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La forza rivoluzionaria della spiritualità nella società materialista e consumista

Pubblico un Estratto dal libro Destra e sinistra addio, Lindau, Torino 2016, pagg. 198 – 203

Il denaro può essere considerato il fondamento del sistema dei valori soltanto da persone che hanno smarrito la dimensione spirituale e non riescono a vedere nella vita altra prospettiva dalla soddisfazione delle esigenze materiali, che accomunano gli esseri umani alle altre specie animali, con similitudini sostanziali nella classe dei mammiferi a cui essi appartengono. La spiritualità è una dimensione esistenziale esclusivamente umana, caratterizzata da pulsioni, riflessioni, sentimenti, slanci e desideri razionalmente incomprensibili, che non attengono alla sopravvivenza degli individui e della specie. È la sfera in cui si manifesta l’etica e la facoltà di pensare. La spiritualità consente agli esseri umani di sviluppare la consapevolezza delle relazioni e delle interdipendenze che li connettono a tutte le altre forme di vita. Questa consapevolezza, che può essere più o meno sostenuta razionalmente, o più o meno istintiva, è il presupposto che può indurre ad agire per evitare che se ne sbrindelli la trama. La spiritualità si manifesta ai livelli più alti nei rapporti fondati sull’amore, un’intimità reciproca, una condivisione di scelte esistenziali così profonda che travalica la razionalità e si realizza col dono incondizionato del proprio tempo e delle proprie capacità alle persone amate. Un dono gratuito, che non prevede restituzioni e può assumere forme diverse senza mutare la sua sostanza. È il rapporto tra genitori e figli, tra amanti, tra persone appartenenti a una stessa comunità religiosa. È la pulsione interiore che induce a dedicare la propria vita ad alleviare le sofferenze di coloro che sono stati colpiti con particolare durezza nella psiche, nel corpo, dalle vicende della vita, da sofferenze causate dalle condizioni di deprivazione affettiva o di miseria materiale in cui sono cresciute. È la motivazione che induce il contadino anziano a piantare alberi di cui non mangerà i frutti, memore di aver mangiato da bambino i frutti di alberi piantati da chi sapeva che non ne avrebbe mangiati. Il dono gratuito e incondizionato del tempo, che sostanzia i legami interpersonali fondati sull’amore, veniva indicato in latino con la parola donum. Oltre che con questo tipo di dono, gli esseri umani possono rafforzare le connessioni che definiscono il loro essere come con-essere, per riprendere una  definizione di Alessandro Pertosa (nel libro Dall’economia all’euteleia. Scintille di decrescita e di anarchia, Edizioni per la decrescita felice, Roma 2014), instaurando tra loro rapporti di scambio basati su un dono del tempo che implica la restituzione, non immediata né scadenzata, né quantificata rigorosamente, basata sulla fiducia reciproca. In latino questo tipo di dono veniva definito munus. Sul dono del tempo che implica la restituzione si fondano i rapporti comunitari, ovvero i legami sociali tra nuclei di persone che si conoscono, vivono in uno spazio territoriale delimitato, generalmente un paese, e si scambiano vicendevolmente lavori e servizi senza la mediazione del denaro. Mentre gli scambi mediati dal denaro sono impersonali e implicano una competizione tra i contraenti – chi vende punta a ricavare la somma più alta possibile, mentre chi compra tende a spuntare il prezzo più basso – gli scambi basati sul dono reciproco del tempo implicano la condivisione e la solidarietà. Se uno dei contraenti non rispetta la regola implicita del controdono, rompe il rapporto di fiducia e si autoesclude dai legami comunitari. Benché non siano mai stati codificati formalmente, i rapporti comunitari fondati sul munus, presentano le stesse caratteristiche di solidarietà in tutti i luoghi del mondo e in tutte le epoche storiche. E presentano anche le stesse forme di deviazione, consistenti nella possibilità di utilizzare il dono come strumento di dominio da parte di chi è in grado di fare e fa doni così grandi che non possono essere restituiti da chi li riceve. Tuttavia deviazioni di questo tipo si possono realizzare solo in presenza di grandi diseguaglianze, che costituiscono di per sé un impedimento sostanziale alla realizzazione di rapporti autenticamente comunitari. Oltre l’ambito degli scambi interpersonali che avvengono nel quotidiano, in alcune scadenze con una forte connotazione simbolica per la vita delle comunità, il munus assume connotazioni corali, presentandosi sotto la forma di una solidarietà collettiva che coinvolge non solo i rapporti degli esseri umani tra loro, ma anche con i luoghi del mondo in cui vivono e da cui traggono ciò di cui hanno bisogno per vivere. Si pensi ai momenti della vita contadina tradizionale in cui si raccoglievano i frutti del lavoro e dell’attesa di un anno: la mietitura del grano, la trebbiatura e la vendemmia, in cui tutte le famiglie a turno si aiutavano vicendevolmente. Momenti di solidarietà e di festa che sono finiti quando l’economia del dono è stata sostituita dalla mercificazione e i raccolti sono stati effettuati da persone pagate per farlo: contoterzisti, braccianti e giornalieri.

