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La mia generazione ha distrutto il pianeta, per questo benvengano i ragazzi che protestano

DI GEORGE MONBIOT

Theguardian.com

Lo Youth Strike 4 Climate mi ha dato più speranza di quanta ne ho avuta in 30 anni di campagne per il clima. Prima di questa settimana, credevo che fosse tutto finito – per l’indifferenza e l’ostilità di chi ci governa e per la passività della maggior parte della mia generazione – ho temuto che il deterioramento climatico e il disastro ecologico fossero ormai inevitabili. Ora, per la prima volta da anni, penso che possiamo superarli.

La mia generazione e le generazioni precedenti hanno sbagliato tutto. Non siamo riusciti a garantire ciò che è alla base della giustizia intergenerazionale: non si può fare nessuno sconto alla vita umana. In altre parole, la vita di chi non è ancora nato non vale meno della vita di chi già esiste. Noi abbiamo vissuto come se le vostre vite non avessero importanza, come se ogni risorsa che abbiamo trovato  fosse nostra e solo nostra, come se fossimo autorizzati farne tutto quello che volevamo fare, indipendentemente dall’impatto sulle generazioni future. In questo modo, abbiamo creato un’economia cannibale: ci siamo mangiati il vostro futuro, per soddisfare la nostra avidità.

È vero che le persone della mia generazione non siano tutte da biasimare allo stesso modo. Per parlare a grandi linee, la nostra è una società di persone altruiste, governate da psicopatici. Abbiamo permesso ad un numero ristretto di persone incredibilmente ricche ed a dei politici deleteri, finanziati dalle élite incredibilmente ricche, di devastare tutti i sistemi di supporto vitale. Certo ci sarà qualcuno che ha più colpe degli altri, ma la nostra incapacità di bloccare gli oligarchi che stanno saccheggiando la Terra e di aver tollerato il loro potere illegittimo, è colpa di tutti. Insieme, vi stiamo lasciando un mondo che – senza un’azione drastica e decisiva – potrebbe presto diventare inabitabile.

Tutti tutti i giorni,  quando siamo a casa, vi diciamo che se mettete in disordine, poi siete voi che dovette rimettere a posto le cose. Vi diciamo che dovete assumervi la responsabilità delle vostre vite. Ma noi non siamo riusciti a fare lo stesso con noi stessi, stiamo lasciandovi una casa tutta in disordine,  sperando che siate voi a rimetterla a posto.

Qualcuno di noi ci ha provato, qualcuno ha cercato di spiegare  alla nostra generazione che avremmo dovuto fare quello che state facendo voi. Ma, tutto sommato abbiamo trovato gente che inarcava il sopracciglio  e che faceva spallucce. Per anni molte persone della mia età hanno negato che ci fosse un problema. Hanno negato che stesse avvenendo una catastrofe climatica. Hanno negato che clima stesse cambiando. Hanno negato che stesse arrivando una estinzione. Hanno negato che i sistemi della vita sulla terra stessero sull’orlo di un collasso.

Hanno negato tutto questo perché accettarlo avrebbe significato mettere in discussione tutti i valori che consentivano la loro qualità di vita. Se si fosse dato retta alla scienza, la macchina su cui viaggiavano non sarebbe andata bene. Se la scienza avesse avuto ragione, le loro  vacanze all’estero non sarebbero state una scelta giusta. La crescita economica, l’aumento dei consumi, l’intero sistema in cui erano stati portati a credere che fosse giusto, doveva essere sbagliato. Era più facile quindi fingere che la scienza avesse torto e che il loro modo di vivere fosse quello giusto, piuttosto che accettare che la scienza avesse ragione e che il loro modo di vivere fosse sbagliato.

Qualche anno fa, qualcosa è cambiato. Invece di negare la scienza, ho sentito le stesse persone dire “OK, è vero, ma ormai è troppo tardi per fare qualcosa”.  Tra il momento in cui dicevano che non era vero e quando hanno manifestato la loro disperazione, non c’è stato nemmeno un attimo in cui ho sentito dire: ” È vero, dobbiamo fare qualcosa “. Il dichiarare la loro disperazione è stata un’altra forma di negazione; un altro modo di persuadersi che si doveva continuare come prima. Se non c’era niente ormai che si poteva fare, allora non c’era più nemmeno il bisogno di mettere in discussione le loro convinzioni più profonde. Per questo aver negato, per questo egoismo, per questa  miopia della mia generazione, questa è ora l’ultima possibilità.

Quei disastri che avevo paura che avrebbero potuto vedere, da vecchi, i miei nipoti stanno già accadendo:  la popolazione degli insetti sta collassando, estinzione di massa, fuochi  incontrollabili, siccità, ondate di caldo, inondazioni. Questo è il mondo  che vi stiamo lasciando in eredità. La vostra è una delle prime generazioni non nate che non siamo stati capaci di proteggere, quando i nostri consumi sono schizzati alle stelle.

Ma quelli di noi che da tanto tempo si sono spesi per questa lotta non vi abbandoneranno. Voi avete lanciato una sfida a cui noi dobbiamo rispondere, e noi saremo solidali con voi. Anche se siamo vecchi e voi siete giovani, sarete voi che ci guiderete. Almeno questo, ve lo dobbiamo.

Mettendo insieme la vostra determinazione e la nostra esperienza, possiamo costruire un movimento abbastanza forte da rovesciare il sistema che nega la vita e che ci ha portato sull’orlo del disastro, se non oltre. Insieme dobbiamo pretendere un mondo diverso, un sistema di vita che difenda la natura da cui tutti noi dipendiamo. Un sistema che renda onore a voi, ai nostri figli, e che dia lo stesso valore alla vita (di oggi e a quello) di chi non è ancora nato. Insieme, costruiremo un movimento che deve – e che diventerà – irresistibile.

George Monbiot

 

Fonte: https://www.theguardian.com

Link: https://www.theguardian.com/commentisfree/2019/feb/15/planet-children-protest-climate-change-speech

traduzione di Bosque Primario, pubblicata su comedonchisciotte.org

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Sintesi dell’incontro nazionale di Roma del 23 febbraio 2019

sostenibilita-equita-solidarieta

Il Centrale Teatro Preneste, in cui si è svolto l’incontro, è stato riempito da sottoscrittori dell’appello arrivati da molte regioni italiane. Dalla Venezia Giulia alla Sicilia, per indicare la provenienza di coloro che hanno fatto i viaggi più lunghi. Abbiamo iniziato puntualmente alle 11 con una relazione introduttiva di Maurizio Pallante che ha ricordato le ragioni del nostro impegno politico, soffermandosi in particolare sulle motivazioni per cui va oltre la contrapposizione tra destra e sinistra, che ha caratterizzato le dinamiche politiche dell’epoca storica avviata dalla Rivoluzione industriale. Un’epoca che si sta concludendo con la prospettiva di una autodistruzione dell’umanità in conseguenza del superamento dei limiti della sostenibilità ambientale causato dalla finalizzazione dell’economia alla crescita della produzione di merci.

La prima sessione dell’incontro è stata dedicata all’esposizione di esperienze locali che prefigurano la possibilità di realizzare forme di relazioni sociali fondate sulla collaborazione e la solidarietà, di attività lavorative che utilizzano le risorse dei territori non solo senza stravolgerli, ma valorizzandone la bellezza, di forme di volontariato finalizzate a diffondere comportamenti rispettosi degli ambienti in cui si vive, di forme d’impegno politico non partitico per difenderli dalle aggressioni portate in nome del profitto, di forme di volontariato a tutela delle categorie sociali più svantaggiate. Nelle loro differenze gli elementi che le accomunano sono un sistema di valori che supera l’appiattimento degli esseri umani sulla dimensione materialistica e consumistica; la scelta di non limitarsi a organizzare forme di opposizione a scelte politiche ed economico-produttive devastanti, ma di costruire alternative più interessanti e più desiderabili sia dal punto di vista economico e lavorativo, sia dal punto di vista ambientale; la dimostrazione che l’affermazione “un altro mondo è possibile” non è soltanto uno slogan, ma una prospettiva di cui si possono costruire anticipazioni a livello locale. Anticipazioni che per essere più efficaci devono essere concepite come tasselli da affiancare per tentare di costruire un’alternativa globale: esempi da cui trarre indicazioni riproponibili, con i necessari adattamenti, in altre realtà locali.

La seconda sessione ha definito le prossime tappe da percorrere per arrivare a costituire ufficialmente il soggetto politico di cui questo convegno è stato una tappa preparatoria. In particolare sono stati indicati alcuni obbiettivi strategici a questo fine:

– la costituzione di un gruppo di lavoro che predisponga uno Statuto coerente con i nostri principi e le nostre finalità; le modalità d’iscrizione;

– le modalità per scegliere il nome: a partire da quelli formulati nel brainstorming lanciato insieme alla diffusione dell’appello, un piccolo gruppo di esperti in comunicazione ne sceglierà una rosa ristretta da sottoporre ai sottoscrittori dell’appello;

– l’allargamento del gruppo composto da 4 persone che ha gestito la fase iniziale di questo progetto politico, auspicabilmente con l’inserimento di donne, per gestire la fase successiva, da questo incontro al momento in cui il soggetto politico verrà costituito ufficialmente, presumibilmente nei mesi di settembre o ottobre;

– la costituzione di circoli territoriali tra i sottoscrittori dell’appello e l’individuazione all’interno di ogni circolo di un responsabile della formazione;

– un primo ciclo di formazione a carattere residenziale, rivolto ai responsabili della formazione di ogni circolo, ma aperto a chiunque voglia parteciparvi, dal pomeriggio/sera del venerdì al dopo pranzo della domenica; i responsabili della formazione di ogni circolo dovranno a loro volta organizzare corsi di formazione a livello territoriale.

