siamo vecchi e voi siete giovani, sarete voi che ci guiderete. Almeno questo, ve lo dobbiamo.

Mettendo insieme la vostra determinazione e la nostra esperienza, possiamo costruire un movimento abbastanza forte da rovesciare il sistema che nega la vita e che ci ha portato sull’orlo del disastro, se non oltre. Insieme dobbiamo pretendere un mondo diverso, un sistema di vita che difenda la natura da cui tutti noi dipendiamo. Un sistema che renda onore a voi, ai nostri figli, e che dia lo stesso valore alla vita (di oggi e a quello) di chi non è ancora nato. Insieme, costruiremo un movimento che deve – e che diventerà – irresistibile.

George Monbiot

 

Fonte: https://www.theguardian.com

Link: https://www.theguardian.com/commentisfree/2019/feb/15/planet-children-protest-climate-change-speech

traduzione di Bosque Primario, pubblicata su comedonchisciotte.org

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Antispecismo come necessità di cambiamento

antispecismo

di Claudio Cianca

Perché parliamo di antispecismo?

Cosa c’entra con la decrescita (selettiva degli sprechi) e con l’ecologismo (difesa dell’ambiente naturale)?

Spesso questi temi vengono visti separatamente eppure, non cogliere i reciproci nessi, significherebbe pensare di praticare il paradigma della decrescita – o analogamente dell’ecologismo – mantenendo un modello culturale (antropocentrismo: visione dell’uomo e tutto ciò che gli è proprio, come centrale nell’Universo), il quale sostiene ideologicamente le dinamiche produttive opposte. Qui intendiamo sostenere che ciò non ha molto senso.

Perseguire la sostenibilità alimentare mantenendo inalterato un modello culturale incentrato sul solo agente umano, conduce a contraddizioni che minano alla base il perseguimento della stessa sostenibilità. La ragione sta nel fatto che si muovono critiche ad alcune pratiche produttive, senza tenere conto della visione del mondo che è nata in funzione delle medesime pratiche messe in discussione. La presunta “alternativa” finisce con l’essere la “copia conforme” delle stesse logiche, riproposte –spesso inconsapevolmente- sotto altre forme.

L’antispecismo è il movimento che intende attribuire un pari valore e status morale a tutti gli esseri senzienti, individuando la categorizzazione biologica di specie, come origine -e successiva giustificazione- della discriminazione verso gli animali non umani. In sostanza, questa corrente di pensiero, sostiene l’ugualianza fra le specie, che necessita però di essere attuata, affinché l’etica che la contraddistingue possa modificare le condizioni di disparità determinate storicamente. Un antispecismo, vissuto in maniera solo autoreferenziale, resta confinato in posizioni tanto nobili quanto irrealizzabili, finendo per confinare gli stessi attivisti che lo animano in lidi idealisti, spesso portatori di giudizi. Invece, un antispecismo che voglia sperimentare la propria ispirazione filosofica in un progetto politico e culturale, ha bisogno di incontrare i movimenti che, a loro volta, provano a generare cambiamenti, per mezzo di un progressivo impatto a modifica delle norme socialmente stabilite.

Facciamo un passo indietro. Ci permettiamo di dire, semplificando, che una qualsiasi società umana si basa su tre colonne portanti: le pratiche produttive, le quali hanno il compito di assicurare la materiale sopravvivenza / un ordinamento sociale, il quale ha il compito di consentire l’attuazione di quelle pratiche / un modello culturale, ovvero un’immagine della realtà e della posizione del gruppo sociale in essa (da cui consegue una scala di valori e le relative norme di comportamento impartite). Il modello culturale ha proprio il compito di legittimare “ideologicamente” sia le pratiche produttive, sia quell’ordinamento sociale (fungendo da collante sistemico collettivo), di creare cioè una visione che faccia apparire leciti le une e l’altro. Tale visione non ha sempre il compito di descrivere oggettivamente la realtà e, nella maggior parte dei casi, non lo fa; essa appartiene più alla mitologia che alla sfera della conoscenza. Il suo vero compito sta nel giustificare ai membri del gruppo le azioni che il gruppo dirigente compie, verso l’interno e nei confronti del mondo esterno. Poco importa se spesso assume connotati così fuori dalla realtà da divenire paragonabile ad un’allucinazione collettiva.

Le tre colonne portanti si influenzano vicendevolmente. Il modello di cultura deriva dai primi due pilastri ma, al tempo stesso, nel giustificarli in quanto “normali” o addirittura “naturali”, agisce a rafforzarli: quando direttamente, motivando ogni azione che li mantenga, quando indirettamente, ostacolando ogni tendenza divergente. Per il modo stesso in cui sono nate, esse sono inestricabilmente legate l’una all’altra, al punto che non è pensabile modificarne una, senza intervenire contemporaneamente sulle altre. Spesso invece, a leggere le teorie antispeciste, ecologiste e della decrescita, ne ricaviamo la sensazione che si stia parlando di tre temi (e schemi) completamente scollegati fra loro. Manca la visione delle connessioni fra le componenti sociali invece collegate; di conseguenza, se si tende ad un’alternativa reale, non è possibile teorizzare né praticare il cambiamento concependolo separatamente. Se ci chiediamo quando, come e perché nasce l’ideologia specista e con essa il dominio sistematico dell’uomo sulle altre specie animali, o cosa sta all’origine della società della crescita, o ancora cosa determina lo scempio degli habitat naturali, scopriamo che queste tre domande richiedono una risposta omnicomprensiva, facente capo all’analisi di un processo diversificato ma inscindibile.

La crescita è un processo di lungo periodo, iniziato già in epoca protostorica in Europa con le invasioni del popolo pastorale che abbiamo studiato a scuola: gli Indoeuropei. Processo che è andato avanti nel tempo, fino a giungere oggi al suo più grande compimento con la globalizzazione. Anche per quanto riguarda l’ecologismo, si identifica nel neolitico il momento in cui l’umanità cominciò ad avere un impatto molto sensibile sugli ecosistemi, con l’irrompere dell’agricoltura e, soprattutto, dell’allevamento. L’antropocentrismo è nato parallelamente al nascere della società della crescita, dunque con il primo svilupparsi delle culture urbane, come ideologia necessaria alla legittimazione delle pratiche diffuse. Affinché una società pretenda di espandersi indefinitamente, essa deve esprimere una visione antropocentrica del mondo, ovvero della reificazione (riduzione a merce) di tutto ciò che è esterno a sé e dunque oggetto di tale dominio. E’ importante dire che i processi di formazione ed evoluzione dei modelli di cultura non appartengono alla sfera razionale, al contrario coinvolgono il nostro inconscio, dove la razionalità non arriva e
l’elaborazione si compie senza che l’individuo ne abbia alcuna consapevolezza.

