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Sostenibilità, equità, solidarietà. Tre pilastri per un manifesto politico

 

Nei miei scritti precedenti ho cercato di descrivere e di accennare i fondamentali di un progetto culturale e politico. Le tematiche sono tante e le sto approfondendo in un libro di prossima uscita.

Mi piace donarvi quello che secondo me possono essere tre valori che facciano da base ad un vero programma politico.

Tre valori che non trovano riscontro nei programmi di nessuno dei partiti esistenti, perché costituiscono i pilastri di un paradigma culturale diverso da quello vigente nelle società in cui l’economia è stata finalizzata alla crescita della produzione di merci: la sostenibilità ambientale, un’equità estesa alle generazioni future e ai viventi non umani, la solidarietà. Si tratta di tre valori che si sostengono reciprocamente e, anche se apparentemente possono sembrare dettati da un idealismo ingenuo, hanno una grande concretezza perché non sono definiti soltanto in termini etici, ma sono sostenuti da argomentazioni scientifiche. Se non si rispettano, non si viola una legge morale o una legge giuridica, che rispondono a criteri di valutazione soggettivi, variabili nello spazio e nel tempo, ma si generano reazioni di causa ed effetto che possono avere conseguenze molto negative sulla specie umana, fino a determinarne l’estinzione.

 

 

 

Sostenibilità.

 

La parola sostenibilità esprime un concetto molto preciso, anche se l’abuso che ne viene fatto, in buona e in cattiva fede, l’ha svuotata del suo significato, rendendola una sorta di giaculatoria necessaria e sufficiente per essere considerati politicamente corretti. Riferita all’insieme delle attività produttive umane, la sostenibilità indica che non consumano una quantità di risorse rinnovabili superiore a quelle che la biosfera è in grado di rigenerare annualmente, non emettono una quantità di scarti biodegradabili superiore a quelli che la biosfera è in grado di metabolizzare annualmente, non utilizzano sostanze di sintesi chimica non metabolizzabili dalla biosfera, non riducono la capacità della biosfera di rigenerare risorse rinnovabili e di metabolizzare scarti biodegradabili (come, per esempio, fanno la deforestazione, l’estensione delle superfici ricoperte da materiali inorganici, la concimazione chimica dei terreni agricoli). Riferita a una singola attività produttiva indica che non produce, né utilizza, sostanze di sintesi chimica non metabolizzabili dalla biosfera, non riduce la sua capacità di rigenerare annualmente risorse rinnovabili, non riduce la sua capacità di metabolizzare annualmente le emissioni di sostanze biodegradabili.

Se l’umanità consuma annualmente più risorse rinnovabili di quelle generate dalla fotosintesi clorofilliana, deve intaccare il patrimonio degli stock accumulati nel corso dei secoli e dei millenni, impoverendoli e riducendo progressivamente la loro capacità di rigenerarsi. Se le sue attività emettono più anidride carbonica di quella che viene assorbita dalla fotosintesi clorofilliana, le quantità eccedenti si accumulano in atmosfera accentuando l’effetto serra e aggravando la crisi climatica. Se producono quantità crescenti di rifiuti non biodegradabili, aumentano le porzioni della superficie terrestre dove la vita soffoca sotto i loro cumuli e l’aria e il ciclo dell’acqua vengono avvelenati dalle loro emissioni. Se consuma una quantità di pesci superiore alla loro capacità di riprodursi, avvia l’estinzione delle specie ittiche che consuma, mettendo in moto un processo che si estende progressivamente anche alle altre. Se si aggravano questi fenomeni e gli altri che hanno superato i limiti della sostenibilità ambientale, i loro effetti si rafforzano vicendevolmente, fino a raggiungere un livello in cui è impossibile arrestarli, e il cammino dell’umanità verso l’autoannientamento diventa inevitabile.

Se si oltrepassa la soglia della sostenibilità, ammesso che non sia già stata oltrepassata, le iniquità sociali aumentano, perché a pagarne le conseguenze – dalla riduzione della disponibilità di cibo e di energia alle alluvioni, dalla salinizzazione dei suoli agricoli alla mancanza di acqua potabile, dalle conseguenze devastanti degli eventi meteorologici estremi alla necessità di migrare  – saranno soprattutto i popoli più poveri e le classi sociali più povere dei popoli ricchi, come sta già accadendo. Non si può perseguire una maggiore equità sociale se non impegnandosi a perseguire la sostenibilità ambientale. E non si può perseguire la sostenibilità ambientale se non impegnandosi per estendere l’equità alle generazioni future e ai viventi non umani.

 

Equità nei confronti delle generazioni future.

 

Per circa mezzo secolo dalla fine della seconda guerra mondiale, nei Paesi sviluppati le condizioni di vita dei figli sono costantemente migliorate rispetto a quelle dei padri. Questa tendenza si è invertita nell’ultimo decennio del secolo scorso, quando le condizioni di vita dei figli hanno cominciato a essere peggiori di quelle dei padri. Negli ultimi venti anni il divario tra giovani e anziani è aumentato e attualmente le condizioni di vita dei nipoti sono peggiori di quelle dei nonni. Un recentissimo rapporto della Caritas italiana documenta che il reddito medio delle famiglie con capofamiglia di 18-34 anni è meno della metà di quello del 1995, mentre il reddito delle famiglie con capofamiglia di almeno di 65 anni è aumentato di circa il 60 per cento.[1]

Viene spontaneo domandarsi, ma nessuno lo fa, se il progressivo peggioramento delle prospettive di vita delle giovani generazioni non dipenda dal fatto che si sono trovate sulle spalle i debiti accesi dallo Stato e dalle amministrazioni locali negli anni sessanta e settanta, per pagare:

– le opere pubbliche con cui è stata sostenuta la crescita economica negli anni del boom;

– i costi del welfare state di cui hanno goduto i ventenni / trentenni sopravvissuti agli eccidi della guerra e i loro figli nati nei primi anni del dopoguerra: la generazione dei baby boomers.

Quanti dei servizi sociali che hanno garantito livelli crescenti di benessere materiale a partire dagli anni sessanta sono stati finanziati a debito e pagati dalle generazioni successive, che per di più se li sono visti ridurre per ridurre i loro deficit di gestione? Quante opere pubbliche clamorosamente inutili, rese desiderabili nell’immaginario collettivo dalla propaganda martellante dei mass media, sono state finanziate a debito perché accontentavano le esigenze di tutti i partiti politici e di tutte le classi sociali, offrendo agli imprenditori commesse e profitti che altrimenti non avrebbero avuto, e rispondendo al contempo all’esigenza dei sindacati di creare occupazione? Quanto hanno influito nell’incentivare le migrazioni di massa dalle campagne alle città, dall’agricoltura all’edilizia e all’industria? Di quanto queste spese in deficit hanno fatto aumentare i consumi di risorse e di energia, di quanto ne hanno ridotto le disponibilità e aumentato i costi a carico delle generazioni future? Si pensi alla prima crisi energetica, scoppiata improvvisamente nel 1973, dopo un quarto di secolo di consumi crescenti e di sprechi di fonti fossili, incentivati dai prezzi irrisori. Di quanto le spese in deficit fatte nei trent’anni successivi alla fine della seconda guerra mondiale hanno fatto aumentare le emissioni metabolizzabili e le emissioni non metabolizzabili dalla biosfera, lasciando in eredità a chi doveva ancora nascere varie forme d’inquinamento e un mondo meno ospitale? Si pensi all’Italsider di Taranto, alla diossina fuoriuscita dall’Icmesa a Seveso, alle aziende più inquinanti in assoluto su cui si è fondato lo sviluppo del mezzogiorno, alle piogge acide, al buco dell’ozono, all’effetto serra.

Quella delle opere pubbliche, spesso inutili, finanziate in deficit è una storia in più puntate, che si sono ripetute sempre uguali a se stesse, dalle Olimpiadi di Roma del 1960 alle opere realizzate a Torino per celebrare il centenario dell’Unità d’Italia nel 1961 e lasciate in abbandono subito dopo, dagli stadi costruiti per i mondiali di calcio del 1990 (lo stadio Delle Alpi a Torino fu demolito dopo appena 18 anni), agli impianti per i mondiali di nuoto a Roma nel 1994 e nel 2009 (in parte non finiti), alle strutture realizzate per Olimpiadi invernali del 2006 a Torino, che hanno fatto salire il debito della città a una cifra pari al 228 per cento delle sue entrate annuali. Il solo pagamento degli interessi nel 2016 ha assorbito il 22 per cento del bilancio comunale. Per saldarlo il Comune dovrà pagare ogni anno 24 milioni di euro fino al 2040. Coloro che non avevano ancora 18 anni quando sono iniziate le opere, e quindi non hanno votato alle elezioni amministrative, i bambini nati successivamente e quelli che nasceranno entro il 2040, ammesso che la scadenza venga rispettata, ringraziano.

Queste oggettive iniquità nei confronti delle generazioni future, derivanti da scelte finalizzate ad accrescere il benessere materiale delle generazioni presenti, si sono verificate in tutti i Paesi sviluppati, facendo crescere la domanda di merci più di quanto non avrebbe potuto fare il reddito disponibile. Hanno comportato pertanto un incremento dei consumi di risorse e delle emissioni, fornendo un contributo decisivo all’insostenibilità che caratterizza i rapporti attuali tra le attività umane e la biosfera. Smettere di fare debiti per accrescere i consumi delle generazioni presenti è indispensabile non solo per estendere l’obbiettivo politico dell’equità alle generazioni future e ridurre la forma d’iniquità più odiosa, perché penalizza chi non può difendersi, ma anche per ricondurre il prelievo delle risorse e le emissioni entro i limiti della sostenibilità ambientale. Come si potrebbe però superare la chiusura egoistica nei propri interessi immediati, che caratterizza le società in cui il benessere è stato identificato col possesso di cose, se la solidarietà non tornasse a essere il fondamento dei legami sociali? Se questo obbiettivo politico non fosse sostenuto da una profonda motivazione etica? Se non si tornasse a provare per le più giovani delle generazioni viventi e per le generazioni future quel senso di protezione e di cura che la specie instilla negli individui per garantirsi la continuità nel tempo?