È seguito un breve spuntino di pranzo nel porticato antistante il teatro, utile per scambi di opinione e conoscenza reciproca tra i partecipanti. Subito dopo è iniziata la terza sessione, caratterizzata da due interventi culturali di grande spessore, nonostante l’esiguità del tempo a disposizione. Fabio Pinzi ha parlato della permacultura come opportunità per riprogettare sistemi umani belli, ricchi, produttivi e accoglienti. Giuliana Mieli ha parlato del femminile e della sua importanza nella rivoluzione ecologica. I due interventi sono stati anticipazioni di riflessioni più ampie che saranno svolte nei corsi di formazione. Hanno suscitato un forte interesse tra i partecipanti, come è stato dimostrato dalle richieste ai due relatori di partecipare a incontri che saranno organizzati dai costituendi circoli territoriali.

La quarta sessione è stata una tavola rotonda tra tre studenti, introdotta da un intervento di Jacopo Rothenaisler, che ha evidenziato l’importanza dello sciopero mondiale degli studenti del 15 marzo contro l’inerzia dei governi nei confronti della crisi climatica. Questa scelta delle giovani generazioni, che subiranno più pesantemente le conseguenze dell’irresponsabilità delle generazioni precedenti, è l’unica possibilità di indurre i governi ad adottare misure più drastiche per ridurre l’effetto serra di quanto non abbiano fatto sino ad ora nelle sedi internazionali. Gli interventi di Kevin Simäo Ograbek, studente dell’ultimo anno del Liceo di Mendrisio, dove, come in tutte le scuole superiori della Svizzera, già sono stati fatti scioperi per questo motivo, di Alessandro Piovano, secondo anno di giurisprudenza Torino, e di Nicolò Miotto, secondo anno di scienze diplomatiche all’Università di Trieste e autore di un interessante studio delle costituzioni di Bolivia ed Ecuador, dove i diritti della natura sono stai inseriti nei diritti costituzionali, hanno dimostrato una consapevolezza e un senso di responsabilità molto superiori a quelle dei politici. Se ci sarà una possibilità che l’umanità non venga risucchiata nel vortice di un processo che può decretarne la fine, si dovrà più alla forza di questo movimento che al nostro impegno di ambientalisti. È comunque nostro dovere, etico e politico, offrirgli il supporto della nostra esperienza, difendendo per quanto possiamo la sua autonomia da possibili strumentalizzazioni.

L’ultima sessione è stata dedicata al rafforzamento del nostro sito, costituendo una redazione in grado di far conoscere tempestivamente le nostre valutazioni sull’evoluzione della crisi ambientale e della crisi economica, le nostre proposte finalizzate a ridurle, le nostre critiche alle decisioni politiche che la sottovalutino o che, come purtroppo è accaduto e accadrà, contribuiscano ad aggravarla, le esperienze positive in corso che indicano delle vie alternative, mettendone in evidenza l’efficacia, la riproducibilità, la desiderabilità.

Al termine di una giornata molto intensa Nino Pascale ha riassunto gli impegni che sono stati presi per essere pronti a costituire entro i mesi di settembre o ottobre, il soggetto politico a cui tendiamo. Agli intervenuti è rimasta una mezz’ora di tempo per intrecciare relazioni finalizzate a rafforzare la conoscenza reciproca e a costituire i circoli territoriali e i gruppi di lavoro tematici. Tutti hanno condiviso la sensazione di incontro molto utile e di un passo in avanti nell’evoluzione del nostro progetto.

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Antispecismo come necessità di cambiamento

antispecismo

di Claudio Cianca

Perché parliamo di antispecismo?

Cosa c’entra con la decrescita (selettiva degli sprechi) e con l’ecologismo (difesa dell’ambiente naturale)?

Spesso questi temi vengono visti separatamente eppure, non cogliere i reciproci nessi, significherebbe pensare di praticare il paradigma della decrescita – o analogamente dell’ecologismo – mantenendo un modello culturale (antropocentrismo: visione dell’uomo e tutto ciò che gli è proprio, come centrale nell’Universo), il quale sostiene ideologicamente le dinamiche produttive opposte. Qui intendiamo sostenere che ciò non ha molto senso.

Perseguire la sostenibilità alimentare mantenendo inalterato un modello culturale incentrato sul solo agente umano, conduce a contraddizioni che minano alla base il perseguimento della stessa sostenibilità. La ragione sta nel fatto che si muovono critiche ad alcune pratiche produttive, senza tenere conto della visione del mondo che è nata in funzione delle medesime pratiche messe in discussione. La presunta “alternativa” finisce con l’essere la “copia conforme” delle stesse logiche, riproposte –spesso inconsapevolmente- sotto altre forme.

L’antispecismo è il movimento che intende attribuire un pari valore e status morale a tutti gli esseri senzienti, individuando la categorizzazione biologica di specie, come origine -e successiva giustificazione- della discriminazione verso gli animali non umani. In sostanza, questa corrente di pensiero, sostiene l’ugualianza fra le specie, che necessita però di essere attuata, affinché l’etica che la contraddistingue possa modificare le condizioni di disparità determinate storicamente. Un antispecismo, vissuto in maniera solo autoreferenziale, resta confinato in posizioni tanto nobili quanto irrealizzabili, finendo per confinare gli stessi attivisti che lo animano in lidi idealisti, spesso portatori di giudizi. Invece, un antispecismo che voglia sperimentare la propria ispirazione filosofica in un progetto politico e culturale, ha bisogno di incontrare i movimenti che, a loro volta, provano a generare cambiamenti, per mezzo di un progressivo impatto a modifica delle norme socialmente stabilite.

Facciamo un passo indietro. Ci permettiamo di dire, semplificando, che una qualsiasi società umana si basa su tre colonne portanti: le pratiche produttive, le quali hanno il compito di assicurare la materiale sopravvivenza / un ordinamento sociale, il quale ha il compito di consentire l’attuazione di quelle pratiche / un modello culturale, ovvero un’immagine della realtà e della posizione del gruppo sociale in essa (da cui consegue una scala di valori e le relative norme di comportamento impartite). Il modello culturale ha proprio il compito di legittimare “ideologicamente” sia le pratiche produttive, sia quell’ordinamento sociale (fungendo da collante sistemico collettivo), di creare cioè una visione che faccia apparire leciti le une e l’altro. Tale visione non ha sempre il compito di descrivere oggettivamente la realtà e, nella maggior parte dei casi, non lo fa; essa appartiene più alla mitologia che alla sfera della conoscenza. Il suo vero compito sta nel giustificare ai membri del gruppo le azioni che il gruppo dirigente compie, verso l’interno e nei confronti del mondo esterno. Poco importa se spesso assume connotati così fuori dalla realtà da divenire paragonabile ad un’allucinazione collettiva.

Le tre colonne portanti si influenzano vicendevolmente. Il modello di cultura deriva dai primi due pilastri ma, al tempo stesso, nel giustificarli in quanto “normali” o addirittura “naturali”, agisce a rafforzarli: quando direttamente, motivando ogni azione che li mantenga, quando indirettamente, ostacolando ogni tendenza divergente. Per il modo stesso in cui sono nate, esse sono inestricabilmente legate l’una all’altra, al punto che non è pensabile modificarne una, senza intervenire contemporaneamente sulle altre. Spesso invece, a leggere le teorie antispeciste, ecologiste e della decrescita, ne ricaviamo la sensazione che si stia parlando di tre temi (e schemi) completamente scollegati fra loro. Manca la visione delle connessioni fra le componenti sociali invece collegate; di conseguenza, se si tende ad un’alternativa reale, non è possibile teorizzare né praticare il cambiamento concependolo separatamente. Se ci chiediamo quando, come e perché nasce l’ideologia specista e con essa il dominio sistematico dell’uomo sulle altre specie animali, o cosa sta all’origine della società della crescita, o ancora cosa determina lo scempio degli habitat naturali, scopriamo che queste tre domande richiedono una risposta omnicomprensiva, facente capo all’analisi di un processo diversificato ma inscindibile.

La crescita è un processo di lungo periodo, iniziato già in epoca protostorica in Europa con le invasioni del popolo pastorale che abbiamo studiato a scuola: gli Indoeuropei. Processo che è andato avanti nel tempo, fino a giungere oggi al suo più grande compimento con la globalizzazione. Anche per quanto riguarda l’ecologismo, si identifica nel neolitico il momento in cui l’umanità cominciò ad avere un impatto molto sensibile sugli ecosistemi, con l’irrompere dell’agricoltura e, soprattutto, dell’allevamento. L’antropocentrismo è nato parallelamente al nascere della società della crescita, dunque con il primo svilupparsi delle culture urbane, come ideologia necessaria alla legittimazione delle pratiche diffuse. Affinché una società pretenda di espandersi indefinitamente, essa deve esprimere una visione antropocentrica del mondo, ovvero della reificazione (riduzione a merce) di tutto ciò che è esterno a sé e dunque oggetto di tale dominio. E’ importante dire che i processi di formazione ed evoluzione dei modelli di cultura non appartengono alla sfera razionale, al contrario coinvolgono il nostro inconscio, dove la razionalità non arriva e
l’elaborazione si compie senza che l’individuo ne abbia alcuna consapevolezza.

Alcuni esempi: gli effetti che i pesticidi hanno sugli animali, domestici e selvatici (incluso l’umano ovviamente); le popolazioni di uccelli in Europa che hanno subito negli ultimi decenni una drastica rarefazione (la cui causa primaria viene identificata nell’agricoltura industriale, nel cui ambito è da inserire anche la gestione intensiva dei pascoli e quindi ciò che mangiamo), non solo attraverso l’uso di sostanze chimiche letali ma anche attraverso la sistematica distruzione degli habitat. Allo scopo di disporre di un pascolo, si brucia o si abbatte una foresta e ciò implica la morte di tutti gli animali che vivevano in essa (o arsi vivi o di fame perché il loro habitat non esiste più), un gigantesco genocidio. Foche e orsi polari annegano a causa dello scioglimento precoce dei ghiacci provocato dal riscaldamento globale causato dalle più nocive attività umane. Senza parlare dell’orrendo sfruttamento degli animali “da reddito” perpetrato negli allevamenti, intensivi/industriali/biologici o diversamente alternativi che siano.