Mentre le relazioni fondate sul munus sono inevitabilmente limitate al momento in cui avvengono, le relazioni fondate sul donum sono in grado di superare i limiti spazio-temporali che connotano la condizione umana e di creare legami tra le generazioni attraverso l’arte. Le opere d’arte, in tutte le loro forme – musica, pittura, scultura, architettura, letteratura – sono lasciti di bellezza e di armonia aggiunte dagli esseri umani alla bellezza e all’armonia originarie del mondo, arricchiti da ogni generazione e tramandati sotto forma di dono inevitabilmente gratuito alle generazioni successive, fino a quando la modernità ha trasformato l’arte da dono in merce, sottoponendola, come tutte le merci, alle regole della pubblicità, del prezzo, del profitto e della deperibilità.

La spiritualità non coincide con la fede, ma ne è il presupposto. La fede è la manifestazione della spiritualità di chi crede in qualcosa che non è dimostrabile razionalmente. «Fede è sustanza di cose sperate / e argomento delle non parventi», ha scritto Dante nel canto XXII del Paradiso, ai versi 64-65. La spiritualità si manifesta anche senza la fede, ma senza spiritualità non c’è fede e la religione diventa un guscio vuoto, privo di vita. Oppure uno strumento di potere utilizzato per dominare e condizionare i comportamenti delle persone più deboli.

Chi mantiene viva la sua spiritualità non può condividere i valori di un sistema economico e produttivo fondato su un antropocentrismo devastante nei confronti degli ambienti, violento nei confronti di tutti gli altri viventi, ingiusto nei confronti dei popoli poveri e delle generazioni future. La spiritualità è la forza più grande che si possa contrapporre alle iniquità generate da questo sistema. Il recupero della spiritualità in una società che tende ad annullarla per concentrare ogni interesse sugli aspetti materiali della vita, è una metanoia, un cambiamento del modo di pensare e del sistema dei valori, una liberazione interiore dai condizionamenti che inducono a credere che il fine dell’economia sia la crescita della produzione di merci e il senso della vita si identifichi col potere d’acquisto e col possesso di cose. Riducendo l’importanza del denaro e valorizzando le relazioni umane fondate sul dono incondizionato che caratterizza i rapporti d’amore e sul dono che implica la reciprocità, la spiritualità smonta i pilastri su cui il modo di produzione industriale ha omologato i pensieri e le aspirazioni degli esseri umani per rendere i loro comportamenti funzionali al raggiungimento dei suoi fini. È una scelta esistenziale che nella vita quotidiana assume la connotazione della disobbedienza civile, perché induce a non lasciarsi irretire dalle sirene del consumismo, ma a dedicare più tempo agli affetti che al lavoro, a leggere un libro, ad ascoltare un brano musicale, a visitare un museo invece di lasciarsi ipnotizzare dagli spettacoli d’intrattenimento. Perché induce a comprare poco senza pensare che si stia rinunciando a qualcosa. Comprare poco è una rinuncia solo per chi crede che il senso della vita sia comprare sempre di più. In realtà è una scelta liberatoria, che affranca dallo stato di insoddisfazione permanente cui si condanna chi ripone le sue aspettative di realizzazione umana nell’acquisto di cose, perché inevitabilmente le economie finalizzate alla crescita immettono in continuazione sui mercati cose nuove per non dare mai tregua al desiderio di acquistarle, consentendo di appagarlo solo nel breve intervallo di tempo necessario a mantenerlo vivo. E quel breve intervallo di tempo in cui il desiderio di acquistare viene appagato provvisoriamente dall’acquisto, non è nemmeno sereno perché, se si crede che il benessere consista nel possesso di cose, non si può evitare che venga corroso dal confronto con chi ne possiede di più. Solo un cambiamento del sistema dei valori consente di capire a quale mortificazione della propria umanità si condanni chi, lasciandosi irretire dalle sirene del consumismo smarrisce la propria spiritualità, a quale vuoto esistenziale sia destinato chi non percependo che il suo essere è costituito dal tessuto delle relazioni che lo connettono agli altri esseri viventi, non conosce più la solidarietà: non è capace a darne e non ne riceve.

 

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“Destra e sinistra addio” intervista di Filippo La Porta su Left

Allego qui di seguito una mia intervista su LEFT e ringrazio di vero cuore l’amico Filippo La Porta per la disponibilità, l’onestà intellettuale e la professionalità.

Di seguito l’intervista:

intervista su LEFT

 

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Né Tatcher (o Merkel) né Keynes. Può la decrescita indicarci la strada per superare la crisi economica?

La crisi che ha colpito i paesi industrializzati nel 2008, e non è ancora in via di risoluzione nonostante l’impegno profuso dai governi nazionali e dalle istituzioni sovranazionali, sta dimostrando l’inefficacia delle misure politiche tradizionalmente utilizzate per far ripartire la crescita economica nelle fasi di recessione.

 

Non saranno certo le riflessioni fatte dal nostro movimento per la decrescita felice a indicare la via d’uscita da una situazione che fino ad ora non è stata sbloccata dalle proposte di centri di ricerca e da soggetti politici molto più competenti e potenti di noi. Tuttavia, se le caratteristiche di questa crisi sono così inusuali da sfuggire alle terapie consolidate, un punto di vista ec-centrico come il nostro potrebbe aprire prospettive che non sono state prese in considerazione, ma potrebbero avere potenzialità insospettate.

 

Innanzitutto una precisazione che non dovrebbe essere necessario ripetere per l’ennesima volta, ma visto il permanere di fraintendimenti, più o meno voluti, è utile ribadire: la decrescita non è la recessione.

