,

Né austerità, né debiti pubblici.

Promuovere lo sviluppo di tecnologie che accrescono l’efficienza nell’uso delle risorse e ammortizzano gli investimenti con i risparmi economici che consentono di ottenere. Senza contributi di denaro pubblico.

 

Crescita e occupazione.

 

Nelle società che finalizzano l’economia alla crescita della produzione di merci, le industrie non possono non investire sistematicamente in innovazioni tecnologiche che aumentano la produttività, ovvero la quantità della produzione in una unità di tempo. Altrimenti la produzione non crescerebbe e non si raggiungerebbero le finalità poste all’economia. Le tecnologie che aumentano la produttività aumentano l’apporto delle macchine e riducono l’apporto del lavoro umano al valore aggiunto. Di qui è nata la convinzione che le innovazioni tecnologiche riducano i posti di lavoro. Uno dei primi a sostenere questa tesi è stato John Maynard Keynes, che in un suo breve saggio del 1931, intitolato Possibilità economiche per i nostri nipoti, ha scritto: «Noi abbiamo contratto un morbo di cui forse il lettore non conosce ancora il nome, ma del quale sentirà molto parlare negli anni a venire – la disoccupazione tecnologica. Scopriamo sempre nuovi sistemi per risparmiare forza lavoro, e li scopriamo troppo in fretta per riuscire a ricollocare quella forza lavoro altrove».[1]

In realtà l’illustre economista confondeva due fenomeni, uno di carattere tecnico e uno di carattere politico, perché la riduzione dell’apporto del lavoro umano al valore aggiunto causata dallo sviluppo tecnologico può essere gestita in due maniere. Se si decide di mantenere intatta la durata dell’orario giornaliero di lavoro si riduce l’occupazione, ma se si decide di ridurre la durata dell’orario giornaliero di lavoro si può mantenere intatta l’occupazione. Queste decisioni rispondono a valutazioni di carattere politico. La concorrenza ha imposto l’adozione della prima scelta, per cui le innovazioni dei processi produttivi hanno comportato riduzioni dell’occupazione. In controtendenza con questo processo agiscono le innovazioni tecnologiche di prodotto, ovvero l’immissione sui mercati di modelli innovativi dei prodotti in uso, o di prodotti innovativi – si pensi alla telefonia mobile – che mantengono alta la propensione al consumo e offrono nuove possibilità di occupazione. Ma, come ha scritto Keynes, le innovazioni tecnologiche di processo si sono susseguite troppo velocemente, anche nei settori produttivi innovativi, per consentire alle innovazioni tecnologiche di prodotto di assorbire tutta la forza lavoro che espellevano. La riduzione del numero degli occupati fa diminuire il numero delle persone con un reddito in grado di acquistare merci. Pertanto, se le innovazioni tecnologiche di processo non vengono accompagnate da riduzioni dell’orario di lavoro, accrescono l’offerta e contribuiscono a ridurre la domanda. Per evitare che questo squilibrio venga compensato da una riduzione della produzione che innescherebbe una crisi  – la riduzione della produzione comporta una diminuzione dell’occupazione che a sua volta determina una riduzione della domanda, per cui occorre ridurre ulteriormente la produzione – la domanda viene sostenuta politicamente aumentando i debiti pubblici e incentivando i debiti privati con opportune agevolazioni fiscali e monetarie. La finalizzazione dell’economia alla crescita della produzione di merci implica la crescita dell’indebitamento.

 

Crescita e debito.

 

Nel breve periodo l’indebitamento può essere una scelta risolutiva, sia per i bilanci pubblici, sia per i bilanci privati. Il finanziamento in deficit di opere pubbliche o di servizi sociali fa crescere la produzione e l’occupazione, per cui aumenta il gettito fiscale e gli enti pubblici possono ripagare i debiti che hanno contratto. La crescita della produzione conseguente all’adozione di tecnologie più performanti acquistate a debito, fa aumentare la produzione, le vendite e i profitti, per cui le aziende possono ripagare i debiti sottoscritti per acquistarle. La crescita della spesa pubblica e degli investimenti produttivi fanno crescere l’occupazione, per cui le famiglie possono saldare i mutui e i crediti al consumo. Ma può succedere che i debiti non possano essere pagati: dalle pubbliche amministrazioni perché i profitti derivanti dall’incremento della produzione non sono sufficienti ad accrescere il gettito fiscale in misura tale da compensare le spese in deficit; dalle aziende perché l’aumento dell’offerta di merci non è assorbito da un’adeguata crescita della domanda, per cui i profitti non consentono di ammortizzare le spese d’investimento; dalle famiglie se s’indebitano più di quanto lo consenta l’aumento dei loro redditi.

 

Quando si verificano delle insolvenze, se i creditori sono d’accordo, i debiti possono essere rateizzati con un aumento degli interessi. In questo caso occorrono quote maggiori del gettito fiscale, dei profitti delle aziende e dei redditi familiari per pagare le nuove rate più onerose, per cui diminuisce la domanda. Se invece i debitori non sono in grado di pagare i creditori nemmeno ristrutturando i debiti, le aziende falliscono e alle famiglie vengono pignorati i beni acquistati a credito, mentre lo Stato può risolvere il problema aumentando la richiesta di prestiti ai privati con l’emissione di Buoni del Tesoro, a tassi d’interesse tanto più alti quanto più alto è il livello raggiunto dal debito pubblico e il rischio che i sottoscrittori non possano essere rimborsati.

Di conseguenza il debito aumenta e, poiché aumenta anche il peso degli interessi, si può raggiungere la soglia oltre la quale l’avanzo primario di un bilancio statale – ovvero il saldo positivo tra le entrate e le spese – non è sufficiente a pagare le rate del debito pubblico, per cui per coprire la differenza occorre ridurre le spese o aumentare le tasse, con un effetto depressivo sulla domanda aggregata. Poiché, generalmente, i governi su cui si scarica l’onere di affrontare questi problemi non sono quelli che li hanno creati, i governi che deliberano le spese in deficit usufruiscono del consenso sociale che ne deriva, mentre i governi successivi ne pagano le rate gravate dagli interessi e ne subiscono le conseguenze negative senza esserne stati responsabili. In termini generazionali, le generazioni presenti non pagano tutti i costi di scelte di cui beneficiano, lasciandone una parte da pagare alle generazioni future, che non ne ricevono alcun vantaggio.

A questa iniquità sociale, si aggiunge un aumento dell’impronta ecologica della specie umana sulla biosfera, perché in conseguenza delle spese in deficit aumenta la domanda di merci, aumenta il fabbisogno di risorse naturali da trasformare in merci e da utilizzare nei processi produttivi, aumentano i rifiuti e le sostanze di scarto emesse dai cicli produttivi in qualche matrice della biosfera. E aumentano le diseguaglianze tra i popoli, perché un incremento dei consumi di risorse da parte dei Paesi industrializzati riduce le quantità di risorse disponibili per i Paesi in cui è ancora significativa l’economia di sussistenza. Chi si propone di promuovere una maggiore equità sociale e una maggiore compatibilità ambientale non può non impegnarsi contro l’aumento dei debiti pubblici e per l’adozione di stili di vita che escludano il ricorso ai debiti per comprare più di quanto non consenta il proprio reddito.

 

I debiti sono l’altra faccia della medaglia della crescita. L’irresponsabilità politica negli anni del boom economico.

 

La settimana Incom 30 novembre 1962: Tutti contenti a Firenze.[2]

La nuova libreria Feltrinelli a Firenze e il deficit dell’amministrazione comunale

Tutti contenti a Firenze. Il boom della cultura non poteva trovare impreparata la città di Dante e i fiorentini tra tanti supermercati hanno ora anche il supermarket della letteratura. Nella nuova libreria Feltrinelli il cliente si serve da sé, come nei grandi magazzini. Il miracolo economico e le riviste di arredamento hanno portato i libri sullo stesso piano dei soprammobili e ne hanno fatto un elemento decorativo. Una macchia di colore per il soggiorno. Molti si lasciano sedurre dall’etichetta e comprano un libro per la sua copertina, come se si trattasse di una scatola di pomidoro pelati. I libri ormai servono a tutto, tranne che ad essere letti. Tra i clienti ce n’è uno particolarmente soddisfatto: il sindaco La Pira. Forse pensa che qualcuno prima o poi dovrà risanare il deficit del Comune e questo pensiero lo diverte. L’assessore alle finanze Mayer ha rivelato che il deficit ammonta a 44 miliardi. La notizia ha suscitato grande scalpore. L’unico tranquillo e imperturbabile è il sindaco.

Intervistatore «Come sta la faccenda dei debiti del Comune?»

La Pira «Debiti? Ma guardi l’unica responsabilità che io ho è di non aver fatto i debiti adeguati per la mia città. Ne vuole una prova? Milano: al primo gennaio 59 sa quanti debiti aveva? 149 miliardi 350 milioni. Ne vuole ancora? Torino, al primo gennaio 62, sa quanti ne aveva? 164 miliardi (negli anni precedenti erano stati costruiti gli edifici, in seguito inutilizzati, e le infrastrutture, subito smantellate, di Italia 61 per celebrare il centenario dell’unità d’Italia ndr.)».

Intervistatore «Allora 44 miliardi…».

La Pira «Aspetta, aspè… aspè… Roma, al primo 62, sa quanti ne aveva? 357 miliardi (negli anni precedenti erano stati costruiti gli edifici, le infrastrutture viarie e gli impianti per le Olimpiadi del 1960, ndr.). Napoli. Sa quanto? 203 miliardi. Palermo, sempre al primo, 62 miliardi, e così via.».

Intervistatore «Certo che lei è molto informato sui debiti degli altri.»

La Pira «Ma io, io sono ragioniere, sa?»

Intervistatore «Come si può rimediare?»

La Pira «A che cosa?»

Intervistatore «Ai debiti.»

La Pira «Ai debiti? Come ai debiti? Rimediare a che cosa? Scusi i debiti, non è che noi facciamo debiti per feste da ballo, eh?»

Intervistatore «Allora i debiti, ci sono o non ci sono?»

La Pira «Ci sono. Purtroppo sono pochi. Perché noi ne abbiamo soltanto 39 miliardi».

Intervistatore «Ah, soltanto…».

La Pira «Se fa il confronto con Milano 149, Torino…».

Intervistatore «E allora sono una sciocchezza».

La Pira «Una sciocchezza. Io sono responsabile di una sola cosa. Di non aver fatto per la mia città i debiti che le altre città hanno fatto per il loro incremento».

Intervistatore «Grazie».

La Pira «Sono un imbecille».

Ossia è imbecille chi risparmia (commento del giornalista che, in realtà, avrebbe dovuto dire: è imbecille chi non fa debiti).

 

La crescita progressiva dell’indebitamento pubblico e privato.

 

Il divario tra la crescita dell’offerta e una crescita inferiore della domanda determinato dagli incrementi della produttività senza riduzioni dell’orario di lavoro, è aumentato progressivamente con l’introduzione dell’informatica e della robotica nelle attività produttive. Per cui è aumentata la tendenza dei governi dei Paesi industrializzati a spendere in deficit per far crescere la domanda, è aumentata la necessità delle industrie di accendere mutui per acquistare le innovazioni tecnologiche che si susseguono a ritmo sempre più serrato, è aumentata la propensione delle famiglie ad acquistare a debito, anche in conseguenza degli incentivi offerti dal sistema bancario: carte di credito, mutui facili, rateizzazioni dei pagamenti.

Dal 2000 al 2016 il rapporto tra debito e prodotto interno lordo nei Paesi dell’Unione Europea è salito dal 60,2 all’83,5 per cento. Dal 1995 al 2016, in Italia è salito dal 116 al 132 per cento, in Francia dal 55,8 al 96 per cento, nel Regno Unito dal 45,2 all’89,3 per cento, in Germania dal 54,8 al 68,3 per cento, in Spagna dal 61,7 al 99,4 per cento, in Grecia dal 99 al 179 per cento. Più forti gli aumenti in Giappone, dove ha raggiunto il 228 per cento, e negli Stati Uniti, dove alla fine degli anni settanta si attestava intorno al 30 per cento e nel 2016 aveva raggiunto il 104 per cento del prodotto interno lordo, pari a 20.000 miliardi di dollari, a cui vanno aggiunti altri 3.125 miliardi di debiti contratti da singoli Stati e municipalità. Secondo i dati forniti dal Fondo Monetario Internazionale alla fine del 2015 il debito globale ha raggiunto il valore di 152.000 miliardi di dollari, pari al 225 per cento del valore monetario della produzione di merci a livello mondiale, che si è attestato a 77.302 miliardi di dollari. Circa i due terzi del debito complessivo, pari a 100 miliardi di dollari, sono costituiti da debiti privati: delle famiglie, per accrescere i loro consumi, e delle aziende, per effettuare investimenti finalizzati ad aumentare la produttività. I dati differenti forniti dall’Institute for International Finance, riportati dal quotidiano della Confindustria, Il Sole 24 ore, oltre a confermare la scarsa attendibilità dei dati su cui si fondano le scelte economiche, sono ancora più impressionanti: a gennaio 2017 il debito mondiale avrebbe raggiunto 215.000 miliardi di dollari, pari al 325 per cento del valore della produzione di merci, di cui 70 – un terzo – accumulato negli ultimi 10 anni.[3]

In Italia il debito pubblico eccede i valori degli altri Paesi europei ed è secondo solo alla Grecia, in conseguenza della decisione, presa nel 1981 dall’allora ministro del Tesoro Beniamino Andreatta e dal governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi, di vietare alla Banca d’Italia di acquistare i titoli del debito pubblico rimasti invenduti, per evitare il rischio d’inflazione. Il risultato fu un forte innalzamento degli interessi. In dieci anni il debito pubblico raddoppiò, salendo dal 60 per cento del Pil nel 1982 al 120 per cento nel 1993. Nel 2015 il valore del prodotto interno lordo italiano è stato di 1.645 miliardi di euro, il valore del debito pubblico di 2.173 miliardi di euro, pari al 132,3 per cento del Pil; la somma degli interessi pagati sul debito pubblico è stata di 70 miliardi di euro, pari al 4,3 per cento del Pil (dati della Banca d’Italia).

 

La globalizzazione.

 

Il divario tra l’aumento dell’offerta di merci e un più contenuto aumento della domanda è stato accentuato dalla globalizzazione, ovvero dall’estensione dell’economia di mercato a livello planetario, in particolare alla Cina e all’India, dove vivono 2,6  miliardi di persone – il 37 per cento della popolazione mondiale – alla Russia, al Brasile e al Sud Africa. L’apertura di quei mercati vastissimi era indispensabile per ridare slancio alla crescita economica dei Paesi di più antica industrializzazione – Stati Uniti, Unione Europea, Canada e Giappone – e ha consentito alle società multinazionali di trasferire i loro impianti in Paesi dove i costi della manodopera e le tutele sindacali sono molto inferiori, gli orari di lavoro più lunghi, le legislazioni ambientali molto più permissive. I costi di produzione più bassi e il più intenso sfruttamento dei lavoratori hanno fatto crescere la produzione e i loro profitti, ma l’occupazione nei Paesi di più antica industrializzazione è diminuita, facendo diminuire la domanda, che è aumentata nei Paesi in cui sono state delocalizzate le aziende, ma non in misura tale da assorbire gli incrementi dell’offerta, a causa dei livelli retributivi più bassi.