Per ciascuno di questi effetti è riscontrabile una causa comune, un fatto di validità generale. L’“animale non umano” è trattato come un’astratta entità, invece di quell’organismo biologico che gode e genera allo stesso tempo un ecosistema: il riconoscimento degli animali come agenti sociali implica la loro profonda ri-considerazione, implica la tutela degli ecosistemi in cui vivono, degli habitat dai quali sono – e siamo – indissolubili, di cui sono – e siamo – parte. Non si può preservare i primi senza preservare i secondi. Cos’è d’altronde un ecosistema, se non un insieme organico di comunità viventi?

E’ pensabile una società della decrescita che si mantenga specista? E’ desiderabile un cambiamento che si fondi su di un concentrato di individui ed attività in perenne – e discriminatoria – infinita espansione? Noi pensiamo di no, perché su un pianeta di dimensioni finite, è chiaro che se una specie vivente pretende di crescere all’infinito non può farlo che a danno di tutte le altre, compresa la parte più debole della propria. Se una parte cresce, le altre devono contrarsi: non c’è alternativa. Una società antispecista deve puntare ad essere una società stazionaria, non nel senso di stagnante, ma una società quantitativamente stabile. La ricerca di un equilibrio nelle convivenze oltre la specie diventa un tema centrale che merita la dovuta attenzione da parte di chi, pur provenendo da diversi interessi, vuole convergere verso l’obiettivo d’interesse comune. Tale atteggiamento, se ponderato, trasforma le battaglie singole da questioni che puntano alla specifica inclusione nel sistema dominante, a lotte che cercano forme di liberazione emancipative, attraverso un approccio intersezionale (l’intersezionalità afferma che le concettualizzazioni classiche dell’oppressione nella società – razzismo, sessismo, abilismo, omofobia, transfobia, xenofobia e tutti i pregiudizi basati sull’intolleranza
– non agiscono in modo indipendente, bensì che queste forme di esclusione sono interconnesse e creano un sistema di oppressione che rispecchia l’intersezione di molteplici forme di discriminazione) . Ci spostiamo quindi dal piano della rivendicazione dei semplici diritti, secondo i ritornelli delle retoriche populiste, per entrare nell’alveo delle ampie rivoluzioni paradigmatiche, che possono davvero ambire a modificare il corso della storia e delle storie.

Se si cerca di cambiare solo una parte della realtà, senza intaccare il modello di cultura generale, non si fa altro che riprodurre nuove versioni della medesima realtà. Viceversa, nel momento in cui si cerca di cambiare il modello culturale, senza porsi il problema di cambiare contestualmente le strutture produttive e sociali che quel modello sostiene, si pretende di costruire un tetto senza aver prima costruito l’edificio sottostante. Nel primo caso, nel momento in cui si sottopone a critica la prassi produttiva del presente (crescita infinita), mantenendo il modello culturale nato per giustificare quella prassi (antropocentrismo), qualunque progetto alternativo sarà solo una versione edulcorata di quella stessa prassi. Facciamo un esempio particolarmente evidente, nel caso delle scelte alimentari: la sostituzione della carne animale con la carne sintetica, sia che il signor Rossi la acquisti al Mc’Donalds, sia che il signor Rossi aderisca alle proposte Slow Food, non è che la stessa carne che diversamente sfrutta, devasta, uccide.

L’opposizione a certe attività produttive (in cui si comprende la condanna della zootecnia), genera uno scollamento, una frattura, fra una visione del mondo (l’uomo superiore agli “animali”) e una delle modalità attraverso cui questa visione trovava una corrispondenza nel mondo reale (l’“animale” reso cosa, materia prima e trasformato in cibo). Si crea un’insostenibile incoerenza fra una dimensione culturale che enuncia un certo rapporto con l’altro-non-umano (la sua negazione in quanto soggetto) e una situazione materiale che impedisce l’esercizio di quel rapporto. Viene così a mancare quella fett(in)a di funzionalità, di ragion d’essere, che incarna il superamento di una certa visione del mondo.

In sostanza, questo nuovo movimento socio/cultural/politico, si prefigge di non cadere nell’errore di essere paladino solo di un nuovo ordine degli umani e delle loro cose, di sostituire semplicemente il vertice della piramide del potere; costruzione nella quale le esistenze degli “schiavi” alla base servirebbe ancora una volta a permetterci di restare in cima. La decrescita è sì auspicabile in termini quantitativi e qualitativi ma, ancor più importante, in termini di equità nei confronti di tutte le specie viventi.

 

 

 

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FONDAMENTI DELLA POLITICA AMBIENTALE IN ECUADOR E BOLIVIA

di Nicolò Miotto*

L’America Latina rientra convenzionalmente nella famiglia giuridica dei sistemi di civil law. Tuttavia, già dagli anni ’80 si sono verificati mutamenti giuridici innovativi che hanno allontanato i paesi latino-americani dal sentire politico e giuridico occidentale. Ora al centro del dibattito nel continente europeo, la democrazia partecipativa è stata, ed è, uno dei caratteri giuridici originali del continente latino-americano. Si pensi in tal senso al bilancio partecipativo, sperimentato per la prima volta a Porto Alegre, in Brasile, nel 1989 e poi replicato persino in alcune città italiane. I caratteri giuridici peculiari dei paesi dell’America Latina hanno portato molti studiosi ad analizzare in modo più approfondito le vicende socio-giuridiche di questo continente. Il sociologo e politologo francese Yves Sintomer utilizzò l’espressione ‘Il ritorno delle caravelle’, aprendo un dibattito che deve ancora dare i suoi frutti: i paesi occidentali possono ispirarsi ai paesi dell’America Latina per reinventarsi?

In Ecuador e Bolivia si è diffuso un sentire filosofico e politico peculiare, distante da quello occidentale, che ha avuto un risvolto in termini giuridici. La cosmovisione dei popoli indigeni, che vivono in un rapporto simbiotico con la Natura, ha portato ad una vera e propria rivoluzione giuridica che va sotto il nome di buen vivir (Ecuador) o vivir bien (Bolivia).
Concetto che ha poca affinità con la nostra idea di ‘benessere’, il buen vivir trova spazio nella costituzione dell’Ecuador del 2008 ed in quella della Bolivia del 2009. Si concepisce lo sviluppo in termini olistici: non si considera solo la dimensione economica, ma anche quella sociale e culturale, prestando profonda attenzione alla tutela dell’ambiente. Gli studiosi ne parlano in termini di ‘narrazione contro-egemonica’, in quanto questo nuovo sentire giuridico nasce in contrasto alla globalizzazione, alle politiche estrattiviste, che in America Latina colpiscono particolarmente i popoli indigeni, ed al neoliberismo. Si punta al consolidamento di un modello di sviluppo alternativo a quello di matrice occidentale, focalizzandosi sull’ampliamento degli istituti democratici, sul concetto di solidarietà e sulla tutela dell’ambiente.

Il Capitolo II del Titolo II della Costituzione dell’Ecuador si intitola ’I diritti del buen vivir’: il diritto all’acqua, definita come ‘patrimonio nazionale strategico di uso pubblico’, è definito come fondamentale ed irrinunciabile; è riconosciuto il diritto del ‘pueblo’ a vivere in un ambiente sano ed ecologicamente equilibrato ed è ‘interesse pubblico’ il recupero degli spazi naturali degradati.
Il Capitolo, articoli 12-34, tratta anche tematiche quali la Cultura e la Scienza ed il Lavoro e la Sicurezza sociale. La compresenza di tematiche diverse, ma non slegate, fa risaltare l’approccio olistico del buen vivir, dove lo sviluppo non è tale se non prende in considerazione fattori economici, sociali, ambientali e culturali. In Bolivia il vivir bien è declinato propriamente in termini di principio orientativo delle politiche pubbliche: all’articolo 80 della Costituzione si sottolinea che l’educazione è orientata alla formazione individuale e collettiva, nonché alla conservazione e alla protezione dell’ambiente e della biodiversità.
La dimensione economica è affrontata in modo originale all’articolo 306: il modello economico è definito ‘plurale’, è costituito anche dall’economia del dono e dello scambio ed è orientato alla solidarietà, alla sostenibilità; l’interesse individuale è bilanciato dal ‘vivir bien colectivo’.

Altra tematica che trova spazio nelle Costituzioni di Ecuador e Bolivia è la Sovranità alimentare, intesa come il diritto della popolazione all’accesso ad un cibo sano e culturalmente adeguato. All’articolo 281 della Costituzione ecuadoriana è definita come ‘obiettivo strategico ed obbligo dello Stato’ per il raggiungimento dell’autosufficienza di cibi sani. All’articolo 282 è invece sancito il divieto di privatizzazione dell’acqua, nonché il divieto di latifondo. La Costituzione boliviana all’articolo 407 garantisce la Sovranità alimentare, dando la priorità alla produzione e consumo di prodotti locali culturalmente adeguati.

L’Assemblea costituente dell’Ecuador, appoggiandosi alla consulenza della CELDF, organizzazione statunitense che fornisce pareri a Stati ed enti locali in materia ambientale, ha introdotto nella Costituzione i Diritti della Natura. All’articolo 72 è sancito il diritto al ripristino, ovvero al reintegro dei sistemi di vita contaminati dall’azione umana; il diritto è indipendente dall’obbligo di indennizzare le persone che hanno subito il danno. In modo diverso in Bolivia, dove i diritti della natura non godono di un relativo capitolo costituzionale come in Ecuador, nel 2010 venne varata la Legge 71, al cui articolo 7 è sancito il diritto al ripristino. In entrambi gli Stati sia il singolo sia la collettività politica e sociale hanno il dovere di proteggere e garantire i Diritti della Natura.