 

La recessione è una fase economica caratterizzata  dalla diminuzione generalizzata e incontrollata della produzione di tutte le merci. La sua conseguenza più grave è la disoccupazione, che comporta una diminuzione della domanda e un aggravamento della crisi.

 

La decrescita è la diminuzione selettiva e guidata della produzione di merci che non hanno oggettivamente nessuna utilità, ovvero degli sprechi.

 

Non si confondano gli sprechi con i beni che qualcuno potrebbe considerare superflui, perché la valutazione del superfluo attiene ai gusti e alle scelte individuali, su cui nessuno è autorizzato a intervenire. Gli sprechi sono, per fare qualche esempio, il cibo che si butta – circa un terzo di quello che si produce -; l’energia termica che si disperde da edifici mal coibentati – in Italia mediamente i due terzi in confronto con gli edifici meno efficienti dell’Alto Adige, i nove decimi rispetto agli edifici più efficienti -; i materiali riutilizzabili contenuti negli oggetti dismessi, che vengono resi definitivamente inutilizzabili sotterrandoli o bruciandoli. Gli sprechi di cibo, di energia e di materiali non rispondono a nessun bisogno o desiderio. Non rientrano nell’ambito del superfluo. Rientrano nell’ambito del dannoso, perché ogni spreco non è soltanto una dissipazione inutile, ma un danno agli ambienti e alla vita. L’energia che si spreca aumenta le emissioni di anidride carbonica, e quindi aggrava l’effetto serra, senza apportare alcun beneficio. Il cibo che si butta accresce la frazione putrescibile dei rifiuti, quella più difficile da trattare. I materiali che si sotterrano inquinano le falde idriche e i suoli, quelli che si bruciano aumentano le emissioni di anidride carbonica, di sostanze inquinanti – in particolare la diossina – e di particelle ultra fini.

 

Una decrescita selettiva degli sprechi non è soltanto utile a livello ambientale, ma contribuisce a ridurre anche le tensioni internazionali per il controllo delle aree geografiche dove si trovano i giacimenti di energia fossile e di materie prime. Inoltre, dal punto di vista economico comporta una riduzione dei costi di produzione delle aziende (un ciclo produttivo con una minore intensità energetica è meno costoso) e delle importazioni, quindi offre un vantaggio competitivo; richiede l’adozione di innovazioni tecnologiche più avanzate, quindi stimola la ricerca; crea un’occupazione con una connotazione qualitativa: un’occupazione utile, perché a parità di produzione di benessere riduce il prelievo di materie prime, tra cui le fonti fossili, e le emissioni di sostanze di scarto nella biosfera.

 

A questo punto occorre una precisazione. La decrescita selettiva degli sprechi non ha nulla a che fare con l’ossimoro dello sviluppo sostenibile. Con la definizione di sviluppo sostenibile si indica un processo di crescita economica caratterizzato dall’uso di tecnologie più efficienti e meno impattanti sugli ambienti. Per esempio l’uso di energie rinnovabili al posto delle energie fossili. Ma di fronte a un sistema energetico, come quello italiano, che spreca il 70 per cento dell’energia che produce e usa, ha senso proporsi di accrescere l’offerta di energia diversificandola per renderla più amichevole nei confronti degli ambienti, invece di proporsi in prima istanza di ridurre gli sprechi e, successivamente, di soddisfare il fabbisogno residuo con fonti rinnovabili? Un sistema energetico dissipativo come quello della maggior parte dei paesi industrializzati è paragonabile a un secchio bucato. Dovendo riempire d’acqua un secchio bucato, chi si proporrebbe di farlo cambiando la fonte senza chiudere prima i suoi buchi?

 

La crisi che stiamo vivendo è una crisi di sovrapproduzione, determinata dal fatto che nei sistemi economici in cui le attività produttive sono finalizzate alla crescita della produzione di merci, le aziende per sostenere la concorrenza devono investire continuamente in tecnologie che aumentano la produttività, ovvero che consentono di produrre di più in una unità di tempo, riducendo al contempo i costi mediante una riduzione dell’incidenza del lavoro umano sul valore aggiunto. Ciò non comporta automaticamente, come per lo più si pensa, una riduzione dell’occupazione. La comporta solo se la riduzione dell’incidenza lavoro umano sul valore aggiunto non viene tradotta in una riduzione dell’orario di lavoro. In questo caso, ed è ciò che sta succedendo nei paesi industrializzati, si determina una riduzione dell’occupazione e, di conseguenza, una riduzione della domanda a fronte di un incremento dell’offerta di merci. Questa è la causa di fondo della crisi che stiamo attraversando.

 

A questo squilibrio insito nelle economie della crescita si è fatto fronte incentivando il ricorso al debito da parte dei privati e ricorrendo al debito pubblico per aumentare la domanda. Questo fenomeno, iniziato nei primi anni sessanta, è stato l’altra faccia della medaglia del boom economico. A partire dagli anni ottanta è stato accentuato dalla globalizzazione, che è stata perseguita dai paesi industrializzati per ampliare il mercato dei loro prodotti, ma li ha sottoposti alla concorrenza di paesi dove il costo della manodopera è molto più basso. Questa concorrenza ha spinto in basso i salari nei paesi industrializzati: «tra il 1980 […] e il 2006, la quota dei salari sul Pil nei paesi che formavano a inizio periodo la UE a 15 è scesa di circa 10 punti, dal 68 a 58 per cento» (Luciano Gallino, Il denaro, il debito e la doppia crisi, Einaudi, Torino 2015, p. 110). La riduzione dell’occupazione determinata dalle delocalizzazioni di molte produzioni nei paesi cosiddetti in via di sviluppo e la riduzione dei salari hanno comportato una riduzione della domanda che è stata uno dei fattori scatenanti della crisi e comporta difficoltà sempre maggiori a superarla.