L’aumento della disoccupazione, soprattutto giovanile, nei Paesi europei e la concorrenza esercitata dai costi e dalle tutele sindacali inferiori in Cina e in India, hanno ridotto la forza contrattuale dei lavoratori. Di conseguenza le loro retribuzioni sono diminuite costantemente. Il sociologo del lavoro Luciano Gallino ha scritto che «tra il 1980 […] e il 2006, la quota dei salari sul Pil nei paesi che formavano a inizio periodo la UE a 15 è scesa di circa 10 punti, dal 68 a 58 per cento», accentuando la diminuzione della domanda e aumentando le differenze tra una minoranza sempre più ricca e una percentuale sempre più ampia di popolazione sempre più povera.[4]

 

La crisi dei mutui subprime.

 

La dinamica costituita da una crescita della produzione di merci che comporta una crescita dell’offerta sistematicamente superiore alla crescita della domanda, creando un divario che si cerca di ridurre aumentando progressivamente l’indebitamento pubblico e privato per sostenere la domanda, prima o poi è destinata a innescare una crisi da sovrapproduzione. Così è avvenuto con i mutui subprime, a febbraio del 2007 negli Stati Uniti. Le banche americane concedevano mutui per l’acquisto di case a clienti che esse stesse avevano classificato nella categoria dei subprime, i meno affidabili, perché erano falliti, o erano stati pignorati, o non pagavano con regolarità bollette e rate di prestiti. Per il fatto di essere ad alto rischio, i mutui subprime erano gravati da tassi d’interesse superiori a quelli di mercato. Con quei finanziamenti le banche contribuivano a tenere alti i prezzi e la domanda nel settore dell’edilizia, evitando che entrasse in crisi. A metà degli anni novanta il 25 per cento dei mutui fondiari erano subprime.

Quando ha iniziato a crescere il numero dei mutui non pagati, le case che le banche pignoravano e mettevano in vendita hanno fatto crescere l’offerta più della domanda, per cui i prezzi del settore edile sono crollati. Sapendo che questo sarebbe stato l’esito inevitabile della vicenda, gli istituti di credito si erano tutelati trasformando i loro crediti nei confronti dei clienti subprime in obbligazioni subordinate, che avevano rendimenti molto elevati proprio perché quei mutui erano stati concessi a tassi d’interesse superiori a quelli di mercato, ma erano molto rischiose perché garantite – si fa per dire – dai mutui stessi e non dall’istituto di credito. Questi titoli d’investimento, che vengono definiti derivati, non pagano l’interesse se le rate del mutuo non vengono pagate e, in caso d’insolvenza, non possono essere ceduti. La conseguenza è la perdita dei capitali investiti dai risparmiatori che li hanno acquistati convinti di vederli fruttare senza fare nulla, come Pinocchio nel Campo dei Miracoli.[5]

Secondo il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, la crisi scoppiata nei primi mesi del 2007 e culminata a settembre del 2008 con la bancarotta di una delle principali banche del Paese, la Lehman Brothers, è costata quasi 9 milioni di posti di lavoro e poco meno di 19.200 miliardi alle famiglie. La crisi dell’edilizia che ne è seguita si è propagata rapidamente a tutti gli altri comparti produttivi, provocando una recessione più grave, più estesa e più duratura di quella del 1929. Per fronteggiarla ed evitare il crollo del sistema creditizio, che avrebbe avuto pesantissime ripercussioni sulle attività economiche e produttive, gli Stati hanno sostenuto le banche con enormi contributi di denaro pubblico. Negli Stati Uniti, in seguito al fallimento della Lehman Brothers il presidente Barak Obama ha fatto ricorso a un prolungato quantitative easing, che ha fatto crescere il debito pubblico di 9.300 miliardi di dollari e il rapporto tra debito e prodotto interno lordo dal 65 per cento a più del 100 per cento. Una conferma del fatto che la finalizzazione dell’economia alla crescita richiede un incremento costante dei debiti pubblici.

 

Distinguere l’austerità dal buongoverno.

 

A dieci anni dal suo inizio la crisi economica non è ancora stata superata del tutto, anche se non incide su tutti i Paesi industrializzati con la stessa intensità. I modi di affrontarla sono stati due, opposti nelle scelte, ma accomunati dalla stessa finalità di far ripartire la crescita: l’austerità e l’incremento della spesa pubblica in deficit. L’austerità è stata scelta dalla destra e si fonda sull’assunto che per far ripartire la crescita occorre prima di tutto ridurre i debiti pubblici, tagliando le spese e/o aumentando le entrate, in modo da ridurre l’entità degli interessi da pagare e recuperare denaro per gli investimenti. In linea di principio non si capisce per quale ragione una scelta di questo genere debba rientrare nella categoria concettuale dell’austerità, mentre sembra più attinente a quella del buongoverno. Eliminare dall’agenda politica la realizzazione di grandi opere pubbliche che le aziende private, sulla base di accurati studi di mercato eviterebbero di fare, non è una rinuncia, ma una scelta ispirata a criteri di saggezza.[6] Risponde a criteri di saggezza anche la riduzione delle spese militari, che invece non viene nemmeno presa in considerazione. Basta pensare che solo il costo del casco del pilota di un aereo da combattimento F35 costa 2 milioni di dollari, quanto occorre per ristrutturare energeticamente due grandi edifici scolastici, riducendo del 70 per cento i loro consumi di combustibili fossili, la spesa di denaro pubblico necessaria a pagarli e le emissioni di anidride carbonica. Sempre nella categoria del buongoverno rientra la riduzione degli sprechi che si può ottenere utilizzando tecnologie che accrescono l’efficienza nell’uso delle risorse, mentre la riduzione degli enormi privilegi retributivi di alcune categorie sociali ha anche le connotazioni dell’equità sociale. Queste scelte non rendono austera la vita a nessuno.

Si può definire correttamente austerità la scelta di ridurre il debito pubblico solo se le spese pubbliche che vengono ridotte comportano peggioramenti nelle condizioni di vita di categorie sociali che già hanno poco. Sostanzialmente, se si tagliano le spese dello Stato per i servizi sociali, se ne aumentano i costi per gli utenti riducendo al contempo le prestazioni, si privatizzano i servizi pubblici. A maggior ragione se questa austerità mirata va a colpire famiglie in cui vivono persone che non trovano lavoro, o lo hanno perso a causa della globalizzazione, o fanno lavori precari, dequalificati e poco pagati.

In Italia questo compito è stato affidato a Mario Monti, un economista accademico inserito con ruoli di alta responsabilità nelle istituzioni finanziarie internazionali e nelle strutture associative imprenditoriali, più volte commissario europeo, nominato il 9 novembre 2011 senatore a vita dal Presidente della Repubblica e incaricato il 13 di formare un governo tecnico che il 16 novembre aveva già prestato giuramento. Impossibile non pensare che non fosse un disegno preordinato. E dal momento che non ebbe una gestazione istituzionale, è facile immaginare dove l’abbia avuta.[7]

Presentato dai mass media come colui che avrebbe salvato il Paese dalla gravissima crisi economica e finanziaria che lo attanagliava, il 4 dicembre Mario Monti predispose in un decreto, denominato in coerenza con la sua fama, «Salva Italia», una manovra finanziaria anticrisi che prevedeva un aumento delle tasse, una riduzione delle spese statali per i servizi pubblici, una forte riduzione della spesa pensionistica. Nel decreto venne reintrodotta la tassa sulla prima casa, con un’aliquota più alta di quella precedente e con un aumento delle rendite catastali. Fu aumentata la tassa rifiuti confermandone la parametrazione sulla superficie delle abitazioni, per cui in realtà si configurava come un’integrazione della tassa sulla casa. Venne aumentata l’IVA ed eliminata la riduzione dell’aliquota sui generi alimentari. Furono ridotti i trasferimenti dallo Stato agli Enti locali, che erano autorizzati a introdurre delle addizionali ad alcune tasse statali per compensare la diminuzione dei loro introiti.[8]

La misura che scaricò più pesantemente sulle classi popolari il costo della riduzione del debito pubblico fu la riforma delle pensioni. Dall’anno successivo sarebbe stata innalzata progressivamente l’età pensionabile, fino a raggiungere i 67 anni entro il 2022, e riparametrata al ribasso l’entità delle pensioni col passaggio dal sistema retributivo al sistema contributivo.[9] A 5,5 milioni di titolari di pensioni superiori a 920 euro mensili venne bloccata l’indicizzazione al costo della vita. Nessuna limitazione fu invece applicata alle pensioni privilegiate di parlamentari, consiglieri regionali, dirigenti statali e delle aziende partecipate dallo Stato. Dalle misure finalizzate a risanare il bilancio pubblico furono escluse le imprese, cui venne ridotto il carico fiscale diminuendo le tasse sul costo del lavoro e l’imposta regionale sulle attività produttive. E vennero escluse le grandi opere, per le quali il governo s’impegnava a trovare 40 miliardi di euro tra risorse pubbliche e private. Appena le misure di risanamento del bilancio statale a spese delle classi sociali subordinate furono applicate, le destre tolsero il loro appoggio al governo e il Presidente della Repubblica sciolse anticipatamente le Camere.

Alle elezioni politiche che si svolsero nel febbraio del 2013, la percentuale più alta dei voti – il 25,56 per cento – fu raccolta dal Movimento 5 Stelle, un raggruppamento politico che si presentava per la prima volta, caratterizzandosi come alternativo a tutti i partiti esistenti. Il partito fondato dall’ex-presidente del Consiglio per continuare la sua opera di salvezza del Paese, ottenne appena il 9,1 per cento dei voti e cominciò subito a sbriciolarsi. La sua opera di salvezza non portò frutti né in termini di rilancio dell’economia, né in termini di crescita dell’occupazione, che anzi continuò a diminuire, né in termini di riduzione del debito pubblico. In compenso lasciò il retaggio di una diffusa e profonda sofferenza sociale. Nel 2012 il prodotto interno lordo diminuì del 2,4 per cento rispetto al 2011 e nel 2013 di un ulteriore 1 per cento rispetto al 2012. Il tasso di disoccupazione, che nel 2011 era stato dell’8,4 per cento, nel 2012 salì al 10,7 per cento. Tra i giovani (15-24 anni) crebbe di 6,2 punti percentuali, arrivando al 35,3%, con un picco del 49,9% per le giovani donne del Mezzogiorno. Il tasso di occupazione scese di due decimi di punto rispetto all’anno precedente e ai minimi dal 2000, attestandosi al 56,8%. Nel 2013 il tasso di disoccupazione aumentò ulteriormente, raggiungendo il 12,2 per cento. Tra i giovani arrivò al 42,24 per cento. In valori assoluti il numero dei disoccupati fu di circa 3,3 milioni di persone.

Nel Regno Unito il primo ministro conservatore David Cameron nei cinque anni del suo primo incarico, dal 2010 al 2015, tagliò la spesa sociale dal 23 al 21 per cento del prodotto interno lordo, creando uno scontento sociale che pagò nel 2006 con la sconfitta al Referendum sulla permanenza della Gran Bretagna nell’Unione Europea. Un Referendum che aveva promosso egli stesso, convinto di vincerlo e di rafforzare col sostegno del consenso popolare la sua scelta di restare, mentre gli strati sociali penalizzati dalla riduzione delle spese sociali, dalla disoccupazione e dalla precarietà sul lavoro, videro nella scelta di restare una continuità con le scelte di politica economica e sociale che avevano peggiorato le loro condizioni di vita. Il primo ministro subentrato in seguito alle sue dimissioni, Theresa May, esponente dello stesso Partito Conservatore, nel discorso d’insediamento dimostrò di aver capito la lezione impegnandosi a cambiare strada rispetto al suo precedessore: «Il Referendum ha fatto emergere una nazione spaccata in due, in cui vi sono i ricchi e i poveri, gli ignoranti e gli istruiti, gli avvantaggiati e gli svantaggiati dalla globalizzazione […] Chi nasce povero vive in media nove anni di meno, le donne guadagnano meno degli uomini, chi frequenta la scuola pubblica ha meno possibilità di chi studia in una scuola privata. […] Sotto la mia guida il Partito Conservatore si metterà al servizio della gente comune, dell’ordinary working people». Non deve essere stata molto persuasiva se undici mesi dopo, alle elezioni politiche anticipate che aveva voluto nella convinzione di rendere più ampia la maggioranza risicata del suo partito in Parlamento, invece di rafforzarla l’ha persa perdendo 12 seggi, mentre il Partito Laburista, tornato a sinistra sotto la guida di Jeremy Corbin dopo la svolta a destra di Tony Blair, ne ha guadagnati 30 presentando un programma politico contrario all’austerità, che ha fatto presa soprattutto tra i giovani.

 

Le iniquità sociali e l’incompatibilità ambientale dei debiti pubblici.

 

Per superare la crisi, la sinistra non geneticamente modificata ha scelto di seguire la strada indicata da John Maynard Keynes, il più importante economista del novecento, che non era di sinistra, ma un liberale scettico sulle capacità autoregolatrici del mercato nelle fasi in cui il suo normale funzionamento s’inceppa. Nelle società pre-industriali le crisi erano causate dalla scarsità della produzione agricola che poteva verificarsi di tanto in tanto in conseguenza di eventi meteorologici eccezionali. Nelle società industriali sono causate invece dalla sovrabbondanza dell’offerta di merci. Se l’offerta di merci eccede la domanda espressa dal mercato e rimane in parte invenduta, le aziende devono ridurre la produzione e licenziare una parte dei loro dipendenti. I dipendenti licenziati rimangono senza reddito, per cui la domanda diminuisce, le aziende devono ridurre ulteriormente la produzione e licenziare altri dipendenti. Per arrestare questa spirale, Keynes, infrangendo il caposaldo del liberismo, sostenne che gli Stati dovevano aumentare la spesa pubblica indebitandosi. Non sarebbe bastato che spendessero di più aumentando il prelievo fiscale, perché in questo modo sarebbe aumentata la domanda pubblica, ma sarebbe diminuita quella privata. Per far crescere la domanda aggregata occorreva che gli Stati commissionassero opere pubbliche e potenziassero i servizi sociali oltre le capacità di spesa consentite dalle loro entrate. L’aumento della domanda statale in deficit avrebbe rimesso in moto le attività produttive e avrebbe fatto crescere il numero degli occupati, che con i loro redditi avrebbero fatto crescere ulteriormente la domanda, le attività produttive e gli occupati. L’aumento dei profitti e dei redditi avrebbe aumentato il gettito fiscale e gli Stati avrebbero potuto pagare le rate dei prestiti contratti per rimettere in moto l’economia. Perché aspettare la riduzione dei debiti pubblici per recuperare il denaro necessario a effettuare gli investimenti, come sostiene la destra, mentre l’aumento dei debiti pubblici consente non solo di riavviare molto più in fretta il ciclo economico, ma anche di ridurre la sofferenza sociale invece di acuirla, di migliorare le condizioni di vita degli strati sociali più poveri invece di peggiorarle? Anche da un punto di vista economico è più vantaggioso ridurre il rapporto tra il debito pubblico e il prodotto interno lordo aumentando il prodotto interno lordo invece di ridurre il debito.

