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Nella Terra dei Fuochi sarda tra paura e calo delle vendite: “Non possiamo barattare la nostra salute con i posti di lavoro”

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Cambiamenti climatici in Europa. Un interessante rapporto.

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Felici e contanti o contenti?

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Post referendum: una mia riflessione in ebook

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Isaia Sales e Simona Melorio: Le Mafie nel PIL

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Altro che la guerra vecchi contro giovani raccontata dai giornali. Il conflitto che emerge dalla brexit non è generazionale, ma di classe. E per non farlo esplodere dobbiamo saperlo vedere

Andrea Coccia, Linkiesta, 29 Giugno 2016

 

È passata quasi una settimana dal referendum britannico sull’uscita della Gran Bretagna dall’Europa e, tra tutte le notizie false, le interpretazioni sbagliate, gli allarmismi, le esagerazioni e le non comprensioni di cui è stato vittima il mondo del giornalismo italiano e internazionale ce n’è una che sta diventando un pericoloso ritornello: quello che vede dietro la sconfitta del Remain e la vittoria del Leave un conflitto generazionale.

Il campo di battaglia sarebbe questo: da una parte le vecchie generazioni, quelle dei nostri genitori, dei nostri nonni, i nati tra la battaglia della Somme e l’omicidio di Kennedy; dall’altra, le generazioni più giovani, quelle nate dai mesi della contestazione fino alla fine degli anni Ottanta. Sul ring, secondo tantissimi analisti, si sono sfidati i Babyboomers e la Generazione Erasmus. I genitori contro i loro figli. Vecchi contro giovani.

«Per un ragazzo di Londra, l’Europa è la fidanzata spagnola con cui ha amoreggiato durante l’estate del corso Erasmus a Barcellona. Per la vecchietta di Bristol citata dal capo degli ultrà nazionalisti Farage, l’Europa è il migrante nigeriano che attraversa la Manica per togliere il lavoro al figlio inglese della sua vicina ». Lo ha scritto sabato 25 giugno il direttore creativo de La Stampa Massimo Gramellini, uno a caso tra coloro che, non appena il dato ha iniziato a circolare, si sono aggrappati con le unghie ai paramenti del carro dei fini analisti, dei sociologi, degli scienziati politici.

«Ha vinto la vecchietta di Bristol», conclude laconico e retorico Gramellini, «perché ci sono più vecchiette che ragazzi, in questa Europa che non fa più bambini». Hanno vinto i vecchi. E pare veramente che la guerra civile generazionale sia veramente arrivata nelle case degli inglesi, almeno a leggere alcuni articoli del Guardian, che a distanza di quasi una settimana stanno ancora cavalcando quel discorso. Giusto martedì è uscito un articolo dal titolo che non lascia spazio alle libere interpretazioni: «Family rifts over Brexit: ‘I can barely look at my parents’», che in Italiano suona così: «Famiglie spezzate sulla Brexit: “Non riesco quasi a guardare i miei genitori”».

Eppure i fini analisti, i sociologi improvvisati e gli arguti scienziati politici di queste ore hanno preso un abbaglio che manco san Paolo sulla via di Damasco. E abbagliati si sbaglia, e qui lo sbaglio, oltre che macroscopico nel metodo, ha una portata pericolosa.

Questa storia, infatti, è falsa come una banconota da 30 euro. Primo, perché non esiste nessuno dato reale che può indicare la percentuale di voto per fasce d’età. Nessuno. I dati che sono stati usati per costruire questa storia della lotta generazionale sono il risultato di un’indagine condotta da YouGov tra il 17 e il 19 giugno, ovvero una settimana prima del voto. E sapete quanto è largo il campione degli intervistati da YouGov? 1652 persone, di cui, gli over 65 erano 73.

Ricapitolando: a partire da un sondaggio fatto una settimana prima del voto su 1652 persone, i giornali di mezzo mondo stanno gridando al conflitto generazionale come a una guerra civile che potrebbe trasformare i salotti dei nostri genitori in campi di battaglia. Molto bene, ma non è verificabile in nessun modo. Il che fa di quei dati e di tutte le analisi che hanno generato un mucchio di roba inutile.

I discorsi di questa portata si fanno sulla realtà, non sulle speculazioni statistiche. E qui l’unica realtà consistente sono i dati ufficiali, quelli reali, quelli provenienti dai seggi dopo le operazioni di conteggio dei voti. Sono questi gli unici sui cui si possono basare ragionamenti di tale portata. Sono questi che possono essere interpretati a livello sociologico, confrontandoli con dati precedenti, per esempio, e comparandoli tenendo conto dei dati socio economici dei bacini elettorali che quei dati hanno generato. Il Guardian, da questo punto di vista, ha fatto un ottimo lavoro di sintesi grafica del voto.