 

L’entità dei debiti pubblici è stata aggravata dal fatto che, man mano che aumentano, gli Stati sono costretti a offrire tassi d’interesse sempre più alti a chi sottoscrive i buoni del tesoro, fino a dover chiedere prestiti per pagare gli interessi sui prestiti precedentemente chiesti. In Italia questo processo ha ricevuto un forte impulso all’inizio degli anni 80 dalla decisione dell’allora ministro del Tesoro Beniamino Andreatta e del governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi di vietare alla Banca d’Italia di acquistare i titoli del debito pubblico rimasti invenduti, per evitare il rischio d’inflazione. Il risultato fu un forte innalzamento degli interessi sui titoli. In dieci anni il debito pubblico raddoppiò, salendo dal 60 per cento del Pil nel 1982 al 120 per cento nel 1993. (L. Gallino, op. cit., pagg. 66-67). Da trent’anni gli interessi ammontano a 90 – 100 miliardi all’anno su un totale di 2.135 miliardi nel 2014, mentre nello stesso anno il valore del Pil è stato di 1.613 miliardi. (L. Gallino, op. cit., pagg. 100–101).

 

Le due proposte formulate per superare la crisi sono state, da una parte le politiche di austerity finalizzate a ridurre i debiti pubblici riducendo sostanzialmente la spesa sociale, dall’altra le politiche keynesiane finalizzate ad aumentare la domanda attraverso i debiti pubblici in modo da rilanciare la crescita del prodotto interno lordo e di ridurre il rapporto debito/PIL. Le politiche di austerity deprimono la domanda e aggravano la crisi. Il loro totale fallimento è stato dimostrato dai fatti. Le politiche keynesiane non aumentano soltanto i debiti finanziari, ma i debiti a carico delle generazioni future e i debiti nei confronti della natura, poiché aumentano il prelievo di risorse da trasformare in merci e le emissioni non metabolizzabili dalla biosfera. Inoltre non tengono conto del fatto che, rispetto agli anni trenta del secolo scorso il rapporto tra tecnosfera e biosfera è completamente cambiato: le concentrazioni di anidride carbonica in atmosfera sono aumentate da 270 a 410 parti per milione, innescando una mutazione climatica di cui si stanno iniziando a sentire i primi effetti destinati ad aggravarsi; nel settore delle fonti energetiche fossili il rapporto tra l’energia investita per ricavare energia e l’energia ricavata è sceso dal valore di 1 a 100 misurato negli anni trenta del novecento, al valore di 1/8 misurato negli anni novanta; l’overshoot day, il giorno in cui l’umanità arriva a consumare tutte le risorse rinnovabili che la biosfera genera in un anno, è sceso alla metà di agosto; negli oceani galleggiano masse di poltiglia di plastica vaste come gli Stati Uniti; la popolazione mondiale è passata da 2 a 7 miliardi; la fertilità dei suoli agricoli è diminuita; la fauna ittica è stata dimezzata.

 

In alternativa a queste due prospettive, che finora non sono state in grado di superare né la crisi economica, né la crisi ecologica, il Movimento per la decrescita felice propone che vengano adottate misure di politica economica e industriale finalizzate a incentivare l’adozione di innovazioni tecnologiche che consentano di ridurre gli sprechi e di accrescere l’efficienza con cui si trasformano le risorse naturali in merci. Cioè di realizzare una decrescita selettiva e guidata della produzione e del consumo di merci che non sono beni. Se aumenta l’efficienza con cui si utilizzano le risorse e si riducono gli sprechi, oltre a ridurre l’impatto ambientale si risparmia del denaro, con cui si possono pagare i costi d’investimento delle tecnologie che aumentano l’efficienza nell’uso delle risorse. Si mette in moto un circolo economico virtuoso creando un’occupazione utile che paga i suoi costi con i risparmi che consente di ottenere. Fa crescere la domanda senza aggravare né i debiti pubblici, né l’impatto ambientale.

 

Se al centro della politica economica e industriale si ponesse la ristrutturazione energetica del patrimonio edilizio esistente, con l’obbiettivo di ridurre gli sprechi e le inefficienze al livello dei peggiori edifici dell’Alto Adige, i consumi per il riscaldamento si ridurrebbero dei due terzi, scendendo dalla media attuale di 200 kilowattora (all’incirca 20 litri di gasolio, o 20 metri cubi di metano) a 70 kilowattora al metro quadrato all’anno. Poiché gli edifici assorbono per il solo riscaldamento invernale un terzo dei consumi totali di energia alla fonte, quanta ne brucia tutto l’autotrasporto nel corso di un anno, si ridurrebbero del 20 per cento sia le nostre importazioni di fonti fossili, sia le nostre emissioni di anidride carbonica. I posti di lavoro che si creerebbero attraverso questa decrescita selettiva degli sprechi di energia pagherebbero i loro costi d’investimento con i risparmi che consentono di ottenere.