La maggiore equità di questa strategia sostenuta dalla sinistra rispetto a quella dell’austerità sostenuta dalla destra è comunque finalizzata, come quella della destra, a rilanciare la crescita economica e i suoi effetti si limitano alle generazioni attuali dei Paesi sviluppati e di quelli che si stanno sviluppando sul loro modello. Ma se aumenta la produzione di merci grazie alla spinta che il sistema produttivo riceve dai debiti pubblici e privati, aumenta il fabbisogno di risorse e di energia, aumentano le emissioni di anidride carbonica e l’effetto serra, aumentano le sostanze di scarto che si accumulano nella biosfera, aumenta il consumo di concimi di sintesi che riducono la fertilità dei suoli, si accelera la diminuzione della fauna ittica negli oceani. Si aggravano tutti i fattori della crisi ambientale, si lascia alle generazioni future un mondo impoverito di risorse e inquinato, aumentano le sofferenze che la specie umana infligge alle altre specie viventi e che, in conseguenza dei legami che connettono tra loro tutte le forme di vita, ritornano come sofferenze sulla specie umana. Specialmente sui popoli poveri e sulle classi sociali più povere dei popoli ricchi. La ricerca di una maggiore equità limitata alle generazioni attuali della specie umana, a scapito delle generazioni future e delle altre specie viventi finisce paradossalmente con aumentare le iniquità che si propone di ridurre.

Ciò di cui i keynesiani di oggi sembra non si rendano conto è che rispetto agli anni trenta del secolo scorso il rapporto tra tecnosfera e biosfera è completamente cambiato: la concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera è passata dal valore di 270 parti per milione, in cui si era stabilizzata da 800 mila anni fino all’inizio del secolo scorso, alle 410 parti per milione registrate all’inizio di questo secolo, innescando una mutazione climatica di cui si stanno appena sperimentando le prime conseguenze; l’overshoot day, il giorno in cui l’umanità arriva a consumare tutte le risorse rinnovabili che la biosfera genera in un anno, è sceso al 2 di agosto; negli oceani galleggiano masse di poltiglia di plastica vaste come continenti; i ghiacci dell’Artico si sono ridotti del 38 per cento dal 1979 a oggi, la popolazione mondiale è passata da 2 a 7 miliardi; la fertilità dei suoli agricoli è diminuita; la fauna ittica è stata dimezzata. I margini di espansione dell’economia che c’erano negli anni in cui Keynes ha elaborato la sua teoria non ci sono più. E non ci sono nemmeno i margini per una stabilizzazione nella situazione attuale. Per non andare incontro al collasso, l’umanità deve ridurre la sua impronta ecologica.

 

Per una riconversione economica dell’ecologia.

 

Chi pone come obbiettivi al suo impegno politico la compatibilità ambientale e un’equità sociale estesa alle generazioni future e alle altre specie viventi, non può non valutare positivamente la scelta dell’Unione europea di porre dei limiti ai debiti e ai deficit pubblici degli Stati aderenti, deliberata a  Maastricht nel 1992. Senza entrare in una valutazione di merito sui valori stabiliti, rispettivamente il 60 e il 3 per cento dei prodotti interni lordi, né sulle successive misure adottate per renderli vincolanti, perché richiederebbero una trattazione specialistica che esula da queste riflessioni, la riduzione dei debiti pubblici, che alcuni economisti ritengono controproducente per superare la crisi economica, è indispensabile per contrastare l’aggravamento della crisi ecologica.[10] Può darsi che i valori fissati a Maastricht non siano stati calcolati col dovuto rigore scientifico, può darsi che le procedure d’infrazione per gli Stati che non li rispettano implichino un cedimento di parte della sovranità nazionale, può darsi che l’inserimento in Costituzione del pareggio in bilancio sia inopportuno, ma se gli Stati  spendono ogni anno più di quanto incassano col prelievo fiscale attivano un surplus di domanda che consente al sistema produttivo di continuare a produrre quantità crescenti di merci, per cui tutti i fattori della crisi ecologica continueranno ad aggravarsi: le emissioni di anidride carbonica e le loro concentrazioni in atmosfera continueranno a crescere, il consumo delle risorse rinnovabili continuerà ad eccedere la capacità di rigenerazione annua della biosfera e l’overshoot day ad anticipare progressivamente, la fertilità dei suoli e la biodiversità continueranno a ridursi, le masse di poltiglie di plastica che fluttuano in tutti gli oceani continueranno ad estendersi e le popolazioni ittiche continueranno a diminuire, le quantità di rifiuti e le malattie mortali causate dall’inquinamento continueranno ad aumentare, l’acqua scarseggerà sempre di più, le tensioni internazionali e le guerre per il controllo delle materie prime necessarie alla crescita si accentueranno.

Nell’attuale epoca storica il problema fondamentale che i Paesi industrializzati devono risolvere è l’elaborazione di una politica economica e industriale in grado di conciliare due esigenze apparentemente antitetiche: la riduzione dell’impronta ecologica dell’umanità e l’aumento dell’occupazione in attività utili, non finalizzate alla crescita economica. La strada da percorrere è lo sviluppo di innovazioni tecnologiche che riducono gli sprechi e aumentano l’efficienza nei processi di trasformazione delle risorse in beni, perché, se si riduce il consumo di risorse per unità di prodotto, non solo si riduce l’impatto ambientale, ma si risparmia del denaro con cui si possono pagare i costi d’investimento di queste tecnologie. Si mette in moto un circolo virtuoso che fa crescere la domanda e l’occupazione senza aggravare i debiti pubblici e i debiti privati delle aziende e delle famiglie. L’occupazione che si crea in questo modo non solo aumenta l’equità tra gli esseri umani viventi, ma riduce l’impatto ambientale delle loro attività e rende il mondo più bello e ospitale anche per le generazioni a venire. Le potenzialità di queste tecnologie sono molto più ampie di quanto generalmente si crede. Per svilupparle appieno occorre uno slancio progettuale di portata non inferiore a quello che ha dato avvio alla prima rivoluzione industriale.

L’impegno principale deve essere rivolto alla riduzione degli sprechi e all’aumento dell’efficienza dei processi di trasformazione energetica, che nei Paesi tecnologicamente avanzati può consentire di ridurre del 70 per cento i consumi di energia alla fonte senza comportare una diminuzione dei servizi finali. Ne deriverebbero: una drastica riduzione delle emissioni di anidride carbonica e dell’effetto serra; una drastica riduzione delle tensioni internazionali e delle guerre per il controllo delle fonti energetiche fossili; una drastica riduzione delle spese energetiche dei consumatori finali – famiglie, aziende, pubbliche amministrazioni.[11] E se si spende di meno per avere gli stessi servizi energetici, si può lavorare di meno e dedicare più tempo alle relazioni umane, alla creatività, allo studio disinteressato, alla contemplazione della bellezza.

In Svizzera sono stati realizzati i primi quartieri di abitazioni e servizi in cui le tecniche costruttive e l’efficienza degli impianti consentono di soddisfare i consumi energetici degli abitanti con una potenza continua pro-capite di 2.000 watt, che corrisponde, grosso modo, alla media degli anni sessanta. Attualmente si superano i 5.000 watt, meno della metà della potenza pro-capite negli Stati Uniti, ma ben più della media africana, che è di 500 watt. L’obbiettivo di una società a 2.000 watt, elaborato da alcuni ricercatori del Politecnico di Zurigo, è stato assunto dall’Ufficio federale dell’energia. 2.000 watt corrispondono a un consumo annuo di circa 17.500 kilowattora di elettricità o di 1.700 litri di petrolio. Oggi, la media mondiale è di circa 2.500 watt.

In Italia per riscaldare gli edifici nei mesi invernali si consumano mediamente 200 kilowattora al metro quadrato all’anno (circa 20 litri di gasolio o 20 metri cubi di metano). In Germania non è consentito superare un consumo di 70 chilowattora al metro quadrato all’anno, un terzo della media italiana, ma gli edifici più efficienti, quelli che rientrano nello standard delle «case passive» non devono superare i 15 chilowattora al metro quadrato all’anno e devono essere coibentati in modo così efficiente da non avere bisogno di un impianto di riscaldamento. Se al centro della politica economica e industriale del nostro Paese si ponesse la ristrutturazione energetica del patrimonio edilizio esistente, con l’obbiettivo di ridurre gli sprechi e le inefficienze al livello dei peggiori edifici tedeschi, i consumi per il riscaldamento si ridurrebbero dei due terzi. Poiché gli edifici assorbono per il solo riscaldamento invernale un terzo dei consumi totali di energia alla fonte, quanta ne brucia tutto l’autotrasporto nel corso di un anno, si ridurrebbero del 20 per cento sia le importazioni di fonti fossili, sia le emissioni di anidride carbonica. I posti di lavoro che si creerebbero attraverso questa decrescita selettiva degli sprechi di energia pagherebbero i loro costi d’investimento con i risparmi che consentono di ottenere.

Un incentivo all’adozione di queste misure in una logica di mercato, senza contributi di denaro pubblico, può essere costituito dall’uso delle forme contrattuali che dovrebbero caratterizzare le energy service companiesesco -: società energetiche che pagano di tasca propria i costi d’investimento degli interventi di ristrutturazione energetica che eseguono negli edifici, o negli impianti pubblici di illuminazione, mentre i proprietari degli edifici e degli impianti ristrutturati si impegnano a pagare per i loro consumi energetici la stessa cifra che pagavano prima della ristrutturazione, per un numero di anni fissato al momento del contratto. Per la durata del contratto le esco incassano i risparmi economici conseguenti ai risparmi energetici che riescono a ottenere. Al termine del contratto il risparmio economico va a beneficio del cliente. La durata degli anni necessari a recuperare gli investimenti è inversamente proporzionale all’efficienza ottenuta. La ricerca della maggiore efficienza possibile diventa pertanto l’elemento concorrenziale vincente. Inoltre il cliente è tutelato perché, essendo prefissato contrattualmente il tempo di rientro dell’investimento, se la esco ottiene una riduzione dei consumi energetici inferiore a quella che ha calcolato, incassa meno denaro di quello che ha previsto. Fare bene il lavoro e gestire bene l’impianto è nel suo interesse.

Il circolo economico virtuoso descritto può trovare un volano decisivo in una sorta di patrimoniale energetica sugli immobili, che può essere gestita in due modi. O il proprietario dell’immobile paga la patrimoniale e lo Stato la utilizza per ristrutturarlo energeticamente, restituendo ogni anno al proprietario l’equivalente del risparmio economico conseguente al risparmio energetico fino all’estinzione della tassa pagata, oppure il proprietario dell’immobile, invece di pagare la tassa fa eseguire in proprio la ristrutturazione energetica e incassa direttamente i risparmi, fornendo allo Stato la documentazione delle spese sostenute e dei risparmi annuali ottenuti.

Un altro settore strategico dove l’ammortamento degli investimenti necessari a ridurre gli sprechi si può pagare con i risparmi economici che ne conseguono, senza contributi di denaro pubblico, è la gestione dell’acqua potabile. In Italia le reti idriche perdono mediamente il 65 per cento dell’acqua pompata dal sottosuolo e depurata. I cambiamenti climatici in corso sono caratterizzati dall’alternanza di periodi sempre più lunghi di siccità in estate e di piogge torrenziali in autunno. Di conseguenza, nei periodi estivi di siccità le perdite degli acquedotti stanno creando problemi alla fornitura di acqua nelle aree urbane. La sostituzione delle tubazioni delle reti idriche costituisce pertanto una misura indispensabile non solo per ridurre uno spreco di energia e denaro senza senso, ma anche per continuare a fornire un servizio indispensabile per il benessere e l’igiene di decine di milioni di persone. Invece, pur essendo conosciuta da anni la gravità di questo problema, non si è fatto nulla per risolverlo, mentre si è preferito, incomprensibilmente, finanziare opere di utilità quanto meno dubbia e certamente dannose per gli ambienti, che non consentiranno mai di recuperare gli investimenti effettuati per realizzarle: dal treno ad alta velocità in Valdisusa, agli inceneritori, a strade e autostrade su cui transita un numero irrisorio di autoveicoli, ai gasdotti per aumentare la fornitura di energia che si spreca invece di realizzare le opere edili necessarie a ridurre gli sprechi di energia, alle spese per sistemi d’arma che non hanno una funzione difensiva, ma chiaramente offensiva, sebbene la nostra costituzione ripudi le guerre di aggressione, al pretesto ricorrente di manifestazioni sportive internazionali per realizzare grandi opere che non verranno più utilizzate in seguito. Se si pensa alle spese aggiuntive che si sostengono per occupare militarmente la Valle di Susa allo scopo di imporre la realizzazione di una linea ferroviaria ad alta velocità non giustificata dalle analisi dei flussi di traffico nei prossimi decenni, anche la persona più razionale non può non pensare a un’influenza di forze oscure che incombono sul futuro dell’umanità.

Le stesse dinamiche si verificano nella gestione degli oggetti dismessi. Il recupero e la riutilizzazione dei materiali che contengono è certamente più conveniente economicamente e meno dannosa ambientalmente delle metodologie che vengono utilizzate per renderli definitivamente inutilizzabili: l’interramento e l’incenerimento. Poiché il costo dello smaltimento è proporzionale al peso degli oggetti conferiti alle discariche o agli inceneritori, meno se ne portano e più si risparmia. Ma, per non portare allo smaltimento le materie prime secondarie contenute negli oggetti dismessi occorre venderle. Più se ne vendono e più si guadagna. Affinché qualcuno le compri occorre effettuarne una raccolta differenziata molto accurata che ne consenta il riciclaggio e il riutilizzo. La vendita delle materie prime secondarie contenute negli oggetti dismessi consente pertanto di creare un’occupazione utile; di pagarne i costi con i risparmi conseguiti nello smaltimento e con i guadagni ottenuti dalla vendita, senza contributi di denaro pubblico; per non parlare della riduzione dell’impatto ambientale dei rifiuti, attraverso la riduzione di uno spreco inammissibile tecnologicamente.

La decrescita selettiva degli sprechi è l’unica via d’uscita da una crisi che da troppo tempo genera problemi al sistema economico e sofferenze umane gravissime. L’assurdità della situazione che stiamo vivendo è dimostrata dal fatto che, mentre il numero dei disoccupati ha raggiunto livelli inaccettabili, non si fanno una serie di lavori che sarebbe indispensabile fare per ridurre la crisi economica, ridurre la crisi ambientale e migliorare la qualità della vita. Una società che non fa lavorare chi vorrebbe farlo e contemporaneamente non commissiona i lavori più necessari, che pagherebbero i loro costi con i risparmi che consentono di ottenere, è profondamente malata. E la sua malattia è causata dalla diffusione dell’idea assurda che lo scopo dell’economia sia la crescita del prodotto interno lordo. Prima ce ne libereremo e meglio sarà.

Maurizio Pallante

 

 

 

[1]    John Maynard Keynes, Prospettive economiche per i nostri nipoti, Adelphi, Milano 2009, pag. 19 (ed. or. 1931)

[2]          https://www.youtube.com/watch?v=ruTQUwmctqI&index=19&list=PL2jwhVT1STUQymyWo1RAWAJjayj2hWenf

[3]             Vito Lops, La bolla del debito globale. In 10 anni è esploso a 215mila miliardi. Si rischia l’effetto supernova?, Il Sole 24 ore on line, 12 aprile 2017. In questo articolo si cita un intervento di Francis Scotland, director of global macro research di Brandywine Global (Gruppo Legg Mason): «Il debito globale è cresciuto, principalmente sulla scorta degli stimoli anti-ciclici sia automatici che discrezionali, che avevano l’obiettivo di stabilizzare l’economia mondiale dopo la grande crisi finanziaria. Nel mondo sviluppato, le politiche fiscali sono tendenzialmente finalizzate a sostenere i consumi e ridurre la disoccupazione nei momenti di recessione. Così, quando l’economia globale è crollata nel 2009, i deficit di budget si sono gonfiati ed il tasso di crescita del debito pubblico ha avuto un’impennata. In senso letterale, l’economia mondiale per gran parte degli ultimi nove anni si è poggiata sulla finanza pubblica. Non possiamo sapere cosa sarebbe accaduto se il debito non fosse cresciuto, ma probabilmente ha evitato o perlomeno rinviato un’altra grande  depressione».