 

Equità nei confronti dei viventi non umani.

 

La causa principale dell’effetto serra sono gli allevamenti industriali, dove gli animali destinati all’alimentazione dei popoli ricchi vengono riprodotti meccanicamente, richiusi in spazi dove non possono nemmeno girarsi dal momento della nascita al momento in cui vengono uccisi, nutriti con pastoni che ne accelerano la crescita in tempi molto più brevi di quelli naturali. Per coltivare il foraggio, i cereali e la soia con cui vengono alimentati, si abbattono le foreste e si riduce la fotosintesi clorofilliana. Le fermentazioni enteriche dei ruminanti emettono metano, un gas 26 volte più opaco dell’anidride carbonica alla radiazione infrarossa, in quantità che contribuiscono a incrementare l’effetto serra più delle emissioni generate dalla combustione delle fonti fossili. Per ridurre questi fattori d’insostenibilità ambientale occorre ridurre l’iniquità con cui la specie umana tratta gli animali d’allevamento come se fossero machinae animatae, per riprendere la definizione di Cartesio. Ma come si può riuscire in questo intento, superando le resistenze di coloro che traggono profitto dagli allevamenti industriali, se non cresce il numero degli esseri umani che riducono il consumo di carne nella loro alimentazione, non solo per contribuire a ridurre il surriscaldamento globale, ma anche per alleviare la sofferenza di questi esseri viventi e senzienti?

Anche se la consapevolezza dell’insostenibilità degli allevamenti lager sta crescendo, e sta crescendo l’impegno a livello sociale per ridurre le iniquità esercitate dalla specie umana nei confronti degli animali che vi sono rinchiusi, aumenta il numero delle specie animali allevate industrialmente, in modi che non stravolgono soltanto la loro vita, ma anche la vita di altre specie viventi, vegetali e animali, compresi gli esseri umani, a cui sono connesse negli ecosistemi in cui vivono. Particolarmente estesi e gravi sono i problemi ambientali causati dall’allevamento dei gamberetti in acquacoltura. Oltre a provocare pesanti forme d’inquinamento localizzato – accumuli di cibo non consumato in putrefazione, escrementi, batteri, ammoniaca, fosforo, antibiotici, disinfettanti, pesticidi, fertilizzanti – per ricavare i bacini d’allevamento vengono abbattute lungo le coste tropicali ampie zone di foreste di mangrovie, impoverendo la ricchissima biodiversità vegetale e animale che custodiscono, riducendo la fotosintesi clorofilliana, provocando l’erosione dei suoli costieri, distruggendo la barriera di protezione che esse costituiscono contro gli uragani, i maremoti e la penetrazione dell’acqua salata nelle falde idriche e nei terreni agricoli vicini alla costa. La desertificazione che ne consegue costringe i contadini a emigrare in massa verso l’interno. Anche in questo caso la scelta di escludere i gamberetti dalla propria dieta è il modo più efficace di contrastare non solo l’iniquità con cui viene costretta a vivere in maniera del tutto innaturale una specie vivente non umana, ma anche il contributo all’insostenibilità ambientale che ne deriva e il peggioramento delle condizioni di vita di uno degli strati sociali più poveri dell’umanità. È una scelta etica con una forte connotazione politica. Non è motivata soltanto da un senso di giustizia, ma anche dalla solidarietà, dal coinvolgimento empatico nei confronti di chi paga più duramente le conseguenze di una scelta produttiva che accresce l’insostenibilità ambientale, senza nemmeno offrire in cambio qualche vantaggio irrinunciabile.

 

Non si può mettere vino nuovo in otri vecchi; altrimenti il vino nuovo fa scoppiare gli otri, il vino si spande, e gli otri vanno perduti. Il vino nuovo va messo in otri nuovi (Luca 5,37-38).

 

I valori della sostenibilità ambientale, della solidarietà, dell’equità estesa alle generazioni future e ai viventi non umani, sono incompatibili con la finalizzazione dell’economia alla crescita della produzione di merci. La solidarietà favorisce gli scambi non mercantili fondati sul dono e la reciprocità riducendo la necessità di acquistare sotto forma di merci tutto ciò che è necessario per vivere. L’equità nei confronti delle generazioni future non consente di ampliare con i debiti pubblici la domanda espressa fisiologicamente dal mercato. L’equità nei confronti dei viventi non umani riduce i profitti derivanti dal loro sfruttamento. La crescita della produzione di merci non può non arrivare, prima o poi, a superare i limiti della sostenibilità ambientale.

Nessuno dei partiti politici presenti nelle istituzioni democratiche dei Paesi sviluppati ha un programma incardinato su quei valori. Pertanto, chi è convinto della loro importanza decisiva per il futuro dell’umanità e si propone non solo di metterli a fondamento delle proprie scelte esistenziali, ma anche di dedurne proposte di legge finalizzate a bloccare i processi che incrementano l’insostenibilità ambientale e a sviluppare processi che la riducano, non può non pensare di costituire un soggetto politico che li ponga al centro del suo programma. Questa connotazione sarebbe sufficiente di per sé a marcare la sua totale diversità dai partiti esistenti, ma a definirne ancor più nettamente i contorni è il fatto che la sua attività non potrebbe esaurirsi all’interno delle istituzioni, perché un nuovo sistema di valori non si può formare per via legislativa o deliberativa. Le leggi e le delibere sono strumenti indispensabili per orientare la politica economica, ambientale e sociale, ma non possono cambiare l’immaginario collettivo. L’identificazione del benessere col tantovere, del concetto di nuovo col concetto di migliore, della modernità con la fase più avanzata raggiunta provvisoriamente dalla storia, della ricchezza col denaro, la valorizzazione della concorrenza contro la collaborazione, non sono diventati per legge i valori che nei Paesi sviluppati orientano le scelte esistenziali delle persone. Lo sono diventati in conseguenza dell’azione sistematica di persuasione di massa svolta da una serie di agenzie a cui è stato affidato questo compito: i mass media, la scuola, la chiesa, i sindacati, i partiti politici, la pubblicità, l’industria culturale.

Le attività di un soggetto politico che incardini il suo programma sui valori della sostenibilità, della solidarietà, dell’equità estesa alle generazioni future e ai viventi non umani, non possono che essere la proiezione a livello istituzionale di un patrimonio di idee maturate nel confronto tra una pluralità di associazioni collegate tra loro non da vincoli organizzativi, ma da una comune volontà di costruire un paradigma culturale incentrato su quei valori: associazioni di volontariato sociale, associazioni culturali, gruppi religiosi e di ricerca spirituale, imprenditori e professionisti che operano per reindirizzare le innovazioni tecnologiche dall’incremento della produttività all’aumento dell’efficienza dei processi di trasformazione delle risorse naturali in beni, agricoltori che hanno abbandonato l’agricoltura chimica e sono tornati all’agricoltura organica implementandola con le conoscenze scientifiche che i contadini tradizionali non avevano, gruppi d’acquisto solidale, associazioni di artigiani che recuperano gli aspetti più interessanti delle corporazioni medievali, come il rifiuto della concorrenza reciproca e la trasmissione generazionale delle conoscenze attraverso l’apprendistato, insegnanti che valorizzano nella loro attività didattica la manualità e la collaborazione al posto della competizione, operatori della sanità che spostano il baricentro della medicina dalla cura delle malattie alla prevenzione primaria. Eccetera.

Entrando nelle assemblee elettive, un soggetto politico ignaro del loro funzionamento ed estraneo alla logica del potere corre il rischio non solo di commettere errori, ma soprattutto di assumere, anche senza accorgersene, le connotazioni negative insite nella forma partito lucidamente descritte da Simone Weil nel 1943, in un saggio che sarebbe stato pubblicato solo nel 1957, a 14 anni dalla sua morte, intitolato: Manifesto per la soppressione dei partiti politici.[2]

 

Un partito politico – scrive la Weil –  […] è un’organizzazione costruita in modo da esercitare una pressione collettiva sul pensiero di ognuno degli esseri umani che ne fanno parte. Il fine primo e, in ultima analisi, l’unico fine di qualunque partito politico è la sua propria crescita, e questo senza alcun limite. […] Un uomo che aderisce a un partito ha verosimilmente visto nell’azione e nella propaganda di quel partito cose che gli sono parse giuste e buone. Ma non ha mai studiato la posizione del partito relativamente a tutti i problemi della vita pubblica. Entrando a far parte del partito, accetta posizioni che ignora. Sottomette così il suo pensiero all’autorità del partito. Quando, poco a poco, conoscerà le posizioni che oggi ignora, le accetterà senza esaminarle.

 

Un iscritto a un partito, un candidato alle elezioni, un deputato non possono dire  pubblicamente:

 

«Ogniqualvolta esaminerò un qualunque problema politico o sociale, mi impegno a scordare completamente il fatto che sono membro del mio gruppo di appartenenza, e a preoccuparmi esclusivamente di discernere il bene pubblico e la giustizia».

 

Se lo facesse,

 

i meno ostili direbbero: «Perché, allora, ha aderito a un partito?». […] Quell’uomo sarebbe escluso dal suo partito, o per lo meno ne perderebbe l’investitura, non sarebbe certamente eletto. […] Ogni partito è una piccola Chiesa profana armata della minaccia della scomunica.