 

Due suggerimenti operativi in conclusione.

 

Un incentivo all’adozione di queste misure in una logica di mercato, senza sostegni di denaro pubblico, può essere costituito dall’uso delle forme contrattuali che caratterizzano, o meglio, dovrebbero caratterizzare, le energy service companies – esco -: società energetiche che pagano di tasca propria i costi d’investimento degli interventi di ristrutturazione energetica che eseguono negli edifici, o negli impianti pubblici di illuminazione, mentre i proprietari degli edifici ristrutturati si impegnano a pagare per il riscaldamento, o per l’illuminazione, la stessa cifra che pagavano prima della ristrutturazione per il numero di anni necessario a coprire con i risparmi economici conseguenti al risparmio energetico i costi d’investimento e gli utili della esco. Al termine di questo periodo, che viene indicato dalla esco al momento della stipula del contratto, i risparmi economici vanno a beneficio dei proprietari degli edifici o degli impianti. La durata degli anni necessari a recuperare gli investimenti è inversamente proporzionale all’efficienza ottenuta. La ricerca della maggiore efficienza possibile diventa pertanto l’elemento concorrenziale vincente. Inoltre il cliente è tutelato perché, essendo prefissato contrattualmente il tempo di rientro dell’investimento, se la esco ottiene una riduzione dei consumi energetici inferiore a quella che calcolato, incassa meno denaro di quello previsto. Fare bene il lavoro e gestire bene l’impianto è nel suo interesse.

 

Il circolo economico virtuoso descritto può trovare un volano decisivo in una sorta di patrimoniale energetica sugli immobili, che può essere gestita in due modi. Il proprietario dell’immobile, paga la patrimoniale e lo Stato la utilizza per ristrutturarlo energeticamente, restituendo ogni anno al proprietario l’equivalente del risparmio economico conseguente al risparmio energetico ottenuto, fino all’estinzione della tassa pagata. Oppure il proprietario dell’immobile, invece di pagare la patrimoniale, fa eseguire in proprio la ristrutturazione energetica e incassa direttamente i risparmi.

 

Interventi analoghi si possono effettuare smettendo di rendere definitivamente inutilizzabili le materie prime secondarie contenute negli oggetti che vengono portati allo smaltimento, invece di recuperarle attraverso una raccolta differenziata gestita con criteri economici. Poiché il costo dello smaltimento è proporzionale al peso degli oggetti conferiti in discarica o all’incenerimento, meno se ne portano e più si risparmia. Ma, per non portare allo smaltimento le materie prime secondarie occorre venderle. Più se ne vendono e più si guadagna. Affinché qualcuno le compri la selezione deve essere effettuata accuratamente. Il recupero e la vendita delle materie prime secondarie contenute negli oggetti dismessi consente di creare un’occupazione utile, di recuperare il denaro necessario a pagarne i costi e di ridurre l’impatto ambientale dei rifiuti. Le ragioni dell’economia e le ragioni dell’ecologia vanno di pari passo grazie alla riduzione di uno spreco inammissibile.

 

La decrescita selettiva degli sprechi è l’unica via d’uscita da una crisi che da troppo tempo genera problemi al sistema economico e sofferenze umane inaccettabili. L’assurdità della situazione che stiamo vivendo è dimostrata dal fatto che, mentre il numero dei disoccupati ha raggiunto livelli inaccettabili, non si fanno una serie di lavori che sarebbe indispensabile fare per ridurre la crisi economica, ridurre la crisi ambientale e migliorare la qualità della vita. Una società che non fa lavorare chi vorrebbe farlo e contemporaneamente non fa fare i lavori più necessari, che pagherebbero i loro costi con i risparmi che consentono di ottenere, è profondamente malata. E la sua malattia è causata dalla diffusione dell’idea assurda che lo scopo dell’economia sia la crescita del prodotto interno lordo. Prima ce ne libereremo e meglio sarà.

 

 

23 gennaio 2016

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“Destra e sinistra addio” su Il Fatto Quotidiano

Allego di seguito la pagina de “ilFattoQuotidiano” di oggi, in cui è pubblicato uno stralcio del mio ultimo libro “Destra e sinistra addio” ed. Lindau

Buona lettura

Anticipazione da FATTO

24 gennaio 2016 a Roma anteprima nazionale di “Destra e sinistra Addio”

Domenica 24 gennaio 2016, alle ore 10.30 presso Citta’ Dell’ Altra Economia in Largo Dino Frisullo, 00153 Roma, presenterò il mio ultimo libro : “Destra e sinistra addio. per una nuova declinazione dell’uguaglianza” ed. Lindau, 2016

L’incontro, organizzato dal circolo MDF di Roma, si terrà nella sala convegni della Città dell’Altra Economia – largo Dino Frisullo (Metro B Piramide)

modera Filippo La Porta – saggista, giornalista e critico letterario italiano

introduce Lucia Cuffaro – vice pres. Movimento per la Decrescita Felice

qui di seguito l’evento facebook da condividere

Vi aspetto in tanti.

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Destra e sinistra addio.