[4]             Luciano Gallino, Il denaro, il debito e la doppia crisi, Einaudi Torino 2015, p. 110.

[5]      In questo campo, situato nei pressi della città Acchiappa-citrulli (nel Paese dei Barbagianni), Pinocchio viene invitato dal Gatto e dalla Volpe a piantare i suoi 5 zecchini d’oro perché la miracolosa natura del terreno avrebbe fatto crescere in brevissimo tempo un albero capace di fruttare monete.

[6]             Il 90 per cento dei Grandi progetti che le Regioni italiane hanno presentato alla Commissione Ue nel periodo 2007-2013 chiedendo che fossero finanziati con fondi europei aveva «un’insufficiente analisi costi-benefici». Il 70 per cento scontava «problemi sulla valutazione del mercato interno o nell’impianto progettuale». E il 50 per cento era lacunoso nella valutazione ambientale. È quello che emerge da un focus del neonato Ufficio valutazione impatto (Uvi) del Senato, presieduto da Pietro Grasso, sulla capacità progettuale dell’Italia in termini di qualità. Il Fatto Quotidiano, 14 agosto 2017.

[7]               Il governo Monti ottenne la fiducia al Senato con 281 voti a favore e 25 contrari, alla Camera con 556 voti a favore e 61 contrari: la maggioranza più ampia di tutta la storia repubblicana, in cui confluirono le destre e le sinistre rafforzando i sospetti, già ampiamente diffusi, sulla labilità delle differenze tra i due schieramenti politici. L’unico partito a votare contro fu la Lega Nord, cui in seguito si unì l’Italia dei Valori.

[8]               Da uno studio effettuato da Ugo Arrigo, docente alla Bicocca di Milano, risulta che nel periodo 2009 – 2015 la riduzione dei trasferimenti statali agli EELL, i vincoli posti al loro bilancio e il patto di stabilità hanno ridimensionato di 39 miliardi le loro capacità di spesa, senza diminuire le loro funzioni. Queste manovre hanno dato un contributo del 95 per cento al miglioramento dei conti pubblici. Inevitabilmente gli EELL sono stati costretti a innalzare i tributi di loro competenza e le tariffe dei servizi. Cfr. Carlo Di Foggia, Come si uccidono gli Enti Locali: 5 anni di austerità ed errori, Il Fatto Quotidiano, 29 gennaio 2017.

[9]               Col metodo retributivo l’importo della pensione viene calcolato sulla media dei redditi degli ultimi anni di lavoro, i più alti. Col metodo contributivo viene calcolato sui contributi effettivamente versati nel corso della vita lavorativa. Poiché nei primi anni di lavoro le retribuzioni sono più basse, l’importo della pensione è inferiore.

[10]            Per rendere vincolante il rispetto dei limiti stabiliti col Trattato di Maastricht, nel 1997 l’Unione deliberò il Patto di stabilità e crescita, in cui erano previsti alcuni strumenti per inviare avvertimenti e applicare sanzioni agli Stati che li avessero superati. Veniva inoltre stabilito che ogni Stato inserisse il pareggio di bilancio in «disposizioni vincolanti e di natura permanente – preferibilmente costituzionale». In Italia questa norma è stata inserita in Costituzione con una modifica dell’articolo 81, approvata nell’aprile del 2012 (governo Monti). Questi impegni sono stati ribaditi nel 2012, dal Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria, più conosciuto con la definizione di fiscal compact (letteralmente «patto di bilancio»), in cui è anche stato stabilito l’obbligo per i Paesi con un debito pubblico superiore al 60% del PIL, di ridurre ogni anno l’eccedenza di un ventesimo.

[11]             Per approfondire questo tema mi permetto di rimandare a questi libri: Mario Palazzetti e Maurizio Pallante, L’uso razionale dell’energia. Teoria e pratica del negawattora, Bollati Boringhieri, Torino 1997; Maurizio Pallante, Un futuro senza luce?, Editori Riuniti, Roma 2007

,

Sabato 11 novembre a Firenze con Franco Berrino

Sabato 11 novembre 2017 alle 18.30 avrò il piacere di essere con il dottor Franco Berrino a Firenze, nell’ambito dei festeggiamenti per i 40 anni di Terranuova.

E’ un appuntamento importante al quale parteciperanno anche altre persone impegnate in prima linea per inaugurare e portare avanti quel nuovo paradigma culturale che pian piano sta prendendo piede.

Ringrazio gli organizzatori che hanno pensato a me e al Movimento per la decrescita felice, e tutti quanti voi che vorrete esserci di persona o col pensiero.

Tutte le informazioni per la serata li potete trovare qui

 

, , ,

In 10 anni quadruplicata popolazione a rischio fame, servono 23 mld di aiuti

Il punto con il lead analyst dell’agenzia Onu per le crisi alimentari

Quasi un miliardo di persone non alimentate in modo adeguato, 108 milioni in grave insicurezza alimentare, con malnutrizioni severe soprattutto nei bambini, 20-25 milioni a rischio carestia e 2-300mila persone in una situazione dichiarata di carestia, una condizione in cui già si contano numerose vittime, dove occorre agire per salvare vite umane. Luca Russo, lead analyst della Fao per le crisi alimentari, fa il punto con l’Adnkronos sul fenomeno a livello globale.

L’intervento umanitario in tutte queste situazioni è fondamentale. “Siamo passati da 5-6 miliardi di aiuti necessari, al 2006, a quest’anno in cui parliamo di 23 miliardi a livello globale anche perché la popolazione colpita si è quadruplicata rispetto al 2006 a causa dei tantissimi conflitti e dei cambiamenti climatici. Le risorse disponibili però di fatto coprono solo una parte dei fabbisogni, finanziati mediamente per il 30-40%”, spiega.

“Le persone in una situazione di grave insicurezza alimentare, che quindi hanno bisogno di assistenza umanitaria per sopravvivere, sono 108 milioni nelle statistiche 2016. L’anno precedente erano 80 milioni, nel 2016 abbiamo avuto dunque una forte degradazione della situazione dovuta essenzialmente a due fenomeni: uno, il più importante, i molti conflitti che ci sono al mondo e, l’altro, il fenomeno El Nino con episodi di siccità importante in alcune regioni”, continua Russo.

“Per il 2017 ci sono una serie di Paesi che seguiamo con più attenzione – dice – Sud Sudan, Yemen, nordest Nigeria e Somalia che l’anno scorso sono stati dichiarati dal segretario dell’Onu a rischio carestia. La buona notizia è che, tranne a inizio anno quando in Sud Sudan è stata annunciata una carestia, gli aiuti umanitari importanti fatti arrivare in questi Paesi hanno limitato la portata negativa di queste crisi, quindi in nessuno di questi quattro Paesi oggi, poi vedremo i dati nelle prossime settimane o mesi, possiamo dire che c’è una situazione di carestia”.

I numeri nel loro complesso, però, restano sostanzialmente gli stessi. “Ci sono altri Paesi in cui si sta manifestando una crisi severa, come il Congo, mentre soprattutto nella parte meridionale dell’Africa i numeri sono migliori. Poi avremo il totale a fine anno”, avverte Russo.

Ma come sono distribuiti questi numeri? Dei 108 milioni di persone a rischio ben 32 milioni si trovano in Sud Sudan, Yemen, nordest Nigeria e Somalia. “Ma non bisogna dimenticare i Paesi più piccoli – avverte – come la Repubblica Centroafricana e il Congo dove ci sono fenomeni non ugualmente importanti sui numeri ma altrettanto severi. Infatti questo è uno degli grandi rischi: c’è una grandissima attenzione a queste quattro grandi crisi e altre dimenticate“.

“Quando noi come agenzia dichiariamo una famine (carestia) vuole dire che si sono verificati una serie di eventi: almeno il 30% dei bambini severamente malnutriti; la mortalità giornaliera doppia rispetto alla media normale; il 20% della popolazione che soffre di grossi problemi di accesso agli alimenti. Il punto è che nel momento in cui noi dichiariamo che c’è carestia in un Paese dichiariamo che ci sono stati molti, molti morti. Quindi sarebbe importante intervenire prima che agenzie o governi siano costretti a dichiarare una famine”, rimarca il lead analyst per le crisi alimentari Fao.

“Insomma – ribadisce – quando si dichiara una carestia vuol dire che siamo già in ritardo rispetto alle risposte, bisognerebbe intervenire nelle fasi precedenti quando si dice ‘attenzione c’è una crisi’, La dichiarazione di carestia è una dichiarazione di fallimento: la gente già è vittima della fame“.

Quali le cause? Conflitti, cambiamenti climatici con situazioni di siccità ricorrenti, la fragilità stessa di alcuni Stati, situazioni di sottosviluppo. “Se non c’è pace è molto difficile risolvere i problemi di sicurezza alimentare – osserva – bisogna lavorare su una stabilizzazione di questi Paesi. Poi, noi, come Fao, sosteniamo che l’agricoltura in questi contesti rimane il settore portante: investire nel settore agricolo è di fondamentale importanza, evita quei fenomeni di abbandono del proprio Paese perché non ci sono mezzi per la produzione di cibo. Nel momento in cui ci si muove è molto difficile tornare indietro”.

“Al momento, ci sono nel mondo oltre 60 milioni di persone che hanno dovuto lasciare il loro luogo di residenza, sfollati nel loro Paese o all’estero come rifugiati, una cifra seconda solo a quanto accaduto durante la Seconda Guerra Mondiale”, conclude Russo.

Fonte: Adnkronos.com

, , , ,

Migrazioni: l’insopportabile ipocrisia dell’accoglienza

La situazione attuale

Le migrazioni costituiscono, insieme all’effetto serra e alla crisi economica iniziata nel 2007, i problemi più gravi di questo periodo della storia umana. Nei Paesi di partenza sono causate da sconvolgimenti profondi della struttura produttiva, dei rapporti sociali e delle condizioni ambientali che impediscono alle popolazioni di continuare a ricavare il necessario da vivere nei luoghi in cui vivono, come hanno fatto per millenni i loro antenati. Nei Paesi d’arrivo generano tre tipi di reazioni: una di rifiuto, che si concretizza nel sostegno ai partiti xenofobi; una di accoglienza interessata per i contributi che i migranti possono dare alla crescita economica e alla ricchezza monetaria dei nativi; una di accoglienza disinteressata e generosa, basata sulla solidarietà nei confronti delle persone più provate dalla vita e sulla pulsione a una maggiore giustizia sociale. I partiti xenofobi enfatizzano i problemi creati dall’arrivo di un numero sempre maggiore di migranti senza risorse professionali ed economiche, mettendo in evidenza l’insicurezza e il degrado che inevitabilmente si genera nei luoghi in cui in qualche modo si accampano e si arrangiano per sopravvivere. I sostenitori dell’accoglienza interessata li minimizzano, insistendo sui vantaggi economici che deriverebbero dalla loro regolarizzazione: crescita del prodotto interno lordo, aumento del gettito fiscale, pagamento delle pensioni. I sostenitori dell’accoglienza disinteressata fanno leva sui sentimenti di fraternità che, persistono nell’animo umano nonostante i decenni di consumismo, materialismo ed egoismo che hanno caratterizzato le società industriali. E dedicano le loro energie, la loro intelligenza, la loro creatività a cercare soluzioni per aiutare i migranti con cui entrano in contatto a trovare un alloggio e un lavoro dignitosi. Nascosti nei coni d’ombra tra queste dinamiche, agiscono due categorie di approfittatori: quelli che speculano sulla disperazione dei più deboli, sfruttando la loro forza lavoro in maniere ignobili, fino a farli morire; e quelli che, agendo nei meandri nascosti della politica, riescono a impadronirsi dei fondi stanziati per le strutture d’accoglienza, lasciando solo le briciole ai disperati cui erano destinati.[1]

L’aspetto di queste dinamiche su cui si dovrebbe maggiormente puntare l’attenzione e passa invece pressoché inosservato, è il fatto che tutti gli attori in campo si limitano a prendere in considerazione, ciascuno dal proprio punto di vista, le conseguenze dei flussi migratori nei Paesi d’arrivo, ma nessuno si domanda per quale motivo negli ultimi trent’anni le migrazioni abbiano coinvolto numeri sempre maggiori di persone in tutto il mondo. Una domanda che in relazione ai viaggi dall’Africa e dal Medio-oriente verso l’Europa è resa ancora più drammatica dal fatto che sono gestiti da bande di trafficanti di esseri umani, sono contrassegnati da violenze, spesso finiscono con naufragi nel canale di Sicilia e, anche se si concludono in qualche porto italiano, non c’è nessuna certezza che chi arriva possa iniziare una nuova vita più soddisfacente di quella che ha lasciato. C’è chi con una superficialità pari alla supponenza ha scritto: «Una è la visione del futuro, che è bene avere ma non puoi inventare. L’altra è lo spostamento dei popoli, che è come la terra che gira o l’eclissi di luna. Non riconoscere eventi immensi mentre stanno accadendo è una penosa cecità selettiva». (Furio Colombo, Il Fatto Quotidiano, 18 maggio 2017, p. 10). Si può modificare la rotazione terrestre? Si possono modificare le eclissi della luna? Si possono eliminare le cause che inducono masse crescenti di disperati a sottoporsi a viaggi infernali pur di lasciare i luoghi in cui i loro antenati hanno ricavato da vivere per millenni? Si può mettere fine a una sofferenza che i loro antenati non hanno dovuto patire? Non c’è davvero nessuna causa dipendente da scelte umane che possa essere rimossa?

 

Le migrazioni sono un fenomeno intrinseco al modo di produzione industriale

 

     Nel modo di produzione pre-industriale – ancora vigente in alcuni Paesi del mondo che, per questa ragione, vengono definiti sottosviluppati – l’economia è finalizzata a produrre beni con un valore d’uso. L’attività principale è l’agricoltura per autoconsumo. Gli scambi mercantili si limitano alle eccedenze della produzione agricola rispetto al fabbisogno delle famiglie contadine e agli oggetti prodotti dagli artigiani per rispondere alla domanda di clienti che li ordinano. Il denaro è il mezzo attraverso cui avvengono gli scambi tra i produttori e gli acquirenti dei beni. Nel modo di produzione industriale l’introduzione di macchine azionate da motori che trasformano l’energia termica in energia meccanica accresce la produzione e ne muta la finalità. I prodotti industriali non sono fatti su richiesta di chi ne ha bisogno, ma per essere venduti e ricavare dalla loro vendita più denaro di quanto ne è stato investito per produrli. Non vengono prodotti per il loro valore d’uso, ma per il loro valore di scambio. Pertanto, più se ne producono, più se ne possono vendere e più alti possono essere i profitti di chi li produce. Il denaro si trasforma da mezzo di scambio a fine delle attività produttive.