La Natura è considerata come una fondazione che possiede un patrimonio, fatto di elementi animati ed inanimati: gli interessi della Natura sono rappresentati da persone fisiche e persone giuridiche; anche in altri Stati dell’America Latina vi è la figura del ‘Defensor del Pueblo’, che sollecita le autorità pubbliche e sta in giudizio per assicurare la tutela della Natura.

Per ripristinare i sistemi ambientali sono previsti dei fondi economici appositi. Uno dei primi casi di vittoria in sede civile da parte della Natura fu il caso del fiume Vilcabamba in Ecuador nel 2011.

E l’Occidente? Sarebbe un errore di analisi ritenere che la realtà europea sia socialmente, giuridicamente e politicamente assimilabile a quella di Ecuador e Bolivia, la cui peculiarità principale è la presenza di popolazioni indigene ed il loro retaggio culturale. Tuttavia, al fine di dare nuovo impulso alle politiche sull’ambiente può risultare utile guardare a Stati come Ecuador e Bolivia, ma non solo, poiché in termini giuridici simili si sono espressi anche India, Nepal ed Egitto.

L’ecologia potrebbe essere anche un tema attorno al quale implementare il dialogo inter-religioso, poiché nel Cattolicesimo, nell’Islam e nell’Ebraismo, nonché nel Buddismo, si rintraccia effettivamente una profonda attenzione per la Natura. A livello internazionale nel 2009 venne istituito dall’Assemblea Generale dell’Onu il forum ‘Harmony With Nature’: studiosi, pensatori ed altri esponenti delle società degli Stati stanno elaborando un nuovo paradigma culturale, sociale ed economico, che tenga conto dell’equilibrio delle tre E; Ecologia, Equità, Economia.

Per coinvolgere maggiormente la popolazione nelle questioni riguardanti l’ambiente, sarebbe importante rimarcare i contenuti della Convenzione di Århus del 1998 che sancisce il diritto alla trasparenza e alla partecipazione in materia ai processi decisionali di governo locale, nazionale e transfrontaliero concernenti l’ambiente.

 

(*) Nicolò Miotto: studente del secondo anno della facoltà di Scienze diplomatiche dell’Università di Trieste, con sede a Gorizia

 

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Riflessioni sulle migrazioni

lettera sulle migrazioni

Pubblichiamo la lettera che Angelo Bianchi, uno dei primi a condividere e sottoscrivere il nostro appello, ha inviato al direttore di Famiglia Cristiana, che l’ha pubblicata.

Egregio don Rizzolo, tempo fa ho inviato una lettera in riferimento agli auguri per l’anno nuovo, fatti sulla rivista,dal presidente della Confindustria Boccia. Non è stata pubblicata; certo non avevo questa pretesa sapendo delle molte lettere che ricevete e anche perché, mi sembra, che le cause relative a certi problemi dell’economia e alle sue ripercussioni sociali non siano affrontati adeguatamente su F.C.

Questa volta mi riferisco all’articolo del prof. Riccardi “Nessun muro ferma la disperazione”. Condivido questa affermazione, condivido meno il rimedio che, secondo il professore, sarebbe un maggior sviluppo, intendendo come modello, penso, lo sviluppo ottenuto per mezzo dei sistemi economici dei paesi occidentali.

Purtroppo mi rendo conto che noi non riusciamo a capire che è proprio questo sviluppo che costringe i popoli a emigrare. Le economie di sussistenza di gran parte delle popolazioni del mondo povero vengono stravolte dall’introduzione di metodi e strumenti che cambiano completamente i loro sistemi di vita. Molto spesso queste popolazioni vengono private della loro terra da parte di multinazionali agroalimentari, che utilizzano il loro suolo per dare spazio a colture che servono solo ai nostri consumi voluttuari. Le guerre stesse vengono in gran parte fomentate da potentati economici per il solo fine di incrementare la propria ricchezza.

Al di là della doverosa accoglienza delle persone in difficoltà che emigrano verso il nostro paese, dovremmo rendere evidenti le cause vere che sono all’origine di questo fenomeno, cominciando da quello che dobbiamo fare noi per rendere le nostre economie meno aggressive. I popoli poveri potranno allora costruire una speranza concreta per il loro futuro nei propri territori.

Siamo tutti indignati di fronte ai porti chiusi per l’accoglienza dei migranti, ma non una voce che faccia rilevare l’ingiustizia causata dall’economia dei paesi ricchi e la necessità di promuovere la sobrietà dei nostri consumi anziché parlare incessantemente di crescita, una crescita che andrà ad aumentare il divario tra ricchi e poveri, i problemi ambientali, il consumismo che diciamo di ridurre ma solo a parole. Crediamo davvero, come una copertina di F.C. diceva, di salvare i migranti dall’inferno facendoli venire nelle nostre città e passare così dal mondo degli sfruttati a quello degli sfruttatori? Condividendo i nostri stili di vita siamo sicuri che potranno guadagnarsi davvero il Paradiso? Anche lo slogan della Caritas: “liberi di partire o liberi di restare” mi sembra contraddittorio se in definitiva questi poveri cristi sono obbligati a scappare.

Siamo aperti all’accoglienza e non solo per i motivi che ci convengono (pagamento delle pensioni agli italiani, esecuzione lavori che qui non vogliamo fare, ecc.), ma nello stesso tempo mettiamo in evidenza le cause di questo fenomeno che le economie globalizzate hanno originato con una intensità mai riscontrata prima.

Angelo Bianchi – Pomarance

 

 

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Gentilezza Rispetto Cura

Un società che finalizza l’economia alla crescita della produzione di merci incentiva l’avidità e la competizione tra gli individui, perché il desiderio di avere sempre di più e più degli altri è una molla formidabile per indurre le persone a dedicare tutte le loro energie al lavoro per guadagnare più soldi possibile e accrescere il più possibile la propria capacità di spesa.

Nei luoghi di lavoro l’ambito della competizione è la carriera, dove inevitabilmente l’affermazione personale si realizza con la sconfitta degli altri e il cinismo è un ingrediente indispensabile che viene considerato un valore nei test di selezione dei quadri dirigenti. In alcune università degli Stati Uniti l’esigenza di selezionare i migliori ricercatori per mantenere al massimo livello gli standard dei diplomati post-laurea – e continuare a ricevere i contributi più alti dalle aziende private – induce a utilizzare, tra i criteri di ammissione ai livelli superiori, la verifica che i concorrenti, per prevalere sugli altri non si facciano scrupoli a stroncare le possibilità di carriera degli amici con cui hanno condiviso anni di studio e ricerca.

La conseguenza di questi modelli di comportamento sul lavoro è la diffusione di una modalità di rapporti con gli altri basata sulla prevaricazione e la cancellazione dall’immaginario collettivo della possibilità stessa di instaurare rapporti di collaborazione. Parallelamente l’esigenza di tenere alta la domanda richiede la rottura dei rapporti sociali fondati sulla solidarietà e la condivisione, perché le persone e le famiglie isolate devono acquistare tutto ciò che serve alla vita, per cui fanno crescere la domanda di merci più di quelle inserite all’interno di reti di solidarietà, che possono contare su forme di aiuto reciproco e di scambi non mediati dal denaro, ma sul dono reciproco del tempo.

I rapporti di scambio mediati dal denaro hanno progressivamente sostituito i rapporti d’amicizia disinteressati e costituiscono, soprattutto nelle grandi città, la maggior parte delle relazioni interpersonali. Se le relazioni ritenute significative sono quelle basate sulla compravendita, nei confronti di coloro da cui non si compra, o a cui non si vende nulla, non si prova alcun interesse. Al di fuori dei rapporti commerciali dilaga l’indifferenza. La maggior parte delle famiglie che vivono nei condomini non si conoscono tra loro. Di tanto in tanto succede che, se una persona che abita da sola in un appartamento muore, i vicini non se ne accorgano per mesi.

La valorizzazione dei rapporti conflittuali e la disincentivazione dei rapporti di mutua collaborazione non avrebbero avuto lo stesso potere di persuasione se il possesso di merci e il potere d’acquisto non fossero stati considerati il segno della realizzazione umana, da ostentare con l’intento più o meno consapevole di suscitare l’invidia di chi ne ha di meno. Questa ostentazione induce coloro che ne hanno di meno e condividono lo stesso sistema di valori, a considerarsi inferiori e a covare sentimenti di aggressività nei confronti di chi ne ha di più. Un’aggressività per lo più impotente nei confronti di chi la causa, che spesso trova uno sfogo inconsapevole contro nemici immaginati o avvelenando con accuse e risentimenti i rapporti più intimi.

La somma di questi fattori conferisce ai rapporti sociali vigenti nelle società industriali le connotazioni di una conflittualità diffusa e di una tensione latente, che si manifestano in forme sistematiche di prevaricazione dei più forti sui più deboli, in bullismo nelle scuole, in atti di vandalismo, in scoppi improvvisi di violenza incontrollata per futili motivi, negli scontri paramilitari tra opposte tifoserie calcistiche. Queste punte di aggressività emergono da un contesto di fondo d’intolleranza nei confronti delle minoranze e di chi la pensa diversamente, in modalità di discussione in cui nessuno ascolta ciò che dicono gli altri e cerca soltanto di imporre le proprie idee o la propria versione dei fatti. Questi modelli di comportamento sono diventati la regola nelle dinamiche interne ai partiti politici e nei rapporti tra i partiti politici. Vengono riproposti dai mass media che, con poche eccezioni, si sono trasformati da cani di guardia del potere in amplificatori di partiti e di gruppi economico-finanziari collegati da rapporti d’interesse con i partiti. L’effetto diseducativo che ne deriva è devastante.