Il 21 gennaio 2016 esce il mio ultimo libro “Destra e sinistra addio. Per una nuova declinazione dell’uguaglianza, Lindau, Torino 2016.

E’ un lavoro a cui tengo molto e su cui desidero confrontarmi seriamente con chiunque desideri farlo in modo costruttivo.

Sarò certamente impegnato in giro per l’Italia per diverse presentazioni già stabilite e c’è ancora spazio per chiunque desideri organizzare una presentazione, una conferenza, un confronto nella città in cui vive.

Per darvi un’idea del lavoro che ho scritto, di seguito trovate la scheda del libro.

 

Le definizioni di destra e di sinistra per indicare due schieramenti politici contrapposti sono state utilizzate per la prima volta nella Convenzione Nazionale, l’assemblea incaricata di redigere la costituzione francese nel 1792. Da allora rappresentano la concretizzazione storica assunta da due orientamenti che caratterizzano da sempre i rapporti sociali: quello di chi ritiene che le diseguaglianze tra gli esseri umani siano un dato naturale non modificabile, e quello di chi ritiene che abbiano un’origine sociale e, quindi, possano essere rimosse o, quanto, meno attenuate. Negli ultimi due secoli il confronto politico tra le concretizzazioni storiche di queste due posizioni si è svolto a partire da una comune valutazione positiva del modo di produzione industriale, che sia la destra, sia la sinistra considerano un progresso rispetto alla precedente fase storica perché, grazie ai progressi  scientifici e tecnologici, ha accresciuto la produzione di merci, consentendo all’umanità di entrare in un’epoca d’abbondanza senza precedenti. La dialettica tra la destra e la sinistra si è articolata su due punti. Il primo: fa crescere di più l’economia una società che valorizza le diseguaglianze o una società che promuove l’eguaglianza? Il secondo: come suddividere tra le classi sociali i proventi economici derivanti dalla crescita della produzione? Attraverso la “mano invisibile del mercato”, come ha sostenuto la destra, o con un intervento correttivo dello Stato per ridurre le diseguaglianze che ne deriverebbero, come ha sostenuto la sinistra?

In questo libro si constata innanzitutto che, dovunque ha governato la destra, l’economia è cresciuta di più di quanto è cresciuta dove ha governato la sinistra. La partita si è chiusa definitivamente con la vittoria della destra, testimoniata emblematicamente dall’abbattimento del muro di Berlino. Nelle società che finalizzano l’economia alla crescita della produzione di merci la destra è strategicamente vincente. Ma la sconfitta della sinistra è la sconfitta della sua interpretazione storica dell’uguaglianza, non dell’idea di uguaglianza. Tuttavia, negli anni in cui si realizzava la vittoria strategica della destra, la crescita economica  ha oltrepassato le capacità del pianeta di fornirle la quantità crescente di risorse di cui ha bisogno per continuare a crescere, ha superato le capacità del pianeta di metabolizzare gli scarti e le emissioni dei processi produttivi, ha indotto a scatenare con sempre maggiore frequenza guerre per tenere sotto controllo le zone del mondo che contengono le riserve di materie prime e di energia, ha iniziato a suscitare nei paesi meno industrializzati ondate migratorie incontenibili, si è bloccata nei paesi industrializzati dal 2008 e sta facendo pagare alle classi lavoratrici i costi dei tentativi di ripresa.

Per attenuare le cause di questi processi distruttivi è necessario in primo luogo sviluppare tecnologie più evolute, finalizzate ad aumentare l’efficienza con cui si trasformano le materie prime in beni, in modo di ridurne il fabbisogno e di ridurre le emissioni non metabolizzabili dalla biosfera. Occorre avviare una decrescita selettiva, fondata sulla riduzione degli sprechi e dell’impronta ecologica dell’umanità. Se si abbandona l’ideologia della crescita, che ha accomunato la destra e la sinistra, è anche possibile ridare forza alla tensione etica finalizzata a realizzare una maggiore eguaglianza tra gli esseri umani, liberandola dall’interpretazione perdente che le è stata data dalla sinistra e articolandola in maniera diversa. In secondo luogo è necessario ridurre il ruolo assunto dal denaro riscoprendo la possibilità di autoprodurre una parte dei beni di cui si ha bisogno e forme di economia basate sul dono reciproco del tempo. La riduzione dell’importanza del denaro comporta una rivalutazione della spiritualità, della creatività e del valore delle relazioni basate sulla solidarietà.

Del resto, come ha avuto un inizio storico, non si può escludere la diade “destra-sinistra” abbia fine con la fine della possibilità di continuare a far crescere la produzione di merci. In tutti i capitoli del libro, e in particolare nell’epilogo, vengono fornite indicazioni per intraprendere un percorso culturale e politico che consenta di aprire una nuova fase della storia, in cui un’economia non più vincolata alla distopia della crescita infinita consenta di ridurre le diseguaglianze non solo tra gli esseri umani senza farne pagare i costi alle generazioni future, ma anche tra la specie umana e le altre specie viventi. Ne risulta una critica alla gestione della destra di questa fase storica, ben più radicale di quella che fa la sinistra proprio perché non rientra nelle categorie culturali della sinistra. Un’attenta analisi dell’enciclica “Laudato sì”, posta in appendice all’ultimo capitolo suggerisce che, probabilmente, questo cammino è già iniziato.

