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Per una conversione economica dell’ecologia

Conversione Economica dell'Ecologia

Una misura indispensabile per ridurre in maniera significativa la crisi ambientale è lo sviluppo di innovazioni tecnologiche finalizzate a ridurre gli sprechi e aumentare l’efficienza nei processi di trasformazione delle risorse in beni, perché la riduzione degli sprechi e delle inefficienze non riduce soltanto il consumo di risorse e le emissioni per unità di prodotto, ma anche i costi di produzione. Pertanto le spese d’investimento necessarie a installarle si possono ammortizzare con i risparmi sui costi di gestione che consentono di ottenere.

Se l’adozione delle tecnologie che riducono l’impatto ambientale fosse motivata esclusivamente da ragioni etiche e non anche dalla loro convenienza economica, dipenderebbe dai sussidi di denaro pubblico. Di conseguenza i profitti dei produttori e degli installatori sarebbero garantiti anche se gli utili non coprissero i costi d’investimento e verrebbero a mancare le motivazioni che inducono ad accrescere la loro efficienza per renderle autosufficienti e sempre più redditizie. Gli sviluppi tecnologici di questo settore anziché essere favoriti sarebbero rallentati, la diffusione di queste tecnologie non sarebbe trascinata dal fatto di diventare sempre più appetibili economicamente per i potenziali acquirenti, le loro vendite si interromperebbero nei periodi in cui i bilanci degli enti pubblici non consentissero di sovvenzionarle.

La conversione ecologica dell’economia dipende dalla conversione economica dell’ecologia.
Per avviare la conversione economica dell’ecologia occorre superare la falsa convinzione che le scelte con una valenza ecologica siano più costose delle scelte fondate soltanto sulla ricerca del massimo profitto indipendentemente dalle conseguenze ambientali che generano.

La conversione economica dell’ecologia farebbe perdere di significato alla contrapposizione tra le ragioni del lavoro e le ragioni dell’ambiente, su cui imprenditori senza scrupoli, con l’appoggio di politici altrettanto senza scrupoli e di sindacalisti poco informati, fondano il ricatto della chiusura delle aziende e dei licenziamenti per non effettuare gli investimenti necessari a ridurre l’inquinamento generato dai loro processi produttivi. Al contrario, l’adozione delle tecnologie che riducono le inefficienze, gli sprechi e le emissioni inquinanti sarebbe sostenuta anche perché consente di accrescere gli utili e l’occupazione.

Naturalmente, mettendo in luce le conseguenze negative dei contributi di denaro pubblico erogati con il proposito di favorire lo sviluppo delle tecnologie ecologiche, non si vuol sostenere che lo Stato debba disinteressarsi del problema e affidarne la soluzione esclusivamente al mercato. Il suo compito è quello di utilizzare un intelligente sistema di incentivi e disincentivi fiscali finalizzati a raggiungere gli obbiettivi di riduzione dei consumi e delle emissioni che hanno superato i limiti della sostenibilità ambientale: le emissioni di anidride carbonica, di metano, di sostanze non metabolizzabili dai cicli biochimici, di sostanze inquinanti; i consumi di risorse rinnovabili e non rinnovabili. Stabiliti questi obbiettivi, spetta alle aziende la scelta delle tecnologie e dei loro mix per raggiungerli situazione per situazione. La concorrenza selezionerà le scelte più vantaggiose economicamente, che sono anche le più efficienti ecologicamente.

Una strategia di questo genere consente di impostare tutta la politica economica e industriale in funzione della riduzione della crisi ecologica ed è l’unico modo per consentire ai Paesi industriali avanzati di superare la stagnazione in cui le loro economie sono impantanate dalla crisi del 2008.

L’impegno principale deve essere rivolto alla diminuzione degli sprechi e all’aumento dell’efficienza dei processi di trasformazione energetica, che in questi Paesi può dimezzare i consumi di energia alla fonte senza ridurre i servizi finali. Ne deriverebbero: una drastica riduzione delle emissioni di anidride carbonica e dell’effetto serra, delle guerre per il controllo delle fonti energetiche fossili, delle spese energetiche dei consumatori finali – famiglie, aziende, pubbliche amministrazioni.