Un progetto politico che si proponga di riportare il fine delle attività produttive dalla crescita della produzione di merci al miglioramento del benessere non soltanto delle generazioni umane viventi, ma anche delle generazioni future e dei viventi non umani, non può non proporsi di contrastare questi modelli di comportamento, restituendo valore alla collaborazione, alla solidarietà, al rispetto, all’ascolto e al tono di voce moderato, alla gentilezza, al superamento dell’indifferenza, all’attenzione nei confronti degli altri, al prendersi cura soprattutto dei più deboli, all’I care sostenuto da don Milani in contrapposizione al me ne frego di chi agisce con l’abito mentale dell’indifferenza e della prevaricazione.

Anche se la storia e l’esperienza della vita dimostrano una sistematica prevalenza della prevaricazione e dell’individualismo nei rapporti umani, gli studi paleontologici, gli studi antropologici e la pratica clinica propendono a ritenere che la tendenza innata nell’animo umano sia la pulsione alla collaborazione e alla solidarietà, perché sono più funzionali alla sopravvivenza della specie. L’individualismo e la sopraffazione, nonostante la valorizzazione che hanno ricevuto, non le hanno sradicate.
Il loro ritorno come valore nell’immaginario collettivo e nei modelli di comportamento può dimostrare che un altro modo di relazionarsi con gli altri, rispettoso, collaborativo, disinteressato e gentile, fa bene a chi lo pratica perché sottrae allo stress insito in una vita orientata dalla dismisura, toglie comburente all’aggressività e alla competizione sull’avere, attenua il clima di tensione in cui il modo di produzione industriale ha immerso gli esseri umani.

Un cambiamento comportamentale di questo genere è un tassello fondamentale di un progetto politico che non si limiti a proporsi di gestire in maniera più giusta, più ecologica e meno violenta un sistema economico e produttivo che nel suo modo di funzionare non può non generare iniquità, danni ambientali e violenza, ma si proponga d’iniziare un percorso finalizzato a cambiarlo.
Ad aprire una fase storica più evoluta di quella avviata due secoli e mezzo or sono dalla rivoluzione industriale, che si sta chiudendo nel peggiore dei modi possibili.

Un soggetto politico che si ponga questo obbiettivo apparentemente irraggiungibile, ma inevitabile, non può non applicare i valori della gentilezza, del rispetto e della cura nelle relazioni umane, a partire dalle sue dinamiche interne, e farne uno dei propri elementi costitutivi fondamentali.

 

Photo by Ludovic François on Unsplash

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IL FEMMINILE E LA SUA IMPORTANZA NELLA RIVOLUZIONE ECOLOGICA

femminile

di Giuliana Mieli

Quando parliamo del pericolo di estinzione che corre l’umanità, quando denunciamo l’ineguaglianza nella distribuzione delle ricchezze, quando chiediamo che l’economia passi dalla produzione di merci sostenuta dalla competitività e dalla sete di denaro alla sua vera funzione di sforzo per il miglioramento delle condizioni di vita, quando ci preoccupiamo giustamente per il destino delle generazioni future, quando ci battiamo per il recupero della spiritualità, in realtà alludiamo alla necessità di una profonda rivoluzione culturale.

Dobbiamo allora convenire che il neoliberismo è l’espressione ultima di un processo filosofico iniziato secoli fa all’insegna della superiorità del pensiero razionale e del suo dominio sulla natura attraverso il suo sfruttamento senza limiti: una superiorità umana guadagnata attraverso l’uso della scienza che scalza la razionalità teistica medioevale e la sostituisce con un’antropologia dell’onnipotenza dell’uomo e della sua ragione.

Si tratta di una imperdonabile semplificazione nell’interpretazione del reale che trascura completamente qualsiasi considerazione scientifica del mondo dei sentimenti e delle emozioni relegati nella competenza dell’interpretazione religiosa della vita. Infatti tutte le scienze sistematizzate dopo il Rinascimento hanno preso il paradigma galileiano-newtoniano come paradigma scientifico di interpretazione della realtà cui uniformarsi: anche le cosiddette “scienze umane”, medicina, biologia, antropologia, sociologia, economia.

Solo nel ‘900 Einstein e Heisenberg, ognuno nella specificità del proprio campo di indagine, dovevano superare il modello deterministico-meccanicistico imperante come inadatto a comprendere e descrivere la complessità dell’universo nella dimensione dell’estremamente grande e dell’estremamente piccolo. Compariva improvvisamente – a ridimensionare la fiducia umana nell’obiettività distaccata dell’osservatore – il concetto di “soggettività” che enfatizzava la posizione dell’uomo nell’universo come parte e non come padrone. L’uomo dunque avrebbe dovuto rivolgere verso se stesso uno sguardo scientifico non riduttivo e cercare di comprendere anche la propria natura per poterla servire adeguatamente.

La psicologia, che era arrivata buona ultima con il pensiero freudiano a pretendere per sé un carattere di scientificità si era però accontentata di uno schema interpretativo deterministico-meccanicistico in armonia con la fisica ottocentesca. Fu solo nel ‘900 – di nuovo – che un altro grande, John Bowlby, proponeva e dimostrava una interpretazione dell’affettività umana basata sulla relazione sociale e non sullo sfogo dell’istinto individuale: al principio del piacere si sostituisce la sicurezza della buona relazione. A partire dall’osservazione dei neonati rimasti orfani a Londra durante la seconda guerra mondiale, che morivano inspiegabilmente anche se nutriti e scaldati, si scoprì che soltanto il sincero coinvolgimento emozionale delle nurses che li accudivano riportava il sistema immunitario dei piccoli a funzionare per potersi difendere dalle epidemie. Dunque solo allora fu chiaro che la condizione necessaria per la sopravvivenza della specie umana è l’essere parte significativa all’interno di un rapporto d’amore e di preoccupazione affettiva. Ed essendo la cura del piccolo condizione necessaria per la sua sopravvivenza, Bowlby postulò che la natura non avesse lasciato al caso le modalità della cura per iscrivere invece gli atteggiamenti affettivi di base nella nostra costituzione biologica: i codici affettivi sono iscritti nella nostra corporeità, nel cervello limbico, nel sistema neuroendocrino, nel nostro substrato ormonale.

A partire dalla nascita l’atteggiamento di cura materno è assolutamente cruciale per sostenere la maturazione del cervello del piccolo umano che viene al mondo gravemente prematuro rispetto a ogni altro mammifero: l’imprinting fondamentale per il benessere fisico ed emotivo dell’individuo si situa nei primi tre anni di vita e costituisce la “base sicura” che permette la crescita, la fiducia nella vita e sostiene la creatività precipua di ognuno. Ci sono prove inconfutabili del danno arrecato dall’assenza o dalla sospensione delle cure che si trasmette e influenza l’intera vita creando immaturità, mancanza di identità, insicurezza, dipendenza: in tal modo rendendo più facile l’assoggettamento dell’individuo alle seduzioni del sistema.

Si potrebbe dire, assumendo un altro punto di vista, che l’Occidente nel suo lento svolgersi filosofico abbia trascurato totalmente la comprensione e la valutazione del ruolo della donna. Spingendola ai margini e riservandole la cura della casa e della prole, non si è reso conto che escludeva dalla conoscenza e dalla scala dei valori una funzione cardine per la sopravvivenza di tutti. Lo sguardo femminile sul mondo è uno sguardo valoriale diverso, complementare: il femminile privilegia il sentire al pensare non per escluderlo ma per ispirarlo. In prove sperimentali, di fronte a uno stato di stress, il maschio si allerta e prepara alla lotta e alla difesa, la femmina, invasa dall’ossitocina, riorganizza il campo vitale a favore e protezione dei più fragili. Il femminile è capace di identificarsi con l’altro da sé, protegge il più piccolo, esprime generosità e partecipazione, condivide e pacifica: la donna racchiude e protegge dentro di sé qualità fondamentali per la relazione e la sopravvivenza, istinti di base dell’essere umano quanto l’esplorazione e la creatività manuale e mentale.
In questo senso il femminile non è la donna anche se è la donna che racchiude maggiormente questi valori nella sua funzione e attenzione: c’è un femminile nel maschio che lo predispone a comprenderla e a condividere gli obiettivi della sopravvivenza così come c’è un maschile nella donna che le permette di saldarsi e cooperare con l’uomo. Dobbiamo ripulire questi codici affettivi dalla distorsione culturale che hanno subito e siccome la distorsione è andata nel senso di una ipervalorizzazione del pensiero astratto dobbiamo ristabilire la concretezza di uno sguardo capace di curare il mondo.

Nella lotta per la parità e per i diritti la donna non deve rinunciare alla propria originale espressione per spalmarsi sui modelli maschili egoipertrofici esistenti: deve invece rivendicare e conservare orgogliosamente la propria specificità senza considerarla una tara per la realizzazione di sè, ma anzi una ricchezza non solo spendibile nel mondo privato della vita sentimentale e della cura ma anche in campo sociale, nella politica e nell’economia per collaborare a trasformarle in strumenti che lavorino veramente per la sopravvivenza e il benessere, nel miglioramento delle relazioni fra gli esseri umani.

Un primo passo in questo senso parte da una valorizzazione emotiva della nascita che va liberata da una medicalizzazione eccessiva tesa a sottrarre alla donna non solo la propria innata creatività ma la comprensione della sacralità del suo ruolo.

Un altro passo è la necessità che l’economia comprenda il valore aggiunto di una genitorialità rispettata e protetta che garantisca la crescita di cittadini sani sia fisicamente che mentalmente con un non trascurabile risparmio economico. Nei primi tre anni di vita del bambino entrambi i genitori dovrebbero essere messi nelle condizioni di curare la loro creatura con una riduzione cospicua del loro orario di lavoro – che riguardi il padre o la madre – senza che questo si traduca in una impossibilità di sopravvivenza economica o di affermazione lavorativa.
La diffusione acritica degli asili nido a partire dai primi mesi di vita, sostenuta da tutti i partiti politici, svela la non conoscenza di uno sviluppo del sapere psicologico, sostenuto dalla epigenetica e dalla psiconeuroendocrinologia, che situa il benessere emotivo dell’individuo nell’ambiente affettivo relazionale in cui si sviluppa e cresce, sorretto dalla presenza amorosa del grembo che lo ha contenuto e che lo accompagna gradualmente verso un incontro felice con la vita nell’intreccio con l’esempio e la scorta preziosa della figura paterna.