Ne emergono dati interessanti che dimostrano — come mostrano i grafici del Guardian — come gli assi che sembrano aver condizionato più le decisioni degli elettori sono, nell’ordine, il livello scolastico, lo status sociale e la ricchezza procapite.

 

Capitale scolastico, capitale sociale, capitale economico. Guarda caso esattamente le categorie usate da Pierre Bourdieu, il grande sociologo francese, per descrivere le dinamiche tra le classi sociali negli ultimi decenni del Novecento. Classi sociali, non classi di nascita.

 

Qualche esempio: a Londra, dove ha vinto bene il Remain, il Leave ha prevalso nei quartieri della working class dell’East London, «a Havering, Barking e Dagenham», scrive il Guardian e continua: «a Bexley e in molte aree della zona dell’estuario del Tamigi». Storicamente quelle sono zone labour, e alle ultime elezioni hanno visto un aumento del bacino pro Farage. È la working class. E, anche a Londra, ha votato Leave.

Un altro esempio: in città produttive come Manchester e Liverpool, il voto per il Remain ha prevalso nelle zone centrali, quelle più ricche e borghesi della middle class, mente il Leave ha vinto nelle periferie. Ancora una volta, i luoghi della working class. Stesso discorso anche per città come Birmingham, Leeds e Sheffield. Dinamica che si accentua nei centri operai, nel nord dell’Inghilterra, dove città come Doncaster e Middlesbrough il Leave ha vinto con percentuali superiori al 60 per cento.

Il discorso che emerge da queste analisi non c’entra niente con le età dei votanti. È un altro. E ci dice che, se veramente vogliamo fare i sociologi e cercare di capire le dinamiche del voto britannico, dobbiamo smettere di pensare, come fa Gramellini, ai ragazzi della generazione Erasmus, quelli con la fidanzatina spagnola, che sanno le lingue e sono cosmopoliti, che vengono sconfitti dai vecchi conservatori che non hanno visto il mondo. Per capire il voto britannico e trarre qualche lezione sul futuro della nostra Europa, infatti, il discorso che ci tocca fare riguarda un conflitto tra classi.

Owen Jones, columnist del Guardian, ha scritto: «Questo, che è forse l’evento più drammatico avvenuto in Gran Bretagna dalla fine della guerra, è stato, sopra ogni cosa, una rivolta della working class. Può darsi che non sia stata esattamente la rivolta della working class contro l’establishment politico, così come molti di noi pensano, ma è innegabile che questo risultato sia stato raggiunto grazie al sostegno dei voti di una working class alienata e furiosa».

Alienazione. Rabbia sociale. Conflitto di classe. Esattamente quella roba che negli ultimi trent’anni abbiamo cercato di seppellire sotto terra, come gli indiani con le asce di guerra, ma che sta tornando, anzi, non se n’è mai andato. Un fantasma si aggira per l’Europa, scrivevano una volta due che l’avevano vista lunga. Ecco, sono passati 150 anni, ma quel fantasma, forse, è ancora lì. E non è il caso di aspettare che prenda coscienza da solo. Perché quello che potrebbe succedere, non piacerebbe a nessuno.

 

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Attacco a una comunità guarani in Brasile, un morto e cinque feriti

Ricevo dal  movimento mondiale per i diritti umani  Survival questo appello che mi sento di condividere e che invito tutti a leggere, approfondire e condividere presto.

Un gruppo di sicari ha attaccato una comunità guarani nel Brasile meridionale uccidendo un uomo e ferendone almeno altri cinque, tra cui un bambino. È solo l’ultimo di una serie di assalti violenti alla tribù.

L’attacco è avvenuto ieri (14 giugno) nella comunità di Tey’i Jusu. Alcuni abitanti Guarani Kaiowá sono riusciti a filmare l’attacco da lontano. Dal video si possono sentire spari e urla, e sembra che siano stati incendiati i campi vicini.

Video: L’attacco dei sicari alla comunità di Tey’i Jusu

L’uomo ucciso è stato riconosciuto come Clodiodi Aquileu, un ventenne della comunità, che aveva il ruolo di operatore sanitario.

L’attacco fa probabilmente parte dei crescenti tentativi dei potenti agricoltori e allevatori locali – strettamente legati al governo ad interim nominato di recente – di sfrattare illegalmente i Guarani dalla loro terra ancestrale e intimidirli con violenza genocida e razzismo.