Alcuni esempi: gli effetti che i pesticidi hanno sugli animali, domestici e selvatici (incluso l’umano ovviamente); le popolazioni di uccelli in Europa che hanno subito negli ultimi decenni una drastica rarefazione (la cui causa primaria viene identificata nell’agricoltura industriale, nel cui ambito è da inserire anche la gestione intensiva dei pascoli e quindi ciò che mangiamo), non solo attraverso l’uso di sostanze chimiche letali ma anche attraverso la sistematica distruzione degli habitat. Allo scopo di disporre di un pascolo, si brucia o si abbatte una foresta e ciò implica la morte di tutti gli animali che vivevano in essa (o arsi vivi o di fame perché il loro habitat non esiste più), un gigantesco genocidio. Foche e orsi polari annegano a causa dello scioglimento precoce dei ghiacci provocato dal riscaldamento globale causato dalle più nocive attività umane. Senza parlare dell’orrendo sfruttamento degli animali “da reddito” perpetrato negli allevamenti, intensivi/industriali/biologici o diversamente alternativi che siano.

Per ciascuno di questi effetti è riscontrabile una causa comune, un fatto di validità generale. L’“animale non umano” è trattato come un’astratta entità, invece di quell’organismo biologico che gode e genera allo stesso tempo un ecosistema: il riconoscimento degli animali come agenti sociali implica la loro profonda ri-considerazione, implica la tutela degli ecosistemi in cui vivono, degli habitat dai quali sono – e siamo – indissolubili, di cui sono – e siamo – parte. Non si può preservare i primi senza preservare i secondi. Cos’è d’altronde un ecosistema, se non un insieme organico di comunità viventi?

E’ pensabile una società della decrescita che si mantenga specista? E’ desiderabile un cambiamento che si fondi su di un concentrato di individui ed attività in perenne – e discriminatoria – infinita espansione? Noi pensiamo di no, perché su un pianeta di dimensioni finite, è chiaro che se una specie vivente pretende di crescere all’infinito non può farlo che a danno di tutte le altre, compresa la parte più debole della propria. Se una parte cresce, le altre devono contrarsi: non c’è alternativa. Una società antispecista deve puntare ad essere una società stazionaria, non nel senso di stagnante, ma una società quantitativamente stabile. La ricerca di un equilibrio nelle convivenze oltre la specie diventa un tema centrale che merita la dovuta attenzione da parte di chi, pur provenendo da diversi interessi, vuole convergere verso l’obiettivo d’interesse comune. Tale atteggiamento, se ponderato, trasforma le battaglie singole da questioni che puntano alla specifica inclusione nel sistema dominante, a lotte che cercano forme di liberazione emancipative, attraverso un approccio intersezionale (l’intersezionalità afferma che le concettualizzazioni classiche dell’oppressione nella società – razzismo, sessismo, abilismo, omofobia, transfobia, xenofobia e tutti i pregiudizi basati sull’intolleranza
– non agiscono in modo indipendente, bensì che queste forme di esclusione sono interconnesse e creano un sistema di oppressione che rispecchia l’intersezione di molteplici forme di discriminazione) . Ci spostiamo quindi dal piano della rivendicazione dei semplici diritti, secondo i ritornelli delle retoriche populiste, per entrare nell’alveo delle ampie rivoluzioni paradigmatiche, che possono davvero ambire a modificare il corso della storia e delle storie.

Se si cerca di cambiare solo una parte della realtà, senza intaccare il modello di cultura generale, non si fa altro che riprodurre nuove versioni della medesima realtà. Viceversa, nel momento in cui si cerca di cambiare il modello culturale, senza porsi il problema di cambiare contestualmente le strutture produttive e sociali che quel modello sostiene, si pretende di costruire un tetto senza aver prima costruito l’edificio sottostante. Nel primo caso, nel momento in cui si sottopone a critica la prassi produttiva del presente (crescita infinita), mantenendo il modello culturale nato per giustificare quella prassi (antropocentrismo), qualunque progetto alternativo sarà solo una versione edulcorata di quella stessa prassi. Facciamo un esempio particolarmente evidente, nel caso delle scelte alimentari: la sostituzione della carne animale con la carne sintetica, sia che il signor Rossi la acquisti al Mc’Donalds, sia che il signor Rossi aderisca alle proposte Slow Food, non è che la stessa carne che diversamente sfrutta, devasta, uccide.

L’opposizione a certe attività produttive (in cui si comprende la condanna della zootecnia), genera uno scollamento, una frattura, fra una visione del mondo (l’uomo superiore agli “animali”) e una delle modalità attraverso cui questa visione trovava una corrispondenza nel mondo reale (l’“animale” reso cosa, materia prima e trasformato in cibo). Si crea un’insostenibile incoerenza fra una dimensione culturale che enuncia un certo rapporto con l’altro-non-umano (la sua negazione in quanto soggetto) e una situazione materiale che impedisce l’esercizio di quel rapporto. Viene così a mancare quella fett(in)a di funzionalità, di ragion d’essere, che incarna il superamento di una certa visione del mondo.

In sostanza, questo nuovo movimento socio/cultural/politico, si prefigge di non cadere nell’errore di essere paladino solo di un nuovo ordine degli umani e delle loro cose, di sostituire semplicemente il vertice della piramide del potere; costruzione nella quale le esistenze degli “schiavi” alla base servirebbe ancora una volta a permetterci di restare in cima. La decrescita è sì auspicabile in termini quantitativi e qualitativi ma, ancor più importante, in termini di equità nei confronti di tutte le specie viventi.

 

 

 

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FONDAMENTI DELLA POLITICA AMBIENTALE IN ECUADOR E BOLIVIA

di Nicolò Miotto*

L’America Latina rientra convenzionalmente nella famiglia giuridica dei sistemi di civil law. Tuttavia, già dagli anni ’80 si sono verificati mutamenti giuridici innovativi che hanno allontanato i paesi latino-americani dal sentire politico e giuridico occidentale. Ora al centro del dibattito nel continente europeo, la democrazia partecipativa è stata, ed è, uno dei caratteri giuridici originali del continente latino-americano. Si pensi in tal senso al bilancio partecipativo, sperimentato per la prima volta a Porto Alegre, in Brasile, nel 1989 e poi replicato persino in alcune città italiane. I caratteri giuridici peculiari dei paesi dell’America Latina hanno portato molti studiosi ad analizzare in modo più approfondito le vicende socio-giuridiche di questo continente. Il sociologo e politologo francese Yves Sintomer utilizzò l’espressione ‘Il ritorno delle caravelle’, aprendo un dibattito che deve ancora dare i suoi frutti: i paesi occidentali possono ispirarsi ai paesi dell’America Latina per reinventarsi?