Senza trascurare il fatto che il cammino maturativo verso la piena autonomia occupa secondo l’OMS 24 anni durante i quali la presenza di adulti partecipi è fondamentale per una crescita equilibrata e sicura: e ciò riguarda in primis i genitori e secondariamente gli insegnanti e tutti gli adulti significativi che il bambino e poi il ragazzo incontra sul suo cammino di crescita. La deprivazione di una presenza genitoriale amorevole e partecipe segna per tutta la vita.

Con buona pace del neoliberismo.

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PENSIONI: DALLA RENDITA DIFFERITA AL SISTEMA DI SOSTEGNO ALLA TERZA ETA’

Pubblichiamo una riflessione sul tema del sistema pensionistico inviataci da Maurizio Franca, uno dei sottoscrittori dell’appello.

Il principio di ogni sistema pensionistico attuale è quello di accantonare parte del proprio reddito da lavoro per poter avere un sostegno nell’ultima parte della vita in cui siamo fuori dal sistema produttivo.

Salvo casi di evasione fiscale, il sistema pensionistico fino ad oggi è finalizzato a garantire condizioni economiche simili a quelle che abbiamo avuto durante la nostra attività lavorativa: chi ha avuto un significativo reddito nel lavoro potrà continuare a vivere in modo sereno, mentre chi ha dovuto cavarsela con lavori saltuari e/o poco pagati, continuerà a vivere in modo precario.
Ma il futuro appare ancora più complesso perché sembra ampliarsi la platea delle persone che arriveranno all’età pensionabile con un accantonamento esiguo.
Il problema infatti che si pone sempre di più è quello della precarietà del lavoro che non sembra in grado, per una parte consistente dei futuri pensionati, di creare quella rendita adeguata a offrire risorse economiche sufficienti a garantire una prosecuzione dignitosa della propria esistenza.
Non potendo disporre di risorse significative per poter affrontare l’emergenza che si creerà, occorre pianificare una rivoluzione del sistema pensionistico da realizzare progressivamente nei prossimi 20/30 anni finalizzata ad effettuare una progressiva traslazione dal concetto di pensione come rendita differita a pensione come sostegno alla dignità delle persone nella cosiddetta “terza età”.

Parliamo di rivoluzione e di uno sviluppo decennale del processo di cambiamento perché dobbiamo essere in grado di modificare tutto l’assetto legislativo che oggi impedisce di effettuare interventi immediati se questi vanno a toccare i cosiddetti “diritti acquisiti”, salvo che si tratti di interventi emergenziali, coerenti e limitati nel tempo.
Dovremo quindi pensare ad un periodo piuttosto lungo che preveda una progressiva mutazione della finalità dei contributi pensionistici versati che li trasformi in accantonamenti collettivi necessari a creare risorse per sostenere la comunità nel suo insieme, offrendo così a tutti la possibilità di avere risorse economiche per vivere serenamente la parte restante della propria esistenza.
Non parleremo quindi più di pensioni, ma di un sostegno di dignità che decresce fino ad azzerarsi in presenza di rendite da capitale oltre un certo importo (es. 15.000 annui netti), tenendo presente che già oggi per una parte delle pensioni si parla di pensioni “minime” o di “reversibilità” che non scaturiscono direttamente dai contributi versati da quel contribuente.
Le somme disponibili che eccedono questa prima distribuzione andranno ad aumentare il sostegno in proporzione alla contribuzione che ogni persona avrà dato durante la sua vita lavorativa continuando a creare meccanismo di riduzione in presenza di rendite aggiuntive fino al possibile azzeramento e prevedendo comunque un importo massimo netto mensile (es. € 2.000). Cioè l’idea è di mantenere una certa differenziazione in considerazione dei contributi versati, ma ponendo un limite massimo e prendendo in considerazione anche eventuali altri redditi che vanno a ridurre il sostegno “pubblico”.

Per la definizione del sostegno minimo, di quello massimo e delle riduzioni in presenza di altri redditi sarà auspicabile definire delle attività di adeguamento nel tempo in considerazioni delle proiezioni future sviluppate in base all’andamento dell’economia e delle aspettative di vita al fine di garantire la sostenibilità del sistema nel tempo.
Teniamo presente che persone che hanno goduto di redditi elevati che in base al sistema attuale avrebbero “diritto” ad un sostegno più elevato potranno contare comunque su capitali finanziari capaci di arrotondare la propria capacità di spesa.

Se parliamo di numeri prendendo come riferimento i dati sulle pensioni del 2015 che vedono un esborso di circa 280 mld., tenendo presente la consistente ricchezza privata detenuta dalle famiglie si può ipotizzare una ridistribuzione delle risorse verso il basso che permetta ai circa 8 mil. di pensionati che si trovano nella prima fascia (max € 501,89 al mese) di arrivare a € 700/800 euro. Calcoli più precisi si potranno fare avendo a disposizione i dati sulle ricchezze finanziarie e patrimoniali.
La rivoluzione ipotizzata deve necessariamente rappresentare un tassello di una rivoluzione sistemica che rimette al centro l’interesse per il sostegno dell’intera comunità in termini di dignità, solidarietà, sussidiarietà in cui altri importanti temi da trattare con lo stesso approccio devono essere il sistema fiscale, il mercato del lavoro, la sobrietà retributiva, servizi essenziali pubblici e la compatibilità ambientale del nostro sviluppo.

Maurizio Franca

 

Photo by Matthew Bennett on Unsplash

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Un soggetto politico diverso dai partiti

circolo

Nel 1940 Simone Weil scrisse un breve saggio intitolato Manifesto per la soppressione dei partiti politici, che sarebbe stato pubblicato soltanto nel 1950, a sette anni dalla sua morte. Commentandolo, qualche mese dopo la pubblicazione, André Breton ne riassumeva così uno dei concetti chiave: «… più la disciplina è forte all’interno di un partito, più le idee che lo guidano tendono a stereotiparsi, a sclerotizzarsi». E aggiungeva: «Queste venti pagine, in ogni punto ammirevoli per intelligenza e nobiltà, costituiscono una requisitoria senza possibile appello contro il crimine di abdicazione dello spirito (rinuncia alle sue prerogative più inalienabili) che provoca il modo di funzionamento dei partiti. Vi si fa giustizia, una volta per tutte, di una delle peggiori aberrazioni di questa temperie, ossia che, per la grande maggioranza, “il movente del pensiero non è più il desiderio incondizionato, indefinito, della verità, ma il desiderio della conformità a un insegnamento prestabilito”1»2.

Un raggruppamento politico che non voglia essere un partito, non può limitarsi a dichiarare di non esserlo. Deve in primo luogo darsi un’organizzazione che, a differenza da quella dei partiti, disincentivi «il desiderio di conformità a un insegnamento prestabilito» e favorisca «il desiderio incondizionato, indefinito, della verità». Nessuna misura organizzativa può evitare che si manifestino atteggiamenti conformistici nelle dinamiche interne di un raggruppamento politico, in alcuni militanti per una forma d’insicurezza che induce ad aggregarsi alle proposte condivise dalla maggioranza, in altri per una propensione all’opportunismo che induce a sostenere le proposte formulate da chi ha più potere e prestigio con l’obbiettivo di ricavarne più potere e prestigio.

Tuttavia queste tendenze si possono contrastare efficacemente se un raggruppamento politico che non vuole essere un partito non si propone di definire un insegnamento prestabilito, cioè una linea politica che deve essere sostenuta pubblicamente da tutti i suoi iscritti, non solo dalla maggioranza che al termine di una discussione democratica l’abbia condivisa, ma anche dalla minoranza che non l’abbia condivisa. Invece i partiti, definendo una linea politica vincolante per tutti, impongono a chi non la condivide, o di essere fedele al partito, a scapito della sincerità con se stesso, o di essere fedele alla propria ricerca di verità a scapito della sua emarginazione, o espulsione, dal partito. Le recenti vicende di un movimento che rifiuta di definirsi partito ed è governato da un gruppo ristrettissimo di persone che espellono chi non è allineato e coperto, dimostrano emblematicamente che le tesi sostenute nel piccolo saggio di Simone Weil non sono datate storicamente, ma hanno una valenza universale.

«Immaginiamo – scrive Simone Weil – il membro di un partito […] che prenda in pubblico il seguente impegno: “Ogniqualvolta esaminerò un qualunque problema politico o sociale, m’impegno a scordare completamente il fatto che sono membro del mio gruppo di appartenenza, e a preoccuparmi esclusivamente di discernere il bene pubblico e la giustizia”. Questo linguaggio sarebbe accolto in modo negativo. I suoi, e anche molti altri, lo accuserebbero di tradimento. I meno ostili direbbero: “Perché allora hai aderito a un partito?”, ammettendo così ingenuamente che entrando in un partito si rinuncia a cercare unicamente il bene pubblico e la giustizia. Quell’uomo sarebbe escluso dal suo partito».3Non per nulla, nell’articolo 67 della Costituzione italiana è scritto: «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato».

La visibilità mediatica che hanno i partiti esercita in questo modo un’influenza nefasta sul sistema dei valori e sui modelli di comportamento generalizzati. Induce a pensare che l’autonomia di pensiero penalizza e il conformismo avvantaggia. Nulla sclerotizza di più le idee. Un raggruppamento politico che nei suoi rapporti interni contrasti la tendenza all’accettazione passiva di insegnamenti prestabiliti e susciti il desiderio incondizionato, indefinito, della verità, valorizza la creatività culturale e può svolgere un determinante ruolo educativo di massa. Può diventare la scintilla che libera energie sociali represse e innesca un processo culturale molto più vasto di quello che realizza al suo interno.