 

Un’associazione che si presenta alle elezioni non è un partito perché dichiara di non esserlo, ma se si organizza in maniera diversa dai partiti e agisce in maniera diversa da come agiscono. È un’ovvietà, ma vale la pena ribadirla perché a volte capita che la pratica vada in senso contrario alla teoria. La consapevolezza del rischio di diventare un partito è la massima precauzione che si può prendere per evitare di diventarlo, ma non una garanzia che consenta di evitarlo. Il problema da valutare è se valga la pena correrlo. La decisione va presa tenendo in considerazione il fatto che l’insostenibilità ambientale ha raggiunto il livello oltre il quale si autoalimenta e diventa impossibile tornare indietro. Basti pensare che l’anidride carbonica permane per secoli nell’atmosfera e ancora più lungo negli oceani. Anche si smettesse completamente di utilizzare le fonti fossili  – cosa assolutamente impossibile perché oggi soddisfano l’86 per cento del fabbisogno energetico mondiale – ci vorrebbe più di un secolo per scendere sotto la soglia delle 400 parti per milione, raggiunta stabilmente nel 2016. L’ultima volta che la Terra ha conosciuto un livello simile di anidride carbonica è stato tra i 3 e i 5 milioni di anni fa: la temperatura allora era tra i 2 e i 3 °C superiore a quella odierna e i livelli del mare da 10 a 20 volte più alti di quelli attuali.[3] Si può perseguire con la massima efficacia la sostenibilità ambientale rinunciando alla possibilità di usare uno strumento potente come quello legislativo per indirizzare la politica economica e industriale verso la decarbonizzazione? Per difendere i diritti delle generazioni future e degli animali negli allevamenti industriali?

Non bisogna inoltre dimenticare che in Italia, analogamente a quanto succede in tutti i Paesi sviluppati, la percentuale di votanti alle elezioni è scesa al di sotto del 50 per cento. La maggioranza degli aventi diritto al voto non si riconosce in nessun partito. Per i partiti esistenti non è un problema. L’importante per loro è conquistare il consenso della maggior parte dei votanti, perché è quello che consente di vincere le elezioni e governare. Chi non vota non influisce nella distribuzione dei seggi. Nelle loro valutazioni dei risultati elettorali i partiti fanno riferimento solo alle percentuali dei voti ricevuti sui voti espressi, non sulla totalità degli elettori. Per fare un esempio, il 40 per cento dei voti espressi sembra un successo da sbandierare ripetutamente, ma se si rapporta a una percentuale di votanti del 60 per cento, rappresenta in realtà il 24 per cento del corpo elettorale. Non tutti, però, sottovalutano il significato politico dell’astensionismo. Alcuni non pensano che possa essere considerato un dato politicamente ininfluente, ma ritengono che almeno in parte esprima una sfiducia crescente nei confronti di tutti i partiti e del loro modo di fare politica, per cui si propongono di costituire un nuovo partito alternativo a quelli esistenti, nella convinzione che ciò sia sufficiente a trasformare almeno una percentuale delle astensioni in voti a loro favore.

A fronte dell’arroganza di chi ignora il messaggio politico inviato dai non votanti perché non influiscono nella distribuzione dei seggi, l’attenzione rivolta a quel messaggio, per quanto espresso in forma negativa, è un segno di sensibilità democratica che merita apprezzamento. Tuttavia la convinzione che il problema si possa risolvere costituendo un nuovo partito contiene due errori di valutazione. Il primo consiste nel non tener conto che l’astensionismo molto probabilmente travalica la sfiducia nei partiti esistenti ed è rivolto alla forma partito proprio per i motivi indicati da Simone Weil. Lo prova il fatto che mentre il numero degli iscritti ai partiti si è drasticamente ridotto e nelle sezioni che sono rimaste aperte non si svolge più quel confronto sistematico tra eletti ed elettori che ne caratterizzava la vita, le persone che desiderano dare un contributo al bene comune hanno indirizzato il loro impegno nelle associazioni del volontariato.

Il secondo errore consiste nel credere che la crescita dell’astensionismo sia causata sostanzialmente dalla riduzione delle differenze tra la destra e la sinistra: i due poli della contrapposizione che  ha caratterizzato le dinamiche politiche nell’ottocento e nel novecento. Secondo questa chiave di lettura, la reazione di una parte dell’elettorato sarebbe stata: se tutti i partiti fanno proposte più o meno analoghe per risolvere i problemi sociali, economici e ambientali, senza peraltro risolverli perché in realtà pensano solo a mantenere i loro privilegi e i privilegi dei loro clientes, a che serve votare? Dal momento che la riduzione delle differenze tra la destra e la sinistra non è stata la conseguenza di un reciproco avvicinamento delle due parti, ma di un progressivo spostamento della sinistra verso destra, una parte significativa di coloro che non vanno a votare è costituita da ex elettori di sinistra delusi. Per recuperare quel voto gli esponenti della sinistra rimasta a sinistra si sono proposti di ricostituire un partito che ponga al centro del suo programma la tutela della democrazia, dei diritti dei lavoratori, del welfare state, della gestione pubblica dei servizi sociali, dei beni comuni.

I sostenitori di questa proposta non tengono conto del fatto che, in questa fase storica, l’impegno per una più equa redistribuzione tra le classi sociali del reddito generato dal lavoro non può essere disgiunto dall’impegno per rientrare nei limiti della sostenibilità ambientale, per cui non può essere riproposto come è stato fatto dalla sinistra nei decenni passati. E l’impegno per rientrare nei limiti della sostenibilità ambientale non può essere considerato un obbiettivo settoriale di un programma politico, alla stregua della politica scolastica, della politica per la casa o della politica per la salute, ma è la cornice in cui collocare tutti gli obbiettivi settoriali, il fine ultimo a cui tutti devono essere indirizzati, perché nessuno di essi ha un senso se oltre a ridurre un’iniquità non contribuisce a evitare l’autoannientamento della specie umana.

Un soggetto politico che incardina il suo programma sulla sostenibilità, la solidarietà e l’equità estesa alla generazioni future e ai viventi non umani non si preoccupa d’intercettare i voti di coloro che attualmente si astengono o annullano la scheda, perché, non proponendosi di essere un partito, non pone a fondamento della sua attività la crescita dei suoi consensi elettorali. Il suo obbiettivo politico è favorire la traduzione delle astensioni consapevoli in impegno nei movimenti di resistenza ai progetti ecologicamente devastanti e nelle associazioni culturali, professionali e ambientaliste dove matura la consapevolezza dei rischi che l’umanità sta correndo e si formulano proposte per allontanarli. Saranno queste aggregazioni sociali, impegnate, ciascuna a suo modo, a perseguire l’obbiettivo della sostenibilità ambientale che le accomuna, a proporsi di raccogliere il voto di chi non si riconosce in nessuno dei partiti esistenti, per dare più forza al proprio impegno nella società con l’accesso al potere legislativo.

 

 

 

 

 

 

 

 

[1]             Cfr. Futuro anteriore, Rapporto Caritas 2017 su povertà giovanili ed esclusione sociale in Italia.

[2]               Titolo originale: Note sur la supression générale des parties politiques, Éditions Gallimard, Paris 1957; I edizione italiana: Alberto Castelvecchi Editore, Roma 2008.

[3]               Cfr. il rapporto presentato a Ginevra il 30 ottobre 2017 dall’Organizzazione meteorologica mondiale (Wmo).

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Emissioni Co2, record di anidride carbonica nell’atmosfera. “Balzo del 50% sulla media dell’ultimo decennio”

Un rapporto presentato dalla World Meteorological Organization certifica che le concentrazioni di gas serra sono passate da 400 a 403,3 parti per milione, a rischio il raggiungimento degli obiettivi fissati con gli accordi di Parigi. I Verdi: “Necessario un piano energetico formato al 100% da energie rinnovabili entro il 2050”

“È il maggiore incremento che abbiamo osservato nei 30 anni dalla nostra attività”. A lanciare l’allarme sull’aumento di anidride carbonica nell’atmosfera è un rapporto presentato dalla World Meteorological Organization (Wmo). I livelli di Co2 hanno raggiunto livelli che sulla Terra non si registravano da 3 a 5 milioni di anni fa. “Abbiamo avuto un balzo del 50% sulla media dell’ultimo decennio“, ha spiegato Oksana Tarasova, responsabile del programma globale di controllo dell’atmosfera terreste al Wmo. Il report ha esaminato il periodo 2015-2016 e analizzato i dati di 51 Paesi. Le concentrazioni di gas serra sono passate da 400 a 403,3 parti per milione. “Il precedente aumento massimo registrato prima risaliva al 1997-98: 2,7 parti per milione contro gli attuali 3,3″. Principale artefice di questo cambiamento, oltre alle emissioni prodotte dall’uomo, è stato El Niño, un fenomeno climatico che riscalda le acque dell’Oceano Pacifico che ha causato una grave siccità e ridotto la capacità delle piante di assorbire l’anidride carbonica.

A commentare la situazione anche il segretario generale del Wmo, Petteri Taalas: “Senza rapidi tagli sulle emissioni di Co2 e di gas a effetto serra andremo verso pericolosi aumenti di temperature entro la fine di questo secolo, ben al di sopra dell’obiettivo fissato dall’accordo di Parigi sul cambiamento climatico“. Anche l’Unione europea si era mossa per cercare di controllare le emissioni, proponendo delle sanzioni per le case automobilistiche che non riusciranno a rispettare il rispetto dei limiti imposti dalla legge.

“È necessario un piano energetico formato al 100% da energie rinnovabili entro il 2050 e il contestuale addio definitivo al carbone entro il 2025, seguendo l’esempio di Finlandia, Portogallo, Irlanda, Austria, Svezia e Danimarca”. Questa la soluzione proposta dai coordinatori dei Verdi Angelo Bonelli, Luana Zanella e Gianluca Carrabs. “Il rapporto del Wmo – continuano – certifica che il problema dei cambiamenti climatici è fondamentale e prioritario su qualsiasi altro”. Secondo il gruppo, è fondamentale che il governo “organizzi urgentemente una Conferenza nazionale sui cambiamenti climatici che aiuti il nostro Paese ad affrontare le sfide che ci attendono. Dobbiamo sbrigarci prima che sia troppo tardi”.