Per accrescere la produzione industriale non basta introdurre macchine sempre più efficienti nei cicli produttivi. Deve anche aumentare il numero delle persone che lavorano in fabbrica e il numero delle persone con un reddito monetario che consenta di acquistare i prodotti industriali. Chi lavora in fabbrica non ha la possibilità di autoprodurre i beni di cui ha bisogno per vivere, ma può comprarli sotto forma di merci col salario che riceve in cambio del lavoro che svolge. I due serbatoi da cui possono essere attinti i lavoratori di cui le fabbriche hanno bisogno per accrescere la produzione industriale sono i contadini che praticano l’agricoltura di sussistenza e gli artigiani. Ma bisogna convincerli, o costringerli, ad accettare questo cambiamento. All’inizio della rivoluzione industriale, in Inghilterra nella seconda metà del Settecento, furono emanate una serie di leggi che imponevano la recinzione delle terre agricole per favorirne l’accorpamento e consentire l’introduzione di tecniche agrarie che aumentavano la produttività, con l’obbiettivo di trasformare l’agricoltura da attività prevalentemente per autoconsumo in attività finalizzata alla vendita dei prodotti agricoli. Gli accorpamenti dei terreni furono effettuati in modo da favorire i grandi proprietari terrieri e danneggiarono i contadini, a cui furono assegnati gli appezzamenti meno fertili. Furono inoltre privatizzate le terre comuni, impedendo ai contadini di continuare a esercitare il diritto, che avevano da secoli, di portarvi al pascolo gli animali, di cacciare la selvaggina, di raccogliere la legna da ardere, le erbe e i frutti selvatici. Gli effetti combinati di queste due misure resero impossibile sopravvivere con l’agricoltura di sussistenza e i contadini furono costretti a emigrare nelle aree industriali, dove non avevano altra scelta che lavorare come operai. Del resto, se non l’avessero fatta spontaneamente, un’apposita legislazione puniva l’accattonaggio con la condanna alla reclusione da scontare lavorando in apposite fabbriche-prigioni. Contestualmente, lo sviluppo dell’industria tessile metteva fuori mercato le stoffe tessute in casa con telai a mano da artigiani, che reagirono distruggendo i telai meccanici azionati dalle macchine a vapore, ma la loro rivolta, passata alla storia col nome di luddismo, fu sconfitta militarmente dalle truppe governative inviate in soccorso degli industriali. Da allora i sistemi coercitivi utilizzati per costringere i contadini e gli artigiani a trasferirsi dalla produzione di valori d’uso alla produzione di valori di scambio, dalle campagne alle città, sono stati integrati instillando nell’immaginario collettivo l’idea che questo passaggio costituisse un progresso indispensabile per accrescere il benessere e migliorare le condizioni di vita.

Questo processo è avvenuto, seppure in tempi sfalsati, in tutti i Paesi in cui nel corso dell’Ottocento si è sviluppata l’industrializzazione. A parte gli Stati Uniti, dove i flussi migratori di cui il Paese aveva bisogno per sostenere il suo sviluppo industriale furono alimentati, sin dall’inizio, da masse di disperati privi di tutto provenienti da molti Paesi europei, nei Paesi europei, in una prima fase durata grosso modo fino alla prima metà del Novecento, le migrazioni dalle campagne alle città non hanno generalmente superato gli ambiti regionali e hanno assunto dimensioni nazionali solo nei trent’anni successivi alla fine della seconda guerra mondiale, che sono stati caratterizzati da una crescita economica senza precedenti. Quella crescita non sarebbe stata possibile se i flussi migratori non avessero fatto aumentare il numero degli occupati nel settore industriale, e se l’aumento dell’occupazione non avesse fatto aumentare il numero dei percettori di reddito in grado di acquistare i prodotti industriali immessi sul mercato. In Italia le migrazioni assunsero in quegli anni le connotazioni di un esodo dal sud al nord, alimentato non solo dai braccianti e dai lavoratori agricoli giornalieri che vedevano nella possibilità di lavorare in fabbrica e di avere un reddito monetario alla fine di ogni mese il superamento della povertà e della precarietà in cui vivevano, ma anche dall’attrazione esercitata dalla vita nelle città, di cui i mezzi di comunicazione di massa presentavano solo gli aspetti positivi, la vivacità culturale, l’abbondanza dell’offerta di merci, le opportunità di lavoro e di guadagno, mentre della vita in campagna enfatizzavano soltanto gli aspetti negativi, la fatica, la monotonia, l’arretratezza. I flussi migratori all’interno di ogni Paese europeo vennero integrati da flussi migratori dai Paesi in cui l’industrializzazione era iniziata più tardi e aveva avuto uno sviluppo più lento, verso i Paesi in cui era iniziata prima e si era sviluppata più rapidamente. Per esempio, dall’Italia alla Germania, al Belgio e alla Francia.

       

Le migrazioni attuali sono una conseguenza della globalizzazione

 

     Dopo l’abbattimento del muro di Berlino (ottobre 1989) e il crollo dell’Unione Sovietica, la variante liberista del modo di produzione industriale non ha più avuto ostacoli che le impedissero di espandersi in tutto il mondo. Del resto le economie dei Paesi capitalisti non avrebbero potuto continuare a crescere se non fosse cresciuta la produzione industriale e la domanda di prodotti industriali in Paesi come la Cina e l’India, dove vivono 3 miliardi di persone, il 40 per cento della popolazione mondiale. Ma la domanda di merci può crescere solo se cresce il numero delle persone provviste di reddito, cioè se cresce il numero degli occupati che ricevono un salario in cambio del loro lavoro, il numero degli imprenditori e il numero delle persone che lavorano nei servizi necessari al funzionamento di una società complessa. In quei Paesi, in cui aveva ancora un peso rilevante l’agricoltura di sussistenza, il trasferimento di decine di milioni di lavoratori dalle campagne alle città, dall’agricoltura all’industria e ai servizi, dall’agricoltura per autoconsumo alla produzione agricola per il mercato è stato attuato con deportazioni di massa. Altre deportazioni di decine di milioni di contadini sono avvenute in seguito agli allagamenti dei terreni e dei villaggi agricoli, provocati dalla costruzione di dighe gigantesche per soddisfare il crescente fabbisogno di energia elettrica richiesto dalla crescita della produzione industriale, dall’urbanizzazione e dall’innalzamento dei livelli di vita. In pochissimi anni sono state costruite città di decine di milioni di abitanti.[2]

Nei Paesi africani non è stato lo sviluppo industriale a costringere i contadini a lasciare le campagne da cui ricavavano il necessario per vivere, ma sono state le guerre tra le etnie e gli Stati fomentate dai Paesi occidentali, e quelle combattute direttamente da loro per tenere sotto controllo i territori in cui insistono le miniere e i giacimenti di fonti fossili necessari a sostenere la loro crescita economica. Sono state la riduzione della fertilità dei suoli e la perdita dell’autosufficienza alimentare causate dagli aiuti allo sviluppo, cioè alla mercificazione dell’agricoltura, che li hanno indotti ad abbandonare la biodiversità e l’agricoltura di sussistenza per dedicarsi alla monocoltura di prodotti esotici richiesti dal mercato mondiale. Sono stati gli acquisti di enormi estensioni di terreni agricoli non accatastati effettuati da cinesi e coreani per un tozzo di pane con la complicità di governanti corrotti. Non essendosi sviluppate in questi Paesi attività industriali in cui trasferirsi, l’unica prospettiva per le popolazioni costrette a lasciare le loro terre è trovare qualche forma di lavoro nei Paesi europei.

 

Liberi di dover partire

 

     Naturalmente nessuno è obbligato a emigrare. E chiunque ha diritto di andar via dai luoghi in cui non vuole più a vivere, o perché sono devastati da una guerra, o perché non riesce più a ricavarne il necessario per rispondere ai bisogni vitali della propria famiglia, o perché pensa di poter vivere meglio in un altro luogo del mondo. Chi sceglie di emigrare lo fa liberamente, anche se tutta la storia delle migrazioni è contrassegnata dalla sofferenza. La sofferenza di dover lasciare i luoghi in cui si è nati e i propri affetti familiari, la sofferenza di dover accettare lavori faticosi, pericolosi e poco pagati nei luoghi in cui si trasferisce, la sofferenza di vivere in abitazioni malsane in quartieri ghetto, la sofferenza per l’ostilità delle popolazioni tra cui s’inserisce. Una descrizione molto vivida delle condizioni di vita degli operai nel 1936 in Inghilterra è stata fatta da George Orwell nei resoconti di viaggio in un distretto minerario del Nord, raccolti nel libro La strada di Wigan Pier. In relazione alla storia dell’emigrazione italiana all’estero basta ricordare il linciaggio di 17 italiani ad opera di contadini e vagabondi francesi che lavoravano con loro nelle saline di Aigues Mortes il 16 e 17 agosto 1893. O i 136 minatori intrappolati da un’esplosione nella miniera belga di Marcinelle l’8 agosto 1956. Se avessero potuto ricavare il necessario per vivere dove erano nati, sarebbero andati a lavorare nelle saline francesi o nelle miniere del Belgio? Libers… de scigní lâ (Liberi… di dover partire), ha intitolato una sua raccolta di poesie in friulano, Leonardo Zanier, un sindacalista poeta che ha dedicato la vita a tutelare i diritti dei lavoratori italiani emigrati in Svizzera. Possibile che i sostenitori dell’accoglienza per ragioni umanitarie e di giustizia sociale sappiano solo dire che emigrare è un diritto che va tutelato e agevolato, ma non riescano nemmeno a immaginare che se degli esseri umani sono costretti a fare una scelta che nasce dal bisogno di fuggire da una sofferenza e nella maggior parte dei casi conduce ad altra sofferenza, l’umanità, il diritto, la condivisione impongono che ci si domandi quali siano le cause della sofferenza che li costringe a emigrare e della sofferenza che incontreranno nei luoghi d’arrivo? Che ci si impegni a renderne consapevole l’opinione pubblica e a cercar di capire come possano essere rimosse? Se ci si limita ad agevolare l’accoglienza dei migranti si rafforzano le cause che li inducono a emigrare. E, poiché le migrazioni sono causate da sofferenza e comportano sofferenza, si contribuisce ad accrescerla, oltre a fare inconsapevolmente il gioco dei sepolcri imbiancati dell’accoglienza interessata.

 

L’accoglienza dei sepolcri imbiancati (piccolo florilegio)

 

Carlos Moedas, Commissario europeo alla ricerca, all’innovazione, alla scienza, Dichiarazione all’emittente francese Europe 1, 11 maggio 2015:

Bisogna avere più migranti in Europa. L’immigrazione è essenziale alla crescita ed è certo che se potessimo avere più persone potremmo avere più crescita. Il mio messaggio ai francesi e all’Europa è che dobbiamo aprire le nostre porte.

 

Caritas e Migrantes, XXIV Rapporto Immigrazione, Migranti attori di sviluppo, Expo di Milano, 4 giugno 2015:

I migranti costituiscono una ricchezza per l’Italia, perché producono l’8,8 per cento del prodotto interno lordo, pari a oltre 123 miliardi di euro. E vengono pagati meno dei lavoratori italiani: un italiano guadagna in media 1.326 euro al mese, un cittadino comunitario 993, un extracomunitario 942 (ndr: cosa si può volere di più?, per non parlare di chi lavora in nero, a cui viene dato solo il necessario per sopravvivere e tornare a lavorare giorno dopo giorno, fino a quando ce n’è bisogno).

 

Maurizio Ricci, Lavorano e fanno figli: così i migranti finanziano l’Europa, la Repubblica on line, 8 settembre 2015:

Per salvare le nostre pensioni servono 250 milioni di rifugiati entro il 2060.

(ndr: «rifugiati», cioè profughi di guerra, non semplici migranti economici, ammesso che la distinzione abbia un senso).

 

Secondo un rapporto del Credit Suisse, reso pubblico il 23 settembre 2015, le spese per i migranti sono destinate a ripagarsi sotto forma di benefici alla crescita e quindi di aumenti delle entrate fiscali. La gestione dei migranti non è un costo ma un buon investimento. Entro il 2020 l’Europa avrà bisogno di 42 milioni di occupati in più per sostenere il suo sistema di welfare. La proiezione al 2060 è di 250 milioni. Le alternative, secondo lo studio della banca svizzera, sono pura questione di logica: o aumenta il tasso di natalità o arrivano più immigrati o si riducono le prestazioni.

(ndr: non hanno visto i 3 milioni di disoccupati in Italia, dove la disoccupazione giovanile oscilla da anni intorno al 40 per cento)

 

Tito Boeri, presidente dell’Inps, intervistato da Francesco Manacorda, Repubblica delle Idee, Bologna, Centro San Domenico, 15 giugno 2017:

Se chiudessimo le frontiere ai migranti non saremmo in grado di pagare le pensioni. Ogni anno gli stranieri versano otto miliardi di euro in contributi e ne prelevano tre. È vero, un giorno avranno la pensione pure loro, però molti torneranno al loro Paese d’origine. I loro versamenti saranno a fondo perduto.

(ndr: oltre ad arricchirci legalmente, si fanno pure fregare…)

 

Ancora Tito Boeri, nella Relazione Annuale dell’INPS, presentata il 4 luglio 2017 a Montecitorio ha scritto:

Chiudere loro le porte ci costerebbe la perdita secca di 38 miliardi per i prossimi 22 anni, una manovra aggiuntiva annuale. […] Chiudendo le frontiere agli immigrati rischiamo di distruggere il nostro sistema di protezione sociale. I lavoratori che arrivano in Italia sono sempre più giovani, la quota degli under 25 è passata dal 27,5 per cento del 1996 al 35 per cento del 2015, e pertanto si tratta di 150.000 contribuenti in più l’anno, che bilanciano in parte il calo delle nascite. […] sino ad ora gli immigrati ci hanno regalato circa un punto di Pil di contributi sociali a fronte dei quali non sono state loro erogate delle pensioni.

(ndr: «ci hanno regalato circa 1 punto di pil»: nonostante la loro povertà, sono proprio generosi)

 

Fondo Monetario Internazionale, L’impatto della migrazione sui livelli di reddito delle economie avanzate, 5 luglio 2017:

Nelle economie avanzate a un aumento di lavoratori immigrati dell’1 per cento corrisponde una crescita del Prodotto interno lordo di 2 punti, nel lungo periodo.

(ndr: di quanto fa diminuire la ricchezza nei Paesi di provenienza?)

 

Sempre Tito Boeri, 20 luglio 2017, audizione alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema di accoglienza dei migranti:

Gli immigrati regolari versano ogni anno 8 miliardi in contributi sociali e ne ricevono 3 in termini di pensioni e altre prestazioni sociali, con un saldo netto di circa 5 miliardi per le casse dell’Inps.