Due giorni fa Survival aveva ricevuto – grazie al progetto Tribal Voice – un audio dei Guarani della comunità di Pyelito Kue che documentava un altro attacco dei sicari al loro villaggio.

Video: La reazione delle famiglie guarani all’attacco al villaggio di Pyelito Kue

Sono arrivate notizie anche da un’altra comunità guarani nella stessa regione, conosciuta come Apy Ka’y, che rischia lo sfratto dopo aver rioccupato la sua terra sotto la guida della leader Damiana Cavanha nel 2013. Le nove famiglie della comunità avevano ricevuto un’ordinanza di sfratto la scorsa settimana, ma non è ancora noto se siano riuscite a restare nella loro terra – che gli spetta di diritto secondo la legge brasiliana e quella internazionale.

La frequenza degli attacchi contro le comunità guarani è aumentata da quando l’amministrazione uscente di Dilma Rousseff ha riconosciuto un vasto territorio alla tribù.

La frequenza degli attacchi contro le comunità guarani è aumentata da quando l’amministrazione uscente di Dilma Rousseff ha riconosciuto un vasto territorio alla tribù.

© Campanha Guarani

“È in corso un lento genocidio. C’è una guerra contro di noi. Abbiamo paura” ha detto il mese scorso il leader guarani Tonico Benites in occasione di una visita in Europa. “Uccidono i nostri capi, nascondono i loro corpi, ci intimidiscono e ci minacciano.”

“Continuiamo a lottare per la nostra terra. La nostra cultura non permette violenze, ma gli allevatori ci uccideranno piuttosto che restituirci la terra. Gran parte di essa ci è stata presa negli anni ’60 e ’70. Gli allevatori sono arrivati e ci hanno cacciato via. La terra è di buona qualità, con fiumi e foreste. Ora è preziosa.”

Negli ultimi decenni, i Guarani hanno subito violenza genocida, schiavitù e razzismo da parte di chi vuole derubarli di terre, risorse e forza lavoro. In aprile Survival ha lanciato la campagna “Fermiamo il genocidio in Brasile” per portare all’attenzione del mondo questa crisi terribile e urgente, e dare alle tribù brasiliane un palcoscenico da cui parlare al mondo nell’anno delle Olimpiadi.

“Assistiamo a un attacco brutale e continuato ai Guarani, che sta crescendo di intensità. Persone potenti in Brasile stanno cercando di ridurre al silenzio i membri della tribù, terrorizzandoli affinché rinuncino alle loro rivendicazioni territoriali” ha dichiarato oggi il Direttore generale di Survival, Stephen Corry. “Ma i Guarani non si fermeranno. Sanno di rischiare la morte cercando di tornare alla loro terra ancestrale, ma l’alternativa è così terribile che non hanno altra scelta se non quella di affrontare i sicari e le loro pallottole. Il governo ad interim del Brasile deve fare di più per porre fine a questa ondata di violenza che sta seminando morti.”

Aiuta i Guarani del Brasile

Il tuo sostegno è vitale per la sopravvivenza dei Guarani. Ecco cosa puoi fare:

Scrivi al presidente del Brasile per chiedergli di demarcare le terre dei Guarani e fermare l’assassinio dei loro leader;

Sostieni la campagna di Survival per i Guarani. Ogni euro raccolto aiuterà i Guarani a difendere i loro diritti umani, a riconquistare le terre ancestrali, a difendere le loro vite, a ripristinare i loro orti. Nessun importo sarà mai troppo piccolo.

Scrivi all’ambasciata brasiliana in Italia

Per altre forme di collaborazione, contatta Survival

Fonte: Survival

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La siccità del mediterraneo orientale

Pubblicata sul Journal of Geophysical Research, la ricerca “Spatiotemporal drought variability in the Mediterranean over the last 900 years”, condotta dalla NASA rileva che la recente siccità che ha avuto inizio nel 1998 nella regione levantina del Mediterraneo orientale, che comprende Cipro, Israele, Giordania, Libano, Palestina, Siria e Turchia, è con ogni probabilità la peggiore siccità degli ultimi nove secoli.

Gli scienziati hanno ricostruito la storia della siccità del Mediterraneo, come parte dei lavori in corso per migliorare i modelli computerizzati di simulazione del clima, attraverso lo studio degli anelli degli alberi per stabilire le variazioni intercorse delle precipitazioni: anelli sottili indicano anni di siccità; mentre quelli larghi mostrano l’abbondanza d’acqua.
Oltre a identificare gli anni più aridi, il team di scienziati ha scoperto i modelli nella distribuzione geografica della siccità che forniscono un’ “impronta digitale” per identificare le cause sottese. Nell’insieme, i dati mostrano l’intervallo di variazione naturale dei periodi di siccità nel Mediterraneo, che permetterà agli scienziati di distinguere quelli più intensi determinati dal riscaldamento globale indotto dall’uomo.