Un partito con una linea politica vincolante per tutti i suoi militanti non può non avere una struttura organizzativa gerarchica in cui le articolazioni periferiche – circoli, sezioni, federazioni locali – sono subordinate agli organismi dirigenti centrali. La concentrazione del potere decisionale nel vertice viene accentuata se non ci sono strutture democratiche intermedie dove si rafforzi l’identità collettiva mediante discussioni e confronti, ma le relazioni si possono svolgere esclusivamente tra il vertice e i singoli mediante strumenti informatici. Un raggruppamento politico che si rifiuti di elaborare una linea politica vincolante per tutti i suoi iscritti non può avere una struttura organizzativa gerarchica, un organismo dirigente e, meno che mai, un capo. La sua forma giuridica non può che essere quella di una federazione di gruppi locali, collegati orizzontalmente tra loro, coordinati a livello nazionale da gruppi di lavoro tematici e da un comitato di portavoce con funzioni organizzative e di rappresentanza unitaria.

Come è possibile armonizzare la valorizzazione dell’autonomia dei singoli e dei gruppi locali federati con la necessità di elaborare una linea politica che consenta agli elettori di capire quali siano i valori che li accomunano, quali siano i problemi che ritengano prioritari, in che modo intendano affrontarli, quale sia il progetto di futuro a cui tendono? La coesione di un raggruppamento politico che non abbia una struttura organizzativa rigida, né una linea politica vincolante, può fondarsi soltanto sulla condivisione di alcuni principi che nel loro insieme definiscono la sua missione, il suo orizzonte culturale e il suo sistema di valori. L’elaborazione e la definizione di questi principi sono pertanto fondamentali. La loro condivisione è discriminante per farne parte. Meno rigida è la disciplina al suo interno, tanto più rigorosamente deve essere definito il quadro dei suoi riferimenti culturali. La valorizzazione delle differenze e la conoscenza reciproca delle iniziative realizzate nei territori dai gruppi locali federati sono indispensabili per arricchire le idee condivise, ma solo se tutti le percepiscono come tasselli che contribuiscono a realizzare un progetto comune. Un progetto che si definisce in maniera sempre più dettagliata strada facendo, a partire dalle indicazioni della direzione da seguire fornite dai principi fondanti condivisi.

Tuttavia, anche la condivisione più convinta dei fondamentali non implica che tutti i militanti di un raggruppamento politico differente dai partiti possano avere la stessa opinione su tutte le decisioni contingenti da prendere. Né che le posizioni espresse dalla maggioranza in relazione a una scelta contingente siano le più coerenti con i principi condivisi, o le più efficaci per raggiungere i fini specifici che si vogliono perseguire. L’esperienza insegna che a volte può accadere il contrario. Nei casi in cui si manifestino posizioni diverse su problemi contingenti, occorre integrare il principio democratico della prevalenza della maggioranza col metodo del consenso, ovvero con una forma di confronto in cui tutti siano disponibili a rimettere in discussione le proprie convinzioni e a considerare che possano essere giuste, del tutto o in parte, quelle differenti. Questo atteggiamento predispone ad ascoltare le opinioni diverse col massimo rispetto e a prendere in considerazione la possibilità di mutare la propria. Il metodo del consenso allunga i tempi delle decisioni, ma consente di prenderle con maggiore discernimento e consolida i legami culturali tra le persone coinvolte. Questo modo di confrontarsi, completamente controcorrente rispetto alla concezione della democrazia come dialettica finalizzata a conquistare il maggior numero di consensi e a sconfiggere gli avversari, non dovrebbe essere difficile tra persone che hanno scelto di far parte di un raggruppamento politico in cui non viene incentivato il conformismo e viene valorizzata l’autonomia di pensiero.

Se dalla discussione emergerà una posizione unitaria, sarà una sintesi più articolata e matura tra le posizioni della maggioranza e i contributi delle minoranze, in cui l’apporto di ogni componente sarà valorizzato maggiormente di quanto non fosse nella sua formulazione iniziale. Di conseguenza, anche coloro che abbiano inizialmente sostenuto una posizione minoritaria, invece di sentirsi esclusi, saranno motivati a sostenere la posizione comune emersa dal confronto. Se invece non si arriverà a trovare una posizione comune, la decisione della maggioranza sarà comunque più motivata e consapevole anche grazie al contributo delle minoranze, non fosse altro perché il confronto avrà consentito di argomentarla in maniera più approfondita. Chi al termine della discussione continuerà a ritenere giuste le sue posizioni di minoranza iniziali, sarà incoraggiato a mantenerle dalla stessa maggioranza, perché dove prevale «il desiderio della conformità a un insegnamento prestabilito» le idee tendono a stereotiparsi e sclerotizzarsi, mentre la ricchezza e la vivacità dell’elaborazione politica si sviluppano «dove il movente del pensiero è il desiderio incondizionato, indefinito, della verità».

 

1Simone Weil, Manifesto per la soppressione dei partiti politici, Castelvecchi, Roma 2012, pag. 41.

2André Breton, Mettere al bando i partiti politici, in op. cit., pagg. 16-17.

3Ibidem., pag. 33.

 

 

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Migrazioni

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Le migrazioni che hanno contrassegnato la storia del modo di produzione industriale sin dai suoi primordi, nella seconda metà del settecento in Inghilterra, non sono state e non sono soltanto trasferimenti da un luogo all’altro della terra, ma passaggi da un’economia di sussistenza a un’economia mercificata – per utilizzare una categoria marxiana: da un’economia finalizzata alla produzione di valori d’uso a un’economia finalizzata alla produzione di valori di scambio – e da una società agricola e artigianale a una società urbana e industriale. Sono state e sono attraversamenti da un’epoca storica a un’altra.

Senza le migrazioni il modo di produzione industriale non avrebbe potuto svilupparsi perché gli sarebbero mancate sia la manodopera necessaria ad accrescere la produzione di merci, sia un numero sempre crescente di consumatori che non potessero fare a meno di comprare sotto forma di merci tutti i beni necessari alla vita perché non avevano la possibilità di autoprodurli nemmeno in parte, come accade nelle economie di sussistenza, né di scambiarli sotto forma di dono reciproco del tempo, come accade nei rapporti comunitari.
Per accrescere il numero dei proletari costretti a lavorare nelle fabbriche in cambio di un salario che li mettesse in condizione di comprare il necessario per sopravvivere, sono stati utilizzati diversi metodi basati sulla violenza e sulla sopraffazione: sono state promulgate leggi che rendevano impossibile continuare a vivere di agricoltura di sussistenza – la recinzione delle terre comuni -; sono stati sottomessi popoli col colonialismo; sono state imposte tasse che costringevano ad avere un reddito monetario per pagarle; sono state ostacolate le forme di solidarietà comunitaria; sono stati sterminati i ribelli; sono stati privatizzati territori enormi cacciandone con la forza le popolazioni che li abitavano, o acquistandoli con la complicità di governi corrotti per un tozzo di pane in mancanza di catasti che certificassero i diritti di proprietà; sono state costruite dighe che hanno trasformato in laghi milioni di ettari di terreni agricoli; sono state effettuate deportazioni di massa; sono state suscitate guerre fratricide.

Accanto a queste forme di sopraffazione e di violenza legalizzate, che hanno creato e stanno creando sofferenze enormi, sono state utilizzate forme di condizionamento di massa sempre più potenti tecnologicamente e raffinate psicologicamente per convincere strati sempre più ampi della popolazione mondiale ad abbandonare volontariamente l’economia di sussistenza, i loro Paesi e la loro cultura, per trasferirsi nel sistema economico industriale.

Con la globalizzazione, ovvero con l’estensione del modo di produzione industriale a tutto il mondo, questo processo ha raggiunto il suo culmine e si sta svolgendo in due modi. Da una parte le società multinazionali dei Paesi industrializzati trasferiscono i loro impianti – soprattutto i più nocivi – nei Paesi in via d’industrializzazione dove il costo del lavoro è più basso, innescando con la complicità dei governi i flussi migratori interni necessari a fornire alle loro aziende la manodopera di cui hanno bisogno. Dall’altra i governi dei Paesi industrializzati destabilizzano politicamente, economicamente e culturalmente i Paesi non industrializzati per consentire alle loro aziende nazionali d’impadronirsi delle risorse insistenti in quei territori. Fomentano guerre civili e interetniche per indebolirli.

Non si fanno scrupolo d’intervenire militarmente in prima persona per abbattere governi autonomi e sostituirli con governi corrotti proni ai loro interessi. Non potendo più vivere nei luoghi in cui sono nati e non avendo nemmeno la possibilità di trovare nei loro Paesi un’occupazione in cambio di un salario, l’unica alternativa che resta a quei popoli è l’emigrazione verso i Paesi industrializzati. Questa opportunità viene inevitabilmente utilizzata soprattutto dai giovani, per cui, oltre a essere costellata da sofferenze atroci che sempre più spesso si concludono con la morte anziché con l’arrivo nella terra agognata, comporta l’abbandono dei vecchi nella fase della vita in cui avrebbero più bisogno del sostegno dei figli.