Fonte: Ilfattoquotidiano.it

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Basilicata, lo studio sullo stabilimento Eni di cui nessuno parla: “Vicino al Centro Oli la mortalità è più alta della media”

Quattro anni di analisi di cartelle cliniche, questionari, esami sulla popolazione e, fino ad oggi, non un rigo su un quotidiano o un tg nazionale, – escluso il Fatto – nonostante le conclusioni alle quali è giunto il team di ricerca, dopo aver scandagliato i comuni di Viggiano e Grumento Nova, siano limpide: “Mortalità e i ricoveri ospedalieri sono superiori alla media regionale”. E il Cane a sei zampe ha indetto una conferenza stampa preventiva per provare a smontare i dati

Ci hanno lavorato 29 ricercatori e tecnici di tre istituti del Cnr, del Dipartimento di biologia dell’università di Bari e del Dipartimento del Servizio sanitario della Regione Lazio. È lo studio più importante mai realizzato sul Centro Oli di Viggianodell’Eni, quello finito al centro dell’indagine della procura di Potenza assieme a Tempa Rossa e che arrivò a sfiorare le stanze del governo. Quattro anni di analisi di cartelle cliniche, questionari, esami sulla popolazione e, fino ad oggi, a oltre una settimana dalla presentazione, non un rigo su un quotidiano o un telegiornale nazionale, se si esclude il Fatto Quotidiano, il Tg regionale della Rai (il Manifesto e due brevi articoli sul dorso regionale campano di Repubblica). Nonostante le conclusioni alle quali è giunto il team di ricerca, dopo aver mappato e scandagliato i comuni di Viggiano eGrumento Nova, i due più vicini all’impianto di prima raffinazione del Cane a sei zampe in Basilicata, siano limpide: “Dalla Valutazione d’impatto sanitario emerge che nei due comuni la mortalità e i ricoveri ospedalieri tra il 2000 e il 2014 sono superiori alla media regionale e dei 20 comuni della Concessione Val d’Agri, sebbene la popolazione studiata sia di piccole dimensioni”. Non solo, perché secondo i ricercatori, “uno studio microgeografico ha consentito di stabilire una associazione di rischio fra l’aumento di mortalità e/o ricoveri per malattie del sistema circolatorio, in particolare ischemiche, per malattie dell’apparato respiratorio e l’esposizione alle emissioni del Centro Oli, in particolare nelle donne”. Solo venerdì, dopo una settimana di silenzio, il presidente della Regione, Marcello Pittella, ha dato una scossa annunciando di voler inviare i risultati ai ministeri dell’Ambiente e della Salute, specificando: “Non minimizzo, non drammatizzo: prendo atto“.

La smentita preventiva – Gli unici a saltare immediatamente sulla sedia sono stati proprio gli uomini dell’Eni, che hanno convocato una conferenza stampa preventiva per provare a smontare i dati pur non avendo a disposizione lo studio integrale. Proprio così: la prima presentazione ufficiale era in programma venerdì 22 settembre a Viggiano, ma già mercoledì 20 i vertici della multinazionale del petrolio avevano espresso i propri dubbi in sette punti su ciò che, secondo i consulenti, non torna nelle 563 pagine di rapporto stilato dal team coordinato dal professor Fabrizio Bianchi dell’Istituto di fisiologia clinica del Centro nazionale per le ricerche, incaricato dai due comuni ormai quattro anni fa di svolgere lo studio, arrivato a conclusione tra mille difficoltà e paletti, posti anche dall’amministrazione regionale, come aveva raccontato ilfattoquotidiano.it nei giorni successivi all’indagine della procura di Potenza.

I dati all’interno dei due comuni – Nei numeri forniti dai ricercatori, ce ne sono alcuni particolarmente rilevanti perché mettono in correlazione l’esposizione degli abitanti di Viggiano e Grumento Nova agli inquinanti dell’impianto di raffinazione del petrolio. “All’aumentare dell’esposizione alle emissioni del Centro Oli aumenta il rischio di morte e/o di ricovero” per alcune patologie, sentenzia il team di ricerca. “Dalle analisi di mortalità – è scritto nella sintesi del rapporto – si osserva un eccessostatisticamente significativo per le malattie del sistema circolatorio”. Un dato riscontrato sia nelle donne, con un “+63%nella classe di esposizione più alta rispetto alla più bassa”, sia se si considerano anche gli uomini (+41% complessivo). Eccessi di rischio statisticamente significativi emergono anche dalle analisi dei ricoveri: per le malattie del sistema circolatorio nelle donne, scrivono gli studiosi, l’aumento è del 41 per cento nella classe di maggiore esposizione rispetto a quella meno esposta all’interno dei due comuni, mentre per le malattie ischemiche e per le malattie respiratorie, sempre nelle donne, il rischio sale rispettivamente dell’80 e del 48 per cento.

Il rapporto con il resto della Basilicata – Se si considera come parametro di riferimento tutta la popolazione lucana o quella dei 20 comuni interessati dalle estrazioni petrolifere, la questione non cambia. Tra il 2000 e il 2014, rispetto alla Basilicata, la mortalità aumenta del 14% per “malattie del sistema circolatorio” e dell’11 per cento per “tutte le cause”. Mentre il paragone con gli altri Comuni della Val d’Agri mostra un +15% di aumento di mortalità per tutte le cause e un incremento del 32% nelle donne per malattie del sistema circolatorio. I risultati, sintetizza lo studio, “confermano quanto emerge dalla letteratura scientifica che riporta prove sufficienti per attribuire un ruolo causale a inquinanti atmosferici tra cui quelli presi in considerazione”.

Cosa fa il centro Oli e la risposta di Eni – Il Centro Oli è in attività dal 1996 e serve per separare la miscela di idrocarburi, gas naturali e acque di strato estratte dai pozzi petroliferi che si trovano nelle aree circostanti. L’impianto, insomma, effettua un primo trattamento del petrolio che poi viene raffinato a Taranto, dove arriva attraverso un oleodotto attivo dal 2001. Lo stabilimento dell’Eni è finito nuovamente al centro delle cronache per una sospensione delle attività legata ai sospetti di inquinamento del suolo e delle acque, che questo studio – tra l’altro – smentisce. Ma mette dei punti fermi sotto il profilo sanitario analizzando i composti organici volatili e altre sostanze emesse dai camini del Centro Oli. E su questi Eni ha deciso di rispondere lo scorso 20 settembre, quando ancora il team non aveva presentato ufficialmente l’intero rapporto esprimendo sette “perplessità” tecniche alle quale il coordinatore ha controreplicato, punto per punto, sul proprio sito. 

Lo studio sulle funzionalità respiratorie – I tre centri del Cnr e gli altri enti coinvolti nella Valutazione d’impatto sanitarionon si sono limitati ad analizzare dati e cartelle cliniche, ma hanno anche svolto attivamente analisi. Una parte dello studio si è soffermata sulle funzionalità respiratorie della popolazione residente a Viggiano e Grumento Nova. Dopo aver sottoposto a screening un campione di 200 abitanti, la conclusione è chiara anche se, ha spiegato Bianchi davanti alla Terza commissione regionale, “non stabiliamo un nesso causa-effetto” per questo tipo di malanni. “L’analisi dei dati ha mostrato che per la maggior parte dei sintomi considerati – si legge nel rapporto – emerge unrischio più elevato nell’area prossimale al Centro Olio”. In particolare, il sottogruppo che vive vicino all’impianto “è significativamente più soggetto a tosse al di fuori dei comuni raffreddori per alcuni periodi dell’anno” con un aumento del rischio del 149% e a “sintomatologie allergiche respiratorie associate a sintomatologia a carico degli occhi rispetto al gruppo che vive più lontano” con una differenza dell’aumento del rischio pari al 153 per cento. “Da noi – dice Bianchi a ilfattoquotidiano.it – non sentirete mai la parola allarme, ma certamente questi dati sonopreoccupanti e meritano approfondimenti”. La palla, ora, passa alla giunta regionale: “Alcuni degli inquinanti che abbiamo utilizzato nel nostro studio – aggiunge il coordinatore del progetto – non hanno limiti normati. Se la Regione Veneto si sta muovendo sui Pfas, la Basilicata potrebbe seguire l’esempio”.

Pittella: “Valutino i ministeri” – Ma il presidente Pittella che da un lato si dice “pronto a tutto”, anche a ordinare la chiusura del Centro Oli, chiede prima che siano i ministeri a vagliare e approfondire le conclusioni dello studio epidemiologico e ne annuncia uno più ampio su tutta la Val d’Agri: “Siamo chiamati a rispondere con rigore sul piano scientifico – ha detto dopo una settimana – e saremo inflessibili e severissimi su tale aspetto”. Dal canto suo, Bianchi si dice sereno: “Ho la serenità di chi ha utilizzato il disegno di studio epidemiologico più evoluto tra quelli oggi disponibili, dati ambientali e sanitari di buona qualità – spiega il coordinatore del progetto – Abbiamo messo in campo metodi e strumenti di analisi accreditati a livello internazionale, conclusioni e raccomandazioni strettamente basati sui risultati conseguiti”.

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Fonte: IlFattoQuotidiano.it

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“Dal diesel 5mila morti all’anno in Europa”

L’analisi arriva da un nuovo studio, pubblicato dalla rivista Environmental Research Letters

Cinquemila morti ogni anno in Europa: ecco l’incredibile dato considerato la conseguenza, secondo uno studio appena pubblicato dalla rivista Environmental Research Letters, della manipolazione dei motori pianificata dalle case automobilistiche per far sembrare più ecologici i veicoli diesel. Lo studio è in linea con le previsioni precedenti sul numero delle vittime riferibili al mega-scandalo battezzato ‘dieselgate’, emerso alla ribalta nel 2015 quando Volkswagen ammise la manipolazione dei motori. Da allora sotto la lente di ingrandimento sono finiti anche altre case produttrici. E a maggio di quest’anno, uno studio pubblicato dalla rivista scientifica Nature sostenne che l’eccesso di emissioni dei veicoli diesel avrebbe provocato in tutto il mondo 38mila decessi prematuri nel 2015.

Questo nuovo studio si concentra sull’incidenza in Europa. Un gruppo di ricercatori di Norvegia, Austria, Svezia e Olanda ha calcolato che ogni anno circa 10mila decessi in Europa possono essere attribuiti alle microparticelle emesse dalle auto che funzionano con il diesel; e circa la metà di questi decessi potrebbe essere evitata se le emissioni di ossido di azoto da questi veicoli fossero simili a quelle osservate nei test di laboratorio.