In Italia per riscaldare gli edifici nei mesi invernali si consumano mediamente 200 kilowattora al metro quadrato all’anno (circa 20 litri di gasolio o 20 metri cubi di metano). In Germania non è consentito superare un consumo di 70 chilowattora al metro quadrato all’anno, un terzo della media italiana, ma gli edifici più efficienti, quelli che rientrano nello standard delle «case passive», non devono superare i 15 chilowattora al metro quadrato all’anno e devono essere coibentati in modo così efficiente da non avere bisogno di un impianto di riscaldamento. Se al centro della politica economica e industriale del nostro Paese si ponesse la ristrutturazione energetica del patrimonio edilizio esistente, con l’obbiettivo di ridurre gli sprechi e le inefficienze al livello dei peggiori edifici tedeschi, i consumi per il riscaldamento si ridurrebbero dei due terzi. I posti di lavoro che si creerebbero attraverso questa decrescita selettiva degli sprechi di energia pagherebbero i loro costi d’investimento con i risparmi che consentono di ottenere.

Un incentivo all’adozione di queste misure in una logica di mercato, senza contributi di denaro pubblico, può essere costituito dall’uso delle forme contrattuali che dovrebbero caratterizzare le energy service companies – esco -: società energetiche che pagano di tasca propria i costi d’investimento degli interventi di ristrutturazione energetica che eseguono negli edifici, o negli impianti pubblici di illuminazione, mentre i proprietari degli edifici e degli impianti ristrutturati si impegnano a pagare per i loro consumi energetici la stessa cifra che pagavano prima della ristrutturazione, per un numero di anni fissato al momento del contratto. Per la durata del contratto le esco incassano i risparmi economici conseguenti ai risparmi energetici che riescono a ottenere. Al termine, il risparmio economico va a beneficio del cliente. A parità d’investimento, il numero degli anni necessari a recuperare il denaro investito nelle ristrutturazioni energetiche è inversamente proporzionale all’efficienza ottenuta.

La ricerca della maggiore efficienza possibile diventa pertanto l’elemento concorrenziale vincente. Inoltre il cliente è tutelato perché, essendo prefissato contrattualmente il tempo di rientro dell’investimento, se la esco ottiene una riduzione dei consumi energetici inferiore a quella che ha calcolato, incassa meno denaro di quello che ha previsto. Fare bene il lavoro e gestire bene l’impianto è nel suo interesse.

Un altro settore strategico dove l’ammortamento degli investimenti necessari a ridurre gli sprechi si può pagare con i risparmi economici che ne conseguono, senza contributi di denaro pubblico, è la gestione dell’acqua potabile.

In Italia le reti idriche perdono mediamente il 65 per cento dell’acqua pompata dal sottosuolo e depurata. Nei periodi estivi di siccità le perdite degli acquedotti stanno creando problemi alla fornitura di acqua nelle aree urbane. La sostituzione delle tubazioni delle reti idriche costituisce pertanto una misura indispensabile non solo per ridurre gli sprechi di energia e denaro, ma anche per continuare a fornire un servizio indispensabile per il benessere e l’igiene di decine di milioni di persone.

Le stesse dinamiche si verificano nella gestione degli oggetti dismessi. Il recupero e la riutilizzazione dei materiali che contengono è certamente meno dannosa e più conveniente economicamente delle metodologie con cui si rendono definitivamente inutilizzabili: l’interramento e l’incenerimento. Poiché il costo dello smaltimento è proporzionale al peso degli oggetti conferiti alle discariche o agli inceneritori, meno se ne portano e più si risparmia. Ma, per non portare allo smaltimento le materie prime secondarie contenute negli oggetti dismessi occorre venderle. Più se ne vendono e più si guadagna. Affinché qualcuno le compri occorre effettuarne una raccolta differenziata molto accurata che ne consenta il riciclaggio e il riutilizzo. Il recupero e la vendita delle materie prime secondarie contenute negli oggetti dismessi consentono pertanto di creare un’occupazione utile; di pagarne i costi con i risparmi conseguiti nello smaltimento e con i guadagni ottenuti dalla vendita, senza contributi di denaro pubblico.