 

Evitare di essere utilizzati come inconsapevoli cavalli di Troia

 

I sepolcri imbiancati sanno perfettamente che nei Paesi sviluppati la produzione e la vendita di merci non possono continuare a crescere se non aumenta la percentuale della popolazione mondiale che abbandona l’economia di sussistenza e s’inserisce nell’economia di mercato. Sostengono quindi a ragion veduta che bisogna accogliere i migranti perché ne abbiamo bisogno: per continuare a far crescere il nostro prodotto interno lordo, per mantenere i nostri stili di vita, per pagare le nostre pensioni, per svolgere i lavori che gli italiani non vogliono più fare, per dare assistenza ai nostri vecchi. Sono invece disinteressate e dettate dalla solidarietà le motivazioni con cui la Chiesa cattolica nonostante gli scivoloni della Caritas, alcune associazioni non governative e i movimenti politici della sinistra non geneticamente modificata operano per favorire l’ingresso e l’accoglienza dei migranti dal Medio-oriente, dall’Africa e dai Paesi dell’Europa dell’est. Per costoro i richiedenti asilo e i migranti economici sono esseri umani che non hanno avuto la nostra fortuna di nascere dalla parte giusta del mondo, costretti a intraprendere drammatici viaggi della speranza alla ricerca di una vita migliore, accettando di subire violenze d’ogni tipo da trafficanti di esseri umani senza scrupoli e di rischiare la vita per raggiungere la terra promessa dei nostri Paesi, dove i livelli di benessere sono più alti di quelli dei loro Paesi d’origine.

     Premesso che alleviare una sofferenza è un dovere etico da compiere tempestivamente senza se e senza ma, capire le cause che la provocano è un dovere intellettuale a cui consegue l’impegno politico di provare a rimuoverle. Sicuramente una parte dei migranti che tentano disperatamente di trasferirsi dall’Africa e dal Medio-Oriente nei Paesi dell’Europa occidentale sono attirati dall’abbondanza dei beni materiali. Chi li produce utilizza spregiudicatamente internet e le televisioni satellitari per suscitare in loro il desiderio di averli, sapendo di incidere soprattutto tra i giovani, che sono la fascia d’età più interessante dal punto di vista lavorativo.[3] Tuttavia la maggioranza è costretta a emigrare perché i Paesi industrializzati, per sostenere i loro interessi hanno reso impossibile ai popoli che li abitano di continuare ad abitarli e a trarne il necessario per vivere. La distinzione tra migranti economici e rifugiati politici, che molti ripetono come un’ovvietà, è concettualmente pretestuosa. Che differenza c’è tra chi è costretto ad abbandonare la propria terra perché sconvolta da guerre istigate, o combattute direttamente dai Paesi sviluppati per tenere sotto controllo i giacimenti di una risorsa necessaria alla loro crescita economica, chi è costretto ad abbandonarla perché la sua fertilità è stata impoverita dall’agricoltura chimica finanziata dagli aiuti allo sviluppo per potenziare l’offerta sul mercato mondiale di un prodotto agricolo di cui c’era temporaneamente una domanda inevasa, e chi è costretto ad abbandonarla perché vi è stato insediato un campo petrolifero, o una discarica di rifiuti inquinanti, o perché se ne sono impadroniti i cinesi? Nessuno di loro può continuare a vivere sulla terra in cui è nato e in cui sono nati i suoi avi.

Chi ritiene che le società industriali costituiscano il livello più alto raggiunto dalla storia perché hanno consentito ai loro abitanti di avere un’abbondanza di beni materiali mai conosciuta in passato, di sconfiggere la fame, di curare malattie prima incurabili e di allungare la durata della vita, è convinto che i migranti dall’Africa e dal Medio-oriente non possano non desiderare di venire a viverci, «per donare a se stessi e ai propri cari un futuro migliore», come ha sostenuto mellifluamente Silvio Berlusconi parlando in un rete televisiva tunisina quando era presidente del Consiglio. E se è sensibile alle motivazioni umanitarie e ritiene che l’equità sia un valore, non può non essere disponibile ad aiutarli affinché possano condividere il nostro stile di vita. Non coglie la venatura di razzismo che offusca questa idea di accoglienza. Non pensa che sia il nostro stile di vita consumistico a impedire che i migranti possano continuare a vivere sulle terre dei loro padri, perché li priva del necessario per alimentare il nostro superfluo. Crede che l’unica alternativa ai limiti del loro modo di vivere sia il nostro modo di vivere, che è meno compatibile del loro con la biosfera. Non immagina che ce ne possa essere un altro diverso dal nostro e dal loro, da inventare e costruire insieme, perché il nostro non ha futuro e il loro è contrassegnato da privazioni. Non pensa che nel loro stile di vita possano esserci vantaggi che il nostro stile di vita ci ha tolto (la spiritualità, la solidarietà, la collaborazione) e che si possano superare i loro limiti (conoscenza scientifica molto scarsa, problemi igienici e sanitari, carenza di beni materiali) senza necessariamente assumere i nostri. Insomma, solo chi ha un modo di pensare molto schematico e forti limiti mentali può pensare che l’unica alternativa possibile ai problemi della loro società sia la nostra, e che l’unica alternativa possibile ai difetti della nostra sia tornare indietro, alla nostra società contadina dell’anteguerra, che era simile alla loro. Non immagina nemmeno che si possa andare avanti, ciascuno per la sua strada, in una direzione diversa. Per esempio, verso società in cui la tecnologia sia finalizzata a ridurre l’impronta ecologica e non ad aumentare la produttività; in cui il benessere non si confonda col tantoavere, ma s’identifichi con la possibilità di garantire a tutti di far fruttare i propri talenti. Se non si pongono queste domande, i sostenitori limpidi dell’accoglienza rischiano di diventare i cavalli di Troia dei sepolcri imbiancati, che si fanno paladini dell’accoglienza per trasferire al servizio delle società opulente coloro ai quali le società opulente hanno già tolto il necessario per vivere a casa loro.

Se, in conseguenza dell’inserimento di un numero sempre maggiore di migranti nel sistema economico e produttivo dei Paesi sviluppati, il nostro prodotto interno lordo tornerà a crescere più intensamente, come documentano gli studi dei sepolcri imbiancati, cresceranno i nostri bisogni di materie prime e di energia. Aumenterà pertanto la nostra necessità di tenere sotto controllo politico e militare le zone del mondo in cui si trovano. Aumenteranno i consumi di fonti fossili, le emissioni di anidride carbonica e l’effetto serra. Aumenterà la quantità di rifiuti che produciamo e la nostra esigenza di trovare qualche posto nel mondo in cui scaricarli. Si aggraveranno tutti i fattori della crisi ambientale. Diminuiranno le risorse disponibili per i popoli impoveriti dall’avidità dei popoli che hanno più del necessario e aumenterà la loro propensione a emigrare. Secondo uno studio redatto da 13 agenzie federali statunitensi che si occupano di cambiamento climatico per il National Climate Assessment (la valutazione sul clima richiesta dal Congresso ogni 4 anni), pubblicato l’8 agosto 2017, i cambiamenti climatici faranno sentire i loro effetti soprattutto nei Paesi di provenienza dei migranti e accentueranno i loro flussi. L’innalzamento del livello degli oceani conseguente allo scioglimento dei ghiacci polari provocato dall’effetto serra sommergerà il Bangladesh, costringendo i suoi 165 milioni di abitanti a emigrare in cerca di altri posti in cui vivere. E non saranno i soli a doversene andare dalla loro terra.

L’accoglienza generosa e disinteressata è indispensabile per alleviare le sofferenze causate dalle migrazioni, ma se non si inserisce in un progetto di rimozione delle cause che le generano, può contribuire a rafforzarle. La scelta fondamentale per ridurre le sofferenze delle migrazioni non è fluidificarne i flussi senza impegnarsi a limitarne le cause – come fanno, per ragioni diverse, la pseudosinistra dei sepolcri imbiancati, la sinistra non modificata geneticamente, i movimenti d’ispirazione religiosa – ma proporsi di ridurli – non bloccandoli militarmente, come propongono le destre xenofobe e sovraniste – ma riducendo le cause che li provocano. Ovvero riducendo le iniquità tra i popoli.

 

Per ridurre le sofferenze delle migrazioni occorre perseguire una maggiore equità tra i popoli.

 

     C’è chi crede che una maggiore equità tra i popoli si possa realizzare diminuendo i consumi dei Paesi sviluppati per consentire di far crescere i consumi dei Paesi sottosviluppati. Se così fosse, il consumo globale di risorse da parte dell’umanità non diminuirebbe. Poiché ha già superato i limiti della compatibilità ambientale, l’umanità continuerebbe ad andare verso il collasso, ma in maniera più equa. Non è una prospettiva consolante, soprattutto per le ultime e per le prossime generazioni. E poi, come si fa a pensare che possano accettare una riduzione dei consumi le popolazioni di Paesi in cui l’economia continua ad essere finalizzata alla crescita; la ricchezza e la povertà sono misurate col potere d’acquisto; i processi formativi sono improntati sull’identificazione della realizzazione umana col lavoro che si svolge, il reddito che se ne ricava, la quantità e il valore monetario delle merci che consente di comprare? Non si può perseguire una maggiore equità tra i popoli estendendo ai Paesi sottosviluppati il modello economico dei Paesi sviluppati, nemmeno se ci si propone di ridurre i consumi di risorse dei Paesi sviluppati per consentire ai Paesi sottosviluppati di averne a disposizione di più. Una maggiore equità tra i popoli si può ottenere soltanto se si abbandona la convinzione che il fine dell’economia sia la crescita della produzione di merci.

Creando un notevole sconcerto tra i paladini del pensiero unico, nell’Enciclica Laudato si’, papa Francesco ha scritto: «… è arrivata l’ora di accettare una certa decrescita in alcune parti del mondo, procurando risorse perché si possa crescere in modo sano in altre parti». (193) Evidentemente le parti del mondo in cui «è arrivata l’ora di accettare una certa decrescita» sono i Paesi sviluppati, che però non sono molto propensi ad accettarla, perché la concepiscono istintivamente come una diminuzione dei consumi di beni materiali – che pure, nonostante l’opinione comune, sarebbe necessaria per migliorare il benessere. In realtà risultati molto più significativi si possono ottenere focalizzando l’impegno sulla riduzione dei consumi di risorse, che si può ottenere sviluppando innovazioni tecnologiche finalizzate ad accrescere l’efficienza con cui si utilizzano e riducendo gli sprechi. Nel solo settore energetico, un grande slancio progettuale e innovativo, paragonabile a quello che ha avviato la rivoluzione industriale, può ridurre di almeno i due terzi i consumi di energia alla fonte a parità di servizi finali. In questo modo non solo può aumentare la quantità di risorse disponibili per i popoli che ne hanno meno di quanto è necessario per soddisfare i bisogni fondamentali degli esseri umani, ma si può offrire ad essi la possibilità di «crescere in modo sano», perché le innovazioni tecnologiche che consentono di ridurre i consumi di risorse dei Paesi sviluppati più dei loro consumi finali, consentono anche di aumentare i consumi finali dei Paesi sottosviluppati più dei consumi di risorse necessari a sostenerli. In ogni caso, il risultato dei due processi deve comportare una riduzione complessiva dei consumi di risorse della terra, delle emissioni metabolizzabili e delle emissioni non metabolizzabili dalla biosfera, ma ciò può avvenire solo se l’immaginario collettivo dei Paesi sviluppati saprà liberarsi dal grande inganno dell’identificazione del benessere col consumismo e del valore dell’innovazione in quanto tale. Solo se si crede che il senso della vita s’identifichi col possesso di cose e che il nuovo sia sempre migliore del vecchio, ogni volta che viene immesso un prodotto nuovo sul mercato si può sentire il bisogno di comprarlo. Ma la soddisfazione che se ne ricava viene continuamente frustrata dall’immissione sul mercato di prodotti più nuovi che fanno diventare vecchi i prodotti nuovi appena comprati. La propensione al consumo rimane intatta proprio in conseguenza della frustrazione a cui è inevitabilmente soggetta. Solo persone incapaci di dare un senso alla propria vita come successione di scoperte, conoscenze, incantamenti, possono rimanere vittime di questo inganno. Ma è questo inganno a consentire che si possa continuare a produrre sempre di più, a consumare quantità sempre maggiori di risorse, a immettere quantità sempre maggiori di sostanze di scarto in qualche matrice della biosfera.

Il cambiamento dei fini della tecnologia, dall’incremento della produttività alla riduzione dell’impatto ambientale, insieme a un cambiamento dei valori e dei modelli di comportamento che rivaluti l’importanza della dimensione spirituale e smonti l’identificazione del concetto di nuovo col concetto di migliore, sono l’unico modo per riuscire a coniugare la compatibilità ambientale con l’equità. Un’equità non limitata alle generazioni viventi della specie umana, ma estesa alle generazioni future, né limitata alla specie umana, ma estesa a tutte le specie viventi, perché solo questa equità estesa può consentire di raggiungere la compatibilità ambientale e solo la compatibilità ambientale può consentire di realizzare questo tipo di equità, l’unica in grado di garantire una maggiore equità tra i popoli. Qualsiasi persona che conosca la storia umana, le sofferenze e le violenze di cui è intessuta, non può non pensare che questa sia un’utopia irrealizzabile, ma non ci sono alternative se si vuole evitare che i flussi migratori aumentino e continuino a causare sofferenze tra i più poveri della terra, ad arricchire i mercanti di esseri umani e coloro che, approfittando della loro debolezza, li riducono in stato di schiavitù sul lavoro, a creare nei Paesi d’arrivo tensioni sociali che accrescono il consenso politico ai partiti xenofobi. E se si vuole fermare il tragitto verso l’autodistruzione della specie umana, che procede di pari passo, tragedia dopo tragedia, coi tragitti dei migranti dall’Africa e dal Medio Oriente verso i Paesi dell’Europa occidentale.

In relazione a un contesto diverso Ivan Illich ha scritto parole che si possono applicare anche a questo: «Un programma del genere può ancora apparire utopistico al punto in cui siamo: se si lascia aggravare la crisi lo si troverà ben presto di un realismo estremo».[4]

 

 

 

[1]             Secondo il report Modern Slavery Index 2017, a cura del centro studi britannico Verisk Maplecroft, in conseguenza dell’elevato numero di sbarchi di migranti sulle coste italiane nel 2016, è aumentato il numero delle persone vulnerabili, che hanno alimentato il lavoro nero e lo sfruttamento. Attualmente in Italia sarebbero 100 mila le persone in condizione di schiavitù e para schiavitù in agricoltura. L’80 per cento sono stranieri, il restante 20 per cento italiani. Le violazioni delle leggi contro lo sfruttamento di esseri umani mostrano un aumento in 20 Paesi membri dell’Unione Europea su 28. In Italia il problema dello sfruttamento e riduzione in schiavitù non si limita solo al settore agricolo, ma si manifesta anche nelle costruzioni e nei servizi. E poi c’è lo sfruttamento della prostituzione, dove a dominare il mercato sono le mafie dell’est e quelle nigeriane. Un mercato che, secondo l’Istat, vale 90 milioni di euro al mese, 1,1 miliardi all’anno, alimentato da circa 9 milioni di clienti che hanno a disposizione tra le 75 mila e le 120 mila ragazze sparse per il Paese. (Gianni Rosini, il Fatto Quotidiano on line, 14 agosto 2017)

[2]             In Cina la costruzione della Diga delle Tre Gole sul Fiume Azzurro, terminata nel 2009, a pieno regime allagherà una estensione territoriale in cui vivono 5 milioni di persone. In India dal 1980 è in corso di realizzazione un progetto che prevede la costruzione di 3165 dighe sul fiume Narmada. Migliaia di ettari di terreno fertile sono già stati allagati e altre migliaia lo saranno, sconvolgendo completamente la valle del Gujarat, dove vivono 25 milioni di contadini.