I Paesi più colpiti sono Germania, Francia e anche Italia, perchè hanno una popolazione più alta e un maggior numero di auto diesel.
Attualmente in Europa circolano circa 100 milioni di auto diesel, il doppio che in tutto il resto del mondo.

Fonte: Repubblica.it

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Amazzonia: Indiani implorano aiuto dopo il massacro

Gli Indiani brasiliani hanno fatto appello al mondo per impedire ulteriori assassinii dopo la denuncia di un massacro di alcuni membri di una tribù incontattata, e hanno accusato i tagli finanziari del governo che hanno lasciato i loro territori senza protezione.

Paulo Marubo, un leader indigeno del Brasile occidentale, ha dichiarato: “È probabile che vi saranno altri attacchi e assassinii. I tagli ai finanziamenti del FUNAI stanno danneggiando le vite dei popoli indigeni, specialmente delle tribù incontattate, che sono le più vulnerabili.” (Il FUNAI è l’agenzia per gli affari indigeni in Brasile).

Marubo è il leader della Univaja, un’organizzazione indigena che difende i diritti delle tribù della Frontiera Incontattata, l’area con la più alta concentrazione di tribù incontattate al mondo.

Paulo Marubo, leader di un’organizzazione indigena della Valle del Javarí nella Frontiera Incottattata.

Paulo Marubo, leader di un’organizzazione indigena della Valle del Javarí nella Frontiera Incottattata.

© Amazonas Atual

La COIAB, l’organizzazione che rappresenta gli Indiani di tutta l’Amazzonia brasiliana, ha denunciato i massicci tagli al budget del FUNAI che hanno lasciato molti territori indigeni indifesi.

“Condanniamo con forza gli attacchi brutali e violenti contro questi Indiani incontattati. Questo massacro dimostra esattamente quanto i diritti dei popoli indigeni in questo paese siano arretrati [negli ultimi anni].

I tagli e lo smantellamento del FUNAI sono stati implementati per promuovere gli interessi di potenti politici che vogliono continuare a saccheggiare le nostre risorse, e aprire i nostri territori allo sfruttamento minerario.”

I primi rapporti ufficiosi emersi dall’Amazzonia la scorsa settimana riferiscono che fino a 10 indigeni incontattatisono stati assassinati dai cercatori d’oro e i loro corpi sono stati mutilati e poi gettati nel fiume.

I minatori si sarebbero vantati in un bar nella città vicina delle atrocità commesse, le cui vittime comprendevano donne e bambini. Il pubblico ministero locale ha aperto un’indagine.

Questi Indiani Sapanawa hanno intrapreso il primo contatto nel 2014. Gli indigeni hanno raccontato che la loro comunità era stata attaccata ed erano state uccise così tante persone da non riuscire a seppellirle tutte.

Questi Indiani Sapanawa hanno intrapreso il primo contatto nel 2014. Gli indigeni hanno raccontato che la loro comunità era stata attaccata ed erano state uccise così tante persone da non riuscire a seppellirle tutte.

© FUNAI/Survival

Il massacro sarebbe solo l’ultimo di una lunga serie di precedenti assassinii di indiani isolati in Amazzonia, tra cui il tristemente noto massacro di Haximu avvenuto nel 1993, quando 16 Yanomami furono uccisi da un gruppo di cercatori d’oro.

Più recentemente, è emerso dalla Frontiera Incontattata un gruppo di Indiani Sapanawa riferendo che le loro case erano state attaccate e bruciate da esterni che avevano ucciso così tanti membri della comunità da non riuscire a seppellire tutti i loro corpi.

Tutti i popoli incontattati rischiano la catastrofe se le loro terre non saranno protette. Survival International conduce una campagna per rendere le loro terre sicure e dare loro la possibilità di determinare autonomamente il proprio futuro.

“La decisione del governo brasiliano di tagliare i fondi alle squadre che proteggono i territori degli Indiani incontattati non è stata un errore innocente” ha commentato Stephen Corry, Direttore generale di Survival International. “È stato fatto per soddisfare i potenti interessi di chi vuole aprire i territori indigeni allo sfruttamento minerario, al taglio del legno e agli allevamenti. Queste sono le persone con cui gli indigeni si devono confrontare, e le morti delle tribù incontattate non li scoraggeranno. Solo una mobilitazione mondiale potrebbe equilibrare il confronto a favore degli indigeni e impedire ulteriori simili atrocità. Noi conosciamo l’efficacia della pressione pubblica – molte delle campagne di Survival hanno avuto successo nonostante avversità di questo tipo.”

Fonte: Survival.it

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Lo spreco di cibo vale 15,5 mld all’anno: quasi l’80% si fa in casa

 

Ogni anno 15,5 miliardi di euro di cibo finiscono nella pattumiera, un valore pari allo 0,94% del Pil. Un dato riconducibile per la maggior parte allo spreco domestico che rappresenta i 4/5 del totale. Sono le stime elaborate sulla base dei test ‘Diari di Famiglia’ eseguiti dal ministero dell’Ambiente con il Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agroalimentari dell’Università di Bologna e con Swg, nell’ambito del progetto Reduce 2017, a un anno dall’entrata in vigore della Legge per la limitazione degli sprechi, l’uso consapevole delle risorse e la sostenibilità ambientale, la cosiddetta Legge Gadda.

Nel dettaglio vale oltre 3,5 miliardi annui lo spreco alimentare nella sola filiera, ovvero dai campi (946.229.325 euro) alla produzione industriale (1.111.916.133 euro), agli sprechi nella distribuzione (1.444.189.543 euro). A questa cifra vanno aggiunti i 12 miliardi dello spreco domestico reale (quello percepito si ferma a 8 miliardi).

I dati scientifici dei ‘Diari di Famiglia’, condotti le scorse settimane su un campione statistico di 400 famiglie di tutta Italia, saranno resi noti nell’ambito di un convegno internazionale a febbraio 2018, in occasione della quinta Giornata Nazionale di Prevenzione dello Spreco alimentare. Ogni giorno, per una settimana, 400 famiglie hanno annotato su formulari composti da parti compilative e chiuse il cibo gettato ad ogni pasto, con annessa motivazione, sul modello realizzato dal Wrap, in Inghilterra, che ha realizzato l’esperimento sul campione più ampio in assoluto (più di 100 famiglie).

Intanto cresce fra i cittadini la sensibilizzazione intorno al tema spreco: l’Osservatorio Waste Watcher (Last Minute Market/Swg) stima che 7 cittadini su 10 sono a conoscenza della nuova normativa e oltre il 91% considera grave e allarmante la questione spreco legata al cibo, mentre l’81% dei cittadini si dichiara consapevole che il cambiamento deve avvenire innanzitutto nel quotidiano.

Per questo la campagna Spreco Zero 2017, con il progetto Reduce, ha introdotto ‘Waste Notes’, il Diario settimanale scaricabile online che sensibilizza la famiglia sullo spreco del cibo. “Lo spreco si annida soprattutto vicino a noi – spiega il responsabile scientifico di Reduce, Luca Falasconi – Il progetto ci permette di capire che proprio la quotidianità delle nostre azioni determina la produzione di spreco alimentare, ogni giorno. Il frigo, la dispensa, e le mense scolastiche sono tra i principali luoghi dove ogni giorno cibo ancora perfettamente buono e sano inizia il suo percorso verso la discarica”.

“Lo spreco alimentare è un tema su cui sensibilizzare innanzitutto i giovani, dai bimbi ai millennials della generazione Z: perché saranno loro a guidare il mondo – spiega il direttore scientifico della Campagna europea di sensibilizzazione ‘Spreco Zero’ di Last Minute Market Andrea Segrè – Fra gli obiettivi prioritari di Spreco Zero permane la proclamazione di un Anno Europeo sullo Spreco alimentare, una questione globale richiede campagne capillari per lo meno a livello dei paesi Ue”.

“Sosteniamo da cinque anni e con grande convinzione il progetto Spreco Zero e ci auguriamo che ottenga risultati sempre maggiori in un’ottica di uso consapevole delle risorse da parte di cittadini e imprese e di sostenibilità ambientale”, ricorda Luciano Bacoccoli, Responsabile Territorial Relations&Claims Centro Nord di Unicredit.

Fonte: Adnkronos.it

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Genocidio in Amazzonia: cercatori d’oro “massacrano” Indiani incontattati

Prove dell’attacco? Queste case comunitarie degli Indiani incontattati, bruciate e avvistate nel dicembre del 2016, potrebbero essere segno di un altro massacro avvenuto nella Frontiera Incontattata. © FUNAI

I pubblici ministeri in Brasile hanno aperto un’inchiesta dopo le denunce del massacro di “più di dieci” membri di una tribù incontattata commesso da alcuni cercatori d’oro vicino a un remoto fiume amazzonico. Se i fatti saranno confermati, questo significa che fino a un quinto dell’intera tribù è stato annientato.

Due cercatori d’oro sono stati arrestati.

Gli omicidi sarebbero avvenuti il mese scorso lungo il Fiume Jandiatuba nel Brasile occidentale, ma la notizia è emersa soltanto dopo che i cercatori d’oro hanno iniziato a vantarsi degli assassinii, e a mostrare i loro “trofei” nella città più vicina.

Gli agenti dell’agenzia per gli affari indigeni del Brasile, il FUNAI, hanno confermato i dettagli dell’attacco a Survival International. Si crede che tra le vittime vi fossero anche donne e bambini. Il FUNAI e l’ufficio del pubblico ministero stanno indagando sull’accaduto.

L’area è conosciuta come la Frontiera Incontattata, poiché ospita più tribù incontattate di qualsiasi altro luogo al mondo.

Molte delle squadre governative che prima proteggevano i territori degli indigeni incontattati, hanno di recente subito tagli finanziari da parte del governo brasiliano, e hanno dovuto chiudere.

Indiani incontattati nell’Amazzonia brasiliana, nelle riprese aeree del 2010. © G.Miranda/FUNAI/Survival
Il governo del presidente Temer è fortemente anti-Indiano, e ha legami stretti con la potente e anti-indigena lobby agroalimentare del paese.