 

 

 

 

Photo by Glen Carrie on Unsplash

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Decrescita non è recessione. TAV non è progresso

Sono arrivato alle 17 in una piazza Castello già gremita, tant’è che ci incitavano ad avvicinarci verso il palco per consentire di entrare a coloro che stavano arrivando. Ero partito alle 14,15 e la parte finale del corteo aveva appena lasciato la piazza del concentramento iniziale, davanti alla vecchia stazione di Porta Susa. L’ingresso in piazza Castello riservava un colpo d’occhio incredibile a chi, salendo su uno dei blocchi di cemento utilizzati per impedire il transito delle automobili, riusciva a superare l’altezza media delle persone che già la riempivano, a sinistra tra la facciata di Palazzo Madama e la cancellata di Palazzo Reale, a destra tra la fiancata di Palazzo Madama e i portici oltre via Roma. Alle spalle, per tutta la lunghezza di via Pietro Micca che si riusciva a vedere, la strada era piena di persone che continuavano ad affluire. Mi ero fermato a metà del percorso per oltre 40 minuti, aspettando d’inserirmi nello spezzone del corteo in cui stavano sfilando gli iscritti al Movimento per la Decrescita Felice. Era dietro uno striscione artigianale preceduto da un furgoncino in cui due DJ sparavano canzoni ballabili di cantautori italiani che inducevano i manifestanti a procedere a passo di danza.

Davanti a me erano passati gruppi di persone che nel loro insieme rappresentavano le varietà sociali, culturali, politiche del nostro popolo: donne e uomini di mezza età, piccola borghesia, operai e pensionati (molti dei quali incontrati in altri cortei tanti anni fa, dalle fisionomie ancora riconoscibili, invecchiati senza perdere i loro ideali), giovani di tutte le fogge, colorati, sorridenti ed eccitati come quando si va in gita, coppie con bambini in carrozzina, bambini che facevano giochi in comune, militanti politici di sinistra-sinistra con le loro bandiere rosse variamente personalizzate, sindacalisti della CGIL e dei Cobas, militanti di associazioni ambientaliste, tante tante bandiere No Tav che sventolavano o indossate come scialli e mantelli, slogan creativi ma non aggressivi, una banda musicale, un altro furgoncino con la musica.

Insomma una grande festa popolare, una gioiosa testimonianza di quel settore decisivo della nostra gente non appiattita dalla smania del consumo e della sua ostentazione, non omologata sulla spinta nevrotica della competizione interpersonale, non annoiata nei riti del passatempo ma creativa anche nelle minime cose della vita, con un’idea di progresso diversa da quella della potenza tecnologica e del dominio sulla natura. Lasciavano intravedere anche loro i loro luoghi comuni, quel bisogno di sentirsi parte di un gruppo che induce al conformismo sulle idee che lo identificano. Li percepivi uniti dalla distanza che li separava dal modo di vivere di coloro che, qualche decina di metri più in là, affollavano nelle vie commerciali attirati dall’euforia dei consumi natalizi. Li percepivi anche divisi dall’indeterminatezza delle prospettive di futuro a cui tendevano, ma non competitivi tra loro. Trasmettevano nelle loro differenze il senso di un rifiuto determinato e comune della prospettiva di futuro devastante indicata dalla scelta del TAV. E il desiderio confuso di una prospettiva alternativa di cui immaginavano connotati differenti, ma ancora indeterminati. E forse alla lunga compatibili. Due pulsioni che non trasmettevano ansia, ma tranquillità. Tutti i negozi erano aperti. Gli avventori dei bar lungo il percorso sedevano come ogni giorno festivo ai tavolini sotto i portici nel tiepido pomeriggio di una giornata invernale. Senza pensare quanto fosse gelido l’inverno a Torino venti anni fa. Ignari della drammaticità di questo cambiamento.

Nel gruppo dei sostenitori della decrescita una ragazza innalzava un cartello in cui ho ritrovato quello che per me era il senso della manifestazione: Decrescita non è recessione. TAV non è progresso.

Maurizio Pallante

 

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8 dicembre. Una giornata di mobilitazione.

L’8 dicembre 2018: una importante giornata di mobilitazione per contrastare il progetto TAV Torino-Lione, un progetto che è l’emblema delle grandi opere inutili, costose e dannose che devastano il mondo.

Condividiamo alcune riflessioni interessanti sul tema:

Vero, falso, realtà ed ideologia di una Grande Opera

L’8 Dicembre in piazza contro TAV, per il Clima e la Decrescita Felice

Le “fate ignoranti” di Torino

 

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Politica agraria ed alimentare

Biodiversità

La politica agricola, oggi ancora più che in passato, non può essere svincolata dalle politiche ambientali, economiche e sociali del Paese. Così come non può esserlo una politica alimentare, naturalmente connessa alle produzioni agricole. Pertanto la visione di agricoltura del futuro deve incastrarsi in una visione complessiva che tenga conto della rilevanza che può assumere questo settore così marginalizzato dalle politiche che si sono succedute fino a oggi.