La rilevanza e l’importanza dei cambiamenti climatici di origine antropica ci impone di comprendere l’intera gamma di variabilità naturale del clima – ha dichiarato Ben Cook, l’autore principale della ricerca e climatologo del Goddard Institute della NASA per gli Studi spaziali e del Lamont Doherty Earth Observatory della Columbia University di New York – Se osserviamo i recenti avvenimenti iniziamo a rilevare le anomalie che si trovano al di fuori di questo intervallo di variabilità naturale, allora possiamo dire con una certa sicurezza a che cosa assomiglia questo particolare evento o questa serie di eventi e quanto è stato il contributo dell’uomo nel determinare i cambiamenti climatici”.

Cook e i suoi colleghi hanno utilizzato i dati sugli anelli degli alberi dell’ “Old World Drought Atlas” per capire meglio la frequenza e la gravità delle siccità verificatesi nel Mediterraneo nel passato. Negli anni compresi tra il 1100 e il 2012, i ricercatori hanno scoperto che le siccità record testimoniate dagli anelli degli alberi corrispondono a quelle descritte nei documenti storici dell’epoca.
Dei dati OWDA gli scienziati si  erano avvalsi anche per spiegare la caduta dell’Impero Khmer e l’abbandono da parte della popolazione della città di Angkor (Cambogia).

La gamma di variabilità di periodi estremamente aridi o piovosi è piuttosto ampia, ma la recente siccità che ha colpito tra il 1998-2012 la regione orientale del Mediterraneo, e tuttora persiste, è di circa il 50% maggiore degli ultimi 500 anni e del 10-20% degli ultimi 900 anni.

mappa mediterraneo

Gennaio 2012. Le tonalità di marrone mostrano le riserve di acqua nella regione del Mediterraneo rispetto allo stoccaggio idrico medio del periodo 2002-2015.
I dati sono desunti dai satelliti GRACE (Gravity Recovery And Climate Experiment), missione congiunta della NASA e l’Agenzia spaziale tedesca) (Fonte: NASA/Goddard Institute).
La copertura di dati su una vasta area ha permesso al team di scienziati non solo di osservare le variazioni nel tempo, ma anche i cambiamenti geografici in tutta la regione.
In altre parole, quando nel Mediterraneo orientale c’è siccità, questa si verifica anche nell’Occidente?
La risposta è sì, nella maggior parte dei casi – ha sottolineato Kevin Anchukaitis, co-autore e scienziato del clima presso l’Università dell’Arizona di Tucson – Questo vale sia per l’attuale società che per le civiltà del passato, ovvero se una regione sta soffrendo le conseguenze della siccità, queste condizioni sono suscettibili di persistere in tutto il bacino del Mediterraneo. Non è necessariamente possibile fare affidamento sulla ricerca di migliori condizioni climatiche in una regione piuttosto che in un’altra, così da avere la potenziale distruzione su larga scala dei sistemi alimentari, nonché potenziali conflitti per l’accaparramento delle risorse idriche”.

I ricercatori, inoltre, hanno osservato che quando la parte settentrionale del Mediterraneo (Grecia, Italia, coste di Francia e Spagna) tende ad avere scarsità di precipitazioni, la parte orientale del Nord Africa è piovosa, e viceversa. Queste relazioni est-ovest e nord-sud hanno aiutato il team a capire quali siano le condizioni oceaniche  ed atmosferiche che portano a periodi secchi o umidi.

I due principali modelli di circolazione che influenzano il verificarsi di periodi siccitosi nel Mediterraneo sono la North Atlantic Oscillation (gennaio-aprile) ovvero la differenza di pressione tra l’Anticiclone delle Azzorre e la Depressione d’Islanda, e l’East Atlantic Pattern (aprile-giugno) che segnala le anomalie delle temperature dell’Atlantico orientale. Questi flussi d’aria descrivono come i venti e il tempo tendano a comportarsi a seconda delle condizioni oceaniche. Hanno fasi periodiche che evitano a lungo il formarsi di tempeste nel Mediterraneo e provocano il formarsi di aria più calda, con la conseguenza che l’assenza di piogge e le elevate temperature fanno aumentare l’evaporazione dai terreni e provocano siccità.
Questo studio dimostra che l’andamento di questo recente periodo di siccità della regione orientale del Mediterraneo è del tutto anomalo rispetto agli altri livelli record che si sono registrati nei secoli scorsi, indicando che quest’area risente già gli effetti del riscaldamento del Pianeta indotto dall’uomo – ha commentato Yochanan Kushnir, climatologo presso il Lamont Doherty Earth Observatory, non direttamente coinvolto nella ricerca – La variabilità dei periodi di eccezionale siccità intervenuti negli ultimi 900 anni costituisce un importante contributo che verrà utilizzato per perfezionare i modelli computerizzati per proiettare il rischio di siccità nel XXI secolo”.