[3]             Il 23 agosto 2009 Berlusconi si è recato in Tunisia negli studi di Nessma TV, un canale commerciale diffuso nei Paesi del Maghreb mediterraneo, di cui Mediaset ha il 25 per cento, per partecipare alla trasmissione Ness Nessma. Ecco la trascrizione di una parte dell’intervista, di cui si può vedere il filmato originale in sul sito dell’emittente www.nessma.tv Conduttore: «Dall’attrattiva che esercita l’Italia sui maghrebini, si può passare all’immigrazione, soprattutto a quella clandestina che purtroppo fa migliaia di morti».
Berlusconi: «La cosa più terribile sono le organizzazioni criminali, che sono moltissime. Ben Ali oggi mi ha detto di 300 organizzazioni scoperte dalla polizia del vostro Paese. Sono persone che approfittano della speranza degli altri, delle persone che sono nella miseria e che vogliono donare a se stessi e ai propri cari un futuro migliore. E allora si affidano a persone che con imbarcazioni non sicure si mettono in mare e questo porta a tragedie ad ogni istante. Occorre combattere tutto ciò. È necessario incrementare le possibilità per la gente che vuole tentare nuove opportunità di vita e di lavoro, occorre aumentare le possibilità di entrare legalmente in Italia e negli altri Paesi europei. Questo è ciò che voglio sia fatto, non solo in Italia, ma in tutta Europa. E poi bisogna dire che gli italiani sono stati un popolo che ha lasciato l’Italia e che è emigrato in altri Paesi, soprattutto in quelli americani. E allora questo ci impone il dovere di guardare a quanti vogliono venire in Italia con una apertura totale di cuore. E di donare a coloro che vengono in Italia la possibilità di un lavoro, di una casa, di una scuola per i figli, e la possibilità di un benessere che significa anche la salute e l’apertura di tutti i nostri ospedali alle loro necessità e questa è la politica del mio governo».
Conduttrice: «Siete incredibile presidente, non posso trattenermi dall’applaudire».

[4]               Ivan Illich, La convivialità, Boroli, Milano 2005, pag. 130, ed. orig. 1973

,

Una lavatrice di plastica: come i tessuti stanno inquinando i mari

Forse non ci si pensa spesso, ma buona parte dei nostri indumenti sono letteralmente prodotti di plastica. I tessuti acrilici e di poliestere, infatti, sono sempre più diffusi e utilizzati, ma non senza costi per l’ambiente.
Una ricerca dell’Università britannica di Leeds ha mostrato come ogni volta che queste fibre vengono lavate in lavatrice rilascino una quantità consistente di microparticelle.

 

Cosa contiene un carico da 6 chilogrammi

I ricercatori hanno dimostrato che per ogni lavaggio in cui la lavatrice è caricata con 6 chilogrammi di indumenti sintetici, in mare finiscono mezzo milione di fibre di poliestere e 700mila fibre di acrilico.
Si tratta di particelle microscopiche, spesso più piccole del diametro di un capello, ma che vanno ad aumentare l’inquinamento da micro plastiche. «Il risultato delle ricerche ci ha lasciato sorpresi – ha detto la biologa marina Imogen Napper -. Non pensavamo che si trattasse di un fenomeno di tale portata».

Le responsabilità dei produttori di tessuti

Quello delle fibre sintetiche è un fenomeno inquinante nascosto, ma con effetti su scala mondiale. Per questo, c’è bisogno dell’impegno da parte delle aziende del settore, come ha spiegato il ricercatore dell’Università di Leeds Richard Blackburn. «I produttori devono iniziare a porsi questa domanda: cosa avviene quando una fibra viene utilizzata quotidianamente e lavata? L’attenzione alla sostenibilità deve diventare una priorità. Le persone spesso non ci pensano, ma si tratta di un fenomeno di immensa portata».

Fonte: Rivistanatura.com

, , ,

Il “Giorno del Sovrasfruttamento della Terra” cade il 2 agosto

Nel 2017, il “Giorno del Sovrasfruttamento della Terra” cade il 2 agosto, mai così in anticipo da quando nei primi anni del 1970 abbiamo cominciato a sovrasfruttare le risorse.
Per innescare il cambiamento, il Global Footprint Network propone soluzioni per riportare la data verso la fine dell’anno (#movethedate) fornendo metodi di misura, impegni concreti e un nuovo calcolatore dell’Impronta Ecologica

(OAKLAND, CA, USA) — 27 giugno 2017 —secondo il Global Footprint Network, l’organizzazione di ricerca internazionale che ha dato avvio al metodo di misura dell’Impronta Ecologica (in inglese Ecological Foorprint) per il calcolo del consumo di risorse, il 2 agosto di quest’anno è il giorno in cui l’umanità avrà usato l’intero budget annuale di risorse naturali. Il 60% di questo budget è rappresentato dalla richiesta di natura per l’assorbimento delle emissioni di anidride carbonica.
Il Giorno del Sovrasfruttamento delle risorse della Terra (in inglese Earth Overshoot Day) rappresenta la data in cui la richiesta di risorse naturali dell’umanità supera la quantità di risorse che la Terra è in grado di generare nello stesso anno. La data dell’Earth Overshoot Day è caduta sempre prima nel calendario: dalla fine di settembre del 1997 al 2 agosto di quest’anno, mai così presto da quando il mondo è andato per la prima volta in sovrasfruttamento nei primi anni ’70. In altre parole, l’umanità sta usando la natura ad un ritmo 1,7 volte superiore rispetto alla capacità di rigenerazione degli ecosistemi. È come se ci servissero 1,7 pianeti Terra per soddisfare il nostro fabbisogno attuale di risorse naturali.
I costi di questo crescente sbilanciamento ecologico stanno diventando sempre più evidenti nel mondo e li vediamo sotto forma di deforestazione, siccità, scarsità di acqua dolce, erosione del suolo, perdita di biodiversità e accumulo di anidride carbonica nell’atmosfera.
#movethedate: sposta la data verso la sostenibilità
Possiamo però invertire questa tendenza. Se posticipassimo l’Overshoot Day di 4,5 giorni ogni anno, potremmo ritornare ad utilizzare le risorse di un solo pianeta entro il 2050.
“Il nostro pianeta è finito, ma le possibilità umane non lo sono. Vivere all’interno delle capacità di un solo pianeta è tecnologicamente possibile, finanziariamente vantaggioso ed è la nostra unica possibilità per un futuro prospero”, ha dichiarato Mathis Wackernagel, CEO del Global Footprint Network e co-creatore dell’Impronta Ecologica. “In definitiva, posticipare nel calendario la data del Giorno del Sovrasfruttamento della Terra è quello che davvero conta”.
Per dare rilevanza al Giorno di Sovrasfruttamento di quest’anno, il Global Footprint Network mette in evidenza alcune possibili azioni da mettere in pratica sin da oggi e stima il loro impatto sulla data del Giorno del Sovrasfruttamento della Terra nei prossimi anni. Ad esempio, la riduzione degli sprechi alimentari del 50% in tutto il mondo potrebbe posticipare tale data di 11 giorni; invece, ridurre del 50% la componente dell’Impronta Ecologica globale dovuta all’assorbimento di anidride carbonica, sposterebbe la data dell’Overshoot Day verso la fine dell’anno di 89 giorni.

Azioni individuali
Per supportare questa trasformazione, il Global Footprint Network, insieme a quasi 30 partner in tutto il mondo, sta incoraggiando le singole persone a contribuire al progetto #movethedate proponendo semplici azioni concrete. Questo processo prevede una maggiore conoscenza dei fattori chiave in grado di influire sulla sostenibilità e la sperimentazione di nuovi stili di vita per abbassare la propria Impronta Ecologica. Il Global Footprint Network propone queste sfide sia su un piano educativo che giocoso, in modo che i partecipanti possano imparare divertendosi, partecipando ad esempio ad un concorso fotografico.
Quest’anno, all’avvicinarsi del Giorno del Sovrasfruttamento della Terra, il Global Footprint Network lancerà anche un nuovo strumento di calcolo dell’Impronta Ecologica, l’Ecological Footprint calculator, per permettere ad ogni singolo utente di calcolare il proprio Giorno del Sovrasfruttamento personale. Ad oggi, l’attuale calcolatore (www.footprintcalculator.org) viene utilizzato da più di 2 milioni di persone all’anno.

Una trasformazione sistemica
Un cambiamento sistemico è fondamentale per posticipare la data del Giorno del Sovrasfruttamento. Per questo il Global Footprint Network, che all’inizio di quest’anno ha lanciato la sua piattaforma dati aperta a tutti, contribuisce a diffondere nel mondo le soluzioni identificate da due organizzazioni: Project Drawdown e McKinsey & Company. Sulla base del lavoro di queste due organizzazioni, il team di ricerca del Global Footprint Network ha calcolato di quanti giorni verrebbe posticipato il Giorno del Sovrasfruttamento della Terra se tali soluzioni venissero implementate.
“La sola componente di anidride carbonica dell’impronta è più che raddoppiata dagli inizi degli anni ’70 e rimane la componente che cresce più rapidamente, contribuendo così al divario tra l’Impronta Ecologica e la biocapacità del pianeta”, ha dichiarato Wackernagel. “Per raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi sul clima, l’umanità dovrebbe uscire dall’economia dei combustibili fossili prima del 2050, contribuendo già di gran lunga a risolvere il problema dell’umanità relativo al sovrasfruttamento delle risorse”.

Segnali incoraggianti
Gli ultimi dati del Global Footprint Network offrono segnali incoraggianti: stiamo iniziando a muoverci nella giusta direzione. Ad esempio, tra il 2005 e il 2013 (l’ultimo anno per cui esistono dati affidabili) l’Impronta Ecologica pro capite negli USA è scesa quasi del 20% rispetto al suo picco. Questo significativo cambiamento, che include il risollevamento post-recessione, è associato principalmente alla diminuzione delle emissioni di anidride carbonica. Nello stesso periodo, il PIL pro capite USA è cresciuto del 20%. Questi risultati fanno quindi degli Stati Uniti un significativo caso di disaccoppiamento tra la crescita economica e il consumo di risorse naturali, che seguono infatti andamenti opposti.
Nonostante l’inversione di rotta del governo nazionale degli Stati Uniti sulla protezione del clima, molte città, singoli Stati e grandi imprese americane stanno raddoppiando i loro impegni. Inoltre, la Cina, il paese con la più grande Impronta Ecologica totale, nel suo ultimo piano quinquennale si è fortemente impegnata a costruire una Cultura Ecologica, con molte iniziative per superare al più presto il suo picco di emissioni di anidride carbonica. Scozia, Costa Rica e Nicaragua sono altri esempi di paesi che stanno rapidamente decarbonizzando il loro sistema energetico.

Risorse aggiuntive
Maggiori informazioni sul Giorno del Sovrasfruttamento della Terra: www.overshootday.org
Segui i social media con: #movethedate
Per calcolare il tuo personale Giorno del Sovrasfruttamento e la tua Impronta Ecologica, visita: www.footprintcalculator.org (il nuovo calcolatore sarà disponibile dopo il 29 luglio 2017)
I risultati relativi all’Impronta Ecologica di tutti i paesi del mondo sono disponibili sulla piattaforma dati aperta del Footprint Explorer: data.footprintnetwork.org

Informazioni su Global Footprint Network
Il Global Footprint Network sta cambiando il modo in cui il mondo gestisce le proprie risorse naturali attraverso
METODI DI MISURA semplici, significativi e modulabili;
IDEE OPERATIVE per il consumo e la disponibilità di risorse naturali
STRUMENTI ed ANALISI per informare e guidare decisioni consapevoli

###

Contatti per l’Italia: Roberto Brambilla 338 88 03 715 – r.brambilla@mclink.it

,

Vesuvio: un disastro

Nei giorni in cui il Vesuvio iniziava a bruciare, mi trovavo in Campania. Tra Caserta e le panisola sorrentina, ospite da amici.

Ho potuto constatare dal vivo le terribili scene delle fiamme. Da Seiano (Na) dove ero ospite per un incontro con ragazzi e famiglie, il Vesuvio continuava a bruciare fino a notte e per i giorni a seguire.

Riporto questo articolo che spiega bene quale disastro l’uomo è capace di fare per ignoranza, idiozia, cattiveria e per sete di denaro o presunto potere.

Fino a quando non cambierà la visione del mondo che abbiamo, difficilmente le cose cambieranno in meglio.

Sul Vesuvio devastato dagli incendi non sono rimasti neanche i licheni

Il lichene che caratterizzava le colate laviche storiche del Vesuvio è andato quasi tutto bruciato. Le colate laviche che si trovano nell’Atrio del Cavallo sono nere. Ad occhio possiamo dire che circa il 90 per cento del patrimonio ambientale è andato perso. Il fuoco è entrato in ogni angolo di bosco. Siamo riusciti a salvarne solo alcuni lembi. La Riserva Naturale Tirone Alto Vesuvio è andata quasi tutta bruciata. Siamo riusciti a salvare parte del bosco dell’Avetrana anche se alcuni lembi sono ancora a rischio. Bisogna intervenire con un’attività di bonifica del suolo per spegnere il fuoco anche sotto il terreno.

Siamo sul posto dall’8 luglio, ben 10 giorni durante i quali abbiamo scavato dei solchi, quando gli incendi si abbassavano, per delimitare le aree colpite da quelle non colpite e cercare di evitare il propagarsi dell’incendio. Quando poi le fiamme erano altissime, circa 10 metri, ovviamente c’è stato l’intervento esclusivo dei canadair. Il lavoro della Protezione Civile, con la quale siamo stati in stretto contatto, è stato davvero eccezionale, di grande impegno. Abbiamo fatto anche attività di presidio direzionando i mezzi dei vigili del Fuoco provenienti da più parti d’Italia, ad esempio dalla Puglia ma anche da Trieste.

Ora urgono un’analisi botanica e geomorfologica. Ieri ad esempio avevo visto il pino alzato ed invece sotto era praticamente morto. Abbiamo lottato, davvero. Dobbiamo pensare all’immediata sicurezza della sentieristica, dei percorsi naturalistici e dobbiamo farlo non tanto per il recupero del turismo ma soprattutto per evitare che possano verificarsi anche nei prossimi anni fenomeni di dissesto idrogeologico. Gran parte dei boschi è andata in fumo.

di Giulia Pugliese, guida Aigae che opera sul Parco Nazionale del Vesuvio

Fonte: Greenreport.it

,

MANIFESTO PER UN PROGETTO POLITICO-CULTURALE FINALIZZATO A CONIUGARE LA COMPATIBILITÀ AMBIENTALE CON UN’EQUITÀ ESTESA ALLE GENERAZIONI FUTURE E A TUTTE LE SPECIE VIVENTI

Molti indizi sempre più preoccupanti inducono a ritenere che si stia avviando drammaticamente alla fine l’epoca storica iniziata nella seconda metà del Settecento con la rivoluzione industriale.

La crisi economica perdura ormai da quasi un decennio senza che si intraveda una via d’uscita. Nei Paesi industrializzati i livelli della disoccupazione continuano ad essere molto alti, soprattutto tra i giovani. La corruzione politica invade tutti i gangli del potere in forme sempre più spregiudicate e sempre più spesso impunite. Tutti i fattori della crisi ambientale continuano ad aggravarsi. In particolare l’aumento della temperatura media della terra, innescato dagli incrementi delle concentrazioni di anidride carbonica in atmosfera, ha già raggiunto 1,2 °C, avvicinandosi al valore di 1,5 °C, indicato dall’accordo internazionale raggiunto a Parigi nel dicembre 2015 al termine della Cop 21, come limite massimo da non superare entro la fine del secolo. Le tensioni internazionali hanno provocato uno stato di guerra permanente in varie regioni del mondo e hanno avvicinato pericolosamente la possibilità di un conflitto nucleare. Gli attentati terroristici si moltiplicano e sfuggono a ogni possibilità di prevenzione. Le migrazioni dai Paesi poveri verso i Paesi ricchi stanno assumendo le dimensioni di un esodo biblico e sono costantemente contrassegnate da violenze e tragedie.