Oggi la priorità della politica (non solo quella italiana ma di tutto il pianeta) è la riduzione delle emissioni di gas serra, di conseguenza tutti i comparti produttivi devono concorrere a raggiungere l’obiettivo. Secondo un rapporto dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) le filiere agro-alimentari, sono responsabili di oltre il 20% delle emissioni totali, dovute principalmente al trasporto dei prodotti (CO2), agli allevamenti intensivi (CH4) e alle fertilizzazione chimica (N2O). Questo dato basta e avanza per indicare la direzione verso la quale dovrebbe essere orientata la politica agraria e alimentare. Di contro in agricoltura è possibile, allo stato attuale, individuare delle filiere con una carbon footprint positiva, cioè in grado assorbire CO2 in misura maggiore rispetto a quella emessa. Il saldo positivo diventa più netto nelle coltivazioni estensive e in territori soggetti ad abbandono. Le aeree interne, a torto considerate marginali, sotto questo profilo hanno un potenziale enorme e inesplorato.

In estrema sintesi perciò potremmo dire che la nostra agricoltura deve essere in grado di garantire, nell’ordine, tutela ambientale (con particolare riferimento alle riduzioni di gas serra), benefici sociali (salubrità e maggiore autosufficienza alimentare) e adeguata redditività agli agricoltori.

Lo strumento più importante su cui far leva per consentire all’agricoltura del futuro di svolgere al meglio questo compito è senza dubbio la biodiversità. L’unico modo per non perdere biodiversità, e quindi aggravare ulteriormente gli equilibri naturali, è coltivarla. La diversità delle piante, secondo la FAO, rappresenta la chiave per affrontare e ridurre l’impatto delle calamità quali siccità, salinità, caldo, inondazioni sempre più frequenti con i cambiamenti climatici.

Oggi la minaccia più grande che viene portata alla biodiversità è un mercato globale che riduce gran parte delle produzioni agricole in commodity e di conseguenza si fa passare il concetto che tutte le produzioni sono uguali dappertutto, puntando di conseguenza su poche varietà, più produttive e tecniche di produzione più intensive e quindi più impattanti dal punto di vista ambientale, scoraggiando e talvolta cancellando diversità, peculiarità territoriali, tradizioni e qualità.
L’ultima PAC (Politica Agricola Comune) 2014-2020 ha introdotto il ‘greening’ che prevede, solo per i seminativi, il rispetto di pratiche benefiche per il clima e l’ambiente da parte degli agricoltori che accedono ad alcuni contributi. E’ una misura senza dubbio lodevole, ma evidentemente non sufficiente e bisogna spingere con maggiore vigore su alcuni aspetti, legati alla diversificazione produttiva e all’introduzione sistematica di cultivar locali negli ordinamenti produttivi delle aziende.

Le cultivar locali, tra l’altro, costituiscono lo strumento principale per valorizzare adeguatamente l’agricoltura delle aree interne e per sottrarre gli agricoltori da una competizione globale che li vede comunque sempre perdenti, a causa dello strapotere contrattuale dell’industria alimentare. È paradossale infatti che il maggior numero di aziende agricole e di allevamenti che soccombono, in un meccanismo competitivo dove a prevalere è solo il prezzo più basso, si trovano nelle zone montane e collinari del Paese, dove cioè vi sono le migliori condizioni per garantire standard qualitativi elevati delle produzioni alimentari. Tra l’altro in un paese come l’Italia, caratterizzato da un lato dalla presenza di numerose aziende agricole di piccole dimensioni e dall’altro di un patrimonio di cultivar locali enorme, le economie di scala non possono essere una soluzione ai problemi del settore, soluzione che invece può arrivare proprio dalle identità delle produzioni.
Di pari passo e in coerenza con la tutela della biodiversità (e dalla valorizzazione delle produzioni di piccola scala) vi è la necessità di diffondere i laboratori di trasformazione nelle aziende agricole. Ci sono già aziende agricole che trasformano direttamente le proprie produzioni, ma in numero molto esiguo rispetto al totale e per lo più concentrate su determinate filiere (vino e formaggi su tutte, non a caso filiere dove il sistema delle Denominazioni d’Origine ha assolto adeguatamente la propria funzione). L’introduzione dei laboratori di trasformazione nelle aziende agricole è complementare alla valorizzazione delle cultivar autoctone, in quanto sottrae gli agricoltori dalla morsa dell’industria alimentare che non è disposta a pagare alcun surplus rispetto al prezzo di mercato, su produzioni e varietà qualitativamente più valide, con un vantaggio collaterale non da poco, sotto il profilo sociale, legato alla minore incidenza del trasporto dei prodotti dalle aziende agricole presso gli stabilimenti di trasformazione. I PSR (Programmi di Sviluppo Rurale) che pure incentivano gli investimenti nelle aziende agricole, si sono rivelati fino a oggi parzialmente inefficaci sotto questo profilo, in quanto le nuove tecnologie introdotte sono state indirizzate prevalentemente a facilitare la meccanizzazione delle operazioni colturali (o comunque ad agevolare quanto già esiste nelle aziende agricole) e poche volte sono state utilizzate per integrare il ciclo produttivo all’interno della stessa azienda. Il passaggio verso un modello di agricoltura prevalentemente produttrice di cibo anziché di materie prime per l’industria alimentare comporta pertanto interventi normativi volti ad adeguare piani di investimento pubblico, burocrazia ed etichettatura dei prodotti. Ma è necessario anche un nuovo approccio nella ricerca scientifica e in particolare nella produzione di innovazioni tecnologiche funzionale a questo modello di agricoltura.