La situazione non sembra allarmare troppo i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo Centro-occidentale, che continuano a far finta di niente, come se la questione non li riguardasse, salvo poi voler distinguere chi scappa per le guerre dai rifugiati climatici e disconoscere come la questione mediorientale abbia avuto una escalation anche a seguito della grave siccità che ha colpito quella che, storicamente, è stata la regione della “Mezzaluna fertile”.

In copertina:
Donne al lavoro nei campi del nord-est della Siria colpita da grave siccità che viene considerata una delle concause della grave crisi socio-economica del Paese.

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Depressione post referendum

Pubblico di seguito la riflessione che don Paolo Farinella, di Genova, mi ha gentilmente inviato. Credo ci faccia bene leggerla per metabolizzare il dato del referendum e iniziare una migliore riflessione sui temi trattati e su quelli che da questi possono prendere forma e pensiero.

 

 

Genova 18-04-2016. –

È andata come non poteva non andare, considerati il reato d’istigazione alla
diserzione del boss del governo, l’ammutinamento della tv pubblica e, in parte privata, di quasi tutta la
stampa e le falsità sui posti di lavoro che si sarebbero stati persi. Diversi amici e amiche mi scrivono
dicendomi che sono andati a votare SI e ora sono depressi perché il voto è stato inutile e comunque «non c’è
niente da fare».
Prendo atto che non si sia raggiunto il quorum, ma non sono soggetto a depressione post referendum
perché non conosco né depressione né scoraggiamento, né tanto meno rassegnazione. Anche se tutti i votanti
avessero votato NO e solo io SI, ne sarebbe valsa comunque la pena perché ho votato secondo la mia libera
coscienza in formata, senza essermi venduto ad alcuno, senza avere ricevuto benefit dai petrolieri, senza
avere avuto paura del ducetto Renzi e della sua compagnia di merende. Difendere l’ambiente contro una
chiara forma di inquinamento autorizzato dal governo che lascia circa 40 piattaforme inattive da anni a
marcire per sempre nelle acque del Mediterraneo, ne valeva e ne varrà sempre la pena, anche da solo.
Invito le Amiche e gli Amici a riflettere.
Ci sarebbe stata sconfitta se la battaglia fosse stata combattuta ad armi pari con uso appropriato del
servizio pubblico televisivo e se il governo si fosse astenuto, come sarebbe stato suo dovere in fatto di
referendum. Il capo del partito Pd, ormai fuori controllo democratico, poteva invitare i suoi a votare secondo
coscienza, ma non poteva minacciare nella duplice veste di segretario di un partito (= associazione privata) e
di presidente del consiglio che, aggravante colpevole, ha mobilitato il re emerito Giorgio II che non ha perso
il vizio di volere comandare anche fuori tempo massimo.
Circa 15 milioni di Italiani e Italiane sono andati alle urne, di cui l’85,8% ha votato SI. Di questo
risultato devono cominciare ad avere paura Renzi e i suoi accoliti, perché se si fosse svolto un referendum
con tutti i crismi della democrazia, avrebbero stravinto i SI. Se sconfitta c’è stata, questa è di pertinenza del
governo e dei suoi alleati perché hanno vinto in modo scorretto, diffondendo dati non veritieri e barando
nella dinamica democratica. Non temete: tanto va il Renzi al lardo che ci lascia lo zampino.
Non so se avete notato che la stessa sera di domenica nella conferenza stampa per commentare il
risultato, la paura gli si leggeva in volto. Era una maschera tragica e ogni parola era nervosa e ballerina,
nonostante gli sforzi per nasconderla. Intanto la stessa conferenza stampa: perché indirla? Non era
assolutamente necessaria, visti i risultati.