Anche i territori di due altre tribù incontattate vulnerabili – i Kawahiva e i Piripkura – sarebbero stati invasi. Entrambe le tribù sono circondate da centinaia di allevatori e invasori di terra.

Le tribù incontattate sono i popoli più vulnerabili del pianeta. Tuttavia, quando i loro diritti sono rispettati, continuano a prosperare.

Tutte le tribù incontattate rischiano la catastrofe se le loro terre non saranno protette. Survival sta facendo tutto il possibile per rendere le loro terre sicure, e per dare loro la possibilità di determinare autonomamente il proprio futuro.

“Se queste denunce saranno confermate, il presidente Temer e il suo governo avranno la pesante responsabilità di questo attacco genocida. I tagli ai finanziamenti del FUNAI hanno lasciato decine di tribù incontattate indifese contro migliaia di invasori – cercatori d’oro, allevatori e taglialegna – che vogliono disperatamente rubare e saccheggiare le loro terre” ha dichiarato Stephen Corry, il Direttore generale di Survival International. “Tutte queste tribù avrebbero dovuto avere le loro terre adeguatamente riconosciute e protette da anni – l’evidente appoggio del governo nei confronti di coloro che vogliono invadere i territori indigeni è del tutto vergognoso, e sta facendo arretrare i diritti indigeni in Brasile di decenni.”

Fonte: Survival.it

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Una lavatrice di plastica: come i tessuti stanno inquinando i mari

Forse non ci si pensa spesso, ma buona parte dei nostri indumenti sono letteralmente prodotti di plastica. I tessuti acrilici e di poliestere, infatti, sono sempre più diffusi e utilizzati, ma non senza costi per l’ambiente.
Una ricerca dell’Università britannica di Leeds ha mostrato come ogni volta che queste fibre vengono lavate in lavatrice rilascino una quantità consistente di microparticelle.

 

Cosa contiene un carico da 6 chilogrammi

I ricercatori hanno dimostrato che per ogni lavaggio in cui la lavatrice è caricata con 6 chilogrammi di indumenti sintetici, in mare finiscono mezzo milione di fibre di poliestere e 700mila fibre di acrilico.
Si tratta di particelle microscopiche, spesso più piccole del diametro di un capello, ma che vanno ad aumentare l’inquinamento da micro plastiche. «Il risultato delle ricerche ci ha lasciato sorpresi – ha detto la biologa marina Imogen Napper -. Non pensavamo che si trattasse di un fenomeno di tale portata».

Le responsabilità dei produttori di tessuti

Quello delle fibre sintetiche è un fenomeno inquinante nascosto, ma con effetti su scala mondiale. Per questo, c’è bisogno dell’impegno da parte delle aziende del settore, come ha spiegato il ricercatore dell’Università di Leeds Richard Blackburn. «I produttori devono iniziare a porsi questa domanda: cosa avviene quando una fibra viene utilizzata quotidianamente e lavata? L’attenzione alla sostenibilità deve diventare una priorità. Le persone spesso non ci pensano, ma si tratta di un fenomeno di immensa portata».

Fonte: Rivistanatura.com

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Liberare l’economia dall’abbraccio mortale con lo sviluppo

    Il concetto di sviluppo indica la liberazione da uno sviluppo che impedisce l’esplicazione di una potenzialità. In biologia descrive la successione delle fasi in cui ogni essere vivente, a partire dal concepimento, matura progressivamente nel periodo della crescita le capacità insite nel patrimonio genetico della propria specie d’appartenenza.

Nella fotografia analogica descrive il procedimento che rende visibile un’immagine latente in un supporto fotosensibile. In geometria la distensione su una superficie piana di una figura geometrica solida. Tutti i processi di sviluppo sono caratterizzati dall’uniformità. Se non si completano rigorosamente tutte le loro fasi nelle successioni e nei tempi previsti, lo sviluppo non arriva a buon fine: gli esseri viventi subiscono delle limitazioni, la fotografia non rispecchia la realtà che il fotografo si proponeva di rappresentare, il disegno non riporta fedelmente le misure e le proporzioni del solido geometrico a cui si riferisce.

In economia il concetto di sviluppo è stato utilizzato per la prima volta dal neo-eletto presidente degli Stati Uniti Harry Truman nel suo discorso d’insediamento alla Casa Bianca il 20 gennaio 1949. In quel discorso lo sviluppo economico veniva presentato come un processo di liberazione delle potenzialità della tecnologia dal viluppo delle limitazioni che le pone la finalizzazione dell’economia alla sussistenza. Nei Paesi in cui questo processo era avvenuto, i progressi della tecnologia avevano consentito di accrescere il potere degli esseri umani sulla natura, la produzione di merci e il benessere delle popolazioni. Per questo motivo il neo-Presidente degli Stati Uniti li definiva sviluppati, mentre definiva sottosviluppati i Paesi ancora prevalentemente caratterizzati da un’economia di sussistenza e da un modesto sviluppo tecnologico. La differenza dei livelli di benessere tra gli uni e gli altri era oggettivamente misurabile in termini di divario del reddito pro-capite (il valore monetario del prodotto interno lordo diviso per il numero degli abitanti). In realtà il reddito fornisce la misura del potere d’acquisto, cioè della possibilità di comprare sotto forma di merci la maggior parte dei beni di cui si ha bisogno o si desiderano. Non può prendere in considerazione i beni che si autoproducono, o vengono scambiati sotto forma di dono reciproco del tempo nell’ambito di rapporti comunitari, perché non si ottengono comprandoli e, quindi, non hanno un prezzo. Nelle società in cui il saper fare è un elemento significativo del patrimonio culturale condiviso, le persone sono in grado di autoprodurre una parte dei beni di cui hanno bisogno, gli orti familiari sono diffusi e i rapporti di solidarietà non sono stati totalmente sostituiti da rapporti commerciali, il reddito pro-capite è inferiore a quello delle società in cui le persone non sanno fare nulla e devono comprare tutto, la maggior parte della popolazione vive in aree urbane e non può coltivare nulla, i rapporti di solidarietà sono stati sostituiti da rapporti commerciali e dalla competizione, o dall’indifferenza nei confronti degli altri, il lavoro è stato appiattito sull’occupazione, cioè sullo svolgimento di attività che non hanno alcuna attinenza con la soddisfazione dei bisogni esistenziali di chi le compie, ma offrono in cambio un reddito monetario con cui si può comprare tutto ciò che serve per vivere. Utilizzando il criterio di valutazione introdotto dal neo-presidente americano Truman e ormai generalizzato, le società del primo tipo sono sottosviluppate, ma non per questo se ne può dedurre che il loro livello di benessere sia inferiore a quello del secondo tipo di società che, invece, sono sviluppate. Nonostante costituisca da allora un caposaldo dell’immaginario collettivo, sia dei sostenitori del pensiero dominante, sia dei suoi avversari, non è detto che il benessere sia direttamente proporzionale all’entità del reddito pro-capite e cresca in proporzione con la sua crescita. Ciò non vuol dire che non ci sia nessuna attinenza tra il benessere e il reddito, né che il benessere diminuisca, o quanto meno non cresca, col crescere del reddito. Il contrario di una proposizione non vera non è necessariamente vero.

La produzione di merci è indispensabile per migliorare il benessere, perché nessun individuo e nessuna comunità in cui il legame sociale sia costituito dalla solidarietà, o dall’economia del dono, come è stata definita da Marcel Mauss, sono in grado di produrre autonomamente e di scambiare senza l’intermediazione del denaro tutto ciò che è necessario per vivere, o rende piacevole la vita. Le economie di sussistenza non hanno mai fatto a meno della produzione di merci e del mercato. Il benessere sociale cresce al crescere della quantità e della varietà delle merci che si possono acquistare, a integrazione dei beni che si autoproducono o si scambiano sotto forma di dono reciproco del tempo. La compravendita delle eccedenze della produzione agricola per autoconsumo, dei beni prodotti dagli artigiani e dei servizi forniti da personale specializzato (dai medici ai professionisti, agli insegnanti) danno un contributo insostituibile al miglioramento della qualità della vita. La produzione di merci e il mercato sono elementi costitutivi delle attività economiche, tanto quanto l’autoproduzione e gli scambi non mercantili. Se però lo sviluppo, cioè l’aumento del reddito monetario pro-capite, diventa il criterio di valutazione  del benessere di una società, tutte le attività produttive vengono progressivamente indirizzate alla crescita della produzione di merci. L’economia diventa economia di mercato non quando ci sia un mercato in cui si scambiano merci con denaro, ma quando si produce tutto per il mercato. Di conseguenza tutte le forme di autoproduzione e di scambi non mercantili basati sulla solidarietà diventano freni allo sviluppo della mercificazione, per cui vengono ostacolati e repressi in vari modi: con apposite misure legislative, con la loro svalutazione nel sistema dei valori condivisi, con la cancellazione delle conoscenze necessarie al saper fare dall’ambito della cultura, con l’esaltazione della concorrenza come fattore di progresso, con l’identificazione del benessere col tantoavere. Le innovazioni tecnologiche vengono finalizzate all’aumento della produttività e i danni ambientali che spesso vengono causati per accrescerla, non vengono nemmeno presi in considerazione. Le risorse ambientali vengono considerate infinite o infinitamente riproducibili. I beni comuni vengono privatizzati. L’unica forma di lavoro socialmente riconosciuta è l’occupazione. Chi lavora per produrre beni per autoconsumo e non per produrre merci in cambio di un reddito che consenta di comprarle, viene inserito nella categoria delle non forze di lavoro. La povertà e la ricchezza vengono misurate con il livello del reddito monetario.