Questo percorso è possibile se di pari passo viene avviata una politica alimentare coerente, capace di valorizzare le diversità e di considerare la qualità del cibo non più un lusso per i più facoltosi ma una necessità per assicurare salute e benessere agli esseri umani e agli altri esseri viventi. Come non è più derogabile l’adozione di provvedimenti più efficaci nella riduzione degli sprechi che determinano un costo ambientale e sociale che non possiamo più permetterci.

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Politica Energetica

Efficienza energetica la balena è l'animale più efficiente

La politica energetica deve essere finalizzata alla riduzione delle emissioni di anidride carbonica evitando che questa scelta, resa indifferibile e urgente dai mutamenti climatici in corso, si traduca in una drastica riduzione dei servizi finali dell’energia e in un forte aumento dei loro costi, perché queste conseguenze non sarebbero accettate socialmente.

L’opzione più efficace per ridurre le emissioni e le importazioni di fonti fossili, a parità d’investimento, non è la sostituzione del petrolio col metano e delle fonti fossili con fonti rinnovabili, ma una strategia in tre fasi in cui la priorità è costituita dalla riduzione degli sprechi che si può ottenere utilizzando innovazioni tecnologiche che aumentano l’efficienza dei processi di trasformazione energetica e degli usi finali dell’energia.

Nei Paesi industriali che si autodefiniscono tecnologicamente avanzati, gli sprechi dell’energia contenuta nelle fonti fossili ammontano fino al 70 per cento. L’incremento dell’efficienza consente di ridurre i consumi di energia alla fonte a parità di servizi finali, per cui riduce i costi delle bollette energetiche in misura tanto maggiore quanto maggiore è la riduzione delle emissioni, senza ridurre il benessere. La riduzione dell’impatto ambientale che consente di ottenere è direttamente proporzionale ai vantaggi economici che offre. Le tecnologie con cui si possono ottenere questi risultati non hanno bisogno di sussidi di denaro pubblico perché sono in grado di ripagare i loro costi d’investimento in tempi economicamente competitivi con i risparmi economici conseguenti ai risparmi energetici.

Il secondo passaggio è la soddisfazione del fabbisogno residuo con fonti rinnovabili. Se la sostituzione delle fonti avviene in un contesto di riduzione dei consumi, si riduce la potenza da installare e il loro costo diventa ammortizzabile in tempi economicamente accettabili senza contributi di denaro pubblico.

Il terzo passaggio è lo sviluppo delle fonti rinnovabili in piccoli impianti di proprietà dei consumatori, con vendita dei Kilowattora eccedenti nelle ore in cui i consumi sono inferiori alla produzione e acquisto dei Kilowattora mancanti nelle ore in cui la produzione è inferiore ai consumi. Il prosumer (il produttore consumatore dell’energia che produce) garantisce la massima efficienza nella gestione dell’energia autoprodotta perché è suo interesse utilizzarla nei modi più efficienti per consumarne il meno possibile e poterne vendere il più possibile.

Ridurre i consumi di Kilowattora mediante un aumento dell’efficienza costa meno che sostituire i Kilowattora prodotti da fonti fossili con Kilowattora prodotti da fonti rinnovabili. Pertanto a parità d’investimento le emissioni di anidride carbonica si riducono di più aumentando l’efficienza che sostituendo le fonti.