Il narciso di Rignano doveva farla perché ne aveva bisogno lui per
illudersi di avere vinto e per mandare messaggi trasversali di stampo malavitoso a chi, nel suo partito, ha
dissentito come Emiliano, presidente della Regione Puglia, dall’imperatore del nulla.
Con la faccia da falsario, ha detto che non ha vinto il governo, ma hanno vinto gli operai: lui che ha
calpestato ogni garanzia sul lavoro, che ha abolito l’articolo 18 che nessuna Confindustria gli aveva mai
chiesto di abolire perché non è mai stato un ostacolo agli investimenti esteri; lui che ha precarizzato gli
operai come dimostra il calo verticale delle assunzioni e l’aumento dei licenziamenti, finiti gl’incentivi alle
imprese.
Qualcuno, più gigione di altri, aggiunge che «abbiamo buttato all’aria 300 milioni», senza nemmeno
scomodarsi a pensare che se, come sarebbe stato suo dovere, Renzi avesse accorpato il referendum alle
regionali, si sarebbero non solo risparmiati più soldi, ma si sarebbe giocato più pulito e il quorum sarebbe
stato raggiunto. La perdita dei 300 milioni è da addebitare a lui e solo a lui e dovrebbero sborsarla tutti i
membri del governo, cui bisogna aggiungere il silente e silenziato presidente della Repubblica che avrebbe
dovuto imporre l’accorpamento e non subire l’offuscamento della democrazia con l’umiliazione del
referendum.
Speriamo che le denunce dei radicali e di altri contro il presidente del consiglio dei ministri,
«pubblico ufficiale … [il quale] abusando delle proprie attribuzioni … si adopera … a indurre
all’astensione» (D.P.R. 361 del 30 marzo 1957) vada avanti fino in fondo e spero che Renzi venga
condannato al massimo previsto dalla Legge: tre anni di reclusione con in più il pagamento della multa e
delle spese processuali.
Qualcuno conclude che «ormai votiamo per le cause perse». In democrazia non è sufficiente vincere
a qualsiasi costo, ma è molto più importante decidere e agire con senso di legalità, in coerenza di Diritto,
fedeltà alla Costituzione e secondo la propria coscienza informata. No! Non abbiamo perso una causa,
abbiamo vissuto un momento altissimo di vita civile e senso democratico. Vi pare poco in questi tempi di
«accorciamento» dei diritti e della democrazia? Io sono orgoglioso di avere votato SI. Nonostante Renzi. Chi
non ha votato per qualsiasi ragione perde il diritto di lamentarsi e di protestare contro le ingiustizie del potere
perché ne sono complici e fautori. La «servitù volontaria» o l’ignavia non sono mai obbligatorie.

Paolo Farinella

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Alcune cose che contiene il famigerato PIL.

Nei giorni scorsi sulla mia pagina FB, ho intrattenuto qualche battuta con alcune persone che mi seguono nel merito del famigerato PIL.

In modo particolare sostenevo che oramai nel PIL italiano il governo ha inserito anche merci di provenienza illegale ed alcuni di voi mi hanno chiesto su quali fonti basavo queste mie affermazioni.

Siccome appartengo alla vecchia scuola di dare solidità alle parole che dico, propongo qui di seguito due articoli non miei, dove le mie tesi vengono confermate.

Colgo l’occasione per ringraziare ognuno di voi per l’affetto che manifestate qui e sulla pagina facebook e soprattutto per i continui stimoli – come questo – che fornite alle mie ricerche.

Buona lettura a tutti.

FQ 5 dicembre 2015, pagg. 6 – 7

 

1)Illegale e sommerso, l’altro Pil che vola

NON C’È CRISI Nel 2013 è salito a 206 miliardi. Evasione, lavoro nero, droga e prostituzione: la crescita c’è e non è dello zero virgola

VIRGINIA DELLA SALA

 