In Ecuador e Bolivia si è diffuso un sentire filosofico e politico peculiare, distante da quello occidentale, che ha avuto un risvolto in termini giuridici. La cosmovisione dei popoli indigeni, che vivono in un rapporto simbiotico con la Natura, ha portato ad una vera e propria rivoluzione giuridica che va sotto il nome di buen vivir (Ecuador) o vivir bien (Bolivia).
Concetto che ha poca affinità con la nostra idea di ‘benessere’, il buen vivir trova spazio nella costituzione dell’Ecuador del 2008 ed in quella della Bolivia del 2009. Si concepisce lo sviluppo in termini olistici: non si considera solo la dimensione economica, ma anche quella sociale e culturale, prestando profonda attenzione alla tutela dell’ambiente. Gli studiosi ne parlano in termini di ‘narrazione contro-egemonica’, in quanto questo nuovo sentire giuridico nasce in contrasto alla globalizzazione, alle politiche estrattiviste, che in America Latina colpiscono particolarmente i popoli indigeni, ed al neoliberismo. Si punta al consolidamento di un modello di sviluppo alternativo a quello di matrice occidentale, focalizzandosi sull’ampliamento degli istituti democratici, sul concetto di solidarietà e sulla tutela dell’ambiente.

Il Capitolo II del Titolo II della Costituzione dell’Ecuador si intitola ’I diritti del buen vivir’: il diritto all’acqua, definita come ‘patrimonio nazionale strategico di uso pubblico’, è definito come fondamentale ed irrinunciabile; è riconosciuto il diritto del ‘pueblo’ a vivere in un ambiente sano ed ecologicamente equilibrato ed è ‘interesse pubblico’ il recupero degli spazi naturali degradati.
Il Capitolo, articoli 12-34, tratta anche tematiche quali la Cultura e la Scienza ed il Lavoro e la Sicurezza sociale. La compresenza di tematiche diverse, ma non slegate, fa risaltare l’approccio olistico del buen vivir, dove lo sviluppo non è tale se non prende in considerazione fattori economici, sociali, ambientali e culturali. In Bolivia il vivir bien è declinato propriamente in termini di principio orientativo delle politiche pubbliche: all’articolo 80 della Costituzione si sottolinea che l’educazione è orientata alla formazione individuale e collettiva, nonché alla conservazione e alla protezione dell’ambiente e della biodiversità.
La dimensione economica è affrontata in modo originale all’articolo 306: il modello economico è definito ‘plurale’, è costituito anche dall’economia del dono e dello scambio ed è orientato alla solidarietà, alla sostenibilità; l’interesse individuale è bilanciato dal ‘vivir bien colectivo’.

Altra tematica che trova spazio nelle Costituzioni di Ecuador e Bolivia è la Sovranità alimentare, intesa come il diritto della popolazione all’accesso ad un cibo sano e culturalmente adeguato. All’articolo 281 della Costituzione ecuadoriana è definita come ‘obiettivo strategico ed obbligo dello Stato’ per il raggiungimento dell’autosufficienza di cibi sani. All’articolo 282 è invece sancito il divieto di privatizzazione dell’acqua, nonché il divieto di latifondo. La Costituzione boliviana all’articolo 407 garantisce la Sovranità alimentare, dando la priorità alla produzione e consumo di prodotti locali culturalmente adeguati.

L’Assemblea costituente dell’Ecuador, appoggiandosi alla consulenza della CELDF, organizzazione statunitense che fornisce pareri a Stati ed enti locali in materia ambientale, ha introdotto nella Costituzione i Diritti della Natura. All’articolo 72 è sancito il diritto al ripristino, ovvero al reintegro dei sistemi di vita contaminati dall’azione umana; il diritto è indipendente dall’obbligo di indennizzare le persone che hanno subito il danno. In modo diverso in Bolivia, dove i diritti della natura non godono di un relativo capitolo costituzionale come in Ecuador, nel 2010 venne varata la Legge 71, al cui articolo 7 è sancito il diritto al ripristino. In entrambi gli Stati sia il singolo sia la collettività politica e sociale hanno il dovere di proteggere e garantire i Diritti della Natura.

La Natura è considerata come una fondazione che possiede un patrimonio, fatto di elementi animati ed inanimati: gli interessi della Natura sono rappresentati da persone fisiche e persone giuridiche; anche in altri Stati dell’America Latina vi è la figura del ‘Defensor del Pueblo’, che sollecita le autorità pubbliche e sta in giudizio per assicurare la tutela della Natura.

Per ripristinare i sistemi ambientali sono previsti dei fondi economici appositi. Uno dei primi casi di vittoria in sede civile da parte della Natura fu il caso del fiume Vilcabamba in Ecuador nel 2011.

E l’Occidente? Sarebbe un errore di analisi ritenere che la realtà europea sia socialmente, giuridicamente e politicamente assimilabile a quella di Ecuador e Bolivia, la cui peculiarità principale è la presenza di popolazioni indigene ed il loro retaggio culturale. Tuttavia, al fine di dare nuovo impulso alle politiche sull’ambiente può risultare utile guardare a Stati come Ecuador e Bolivia, ma non solo, poiché in termini giuridici simili si sono espressi anche India, Nepal ed Egitto.

L’ecologia potrebbe essere anche un tema attorno al quale implementare il dialogo inter-religioso, poiché nel Cattolicesimo, nell’Islam e nell’Ebraismo, nonché nel Buddismo, si rintraccia effettivamente una profonda attenzione per la Natura. A livello internazionale nel 2009 venne istituito dall’Assemblea Generale dell’Onu il forum ‘Harmony With Nature’: studiosi, pensatori ed altri esponenti delle società degli Stati stanno elaborando un nuovo paradigma culturale, sociale ed economico, che tenga conto dell’equilibrio delle tre E; Ecologia, Equità, Economia.

Per coinvolgere maggiormente la popolazione nelle questioni riguardanti l’ambiente, sarebbe importante rimarcare i contenuti della Convenzione di Århus del 1998 che sancisce il diritto alla trasparenza e alla partecipazione in materia ai processi decisionali di governo locale, nazionale e transfrontaliero concernenti l’ambiente.

 

(*) Nicolò Miotto: studente del secondo anno della facoltà di Scienze diplomatiche dell’Università di Trieste, con sede a Gorizia

 

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Riflessioni sulle migrazioni

lettera sulle migrazioni

Pubblichiamo la lettera che Angelo Bianchi, uno dei primi a condividere e sottoscrivere il nostro appello, ha inviato al direttore di Famiglia Cristiana, che l’ha pubblicata.