 

 

Indice

 

Prologo

 

Capitolo 1. Destra e sinistra: qualche richiamo storico

 

Capitolo 2. La destra, la sinistra e il modo di produzione industriale

 

Capitolo 3. La guerra ai contadini, agli artigiani, ai rapporti comunitari. L’estensione del proletariato                  e le migrazioni.

 

Capitolo 4. La destra, la sinistra e la crescita

 

Capitolo 5. Progresso, cambiamento, innovazione, sviluppo, modernità

 

Capitolo 6. Povertà e ricchezza

 

Capitolo 7. La religione è l’oppio dei popoli?

 

Capitolo 8. Chi non è di destra non può che essere di sinistra? Chi non è di sinistra non può che essere di destra? Il paradigma culturale della decrescita

 

Capitolo 9. Per una nuova declinazione dell’idea di uguaglianza. Scheda: La concezione del mondo espressa nell’Enciclica Laudatosi‘ di Papa Francesco.

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Decrescita e demografia

Sulla mia pagina FB recentemente è sorto un piccolo dibattito sulla necessità o meno di una decrescita demografica.

Su tale delicato argomento ho scritto in passato diverse cose che ho raccolto in un mio famoso e fortunato libro:

“La decrescita felice”, nuova edizione, Edizioni per la decrescita felice, Roma 2009, pagg. 162-165

Qui di seguito riporto per tutti quanto voi l’estratto specifico. Spero possa servire per comprendere meglio la problematica e per aprire ulteriori piste di riflessione e ricerca.

 

“Se la preoccupazione per la crescita della popolazione mondiale è motivata dal fatto che comporta un consumo di risorse superiore alla capacità bioriproduttiva del pianeta, la decrescita della popolazione mondiale va perseguita in prima istanza nei paesi sviluppati, che hanno un’impronta ecologica pro capite molto superiore alla capacità bioriproduttiva del pianeta, e non nei paesi sottosviluppati, la cui impronta ecologica è molto più bassa. Si potrebbe obbiettare che in questi paesi è più alto il tasso di natalità, mentre in quelli è già basso. La domanda che ci si deve porre allora è per quale ragione ciò avvenga. A questo proposito occorre sgombrare il campo dalle interpretazioni culturali, che mettono l’accento sul maggior peso delle religioni nei paesi più poveri e arretrati, o meglio dell’oscurantismo religioso che ostacola le pratiche contraccettive, e sul basso livello d’istruzione che determina una ignoranza diffusa sia della fisiologia riproduttiva che delle pratiche contraccettive. Non che questi elementi non ci siano e non esercitino il loro peso, ma sicuramente una causa ben più importante è la consapevolezza dell’alta incidenza della mortalità infantile, che dipende dalla povertà reale, cioè dalla mancanza del necessario per vivere, per prevenire le malattie e per curarsi. La specie umana appartiene alla classe dei mammiferi e tutti i mammiferi generano un numero tanto maggiore di piccoli quanto più bassa è l’aspettativa che possano diventare adulti e procreare a loro volta per dare continuità alla specie. Quanto più alta diventa l’aspettativa della durata della vita, tanto più diminuisce il tasso di natalità. Non c’è religione o ignoranza che possano contrastare strategicamente questa tendenza, come dimostra la storia dei popoli occidentali nell’ultimo secolo, compresi quelli in cui il cattolicesimo è la religione dominante. Ma la possibilità di sopravvivenza dei piccoli dipende dal superamento della povertà reale, non monetaria, a cui i popoli sottosviluppati sono costretti dal fatto che la loro impronta ecologica pro capite è inferiore alla media perché l’impronta ecologica dei paesi sviluppati la supera, sottraendo loro ciò che è necessario per vivere. E ciò avviene non tanto perché a causa del loro egoismo e della loro insensibilità non si curano di sottrarre a chi non ha il necessario quanto serve per alimentare il loro superfluo e i loro sprechi, ma perché il sistema economico fondato sulla crescita della produzione di merci ha bisogno di un apporto crescente di risorse, altrimenti crollerebbe trascinando con sé nella rovina tutto il sistema sociale. Al contrario di quanto usualmente si pensa, non è vero che un’economia della decrescita non si può realizzare se non smette di crescere la popolazione mondiale, ovvero se non si riduce il tasso di natalità dei paesi sottosviluppati, mentre invece il tasso di natalità dei paesi sottosviluppati può smettere di crescere soltanto se l’economia dei paesi sviluppati non viene più finalizzata alla crescita. Non è la crescita demografica a impedire la decrescita economica, ma la crescita economica a impedire la decrescita demografica.