Verificare in modo diretto i dati sullo stato di salute dell’economia italiana a volte è molto semplice: basta scendere in strada. Per verificare, ad esempio, quelli diffusi ieri dall’Istat sull’aumento del sommerso e delle attività illegali in Italia, che nel 2013 è stato di circa 206 miliardi di euro (pari al 12,9 per cento del Pil e in aumento rispetto al 2012) si può partire da Napoli. Si può bere il caffè o mangiare una pizza in un bar di uno dei vicoli, senza ricevere alcuno scontrino (8 su 10 non lo emettono, secondo un’indagine AdnKronos). Prendere l’autobus senza biglietto con la sicurezza che i controllori saliranno all’ultima fermata. Passeggiare nei mercati di piazza Garibaldi, dove si vende merce contraffatta o comprare quella nascosta nelle cantine: originale, rubata o contraffatta nelle fabbriche di lavoratori in nero dell’hinterland napoletano. E rivenduta a un terzo del prezzo rispetto al negozio. Scansando decine di spacciatori e relative vedette, si può andare a lavorare come operai nei cantieri della zona. In nero, a giornata, per guadagnare 50 euro nel peggiore dei casi e per essere pagati con i voucher lavoro nei migliori. Anche se, con un solo voucher (come raccontato sia dal Fatto che da Report) spesso viene usato anche per tre giorni. Nel 2013 le unità di lavoro non regolari sono risultate 3 milioni e 487 mila. IL POMERIGGIO si può andare al porto. I container sono un misto di merce legale e di contrabbando. Quest’ultima è ben nascosta, ha spiegato Edoardo Francesco Mazzilli, direttore dell’ufficio investigazioni Antifrode dell’Agenzia delle Dogane: sotto montagne di banane o di ananas, si celano sigarette, droga e ogni genere di merci di contrabbando. “Parlare di Napoli – diceva – è come riferirsi a un esempio universale. Le dinamiche sono le stesse in molte altre città di Italia”. Di sera, le strade attorno alla stazione si popolano: prostitute, travestiti, ragazzine e giovani uomini. Il garante dell’Infanzia della Campania, Cesare Romano, ha più volte spiegato come la zona del Centro Direzionale pulluli di minorenni che si concedono per pochi euro. La prostituzione, minorile e non, ha raggiunto un valore di circa 3,5 miliardi di euro così come lo spaccio di droga (11,5 miliardi di euro, un miliardo in più rispetto al 2012). Insieme al contrabbando, valgono quasi l’1 per cento del Pil. E ancora, il lavoro nero nell’industria tessile veneta, il caporalato in Puglia e Calabria. Pochi giorni fa, a Metaponto la Guardia di Finanza a individuato una società di costruzioni che aveva omesso di dichiarare entrate per un milione di euro. Ieri, a Lucca, è stata scoperta un’evasione di 18 milioni di euro: un calzaturificio produceva quasi tutto in una seconda sede tunisina. Insomma, l’Istat la chiama “non osservata”per la connaturata difficoltà nel quantificarla con precisione, ma questa economia è sotto gli occhi di tutti e dall’anno scorso è inserita nel calcolo dei conti adottato da tutti i paesi europei. Pare, poi, non conoscere crisi per la gioia di un Pil che, nell’ultimo trimestre, ha registrato un aumento dello 0,2 per cento: al di sotto delle attese e non abbastanza per assicurare al governo sul raggiungimento del +0,9 per cento entro fine anno, previsto dal Def. Nel 2013, il solo valore aggiunto dall’economia sommersa, è stato di circa 190 miliardi di euro. Nel 2011 era pari all’11,4 per cento del Pil. Ma da dove arrivano questi numeri? Quasi la metà (il 47,9 per cento) deriva dalla mancata dichiarazione fiscale degli operatori economici: parliamo di circa 99 miliardi di euro. Altri 71 miliardi derivano dal lavoro irregolare e 19 miliardi da attività come fitti in nero e mance. Le pratiche illegali, invece, producono un valore di circa 16 miliardi. GLI ESEMPI fatti all’inizio, non sono casuali. Secondo l’Istituto di statistica, a incidere maggiormente sono i servizi, il commercio, i trasporti, le attività di ristorazione e le costruzioni. Si aggiungono le attività professionali (il tipico saldo dal dentista, con o senza ricevuta), il settore agricolo e alimentare, e l’industria. Dalla voluntary disclosure (il meccanismo di rientro dei capitali nascosti all’estero) sono rientrate ‘volontariamente’ nelle casse pubbliche risorse per circa 3,8 miliardi di euro. Secondo le stime iniziali, però, sarebbero dovuti essere almeno sei.

 

11,5 miliardi. Quanto valeva nel 2013 lo spaccio di droga in Italia (un miliardo in più rispetto al 2012). Con il contrabbando vale quasi l’1% del Pil.

206 miliardi. È l’a m m o n t a re dell’economia sommersa e derivante da attività illegali (droga , p ro s t i t u z i o n e etc) nel 2013, pari al 12,9% del Pil

190 miliardi. L’economia sommersa. Di questa il 47,9% deriva da evasione, il 34,7% dal l avoro irregolare, il 9,4% dalle a l t re co m p o n e n t i (fitti in nero, mance e integrazione domanda-offerta)

15, 2 miliardi. Vengono da p ro s t i t u z i o n e , co n t ra b b a n d o di tabacco e droga. 1,3 miliardi è ra p p re s e n t a to dall’i n d o t to

 

 

 

Dati Istat sull’aumento del sommerso e delle attività illegali in Italia, che nel 2013 è stato di circa 206 miliardi di euro (pari al 12,9 per cento del Pil e in aumento rispetto al 2012)

 

Dati 2013

La prostituzione ha raggiunto un valore di circa 3,5 miliardi di euro, lo spaccio di droga di 11,5 miliardi di euro, un miliardo in più rispetto al 2012). Insieme al contrabbando, valgono quasi l’1 per cento del Pil.