Egregio don Rizzolo, tempo fa ho inviato una lettera in riferimento agli auguri per l’anno nuovo, fatti sulla rivista,dal presidente della Confindustria Boccia. Non è stata pubblicata; certo non avevo questa pretesa sapendo delle molte lettere che ricevete e anche perché, mi sembra, che le cause relative a certi problemi dell’economia e alle sue ripercussioni sociali non siano affrontati adeguatamente su F.C.

Questa volta mi riferisco all’articolo del prof. Riccardi “Nessun muro ferma la disperazione”. Condivido questa affermazione, condivido meno il rimedio che, secondo il professore, sarebbe un maggior sviluppo, intendendo come modello, penso, lo sviluppo ottenuto per mezzo dei sistemi economici dei paesi occidentali.

Purtroppo mi rendo conto che noi non riusciamo a capire che è proprio questo sviluppo che costringe i popoli a emigrare. Le economie di sussistenza di gran parte delle popolazioni del mondo povero vengono stravolte dall’introduzione di metodi e strumenti che cambiano completamente i loro sistemi di vita. Molto spesso queste popolazioni vengono private della loro terra da parte di multinazionali agroalimentari, che utilizzano il loro suolo per dare spazio a colture che servono solo ai nostri consumi voluttuari. Le guerre stesse vengono in gran parte fomentate da potentati economici per il solo fine di incrementare la propria ricchezza.

Al di là della doverosa accoglienza delle persone in difficoltà che emigrano verso il nostro paese, dovremmo rendere evidenti le cause vere che sono all’origine di questo fenomeno, cominciando da quello che dobbiamo fare noi per rendere le nostre economie meno aggressive. I popoli poveri potranno allora costruire una speranza concreta per il loro futuro nei propri territori.

Siamo tutti indignati di fronte ai porti chiusi per l’accoglienza dei migranti, ma non una voce che faccia rilevare l’ingiustizia causata dall’economia dei paesi ricchi e la necessità di promuovere la sobrietà dei nostri consumi anziché parlare incessantemente di crescita, una crescita che andrà ad aumentare il divario tra ricchi e poveri, i problemi ambientali, il consumismo che diciamo di ridurre ma solo a parole. Crediamo davvero, come una copertina di F.C. diceva, di salvare i migranti dall’inferno facendoli venire nelle nostre città e passare così dal mondo degli sfruttati a quello degli sfruttatori? Condividendo i nostri stili di vita siamo sicuri che potranno guadagnarsi davvero il Paradiso? Anche lo slogan della Caritas: “liberi di partire o liberi di restare” mi sembra contraddittorio se in definitiva questi poveri cristi sono obbligati a scappare.

Siamo aperti all’accoglienza e non solo per i motivi che ci convengono (pagamento delle pensioni agli italiani, esecuzione lavori che qui non vogliamo fare, ecc.), ma nello stesso tempo mettiamo in evidenza le cause di questo fenomeno che le economie globalizzate hanno originato con una intensità mai riscontrata prima.

Angelo Bianchi – Pomarance

 

 

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IL FEMMINILE E LA SUA IMPORTANZA NELLA RIVOLUZIONE ECOLOGICA

femminile

di Giuliana Mieli

Quando parliamo del pericolo di estinzione che corre l’umanità, quando denunciamo l’ineguaglianza nella distribuzione delle ricchezze, quando chiediamo che l’economia passi dalla produzione di merci sostenuta dalla competitività e dalla sete di denaro alla sua vera funzione di sforzo per il miglioramento delle condizioni di vita, quando ci preoccupiamo giustamente per il destino delle generazioni future, quando ci battiamo per il recupero della spiritualità, in realtà alludiamo alla necessità di una profonda rivoluzione culturale.

Dobbiamo allora convenire che il neoliberismo è l’espressione ultima di un processo filosofico iniziato secoli fa all’insegna della superiorità del pensiero razionale e del suo dominio sulla natura attraverso il suo sfruttamento senza limiti: una superiorità umana guadagnata attraverso l’uso della scienza che scalza la razionalità teistica medioevale e la sostituisce con un’antropologia dell’onnipotenza dell’uomo e della sua ragione.

Si tratta di una imperdonabile semplificazione nell’interpretazione del reale che trascura completamente qualsiasi considerazione scientifica del mondo dei sentimenti e delle emozioni relegati nella competenza dell’interpretazione religiosa della vita. Infatti tutte le scienze sistematizzate dopo il Rinascimento hanno preso il paradigma galileiano-newtoniano come paradigma scientifico di interpretazione della realtà cui uniformarsi: anche le cosiddette “scienze umane”, medicina, biologia, antropologia, sociologia, economia.

Solo nel ‘900 Einstein e Heisenberg, ognuno nella specificità del proprio campo di indagine, dovevano superare il modello deterministico-meccanicistico imperante come inadatto a comprendere e descrivere la complessità dell’universo nella dimensione dell’estremamente grande e dell’estremamente piccolo. Compariva improvvisamente – a ridimensionare la fiducia umana nell’obiettività distaccata dell’osservatore – il concetto di “soggettività” che enfatizzava la posizione dell’uomo nell’universo come parte e non come padrone. L’uomo dunque avrebbe dovuto rivolgere verso se stesso uno sguardo scientifico non riduttivo e cercare di comprendere anche la propria natura per poterla servire adeguatamente.

La psicologia, che era arrivata buona ultima con il pensiero freudiano a pretendere per sé un carattere di scientificità si era però accontentata di uno schema interpretativo deterministico-meccanicistico in armonia con la fisica ottocentesca. Fu solo nel ‘900 – di nuovo – che un altro grande, John Bowlby, proponeva e dimostrava una interpretazione dell’affettività umana basata sulla relazione sociale e non sullo sfogo dell’istinto individuale: al principio del piacere si sostituisce la sicurezza della buona relazione. A partire dall’osservazione dei neonati rimasti orfani a Londra durante la seconda guerra mondiale, che morivano inspiegabilmente anche se nutriti e scaldati, si scoprì che soltanto il sincero coinvolgimento emozionale delle nurses che li accudivano riportava il sistema immunitario dei piccoli a funzionare per potersi difendere dalle epidemie. Dunque solo allora fu chiaro che la condizione necessaria per la sopravvivenza della specie umana è l’essere parte significativa all’interno di un rapporto d’amore e di preoccupazione affettiva. Ed essendo la cura del piccolo condizione necessaria per la sua sopravvivenza, Bowlby postulò che la natura non avesse lasciato al caso le modalità della cura per iscrivere invece gli atteggiamenti affettivi di base nella nostra costituzione biologica: i codici affettivi sono iscritti nella nostra corporeità, nel cervello limbico, nel sistema neuroendocrino, nel nostro substrato ormonale.