 

Tutti questi problemi sono causati dalla finalizzazione dell’economia alla crescita della produzione di merci, sono aggravati dalla sua estensione ad aree sempre più vaste del pianeta attraverso la globalizzazione, non possono essere risolti se non abbandonando la finalità della crescita assegnata all’economia nel modo di produzione industriale.

Il sistema politico non è in grado di affrontarli, perché dovrebbe rimettere in discussione i suoi stessi fondamenti. Può solo acuirli. Non per questo è disposto a cedere il suo potere. Il suo istinto di sopravvivenza lo porta a chiudersi a riccio per evitare di essere rovesciato. Tutti i suoi sforzi sono finalizzati a mantenere le dinamiche politiche all’interno delle due varianti della destra e della sinistra, con cui può essere gestito ed è stato gestito storicamente.

A tal fine tenta, non sempre con successo, di ridurre gli spazi della democrazia, si adopera per generare confusione introducendo elementi politici tradizionalmente di destra nei programmi della sinistra e tradizionalmente di sinistra nei programmi della destra, favorisce la formazione di alleanze tra i due schieramenti tradizionalmente opposti per sbarrare il passo a ipotesi alternative.

 

L’obiettivo strategico da perseguire in questa fase storica non può essere una gestione più equa socialmente – come si propone la componente della sinistra rimasta a sinistra -, meno devastante ecologicamente – come si propongono i movimenti ambientalisti -, non violenta – come si propongono i movimenti pacifisti -, più democratica – come si propongono i difensori delle costituzioni fondate sul reciproco controllo dei poteri, di un sistema economico e politico che, finalizzando l’economia alla crescita della produzione di merci, non può non generare iniquità crescenti, danni ambientali sempre più devastanti, forme di violenza sempre più diffuse, limitazioni alla democrazia.

L’obiettivo da perseguire non può essere la riforma di un sistema irriformabile, ma una profonda rivoluzione culturale e l’apertura di una nuova fase storica, così come è stato preconizzato da Papa Francesco nell’Enciclica Laudato si’.

 

La mancanza di un soggetto politico con questa visione, impone di giocare simultaneamente una doppia partita. Da una parte occorre contrastare i tentativi con cui il sistema di potere cerca

  • di mettere fuori gioco le opposizioni riducendo la democrazia;
  • di superare la crisi riavviando la crescita con opere sempre più devastanti ambientalmente e sostanzialmente inefficaci rispetto agli stessi obbiettivi che si propone.

 

Occorre pertanto sostenere le iniziative della società civile in difesa della democrazia, le iniziative delle comunità locali che contrastano le imposizioni di grandi opere con un forte impatto ambientale nei territori in cui vivono, le iniziative delle formazioni politiche che a livello nazionale si oppongono agli indirizzi di politica economica su cui si fondano queste scelte.

Ma le attività di contenimento tendono a diventare pervasive e ad assorbire grandi quantità di energie psico-fisiche, sottraendole all’impegno necessario per definire le caratteristiche di un sistema economico e sociale alternativo, fondato sui due pilastri su cui si può costruire un futuro migliore per l’umanità: la compatibilità ambientale e un’equità estesa alle generazioni future e a tutte le specie viventi. Due pilastri che si sostengono reciprocamente e sono incompatibili con la finalizzazione dell’economia alla crescita della produzione di merci.

Un soggetto politico che si proponga un obbiettivo di questo genere attualmente non esiste, non è prevedibile che si possa costituire in tempi brevi, non avrebbe spazio all’interno delle attuali dinamiche politiche, dove finirebbe per confondersi in mezzo a una pletora già troppo affollata di contendenti sempre meno credibili, ha bisogno di tempo per la costituzione di una rete di gruppi territoriali di riferimento diffusi sul territorio nazionale. La sua formazione richiede la definizione di un paradigma culturale alternativo a quello vigente, che può scaturire solo da un confronto tra i movimenti e le associazioni in cui le persone che non si riconoscono nel sistema dei partiti fanno politica nel senso più nobile del termine, impegnandosi in attività finalizzate alla tutela dei beni comuni, degli ecosistemi, delle classi sociali e dei popoli più colpiti dalla crisi ecologica e dalla crisi economica, delle culture tradizionali, della biodiversità, dei diritti degli animali. Questo è il secondo compito su cui occorre impegnarsi.

 

In Italia il ruolo di principale antagonista al sistema di potere che governa l’economia e la politica è stato assunto dal Movimento 5 Stelle, che ha raggiunto un consenso elettorale pari a quello degli attuali schieramenti di centro-destra e di centro-sinistra, non solo per l’attivismo generoso di molti militanti, ma anche per la sempre maggiore indignazione suscitata nell’opinione pubblica dall’operato dei partiti che si sono alternati al governo negli ultimi decenni. Per demeriti altrui oltre che per meriti propri.

Una percentuale importante di questo consenso proviene da una parte degli elettori rimasti fedeli agli ideali di uguaglianza, democrazia e tutela ambientale tradizionalmente sostenuti dalla sinistra, che ha visto nella totale alterità del Movimento 5 Stelle rispetto alle dinamiche politiche del passato una maggiore determinazione nella lotta al sistema di potere che gestisce l’economia e la finanza a livello mondiale.

Non si possono tuttavia ignorare i suoi limiti culturali e progettuali, le sue carenze di analisi, i suoi errori a volte clamorosi, le perplessità che suscitano la sua struttura organizzativa e le sue procedure decisionali. Queste connotazioni impongono di mantenere un’autonomia culturale e politica nei suoi confronti, senza per questo considerarlo un avversario, perché in questa fase le sue attività di contrasto all’attuale gestione del potere costituiscono un argine fondamentale ai processi degenerativi in corso.

 

Il cambiamento di cui c’è bisogno non si può realizzare soltanto a livello politico e istituzionale. Deve fondarsi su una profonda rivoluzione culturale, che determini un mutamento del sistema dei valori e dei modelli di comportamento. Occorre superare l’antropocentrismo, la riduzione degli esseri umani alla dimensione economica, il loro appiattimento sul consumismo, l’identificazione del concetto di nuovo col concetto di migliore. Occorre ridurre la mercificazione e recuperare la solidarietà, rivalutare la manualità, il lavoro artigianale, la produzione di valori d’uso, ripristinare la prevalenza del bello sull’utile. «Non c’è progresso – ha scritto Pier Paolo Pasolini – senza profondi recuperi nel passato, senza mortali nostalgie per le condizioni di vita anteriori dove comunque si era realizzato l’uomo…».

Occorre pertanto rivalutare il concetto di comunità e ripensare e ridefinire il fine e le modalità con cui le persone si relazionano le une con le altre, con l’ambiente che le circonda ed ultimo, ma non meno importante, con se stesse.

Solo un cambiamento di questo genere del paradigma culturale può consentire di avviare una grande stagione di innovazioni tecnologiche, non più finalizzate ad accrescere la produttività, ma l’efficienza nei processi di trasformazione delle risorse naturali in beni. L’obbiettivo da perseguire è ridurre il consumo di risorse per unità di prodotto e l’impatto ambientale dei processi produttivi e dei prodotti.

Non c’è prospettiva di futuro per l’umanità se i suoi consumi di risorse rinnovabili continuano a eccedere la quantità di energia generata dalla fotosintesi clorofilliana utilizzando l’energia luminosa inviata quotidianamente dal sole sulla terra, se non si riducono le emissioni di anidride carbonica alle quantità metabolizzabili dai cicli biochimici della biosfera, se non si elimina la produzione di sostanze di sintesi non biodegradabili. Una prospettiva di futuro per l’umanità può essere riaperta soltanto se le attività economiche e produttive vengono ricondotte nell’ambito della bioeconomia teorizzata da Nicolas Georgescu Roegen.

 

L’elaborazione di questo paradigma culturale non potrà essere un’operazione puramente teorica, ma dovrà svilupparsi di pari passo con la realizzazione di esperienze concrete, di cui dovrà valutare non solo la validità in termini di riduzione dell’impronta ecologica e di definizione dei rapporti umani basati sull’equità e la solidarietà, ma anche la possibilità di essere riproposte, con i necessari adattamenti, in contesti ambientali e sociali differenti, la capacità di rispondere a bisogni diffusi, il rapporto tra costi e benefici – non solo economici, ma anche ambientali e sociali -, la sostenibilità economica e commerciale, le possibilità occupazionali che offrono.

 

L’obiettivo è dimostrare che l’affermazione «un altro mondo è possibile» non è uno slogan, ma una prospettiva che si può cominciare a costruire già oggi, realizzandone anticipazioni ripetibili, vantaggiose e desiderabili. A tal fine si dovranno concentrare le migliori energie intellettuali e creative nella realizzazione di progetti complessivi con un valore paradigmatico, in cui le abitazioni con lo standard di case passive, le energie rinnovabili, le relazioni umane fondate sulla solidarietà, il recupero della manualità, l’autosufficienza alimentare, l’agricoltura biologica, la riduzione del tempo di lavoro e la valorizzazione della creatività, consentano di raggiungere l’impronta ecologica 1 con un’alta qualità della vita.

 

C’è nei Paesi di più antica industrializzazione una componente sociale significativa interessata a un soggetto politico che non consideri il livello istituzionale come l’ambito principale della sua attività, ma uno dei campi d’applicazione di un impegno prioritariamente di carattere culturale?

Secondo un sondaggio effettuato nel mese di aprile del 2017, in Italia solo il 4 per cento della popolazione ha fiducia nei partiti esistenti, cioè nei soggetti politici che gestiscono a livello istituzionale questo modello economico e produttivo. La sfiducia nei loro confronti induce il 50 per cento degli elettori ad astenersi dal voto. Nelle elezioni amministrative che si sono svolte a maggio del 2016 questa è stata la percentuale di coloro che non sono andati a votare. Ma quattro mesi dopo, a dicembre, la percentuale dei votanti al referendum istituzionale che ha respinto le modifiche finalizzate a ridurre gli spazi di democrazia, è stata del 70 per cento. Se ne può dedurre che il 20 per cento degli elettori italiani si astiene dal voto perché non intende dare il proprio consenso a nessuna delle forze politiche esistenti – nemmeno al Movimento 5 Stelle, sebbene le scelte di questa formazione politica siano totalmente alternative a quelle dei partiti tradizionali che hanno governato il Paese e le amministrazioni locali dal secondo dopoguerra – ma non rinuncia a votare se l’espressione della sua volontà scavalca la mediazione dei partiti e incide direttamente sulla decisione da prendere.

In un’intervista rilasciata a Famiglia Cristiana nell’ottobre del 2016, il sondaggista Nando Pagnoncelli ha affermato che il 34 per cento dei cattolici praticanti, cioè dei fedeli che vanno a messa almeno una volta a settimana, si astiene dal voto perché non si sentono rappresentati da nessuna delle forze politiche esistenti. In Italia i cattolici praticanti sono la componente più numerosa di un insieme di confessioni religiose (valdesi, evangelici, buddisti, islamici ecc.), di associazioni che praticano l’ascesi e la meditazione (yoga, antroposofia) o varie forme di religiosità (almeno una parte della galassia che può essere classificata con la definizione generica di new age), di associazioni che svolgono attività di volontariato. Ciò che accomuna tutte le persone che fanno parte di queste realtà sociali è il fatto di aver mantenuto viva la dimensione spirituale.

Non è probabilmente indebito dedurre che sia questa connotazione culturale alternativa al sistema dei valori dominante, condivisa da tutte le componenti al di là delle differenze con cui si manifesta in ognuna di esse, a indurle a non riconoscersi in un sistema politico deprivato delle connotazioni ideali che dovrebbero essergli intrinseche, ridotto a competizione per la distribuzione del denaro pubblico, anche in forme non sempre lecite, tra gruppi d’interesse contrapposti. E che non si tratti d’indifferenza per i problemi sociali è chiaramente dimostrato dal fatto che gli appartenenti a queste confessioni religiose, a questi orientamenti filosofici e a queste associazioni, si dedicano ad attività di carattere solidale nei confronti dei più deboli, alla tutela ambientale, alla difesa della biodiversità e delle tradizioni culturali. Probabilmente queste forme di impegno, che sono politiche nel senso più nobile della parola, manifestano l’esigenza, non ancora del tutto consapevole, di un mutamento di paradigma culturale in cui siano riconosciute come un modo di ridare dignità anche alla politica a livello istituzionale.

 

Un soggetto politico che si proponga prioritariamente il compito di costruire un paradigma culturale alternativo a quello su cui si fondano le società che hanno finalizzato l’economia alla crescita della produzione di merci si rivolge soprattutto all’area dei non votanti consapevoli e di coloro che annullano la scheda elettorale, ma, non proponendosi obbiettivi elettorali immediati, non è oggettivamente in competizione con le forze politiche che agiscono a livello istituzionale.

Sostiene, mantenendo la sua autonomia, le iniziative delle forze politiche presenti nelle istituzioni elettive che contrastano il pensiero unico dominante, gli effetti devastanti della globalizzazione, i tentativi di scaricare i costi delle misure di politica economica finalizzate alla ripresa della crescita sulle classi sociali più deboli, sulle generazioni future e sugli ambienti.

Collabora e, se possibile, costruisce percorsi comuni con i soggetti politici che agiscono a livello istituzionale locale, perché la loro scelta testimonia un’alterità rispetto al sistema dei partiti e una volontà di realizzare nuove forme di rappresentanza politica. Si impegna a favorire non solo la conversione ecologica dell’economia, ma anche la conversione economica dell’ecologia, mediante lo sviluppo di innovazioni tecnologiche che consentono di attenuare la crisi ambientale riducendo gli sprechi e l’inquinamento, perché in questo modo si ottengono dei risparmi sui costi di gestione che consentono di pagare i costi d’investimento senza ricorrere a sussidi di denaro pubblico.

Solo con una strategia di questo tipo è possibile ridurre significativamente sia l’impatto ambientale, sia il potere dei partiti politici di condizionare le attività economiche, che costituisce il principale brodo di coltura della corruzione.

Nelle società industriali avanzate solo queste tecnologie hanno ampi spazi di mercato, possono far crescere significativamente l’occupazione in attività utili, non fanno aumentare i debiti pubblici, consentono di attenuare contestualmente la crisi ecologica e la crisi economica. Sono un tassello fondamentale del nuovo paradigma culturale che occorre elaborare.

 

 

Maurizio Pallante

Marco Dalla Gassa

30 aprile 2017

, , ,

Radio Radicale: una mia intervista con Alessandro Pertosa

Propongo a tutti questa breve intervista di Radio Radicale fatta al Salone Internazionale del libro di Torino.

 

Per vedere e ascoltare l’intervista clicca QUI

, , ,

1 maggio: di quale lavoro utile abbiamo bisogno

Non manca il lavoro, manca l’occupazione utile che potrebbe creare una vera ripresa economica per il nostro Paese e farci uscire dall’attuale situazione. Eppure di esempi reali ne abbiamo anche qui in Italia.