Se si ritiene che la crescita della produzione di merci sia un bene, non si possono non ritenere un bene le migrazioni. Senza migrazioni non ci sarebbe crescita. Se si ritiene che le migrazioni siano un diritto da tutelare, si tutela, consapevolmente o meno, la finalizzazione dell’economia alla crescita. Tuttavia, questa corrispondenza è percepita solo dalla borghesia progressista sostenuta dalla destra moderata che pretende di egemonizzare politicamente e di rappresentare la sinistra, a esclusione delle frange estreme. I suoi esponenti non mancano di ricordare a ogni piè sospinto che i Paesi ricchi hanno bisogno dei migranti provenienti dai Paesi poveri, perché fanno lavori che i lavoratori di Paesi ricchi non vogliono più fare, contribuiscono a pagare i redditi dei loro pensionati, assistono i loro vecchi, vengono pagati meno degli autoctoni e inoltre, con le retribuzioni che ricevono, per misere che siano, forniscono un sostegno alla domanda di alcune merci. Se non ci fossero i migranti, sostengono i loro maîtres à penser, l’economia dei Paesi industrializzati crollerebbe. Ne consegue che i sostenitori dell’accoglienza interessata minimizzano i problemi che le migrazioni creano nei Paesi d’arrivo e si sforzano di dimostrare che sono inferiori ai vantaggi che apportano.

Su posizioni opposte si colloca una fascia di popolazione maggioritaria nei Paesi industrializzati, composta da due categorie:

1. gli strati sociali intermedi, che in conseguenza della globalizzazione hanno perso le precedenti sicurezze sulla stabilità del posto di lavoro e hanno subito riduzioni del loro benessere materiale;

2. gli operai meno qualificati, i disoccupati, i lavoratori precari che subiscono la concorrenza della forza lavoro sottopagata nei Paesi in via di industrializzazione.

Queste categorie sociali sono contrarie all’accoglienza dei migranti, perché quelli in regola assorbono quote crescenti delle risorse destinate all’assistenza sociale, quelli non in regola senza un lavoro aumentano l’insicurezza sociale e il degrado dei quartieri popolari in cui si sistemano precariamente.

I partiti che li rappresentano enfatizzano i problemi creati dalle migrazioni e fanno leva sulla paura che suscitano per rafforzare il loro consenso sociale e politico. Poiché il rifiuto dell’accoglienza, oltre a manifestare un’insensibilità moralmente inaccettabile nei confronti delle sofferenze di altri esseri umani, non riesce ad arrestare i flussi migratori, che tendono anzi ad aumentare, per ridurne le cause è stata proposta la formula «Aiutiamoli a casa loro». Una formula razzista, dettata dalla presunzione della superiorità degli europei sugli africani e sui popoli del medio-oriente, che in realtà non hanno bisogno di essere aiutati dagli europei, ma di essere lasciati in pace dopo secoli di violenze e sopraffazioni esercitate nei loro confronti: dalla riduzione in schiavitù, agli orrori del colonialismo e del neo-colonialismo, all’ipocrisia degli aiuti allo sviluppo, che non avevano l’obbiettivo di aiutarli a rendersi autonomi, ma d’indebitarli e privarli della sovranità alimentare garantita dall’agricoltura di sussistenza, per inserirli nel mercato mondiale che li avrebbe sopraffatti.

Oltre ai sostenitori dell’accoglienza interessata, ci sono i sostenitori di un’accoglienza disinteressata, basata su valori umanitari. Sono i volontari delle associazioni che aiutano i migranti a raggiungere i Paesi dove sperano di trovare condizioni di vita migliori, s’impegnano a salvarli quando gli scafisti li abbandonano in mare aperto su imbarcazioni precarie, li aiutano a trovare un’abitazione e un lavoro nei Paesi d’arrivo. Tuttavia, nella loro generosità non prendono in considerazione il fatto che per ridurre le sofferenze generate dalle migrazioni occorre ridurre le cause che costringono percentuali crescenti della popolazione mondiale a emigrare, mentre invece i flussi migratori le rafforzano e aggravano le sofferenze che ne derivano.

Contribuendo col loro lavoro a far crescere la produzione di merci nei Paesi ricchi, i migranti li aiutano a diventare più ricchi e fanno diventare più poveri i Paesi poveri da cui provengono. Le migrazioni rafforzano le cause che le fanno crescere. Inoltre, se col lavoro dei migranti cresce la produzione di merci nei Paesi ricchi, crescono i consumi di materie prime e le emissioni di sostanze di scarto che hanno già superato i limiti della sostenibilità ambientale. Pertanto si aggrava la crisi climatica, che sta già rendendo inabitabili superfici territoriali sempre più vaste dei Paesi più poveri, impedendo a percentuali sempre maggiori di persone di continuare a viverci.

Se non viene inserita in un forte impegno politico finalizzato a ridurre i flussi migratori riducendone le cause, l’accoglienza disinteressata e solidale può diventare il cavallo di Troia dell’accoglienza interessata e rafforzare il consenso politico degli avversari dell’accoglienza.

Le sofferenze dei migranti e i problemi causati dalle migrazioni sia nei Paesi poveri di partenza, sia nei Paesi ricchi d’arrivo, si possono attenuare soltanto se si supera la logica emergenziale che accomuna e contrappone chi si limita a considerare i flussi migratori come un fenomeno inevitabile e incontrollabile, di cui non si possono rimuovere le cause ma solo modificare parzialmente le conseguenze: o sfruttando le opportunità che offre alla crescita economica dei Paesi d’arrivo – l’accoglienza interessata – o contrastandolo per paura che intacchi il benessere materiale degli autoctoni – il rifiuto dell’accoglienza – o agevolandolo per ragioni umanitarie – l’accoglienza disinteressata.

In realtà, come tutti i fenomeni sociali le migrazioni sono causate da scelte umane modificabili. Difficilmente modificabili in questo caso, perché richiedono il cambiamento della finalizzazione dell’economia alla crescita della produzione di merci. Cioè l’abbandono di uno dei capisaldi su cui si fondano le società industriali. Un soggetto politico che si proponga come orizzonte culturale la sostenibilità, l’equità e la solidarietà, non può non essere solidale con chi è costretto a emigrare e, quindi, non impegnarsi a favorirne l’inserimento lavorativo e sociale nei Paesi d’arrivo. Ma non può nemmeno pensare che la solidarietà possa limitarsi a favorire l’accoglienza senza proporsi di ridurre le iniquità che costringono i popoli poveri a emigrare. Né che le iniquità si possano ridurre inserendo un numero sempre maggiore di migranti nell’economia della crescita, perché ciò accrescerebbe i consumi delle risorse e le emissioni, aggravando i cambiamenti climatici e peggiorando ulteriormente le condizioni di vita nei Paesi poveri.

La solidarietà nei confronti dei migranti richiede che la loro accoglienza nei Paesi d’arrivo sia inserita all’interno di progetti finalizzati a ridurre le cause che li costringono a emigrare e a favorire, dovunque sia possibile, un loro reinserimento nei Paesi di partenza. I Paesi ricchi possono sostenere questo processo con una serie di scelte da cui trarrebbero benefici essi stessi.

Spostando la finalità delle innovazioni tecnologiche dalla crescita della produttività all’aumento dell’efficienza dei processi di trasformazione delle risorse in beni, i Paesi industrializzati possono ridurre i consumi di materie prime, le emissioni e le quantità di rifiuti per unità di prodotto senza deprimere il loro benessere. Questa scelta consentirebbe di ridurre le cause dei cambiamenti climatici e di aumentare le risorse disponibili per i Paesi poveri, riducendo drasticamente le due cause principali delle migrazioni.

Fornendo ai Paesi di partenza delle migrazioni i capitali e l’assistenza tecnica necessari a ripristinare condizioni ambientali e sociali che consentano di viverci dignitosamente, i Paesi industrializzati possono favorire il rientro dei migranti sulle loro terre. Questa scelta dovrebbe essere fatta innanzitutto con la motivazione etica di un risarcimento per le sofferenze che hanno causato a quei popoli col colonialismo e il neo-colonialismo, anche se, in realtà, costituirebbe solo una parziale restituzione delle risorse di cui li hanno deprivati con la forza e con inique forme di scambio. Tornando a lavorare nei loro Paesi d’origine, i migranti contribuirebbero ad accrescerne il benessere e non il benessere dei Paesi d’arrivo. Nei Paesi d’arrivo delle migrazioni i costi di queste restituzioni sarebbero almeno in parte compensati dalla riduzione delle spese necessarie a sostenere la gestione legale dei flussi migratori, i costi delle illegalità che si sono sviluppate nelle sue zone d’ombra, dei problemi sociali che ne derivano, dei maggiori controlli del territorio necessari a garantire la sicurezza sociale.

La solidarietà e l’equità impongono anche di estendere lo status di profughi, riconosciuto ai civili che fuggono dai Paesi devastati dalle guerre, anche ai migranti costretti ad abbandonare luoghi resi inabitabili dai mutamenti climatici in corso, o terreni agricoli sottratti alla loro disponibilità dal land grabbing di Paesi stranieri. Per le stesse ragioni etiche il diritto di accoglienza dei rifugiati dovrebbe essere sostenuto dall’organizzazione dei loro trasferimenti con mezzi rispettosi della dignità umana verso destinazioni in cui possano realizzare concretamente un nuovo progetto di vita.

Queste proposte possono essere considerate utopiche, ma non sono state formulate ignorando le difficoltà che si frappongono alla loro realizzazione. I problemi posti dalle migrazioni possono essere affrontati soltanto a livello internazionale, sulla base di progetti complessivi basati su studi finalizzati a prevederne gli sviluppi in conseguenza dei cambiamenti climatici in corso, dell’incremento dei consumi e delle emissioni di sostanze di scarto non metabolizzabili dai cicli biochimici causato dalla crescita economica prevista a livello mondiale, della globalizzazione, delle tensioni che saranno generate dalla riduzione della disponibilità di risorse. Se non si farà questa scelta ai limiti dell’impossibile e i Paesi ricchi rimarranno chiusi nella difesa dei propri interessi nazionali, i problemi posti dalle migrazioni li travolgeranno.

L’alternativa a scelte politiche guidate dai valori della sostenibilità, dell’equità e della solidarietà sarà l’affermazione dei partiti sovranisti che si propongono velleitariamente di bloccare i flussi migratori chiudendo le frontiere nazionali, e un’accentuazione delle tensioni internazionali di cui è facilmente prevedibile l’esito.


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