L’introduzione del concetto di sviluppo in economia è avvenuta nella fase storica in cui gli Stati Uniti avevano completato la trasformazione della loro economia in economia di mercato, riducendo al minimo l’autoproduzione e gli scambi non mercantili. Affinché la loro economia e il loro reddito pro-capite potessero continuare a crescere, avevano bisogno di estendere la possibilità di vendere le loro merci al di fuori dei loro confini e di acquisire al di fuori dei loro confini le materie prime necessarie a sostenere la loro crescita economica. Dovevano fare in modo che i Paesi sottosviluppati si inserissero nel circuito economico e produttivo dei Paesi sviluppati. Pertanto, era necessario che, nei Paesi in cui gran parte delle attività produttive erano ancora finalizzate alla sussistenza, aumentasse il numero dei consumatori di merci e di conseguenza il numero dei produttori di merci, perché soltanto chi lavora in cambio di un reddito monetario, e non per produrre ciò che gli serve per vivere, è in grado di, e non può far altro che, acquistare sotto forma di merci tutto ciò di cui ha bisogno. Per questo motivo il neo-presidente Truman proponeva agli Stati Uniti di fornire ai popoli che definiva sottosviluppati, perché non erano stati capaci di sviluppare le potenzialità che nella sua visione del mondo caratterizzano il patrimonio genetico di tutte le società, l’assistenza tecnologica necessaria a diventare Paesi in via di sviluppo. In questo modo, non solo estendeva l’egemonia culturale del modello americano sui popoli del terzo mondo, presentandosi come il ricco filantropo che aiuta il povero a superare le sue difficoltà, ma si accattivava il consenso delle grandi compagnie industriali americane, aprendo ad esse grandi spazi di mercato in cui vendere le loro tecnologie, o in cui utilizzarle per estrarre le materie prime, in particolare le energie fossili, di cui i Paesi industrializzati avevano bisogno per continuare a crescere. Inoltre contava di contrastare efficacemente la politica internazionale dell’Unione Sovietica, che si proponeva di guidare verso la costituzione di Stati socialisti le lotte di liberazione di quei popoli dal colonialismo.

Bastarono venti anni per rendersi conto che la finalizzazione dell’economia allo sviluppo stava creando problemi sempre più gravi a livello ambientale, sia perché i consumi delle risorse non rinnovabili, in particolare delle fonti fossili, ne rendevano sempre più costoso tecnicamente e più problematico politicamente l’approvvigionamento, sia perché la finalizzazione delle innovazioni tecnologiche all’aumento della produttività causava forme di inquinamento sempre più gravi. Inoltre, gli aiuti allo sviluppo dei popoli sottosviluppati anziché accrescere il loro benessere, accrescevano la ricchezza degli strati sociali più ricchi e la povertà degli strati sociali più poveri. Nei Paesi in via di sviluppo lo spostamento dall’economia di sussistenza all’economia di mercato fu attuato a partire dall’agricoltura, con la cosiddetta rivoluzione verde (così chiamata anche in contrapposizione con la rivoluzione rossa a cui l’Unione Sovietica tentava di indirizzare i movimenti di liberazione di quei popoli). Per accrescere i rendimenti agricoli furono selezionate geneticamente varietà vegetali più produttive, che però richiedevano maggiori quantità d’acqua, l’uso di fertilizzanti chimici, fitofarmaci, macchinari agricoli e carburante. I loro semi erano sterili e dovevano essere acquistati ogni anno dai produttori. L’adozione di queste innovazioni richiedeva investimenti che non potevano essere effettuati dai contadini poveri. Inoltre, i fertilizzanti di sintesi e la monocoltura delle essenze più produttive impoverivano progressivamente il contenuto humico dei suoli e accrescevano la dipendenza dell’agricoltura dalle industrie chimiche dei Paesi nord-occidentali. La rivoluzione verde accentuò la dipendenza dei Paesi sottosviluppati dai Paesi sviluppati, gli aiuti allo sviluppo accrebbero i loro debiti, i contadini poveri persero la possibilità di soddisfare le loro esigenze vitali con l’agricoltura di sussistenza e furono costretti a emigrare nelle baraccopoli che si espandevano ai margini delle città.

Nei primi anni settanta del secolo scorso i problemi ambientali e sociali causati dalla finalizzazione dell’economia allo sviluppo non potevano più essere ignorati. Nel 1970 il Club di Roma, un’associazione internazionale promossa da dirigenti industriali, imprenditori e docenti universitari, commissionò a un gruppo di studiosi del Massachusetts Institute of Technology uno studio previsionale sul futuro dell’umanità se cinque fattori critici avessero continuato a crescere con gli stessi incrementi che avevano avuto dalla fine della seconda guerra mondiale: l’aumento della popolazione, la produzione di alimenti, la produzione industriale, l’esaurimento delle risorse non rinnovabili e l’inquinamento. Dallo studio, pubblicato nel 1972 in italiano col titolo I limiti dello sviluppo (in inglese era Limits to growth) risultò che entro il XXI secolo sarebbero stati superati i limiti della compatibilità ambientale e si sarebbe arrivati al collasso. Nello stesso anno fu convocata a Stoccolma la prima conferenza mondiale sull’Ambiente umano, in cui si cominciò a prendere in considerazione il fatto che la tutela ambientale non era meno importante dello sviluppo economico per la qualità della vita. Nell’autunno del 1973 scoppiò la prima crisi petrolifera e tutti i Paesi sviluppati furono costretti a varare drastiche misure di riduzione dei consumi energetici. Sempre in quegli anni cominciarono a manifestarsi tre forme d’inquinamento globali: le piogge acide, il buco nell’ozono e l’effetto serra, da cui si evinceva che l’apparato tecno-industriale aveva raggiunto una potenza tale da modificare gli equilibri della biosfera in un senso sfavorevole per l’umanità. L’idea che lo sviluppo fosse la realizzazione delle potenzialità insite nel patrimonio genetico delle società umane cominciò a vacillare e nelle conferenze mondiali, convocate per cercare di attenuare i problemi che creava, si cominciò a sostenere che occorreva definirne meglio le connotazioni, perché non ogni tipo di sviluppo può essere considerato positivo. Si cominciò a dire che occorreva un nuovo modello di sviluppo, senza peraltro andare molto oltre la definizione; che lo sviluppo per essere buono doveva essere sostenibile e/o durevole e via aggettivando; che non bisognava confondere lo sviluppo, che ha una valenza qualitativa, con la crescita economica, che ha una connotazione esclusivamente quantitativa. Da questa distinzione sarebbe stato logico far derivare un disaccoppiamento tra i due concetti e, quindi, la possibilità di perseguire uno sviluppo senza crescita, o anche associato a una decrescita. Cosa impossibile da concepire in un sistema economico che continuava e continua a identificare la quantità con la qualità, come è stato ribadito anche da papa Benedetto XVI nell’Enciclica Caritas in Veritate (2009), dove, al punto 14, si legge che è «un grave errore disprezzare le capacità umane di controllare le distorsioni dello sviluppo o addirittura ignorare che l’uomo è costitutivamente proteso verso l’essere di più». Non è necessario essere teologi per sapere che nella concezione cristiana l’uomo è costitutivamente proteso verso l’essere meglio e basta l’esperienza quotidiana della vita per verificare che non sempre il più coincide col meglio, mentre spesso capita d’imbattersi in situazioni in cui è il meno a costituire un miglioramento. La stessa identificazione tra quantità e qualità è stata implicitamente sostenuta da chi ha affermato che il fine delle attività produttive sia perseguire una crescita qualitativa, senza specificare le ragioni per cui escludeva che anche la decrescita potesse avere connotazioni di qualità. Da questi tentativi di assegnare a un concetto connotazioni incompatibili con il suo significato, la logica è uscita malconcia, ma, quel che è peggio, i problemi causati dalla finalizzazione dell’economia allo sviluppo sostenibile o alla crescita qualitativa, che dir si voglia, sono rimasti irrisolti e si sono aggravati.

Il tentativo più efficace di ridare al concetto di sviluppo la credibilità che aveva perso quando si cominciò a capire che era la causa determinante della crisi ecologica, fu effettuato nel 1987 dalla Commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo istituita dall’Onu e presieduta dall’ex primo ministro norvegese Gro Harlem Brundtland, che lo sganciò, ma solo concettualmente, dal suo legame simbiotico con la crescita della produzione di merci per agganciarlo alla sostenibilità. Nel rapporto finale della commissione, intitolato Our Common Future, veniva formulato per la prima volta il concetto di sviluppo sostenibile, che veniva così definito: «uno sviluppo che soddisfi i bisogni delle generazioni presenti senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri». In questa definizione la sostenibilità non è l’obbiettivo da raggiungere per ridurre l’impatto dello sviluppo sull’ecosistema terrestre, ma una connotazione che le generazioni attuali devono conferire allo sviluppo per consentire che le generazioni future possano continuare a fare altrettanto. Più che di sviluppo sostenibile si sarebbe dovuto parlare di sviluppo durevole, come alcuni hanno fatto. Lo sviluppo non veniva ridefinito in funzione della sua sostenibilità, ma la sostenibilità veniva valorizzata come connotazione indispensabile per dare continuità allo sviluppo. Le applicazioni pratiche di questa impostazione furono i progressi delle tecnologie che accrescono l’efficienza nell’uso delle risorse non rinnovabili, in modo di consumarne di meno per ogni unità di prodotto, e delle tecnologie meno impattanti sugli ambienti, soprattutto per ridurre l’incidenza dei disastri ambientali che avevano cominciato a instillare nell’opinione pubblica forti dubbi sulla bontà dello sviluppo. Del resto, per quale motivo si sente la necessità di parlare di sviluppo sostenibile se non per prendere le distanze da uno sviluppo che non lo è? Se non per ridare credibilità a un’idea che l’ha persa? L’impegno maggiore venne riservato allo sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili e, in subordine, dell’efficienza energetica. Con una resipiscenza tardiva, dopo aver interrato o bruciato dagli anni cinquanta del secolo scorso quantità crescenti di rifiuti, l’attenzione è stata recentemente rivolta al recupero dei materiali che contengono, facendo diventare di gran moda lo slogan dell’economia circolare e inducendo gli spiriti semplici a credere che si possa attivare una sorta di moto produttivo perpetuo a ridotto impatto ambientale utilizzando i materiali contenuti negli oggetti dismessi per produrre nuovi oggetti. Le tecnologie che aumentano l’efficienza nell’uso delle risorse e riducono l’inquinamento dei processi produttivi sono una cosa buona, ma i vantaggi che offrono vengono annullati, come in una gigantesca fatica di Sisifo, se contestualmente continua ad aumentare la quantità della produzione. Se il fine dell’economia resta lo sviluppo, la sostenibilità del sistema economico e produttivo non aumenta anche se aumenta la sostenibilità di alcuni processi produttivi. L’economia finalizzata allo sviluppo non può essere sostenibile. Lo sviluppo sostenibile è un ossimoro.