A partire dalla nascita l’atteggiamento di cura materno è assolutamente cruciale per sostenere la maturazione del cervello del piccolo umano che viene al mondo gravemente prematuro rispetto a ogni altro mammifero: l’imprinting fondamentale per il benessere fisico ed emotivo dell’individuo si situa nei primi tre anni di vita e costituisce la “base sicura” che permette la crescita, la fiducia nella vita e sostiene la creatività precipua di ognuno. Ci sono prove inconfutabili del danno arrecato dall’assenza o dalla sospensione delle cure che si trasmette e influenza l’intera vita creando immaturità, mancanza di identità, insicurezza, dipendenza: in tal modo rendendo più facile l’assoggettamento dell’individuo alle seduzioni del sistema.

Si potrebbe dire, assumendo un altro punto di vista, che l’Occidente nel suo lento svolgersi filosofico abbia trascurato totalmente la comprensione e la valutazione del ruolo della donna. Spingendola ai margini e riservandole la cura della casa e della prole, non si è reso conto che escludeva dalla conoscenza e dalla scala dei valori una funzione cardine per la sopravvivenza di tutti. Lo sguardo femminile sul mondo è uno sguardo valoriale diverso, complementare: il femminile privilegia il sentire al pensare non per escluderlo ma per ispirarlo. In prove sperimentali, di fronte a uno stato di stress, il maschio si allerta e prepara alla lotta e alla difesa, la femmina, invasa dall’ossitocina, riorganizza il campo vitale a favore e protezione dei più fragili. Il femminile è capace di identificarsi con l’altro da sé, protegge il più piccolo, esprime generosità e partecipazione, condivide e pacifica: la donna racchiude e protegge dentro di sé qualità fondamentali per la relazione e la sopravvivenza, istinti di base dell’essere umano quanto l’esplorazione e la creatività manuale e mentale.
In questo senso il femminile non è la donna anche se è la donna che racchiude maggiormente questi valori nella sua funzione e attenzione: c’è un femminile nel maschio che lo predispone a comprenderla e a condividere gli obiettivi della sopravvivenza così come c’è un maschile nella donna che le permette di saldarsi e cooperare con l’uomo. Dobbiamo ripulire questi codici affettivi dalla distorsione culturale che hanno subito e siccome la distorsione è andata nel senso di una ipervalorizzazione del pensiero astratto dobbiamo ristabilire la concretezza di uno sguardo capace di curare il mondo.

Nella lotta per la parità e per i diritti la donna non deve rinunciare alla propria originale espressione per spalmarsi sui modelli maschili egoipertrofici esistenti: deve invece rivendicare e conservare orgogliosamente la propria specificità senza considerarla una tara per la realizzazione di sè, ma anzi una ricchezza non solo spendibile nel mondo privato della vita sentimentale e della cura ma anche in campo sociale, nella politica e nell’economia per collaborare a trasformarle in strumenti che lavorino veramente per la sopravvivenza e il benessere, nel miglioramento delle relazioni fra gli esseri umani.

Un primo passo in questo senso parte da una valorizzazione emotiva della nascita che va liberata da una medicalizzazione eccessiva tesa a sottrarre alla donna non solo la propria innata creatività ma la comprensione della sacralità del suo ruolo.

Un altro passo è la necessità che l’economia comprenda il valore aggiunto di una genitorialità rispettata e protetta che garantisca la crescita di cittadini sani sia fisicamente che mentalmente con un non trascurabile risparmio economico. Nei primi tre anni di vita del bambino entrambi i genitori dovrebbero essere messi nelle condizioni di curare la loro creatura con una riduzione cospicua del loro orario di lavoro – che riguardi il padre o la madre – senza che questo si traduca in una impossibilità di sopravvivenza economica o di affermazione lavorativa.
La diffusione acritica degli asili nido a partire dai primi mesi di vita, sostenuta da tutti i partiti politici, svela la non conoscenza di uno sviluppo del sapere psicologico, sostenuto dalla epigenetica e dalla psiconeuroendocrinologia, che situa il benessere emotivo dell’individuo nell’ambiente affettivo relazionale in cui si sviluppa e cresce, sorretto dalla presenza amorosa del grembo che lo ha contenuto e che lo accompagna gradualmente verso un incontro felice con la vita nell’intreccio con l’esempio e la scorta preziosa della figura paterna.

Senza trascurare il fatto che il cammino maturativo verso la piena autonomia occupa secondo l’OMS 24 anni durante i quali la presenza di adulti partecipi è fondamentale per una crescita equilibrata e sicura: e ciò riguarda in primis i genitori e secondariamente gli insegnanti e tutti gli adulti significativi che il bambino e poi il ragazzo incontra sul suo cammino di crescita. La deprivazione di una presenza genitoriale amorevole e partecipe segna per tutta la vita.

Con buona pace del neoliberismo.

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PENSIONI: DALLA RENDITA DIFFERITA AL SISTEMA DI SOSTEGNO ALLA TERZA ETA’

Pubblichiamo una riflessione sul tema del sistema pensionistico inviataci da Maurizio Franca, uno dei sottoscrittori dell’appello.

Il principio di ogni sistema pensionistico attuale è quello di accantonare parte del proprio reddito da lavoro per poter avere un sostegno nell’ultima parte della vita in cui siamo fuori dal sistema produttivo.

Salvo casi di evasione fiscale, il sistema pensionistico fino ad oggi è finalizzato a garantire condizioni economiche simili a quelle che abbiamo avuto durante la nostra attività lavorativa: chi ha avuto un significativo reddito nel lavoro potrà continuare a vivere in modo sereno, mentre chi ha dovuto cavarsela con lavori saltuari e/o poco pagati, continuerà a vivere in modo precario.
Ma il futuro appare ancora più complesso perché sembra ampliarsi la platea delle persone che arriveranno all’età pensionabile con un accantonamento esiguo.
Il problema infatti che si pone sempre di più è quello della precarietà del lavoro che non sembra in grado, per una parte consistente dei futuri pensionati, di creare quella rendita adeguata a offrire risorse economiche sufficienti a garantire una prosecuzione dignitosa della propria esistenza.
Non potendo disporre di risorse significative per poter affrontare l’emergenza che si creerà, occorre pianificare una rivoluzione del sistema pensionistico da realizzare progressivamente nei prossimi 20/30 anni finalizzata ad effettuare una progressiva traslazione dal concetto di pensione come rendita differita a pensione come sostegno alla dignità delle persone nella cosiddetta “terza età”.