Una politica energetica che abbia come priorità la sostituzione delle fonti, e non la riduzione della domanda, oltre a ridurre di meno le emissioni climalteranti non può prescindere da sostegni di denaro pubblico. Gli incentivi pubblici allo sviluppo delle fonti rinnovabili vengono pagati con incrementi dei costi sulle bollette energetiche e si traducono in un trasferimento di denaro da chi non ha i capitali per effettuare gli investimenti necessari a installarle a chi i capitali li ha. Dai poveri ai ricchi. I tentativi di potenziare l’offerta con l’idrogeno, con la fusione nucleare, o con altre presunte soluzioni miracolose in grado di garantire un apporto illimitato di energia pulita, oltre ad alimentare l’illusione che non sia necessario impegnarsi per aumentare l’efficienza e ridurre gli sprechi, hanno drenato ingenti quantità di denaro pubblico senza aver fornito a tutt’oggi alcun risultato tangibile. Una politica energetica impostata sulla priorità della sostituzione delle fonti sostenuta da contributi di denaro pubblico va a vantaggio di chi produce e vende energia da fonti rinnovabili. Una politica energetica impostata sulla priorità della riduzione dei consumi alla fonte a parità di servizi finali mediante un aumento dell’efficienza, riduce le emissioni in tempi più brevi e va a vantaggio dei consumatori.

In Italia la politica energetica è stata impostata sull’assunzione aprioristica di una crescita tendenziale dei consumi, dal momento che tutto l’impegno della politica economica è volto a rilanciare la crescita del prodotto interno lordo, peraltro con scarsi risultati. Di conseguenza la riduzione delle emissioni di anidride carbonica è stata affidata principalmente all’aumento delle forniture di metano e allo sviluppo delle fonti rinnovabili. I partiti meno sensibili ai problemi ambientali perché li considerano meno importanti della crescita economica, hanno dato la priorità all’aumento delle forniture di metano, che rilascia meno anidride carbonica del gasolio, ma ne rilascia. Pertanto, se aumentano i consumi energetici, le emissioni aumentano, meno di quanto aumenterebbero se si bruciasse gasolio, ma aumentano. Le associazioni ambientaliste e gli installatori di impianti eolici e fotovoltaici hanno dato la priorità allo sviluppo delle fonti rinnovabili sostenute da contributi di denaro pubblico. Ma il bilancio dello Stato, come tutti i bilanci, ha limiti e voci di spesa che non si possono comprimere. Se lo sviluppo delle fonti rinnovabili dipende dai contributi statali, quando i contributi si esauriscono si blocca. Per evitare che ciò avvenga occorre che le fonti rinnovabili consentano di ottenere diminuzioni dei consumi di fonti fossili sufficienti ad ammortizzare i loro costi d’investimento in tempi accettabili dai potenziali acquirenti. Solo l’aumento della loro efficienza è in grado di liberarle dalla dipendenza dai sussidi pubblici. E l’eliminazione dei sussidi pubblici è indispensabile per promuovere le innovazioni tecnologiche in grado di renderle economicamente appetibili.

 

LA CONVERSIONE ECONOMICA DELL’ECOLOGIA

La conversione economica dell’ecologia è la strada da percorrere non solo per attenuare la crisi ambientale, ma anche per far uscire l’economia dalla stagnazione e accrescere l’occupazione in attività utili. In questa prospettiva l’obbiettivo principale della politica economica e industriale deve essere la promozione della ristrutturazione energetica del patrimonio edilizio esistente mediante l’uso di formule contrattuali che consentano di utilizzare i risparmi sulle bollette per ammortizzare i costi d’investimento nelle tecnologie che consentono di ottenerli.

 

Maurizio Pallante

 

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Spiritualità

Rivalutare la spiritualità non significa condannare moralisticamente il legittimo desiderio di benessere materiale, perché anche questo fa parte della natura umana. Significa promuovere la consapevolezza che il benessere materiale non è tutto e, se diventa tutto, si trasforma in malessere. Se si pensa di essere felici acquistando l’ultimo modello di un prodotto, la momentanea soddisfazione che se ne ricava viene sistematicamente frustrata dalla successiva immissione sul mercato di un modello più nuovo, come viene fatto usualmente per mantenere intatta la propensione al consumo […]