Ma cos’è la sostenibilità? Per definire con precisione il concetto di sostenibilità, uscendo dalla genericità con cui viene usato, occorre metterlo in relazione con la fotosintesi clorofilliana, l’unico processo biochimico che produce l’energia di cui hanno bisogno tutte le specie viventi. Ogni giorno il sole invia sulla terra una quantità di energia luminosa, che viene utilizzata dalla vegetazione per sintetizzare molecole di anidride carbonica con molecole d’acqua e ricavarne molecole di uno zucchero semplice, il glucosio, che successivamente concorrono a formare le molecole complesse che costituiscono la struttura dei vegetali (cellulosa e lignina), e quelle che li nutrono e nutrono attraverso le catene alimentari tutte le specie viventi (lipidi, proteine, vitamine, carboidrati). La fotosintesi clorofilliana assorbe l’anidride carbonica emessa dall’espirazione di tutti i viventi, compresi i vegetali, e genera l’ossigeno necessario alla loro respirazione. Per 8.000 secoli questo scambio è rimasto in equilibrio: tanta anidride carbonica emessa dall’espirazione dei viventi veniva metabolizzata dalla vegetazione quanto ossigeno veniva emesso dalle piante e inspirato da tutti i viventi. Dalla seconda metà del XIX secolo e, con intensità crescente nel XX, questo equilibrio si è rotto perché gli esseri umani da una parte hanno accresciuto le emissioni di anidride carbonica bruciando quantità crescenti di fonti fossili per ricavare l’energia necessaria allo svolgimento dei processi produttivi e al sistema dei trasporti, d’altra hanno ridotto la fotosintesi clorofilliana disboscando per fare posto all’agricoltura e alle aree urbane. L’anidride carbonica eccedente le capacità di sintesi della vegetazione si è progressivamente accumulata nell’atmosfera, aumentando la sua concentrazione nel miscuglio di gas che compongono l’aria, dalle 270 parti per milione in cui si era stabilizzata da 8.000 secoli a 380 nel secolo scorso e a 410 nei primi 15 anni di questo secolo. Poiché l’anidride carbonica trattiene all’interno dell’atmosfera una parte della radiazione infrarossa che il sole invia sulla terra e la terra rimbalza verso lo spazio, nel XX secolo la temperatura media del pianeta è aumentata di 0,8 °C e si è innescato un cambiamento climatico di cui l’umanità ha appena iniziato a subire le conseguenze. In questo contesto la finalizzazione delle attività economiche e produttive alla sostenibilità richiede l’adozione di tecnologie, di misure di politica economica e di stili di vita che consentano di ricondurre le emissioni di anidride carbonica a quantità metabolizzabili dalla fotosintesi clorofilliana. Questo obbiettivo può essere perseguito agendo in due direzioni: diminuendo i consumi di fonti fossili e aumentando la superficie terrestre ricoperta da boschi e foreste. Entrambe in una prima fase richiedono investimenti che comportano un aumento della produzione e del consumo di merci, ma in prospettiva ne determinano una diminuzione stabile. La scelta più efficace per ridurre i consumi di fonti fossili non è, come si è voluto far credere nell’ottica dello sviluppo sostenibile, lo sviluppo delle fonti rinnovabili, ma una strategia incentrata in primo luogo sulla riduzione di sprechi e inefficienze (circa il 70 per cento dei consumi energetici in Italia), in modo da ridurre al minimo il fabbisogno da soddisfare con le fonti rinnovabili. Poiché il patrimonio edilizio assorbe circa la metà dei consumi energetici totali, occorre limitare drasticamente la costruzione di nuovi edifici e indirizzare l’edilizia alla ristrutturazione energetica di quelli esistenti. Per aumentare le superfici ricoperte da boschi e foreste occorre ripiantumare quelle disboscate per ricavarne terreni agricoli non dedicati all’alimentazione umana, ma all’alimentazione degli animali d’allevamento e alla produzione di biocarburanti. Invece di prendere in considerazione una strategia di questo genere, finalizzata a ridurre le emissioni di anidride carbonica, i governanti di tutto il mondo, nel corso della Cop 21 che si è svolta a Parigi nel dicembre 2015, si sono accordati di contenere l’aumento della temperatura terrestre in questo secolo tra 1,5 e 2 °C, ovvero da un valore minimo che è il doppio rispetto all’incremento del secolo scorso, a un valore massimo superiore di 2,5 volte. Di sviluppo sostenibile si muore. Più lentamente che di sviluppo, ma si muore.

Nel 2017, secondo il Footprint Institute, il giorno in cui l’umanità è arrivata a consumare tutte le risorse rinnovabili che la fotosintesi clorofilliana rigenera nel corso di un anno, è stato il 2 agosto. L’anno precedente era stato il 14 agosto. Dieci anni prima intorno alla metà di settembre. Venti anni prima intorno alla metà di ottobre. Quale nuovo modello di sviluppo consente d’invertire questa tendenza? Come si potrebbe riportare gradualmente quel giorno verso il 31 dicembre se non diminuendo il consumo di risorse rinnovabili, che si può raggiungere riducendo innanzitutto gli allevamenti di animali e l’alimentazione carnea? Una diminuzione dei consumi si può definire sviluppo sostenibile? In tutti gli oceani galleggiano ammassi di poltiglie di plastica grandi come continenti e il numero dei pesci è stato dimezzato dalla pesca d’altura. Come si può fare in modo che che i rifiuti non biodegradabili ammassati in mare e sulla superficie terrestre diminuiscano se non se ne riduce drasticamente la produzione? Come si può fare in modo che il numero dei pesci torni ad aumentare se non limitando la pesca? Come si possono ridurre le più gravi forme d’inquinamento se non abolendo la produzione dei veleni di sintesi chimica usati in agricoltura per accrescere i rendimenti e in alcuni cicli industriali che hanno devastato i territori in cui sono stati insediati? Come si può arrestare la perdita della biodiversità, come si può ricostituire la fertilità dei suoli, se non riducendo lo sfruttamento dei terreni agricoli? Come si può garantire la disponibilità di acqua necessaria a tutti gli esseri umani e a tutte le forme di vita, se non riducendo gli sprechi?

Per consentire all’umanità di avere un futuro, la sostenibilità deve sostituire lo sviluppo come riferimento di tutte le scelte produttive. La sostenibilità non può essere considerata un’opzione al servizio dello sviluppo, allo scopo di attenuare le conseguenze negative che genera. Né si può ridurre il suo significato a una generica attenzione nei confronti dei problemi ambientali. La sostenibilità esprime un concetto tanto preciso quanto ignorato: la necessità di evitare che la produzione e il consumo di merci oltrepassino i limiti della compatibilità ambientale. Poiché questi limiti sono già stati ampiamente superati, la sua declinazione attuale impone che le attività economiche e produttive siano indirizzate a:

– diminuire le emissioni di sostanze di scarto biodegradabili (anidride carbonica) alle quantità che possono essere metabolizzate dalla biosfera;

– diminuire i consumi di risorse rinnovabili alle quantità che possono essere rigenerate annualmente dalla fotosintesi clorofilliana;

– ridurre i consumi delle risorse non rinnovabili, utilizzandole con la massima efficienza, riutilizzando quelle che è possibile riciclare, producendo beni durevoli riparabili e aumentando la loro durata di vita;

– abolire la produzione delle sostanze di sintesi che non possono essere metabolizzate dai cicli biochimici.

Per continuare a utilizzare in economia la parola sviluppo come sinonimo di miglioramento, o se ne capovolge il significato che si è consolidato dal 1949 a oggi, svincolandolo dal legame simbiotico con la crescita e apparentandolo alle parole diminuzione, riduzione, decrescita, o si elimina dall’economia. La prima ipotesi presuppone una deroga alla logica, o quanto meno al senso comune. La seconda è più drastica, ma meno ambigua. In fin dei conti si usa soltanto da 70 anni. Comunque, per superare la crisi economica e invertire la tendenza al peggioramento della crisi ecologica non serve un nuovo modello di sviluppo, ma un nuovo modello di economia senza sviluppo.

Maurizio Pallante

 

 

Il ghiaccio si riduce, Marmolada restituisce pezzi di storia

Tornano alla luce oggetti della prima Guerra Mondiale e rifiuti

(ANSA) – BELLUNO, 9 AGO – Il ghiaccio della Marmolada si ritira e la coperta bianca sempre più corta, in 100 anni il ghiacciaio perenne è passato dai 420 a 214 ettari, lascia affiorare nuovi ‘tesori’ dormienti e protetti da oltre un secolo dalla coltre bianca.

Sono i resti della residenza attorno ai tremila metri dei militari che hanno sfidato, spesso perdendo, la morte durante la Grande Guerra. Gavette, posate, scarponi, reticolati, bombe, fucili e baionette oggetti oggi ricoperti di ruggine e persino un vecchio forte, stanno facendo gola ora a decine di ‘recuperanti’ che stanno marciando sulla grande montagna. Un assalto del tutto differente da quelli vissuti tra il 1915-18 ma che non nasconde un fondo di pericolo.

Lo sanno i Carabinieri che per quanto possono, come indicano i quotidiani locali, effettuano controlli che tuttavia, soprattutto per la scarsità di personale, non riescono ad arginare questa sorta di nuova corsa all’oro arrugginito. Ma non è tutto perché il ghiacciaio che non c’è più restituisce alla luce anche ‘immondizie’ moderne. Lattine, bottiglie, cavi di vecchi impianti di risalita. Ora scatta l’operazione pulizia che, per un accordo tra le Regioni Trentino e Veneto del 2002 che ha fissato i confini della Marmolada, spetta al Trentino. La grande macchina per togliere il secolare pattume partirà da Alba di Canazei.(ANSA).

Fonte: Ansa.it