Parliamo di rivoluzione e di uno sviluppo decennale del processo di cambiamento perché dobbiamo essere in grado di modificare tutto l’assetto legislativo che oggi impedisce di effettuare interventi immediati se questi vanno a toccare i cosiddetti “diritti acquisiti”, salvo che si tratti di interventi emergenziali, coerenti e limitati nel tempo.
Dovremo quindi pensare ad un periodo piuttosto lungo che preveda una progressiva mutazione della finalità dei contributi pensionistici versati che li trasformi in accantonamenti collettivi necessari a creare risorse per sostenere la comunità nel suo insieme, offrendo così a tutti la possibilità di avere risorse economiche per vivere serenamente la parte restante della propria esistenza.
Non parleremo quindi più di pensioni, ma di un sostegno di dignità che decresce fino ad azzerarsi in presenza di rendite da capitale oltre un certo importo (es. 15.000 annui netti), tenendo presente che già oggi per una parte delle pensioni si parla di pensioni “minime” o di “reversibilità” che non scaturiscono direttamente dai contributi versati da quel contribuente.
Le somme disponibili che eccedono questa prima distribuzione andranno ad aumentare il sostegno in proporzione alla contribuzione che ogni persona avrà dato durante la sua vita lavorativa continuando a creare meccanismo di riduzione in presenza di rendite aggiuntive fino al possibile azzeramento e prevedendo comunque un importo massimo netto mensile (es. € 2.000). Cioè l’idea è di mantenere una certa differenziazione in considerazione dei contributi versati, ma ponendo un limite massimo e prendendo in considerazione anche eventuali altri redditi che vanno a ridurre il sostegno “pubblico”.

Per la definizione del sostegno minimo, di quello massimo e delle riduzioni in presenza di altri redditi sarà auspicabile definire delle attività di adeguamento nel tempo in considerazioni delle proiezioni future sviluppate in base all’andamento dell’economia e delle aspettative di vita al fine di garantire la sostenibilità del sistema nel tempo.
Teniamo presente che persone che hanno goduto di redditi elevati che in base al sistema attuale avrebbero “diritto” ad un sostegno più elevato potranno contare comunque su capitali finanziari capaci di arrotondare la propria capacità di spesa.

Se parliamo di numeri prendendo come riferimento i dati sulle pensioni del 2015 che vedono un esborso di circa 280 mld., tenendo presente la consistente ricchezza privata detenuta dalle famiglie si può ipotizzare una ridistribuzione delle risorse verso il basso che permetta ai circa 8 mil. di pensionati che si trovano nella prima fascia (max € 501,89 al mese) di arrivare a € 700/800 euro. Calcoli più precisi si potranno fare avendo a disposizione i dati sulle ricchezze finanziarie e patrimoniali.
La rivoluzione ipotizzata deve necessariamente rappresentare un tassello di una rivoluzione sistemica che rimette al centro l’interesse per il sostegno dell’intera comunità in termini di dignità, solidarietà, sussidiarietà in cui altri importanti temi da trattare con lo stesso approccio devono essere il sistema fiscale, il mercato del lavoro, la sobrietà retributiva, servizi essenziali pubblici e la compatibilità ambientale del nostro sviluppo.

Maurizio Franca

 

Photo by Matthew Bennett on Unsplash

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Decrescita non è recessione. TAV non è progresso

Sono arrivato alle 17 in una piazza Castello già gremita, tant’è che ci incitavano ad avvicinarci verso il palco per consentire di entrare a coloro che stavano arrivando. Ero partito alle 14,15 e la parte finale del corteo aveva appena lasciato la piazza del concentramento iniziale, davanti alla vecchia stazione di Porta Susa. L’ingresso in piazza Castello riservava un colpo d’occhio incredibile a chi, salendo su uno dei blocchi di cemento utilizzati per impedire il transito delle automobili, riusciva a superare l’altezza media delle persone che già la riempivano, a sinistra tra la facciata di Palazzo Madama e la cancellata di Palazzo Reale, a destra tra la fiancata di Palazzo Madama e i portici oltre via Roma. Alle spalle, per tutta la lunghezza di via Pietro Micca che si riusciva a vedere, la strada era piena di persone che continuavano ad affluire. Mi ero fermato a metà del percorso per oltre 40 minuti, aspettando d’inserirmi nello spezzone del corteo in cui stavano sfilando gli iscritti al Movimento per la Decrescita Felice. Era dietro uno striscione artigianale preceduto da un furgoncino in cui due DJ sparavano canzoni ballabili di cantautori italiani che inducevano i manifestanti a procedere a passo di danza.

Davanti a me erano passati gruppi di persone che nel loro insieme rappresentavano le varietà sociali, culturali, politiche del nostro popolo: donne e uomini di mezza età, piccola borghesia, operai e pensionati (molti dei quali incontrati in altri cortei tanti anni fa, dalle fisionomie ancora riconoscibili, invecchiati senza perdere i loro ideali), giovani di tutte le fogge, colorati, sorridenti ed eccitati come quando si va in gita, coppie con bambini in carrozzina, bambini che facevano giochi in comune, militanti politici di sinistra-sinistra con le loro bandiere rosse variamente personalizzate, sindacalisti della CGIL e dei Cobas, militanti di associazioni ambientaliste, tante tante bandiere No Tav che sventolavano o indossate come scialli e mantelli, slogan creativi ma non aggressivi, una banda musicale, un altro furgoncino con la musica.

Insomma una grande festa popolare, una gioiosa testimonianza di quel settore decisivo della nostra gente non appiattita dalla smania del consumo e della sua ostentazione, non omologata sulla spinta nevrotica della competizione interpersonale, non annoiata nei riti del passatempo ma creativa anche nelle minime cose della vita, con un’idea di progresso diversa da quella della potenza tecnologica e del dominio sulla natura. Lasciavano intravedere anche loro i loro luoghi comuni, quel bisogno di sentirsi parte di un gruppo che induce al conformismo sulle idee che lo identificano. Li percepivi uniti dalla distanza che li separava dal modo di vivere di coloro che, qualche decina di metri più in là, affollavano nelle vie commerciali attirati dall’euforia dei consumi natalizi. Li percepivi anche divisi dall’indeterminatezza delle prospettive di futuro a cui tendevano, ma non competitivi tra loro. Trasmettevano nelle loro differenze il senso di un rifiuto determinato e comune della prospettiva di futuro devastante indicata dalla scelta del TAV. E il desiderio confuso di una prospettiva alternativa di cui immaginavano connotati differenti, ma ancora indeterminati. E forse alla lunga compatibili. Due pulsioni che non trasmettevano ansia, ma tranquillità. Tutti i negozi erano aperti. Gli avventori dei bar lungo il percorso sedevano come ogni giorno festivo ai tavolini sotto i portici nel tiepido pomeriggio di una giornata invernale. Senza pensare quanto fosse gelido l’inverno a Torino venti anni fa. Ignari della drammaticità di questo cambiamento.

Nel gruppo dei sostenitori della decrescita una ragazza innalzava un cartello in cui ho ritrovato quello che per me era il senso della manifestazione: Decrescita non è recessione. TAV non è progresso.