 

15, 2 miliardi. Vengono da prostituzione, contrabbando di tabacco e droga. 1,3 miliardi è rappresentato dall’indotto

 

2) L’economia illegale è l’unica che cresce

In tre anni quella legale ha perso il 2,4%. Impennata del crimine (droga, prostituzione etc.) del 6,9%

 

Fatto Quotidiano 28 gennaio 2016, pag. 12

 

Nunzia Penelope

Economia nera, affari d’oro. È la sintesi di uno studio che ha messo a confronto l’andamento dell’economia regolare con quella sommersa e illegale nell’ultimo triennio. La ricerca – dell’ufficio studi di Confartigianato su dati Istat e Unioncamere – fornisce risultati inquietanti, e dimostra che è in corso un travaso di valore dal “bianco” al “nero”. Nello stesso periodo in cui l’economia regolare perdeva il 2,4% in termini di valore aggiunto, quella sommersa e illegale è cresciuta infatti di identica percentuale: + 2,4. Non solo. All’interno del “non osservato’’ – a sua volta diviso in economia sommersa e illegale – la crescita più vertiginosa è stata proprio quella delle attività criminali, che hanno segnato un’impennata nel volume d’affari del 6,9%. Droga, prostituzione e contrabbando, con relativo indotto, hanno ottenuto un fatturato di 16,5 miliardi: una cifra superiore a quella dell’intera produzione dei mezzi di trasporto, auto compresa, che sfiora i 15,8 miliardi. Il solo traffico di stupefacenti vale quasi quanto tutta la spesa nazionale per l’assistenza sociale: 11,5 miliardi, contro 12,4. La nostra economia, dunque, si sposta sempre più non solo verso il sommerso, ma anche verso il crimine, che pesa oggi più di alcuni settori chiave come l’immobiliare, l’assicurativo, il farmaceutico. Parlano i numeri: il comparto illegale, col suo 6,9%, registra la performance migliore tra i 28 settori in cui è suddivisa l’economia regolare, superando altri settori giganteschi come le attività immobiliari, che crescono di appena il 2,9, i macchinari o le attività finanziarie e assicurative, entrambi con +2,3. Al terzo posto nella classifica dei migliori risultati c’è l’economia sommersa, che con un +2% ottiene un risultato migliore dell’industria chimica (+1,7%) o dell’industria farmaceutica (+ 0,3%). Quanto ai restanti 21 comparti tradizionali, dal tessile all’alimentare, il segno è per tutti meno. Dunque è il nero a trainare il nostro Pil. Lo studio di Confartigianato calcola, infatti, anche il volume delle attività regolari prestate però in modo “abusivo’’, e nuovamente si nota il travaso: nel 2014 siamo arrivati a oltre un milione di imprenditori e lavoratori autonomi irregolari, con una crescita dello 0,3%, contro un drastico calo del 4,2%, pari a quasi 300 mila unità perdute, di quelli in regola. Del resto, il mercato per tutto questo c’è, ed è florido: nel solo 2014, quasi 7 milioni di persone hanno acquistato beni e servizi in nero, pari al 13,5% della popolazione di riferimento (maggiori di 15 anni), contro una media Ue dell’11%. Ma in rapporto al Pil pro-capite, la nostra spesa nel comparto irregolare è addirittura superiore del 75% alla media Ue, del doppio rispetto alla Francia e del triplo rispetto alla Germania. Chi paga il prezzo sono le imprese “pulite’’. In particolare le piccole, così spesso celebrate come la vera spina dorsale del paese. Oltre il 65% del settore artigiano è vittima di una concorrenza sleale e durissima da parte dei “colleghi’’ del sommerso: al terzo trimestre del 2015, erano 898.902 le imprese messe a rischio da questo dumping, oltre due terzi del totale. Tra i comparti più esposti ci sono costruzioni, servizi, trasporti, ristorazione; tutti con tassi d’irregolarità superiori alla già alta media nazionale. Il che ha indotto Giorgio Merletti, presidente di Confartigianato, a chiedere una “operazione verità”:“Basta ipocrisie c’è troppa economia illegale che sottrae reddito e lavoro agli imprenditori onesti. Serve tolleranza zero”. © RIPRODUZIONE RISERVATA