Maurizio Pallante

 

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8 dicembre. Una giornata di mobilitazione.

L’8 dicembre 2018: una importante giornata di mobilitazione per contrastare il progetto TAV Torino-Lione, un progetto che è l’emblema delle grandi opere inutili, costose e dannose che devastano il mondo.

Condividiamo alcune riflessioni interessanti sul tema:

Vero, falso, realtà ed ideologia di una Grande Opera

L’8 Dicembre in piazza contro TAV, per il Clima e la Decrescita Felice

Le “fate ignoranti” di Torino

 

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Politica agraria ed alimentare

Biodiversità

La politica agricola, oggi ancora più che in passato, non può essere svincolata dalle politiche ambientali, economiche e sociali del Paese. Così come non può esserlo una politica alimentare, naturalmente connessa alle produzioni agricole. Pertanto la visione di agricoltura del futuro deve incastrarsi in una visione complessiva che tenga conto della rilevanza che può assumere questo settore così marginalizzato dalle politiche che si sono succedute fino a oggi.

Oggi la priorità della politica (non solo quella italiana ma di tutto il pianeta) è la riduzione delle emissioni di gas serra, di conseguenza tutti i comparti produttivi devono concorrere a raggiungere l’obiettivo. Secondo un rapporto dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) le filiere agro-alimentari, sono responsabili di oltre il 20% delle emissioni totali, dovute principalmente al trasporto dei prodotti (CO2), agli allevamenti intensivi (CH4) e alle fertilizzazione chimica (N2O). Questo dato basta e avanza per indicare la direzione verso la quale dovrebbe essere orientata la politica agraria e alimentare. Di contro in agricoltura è possibile, allo stato attuale, individuare delle filiere con una carbon footprint positiva, cioè in grado assorbire CO2 in misura maggiore rispetto a quella emessa. Il saldo positivo diventa più netto nelle coltivazioni estensive e in territori soggetti ad abbandono. Le aeree interne, a torto considerate marginali, sotto questo profilo hanno un potenziale enorme e inesplorato.

In estrema sintesi perciò potremmo dire che la nostra agricoltura deve essere in grado di garantire, nell’ordine, tutela ambientale (con particolare riferimento alle riduzioni di gas serra), benefici sociali (salubrità e maggiore autosufficienza alimentare) e adeguata redditività agli agricoltori.

Lo strumento più importante su cui far leva per consentire all’agricoltura del futuro di svolgere al meglio questo compito è senza dubbio la biodiversità. L’unico modo per non perdere biodiversità, e quindi aggravare ulteriormente gli equilibri naturali, è coltivarla. La diversità delle piante, secondo la FAO, rappresenta la chiave per affrontare e ridurre l’impatto delle calamità quali siccità, salinità, caldo, inondazioni sempre più frequenti con i cambiamenti climatici.

Oggi la minaccia più grande che viene portata alla biodiversità è un mercato globale che riduce gran parte delle produzioni agricole in commodity e di conseguenza si fa passare il concetto che tutte le produzioni sono uguali dappertutto, puntando di conseguenza su poche varietà, più produttive e tecniche di produzione più intensive e quindi più impattanti dal punto di vista ambientale, scoraggiando e talvolta cancellando diversità, peculiarità territoriali, tradizioni e qualità.
L’ultima PAC (Politica Agricola Comune) 2014-2020 ha introdotto il ‘greening’ che prevede, solo per i seminativi, il rispetto di pratiche benefiche per il clima e l’ambiente da parte degli agricoltori che accedono ad alcuni contributi. E’ una misura senza dubbio lodevole, ma evidentemente non sufficiente e bisogna spingere con maggiore vigore su alcuni aspetti, legati alla diversificazione produttiva e all’introduzione sistematica di cultivar locali negli ordinamenti produttivi delle aziende.

Le cultivar locali, tra l’altro, costituiscono lo strumento principale per valorizzare adeguatamente l’agricoltura delle aree interne e per sottrarre gli agricoltori da una competizione globale che li vede comunque sempre perdenti, a causa dello strapotere contrattuale dell’industria alimentare. È paradossale infatti che il maggior numero di aziende agricole e di allevamenti che soccombono, in un meccanismo competitivo dove a prevalere è solo il prezzo più basso, si trovano nelle zone montane e collinari del Paese, dove cioè vi sono le migliori condizioni per garantire standard qualitativi elevati delle produzioni alimentari. Tra l’altro in un paese come l’Italia, caratterizzato da un lato dalla presenza di numerose aziende agricole di piccole dimensioni e dall’altro di un patrimonio di cultivar locali enorme, le economie di scala non possono essere una soluzione ai problemi del settore, soluzione che invece può arrivare proprio dalle identità delle produzioni.
Di pari passo e in coerenza con la tutela della biodiversità (e dalla valorizzazione delle produzioni di piccola scala) vi è la necessità di diffondere i laboratori di trasformazione nelle aziende agricole. Ci sono già aziende agricole che trasformano direttamente le proprie produzioni, ma in numero molto esiguo rispetto al totale e per lo più concentrate su determinate filiere (vino e formaggi su tutte, non a caso filiere dove il sistema delle Denominazioni d’Origine ha assolto adeguatamente la propria funzione). L’introduzione dei laboratori di trasformazione nelle aziende agricole è complementare alla valorizzazione delle cultivar autoctone, in quanto sottrae gli agricoltori dalla morsa dell’industria alimentare che non è disposta a pagare alcun surplus rispetto al prezzo di mercato, su produzioni e varietà qualitativamente più valide, con un vantaggio collaterale non da poco, sotto il profilo sociale, legato alla minore incidenza del trasporto dei prodotti dalle aziende agricole presso gli stabilimenti di trasformazione. I PSR (Programmi di Sviluppo Rurale) che pure incentivano gli investimenti nelle aziende agricole, si sono rivelati fino a oggi parzialmente inefficaci sotto questo profilo, in quanto le nuove tecnologie introdotte sono state indirizzate prevalentemente a facilitare la meccanizzazione delle operazioni colturali (o comunque ad agevolare quanto già esiste nelle aziende agricole) e poche volte sono state utilizzate per integrare il ciclo produttivo all’interno della stessa azienda. Il passaggio verso un modello di agricoltura prevalentemente produttrice di cibo anziché di materie prime per l’industria alimentare comporta pertanto interventi normativi volti ad adeguare piani di investimento pubblico, burocrazia ed etichettatura dei prodotti. Ma è necessario anche un nuovo approccio nella ricerca scientifica e in particolare nella produzione di innovazioni tecnologiche funzionale a questo modello di agricoltura.

Questo percorso è possibile se di pari passo viene avviata una politica alimentare coerente, capace di valorizzare le diversità e di considerare la qualità del cibo non più un lusso per i più facoltosi ma una necessità per assicurare salute e benessere agli esseri umani e agli altri esseri viventi. Come non è più derogabile l’adozione di provvedimenti più efficaci nella riduzione degli sprechi che determinano un costo ambientale e sociale che non possiamo più permetterci.

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Politica Energetica

Efficienza energetica la balena è l'animale più efficiente

La politica energetica deve essere finalizzata alla riduzione delle emissioni di anidride carbonica evitando che questa scelta, resa indifferibile e urgente dai mutamenti climatici in corso, si traduca in una drastica riduzione dei servizi finali dell’energia e in un forte aumento dei loro costi, perché queste conseguenze non sarebbero accettate socialmente.

L’opzione più efficace per ridurre le emissioni e le importazioni di fonti fossili, a parità d’investimento, non è la sostituzione del petrolio col metano e delle fonti fossili con fonti rinnovabili, ma una strategia in tre fasi in cui la priorità è costituita dalla riduzione degli sprechi che si può ottenere utilizzando innovazioni tecnologiche che aumentano l’efficienza dei processi di trasformazione energetica e degli usi finali dell’energia.

Nei Paesi industriali che si autodefiniscono tecnologicamente avanzati, gli sprechi dell’energia contenuta nelle fonti fossili ammontano fino al 70 per cento. L’incremento dell’efficienza consente di ridurre i consumi di energia alla fonte a parità di servizi finali, per cui riduce i costi delle bollette energetiche in misura tanto maggiore quanto maggiore è la riduzione delle emissioni, senza ridurre il benessere. La riduzione dell’impatto ambientale che consente di ottenere è direttamente proporzionale ai vantaggi economici che offre. Le tecnologie con cui si possono ottenere questi risultati non hanno bisogno di sussidi di denaro pubblico perché sono in grado di ripagare i loro costi d’investimento in tempi economicamente competitivi con i risparmi economici conseguenti ai risparmi energetici.

Il secondo passaggio è la soddisfazione del fabbisogno residuo con fonti rinnovabili. Se la sostituzione delle fonti avviene in un contesto di riduzione dei consumi, si riduce la potenza da installare e il loro costo diventa ammortizzabile in tempi economicamente accettabili senza contributi di denaro pubblico.

Il terzo passaggio è lo sviluppo delle fonti rinnovabili in piccoli impianti di proprietà dei consumatori, con vendita dei Kilowattora eccedenti nelle ore in cui i consumi sono inferiori alla produzione e acquisto dei Kilowattora mancanti nelle ore in cui la produzione è inferiore ai consumi. Il prosumer (il produttore consumatore dell’energia che produce) garantisce la massima efficienza nella gestione dell’energia autoprodotta perché è suo interesse utilizzarla nei modi più efficienti per consumarne il meno possibile e poterne vendere il più possibile.

Ridurre i consumi di Kilowattora mediante un aumento dell’efficienza costa meno che sostituire i Kilowattora prodotti da fonti fossili con Kilowattora prodotti da fonti rinnovabili. Pertanto a parità d’investimento le emissioni di anidride carbonica si riducono di più aumentando l’efficienza che sostituendo le fonti.

Una politica energetica che abbia come priorità la sostituzione delle fonti, e non la riduzione della domanda, oltre a ridurre di meno le emissioni climalteranti non può prescindere da sostegni di denaro pubblico. Gli incentivi pubblici allo sviluppo delle fonti rinnovabili vengono pagati con incrementi dei costi sulle bollette energetiche e si traducono in un trasferimento di denaro da chi non ha i capitali per effettuare gli investimenti necessari a installarle a chi i capitali li ha. Dai poveri ai ricchi. I tentativi di potenziare l’offerta con l’idrogeno, con la fusione nucleare, o con altre presunte soluzioni miracolose in grado di garantire un apporto illimitato di energia pulita, oltre ad alimentare l’illusione che non sia necessario impegnarsi per aumentare l’efficienza e ridurre gli sprechi, hanno drenato ingenti quantità di denaro pubblico senza aver fornito a tutt’oggi alcun risultato tangibile. Una politica energetica impostata sulla priorità della sostituzione delle fonti sostenuta da contributi di denaro pubblico va a vantaggio di chi produce e vende energia da fonti rinnovabili. Una politica energetica impostata sulla priorità della riduzione dei consumi alla fonte a parità di servizi finali mediante un aumento dell’efficienza, riduce le emissioni in tempi più brevi e va a vantaggio dei consumatori.

In Italia la politica energetica è stata impostata sull’assunzione aprioristica di una crescita tendenziale dei consumi, dal momento che tutto l’impegno della politica economica è volto a rilanciare la crescita del prodotto interno lordo, peraltro con scarsi risultati. Di conseguenza la riduzione delle emissioni di anidride carbonica è stata affidata principalmente all’aumento delle forniture di metano e allo sviluppo delle fonti rinnovabili. I partiti meno sensibili ai problemi ambientali perché li considerano meno importanti della crescita economica, hanno dato la priorità all’aumento delle forniture di metano, che rilascia meno anidride carbonica del gasolio, ma ne rilascia. Pertanto, se aumentano i consumi energetici, le emissioni aumentano, meno di quanto aumenterebbero se si bruciasse gasolio, ma aumentano. Le associazioni ambientaliste e gli installatori di impianti eolici e fotovoltaici hanno dato la priorità allo sviluppo delle fonti rinnovabili sostenute da contributi di denaro pubblico. Ma il bilancio dello Stato, come tutti i bilanci, ha limiti e voci di spesa che non si possono comprimere. Se lo sviluppo delle fonti rinnovabili dipende dai contributi statali, quando i contributi si esauriscono si blocca. Per evitare che ciò avvenga occorre che le fonti rinnovabili consentano di ottenere diminuzioni dei consumi di fonti fossili sufficienti ad ammortizzare i loro costi d’investimento in tempi accettabili dai potenziali acquirenti. Solo l’aumento della loro efficienza è in grado di liberarle dalla dipendenza dai sussidi pubblici. E l’eliminazione dei sussidi pubblici è indispensabile per promuovere le innovazioni tecnologiche in grado di renderle economicamente appetibili.

 

LA CONVERSIONE ECONOMICA DELL’ECOLOGIA

La conversione economica dell’ecologia è la strada da percorrere non solo per attenuare la crisi ambientale, ma anche per far uscire l’economia dalla stagnazione e accrescere l’occupazione in attività utili. In questa prospettiva l’obbiettivo principale della politica economica e industriale deve essere la promozione della ristrutturazione energetica del patrimonio edilizio esistente mediante l’uso di formule contrattuali che consentano di utilizzare i risparmi sulle bollette per ammortizzare i costi d’investimento nelle tecnologie che consentono di ottenerli.

 

Maurizio Pallante