Affinché si riduca il tasso di natalità dei paesi con un’impronta ecologica pro capite inferiore alla media sostenibile dal pianeta, occorre che aumenti la loro aspettativa di durata della vita e, di conseguenza, la loro disponibilità di risorse. Affinché ciò avvenga senza aggravare l’insostenibilità causata dai paesi con un’impronta ecologica pro capite superiore alla media, occorre che l’impronta ecologica di questi paesi diminuisca. Affinché ciò avvenga senza causare uno sconvolgimento della loro organizzazione sociale e senza suscitare reazioni di massa negative, occorre uno sviluppo di innovazioni tecnologiche finalizzate ad aumentare l’efficienza con cui usano le risorse e un cambiamento profondo degli stili di vita in modo che la riduzione dell’impronta ecologica non comporti un peggioramento del benessere. Basta pensare che una parte significativa delle risorse utilizzate dalla percentuale dell’umanità con i consumi più alti non risponde a bisogni reali, ma alimenta sprechi che non sarebbe improprio considerare privi di senso, mentre invece un senso ce l’hanno perché sostengono la crescita economica aumentando sia l’offerta, sia la domanda di merci mediante il potere d’acquisto degli occupati nei settori dove si producono. Per sgombrare il campo dalle teorie che sostengono l’infinita espandibilità dei bisogni e si propongono di difendere la libertà di scelta degli acquirenti, basta prendere in considerazione gli sprechi senza alcuna utilità nei due settori strategici dei bisogni umani, l’energia e l’alimentazione, su cui sostanzialmente si basa il calcolo dell’impronta ecologica.

In relazione ai consumi energetici di fonti fossili, gli sprechi e le inefficienze in fase di trasformazione e negli usi finali ammontano almeno al 70 per cento. Raddoppiare l’efficienza nell’uso di queste risorse non presenta particolari difficoltà, per cui senza aumentare l’impronta ecologica è possibile raddoppiare il numero delle persone che ne possono disporre. Se a ciò si aggiungono le possibilità offerte dalle fonti rinnovabili, questo risultato si potrebbe ottenere anche con una riduzione dei consumi di fonti fossili. In relazione all’alimentazione tre sono i tipi di sprechi oggettivi che estendono l’impronta ecologica senza apportare alcuna utilità, creando anzi danni spesso irreversibili. In primo luogo nei paesi ricchi la quantità del cibo che si butta lungo la filiera che parte dalla produzione, passa attraverso la grande distribuzione e arriva ai consumatori, ammonta al 3 per cento del prodotto interno lordo. Secondo il rapporto Agrimonde dell’Inra (Institut National de la recherche agronomique), in questi paesi ogni giorno si buttano 800 calorie di cibo pro capite. Se così non fosse, tutti gli esseri umani potrebbero avere le 3000 calorie quotidiane necessarie al loro metabolismo. In secondo luogo l’agricoltura chimica e le filiere lunghe o lunghissime (sempre più spesso intercontinentali) hanno un’impronta ecologica tanto rilevante quanto inutile. Quanta energia brucia e che senso ha far arrivare da altri continenti cibi che possono essere coltivati nelle regioni in cui abita chi li utilizza? Altrettanto vale per il consumi di energia necessari a coltivare prodotti agricoli fuori stagione. In terzo luogo non bisogna dimenticare l’impronta ecologica dell’alimentazione carnea. Poiché il tasso di conversione delle proteine vegetali in proteine animali è molto basso e raggiunge il minimo nelle carni bovine dove è di 16 a 1, ovvero occorrono 16 proteine vegetali per ottenere una proteina animale, l’adozione di un regime alimentare vegetariano (più sano e meno nocivo per la salute umana) ridurrebbe l’impronta ecologica consentendo di vivere senza privazioni a 11 miliardi di individui, ben più dei 9 indicati dai demografi come il limite massimo che si raggiungerà nel 2050. Se prima di quella data la popolazione mondiale non si ridurrà in conseguenza di una riduzione dell’impronta ecologica dei popoli sviluppati che consenta di allungare le aspettative di vita dei popoli sottosviluppati.”

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Buon Natale

 

Da molti anni ho abolito nella mia vita la riduzione del Natale alla celebrazione di una frenesia consumistica senza senso, che non solo accentua la crisi ambientale e le ingiustizie nei confronti di chi non ha il necessario per vivere, ma per i cristiani, non per quelli che si limitano a dire di esserlo, assume anche una connotazione sacrilega. Ridurre l’anniversario dell’incarnazione di Cristo a un’occasione per esasperare i peccati capitali di una società che si fonda sull’avidità, sulla sopraffazione, sulla perdita del senso del limite, significa rafforzare il materialismo della vita di ogni giorno proprio quando si dovrebbe cogliere l’occasione per ridimensionarlo e restituire alla spiritualità la dimensione che le spetta nella vita umana.

Cosa significa fare gli auguri di Natale? Capisco augurare buon anno, ma non riesco a capire il senso di augurare buon Natale con un bigliettino, un sms, una mail, o un pacchetto regalo che si è cercato affannosamente affollandosi in strade piene di traffico, davanti a vetrine illuminate in maniera accecante, piene di oggetti che, quando questa celebrazione della follia sarà finita, verranno messe in vendita a metà prezzo. Scambiarsi gli auguri di Natale in questo contesto significa dirsi a vicenda, senza accorgersene: «Siamo dei babbei che si stanno facendo prendere in giro».

Per me trascorrere un buon Natale significa cogliere l’occasione per rinsaldare i rapporti comunitari, a partire da quelli familiari. Non una volta all’anno, come una parentesi all’interno di una vita dedicata principalmente al lavoro e al consumo, ma come il rinnovo annuale di una promessa reciproca a farli prevalere su tutte le pressioni che ci inducono a considerarli meno importanti del lavoro e del consumo. Come la conferma gioiosa e irridente di un patto di disobbedienza civile suggellato attorno a una tavolata e consacrato da una buona bevuta, laica, di vino. Così, del resto faceva Gesù, secondo quanto ci ha tramandato l’evangelista Matteo, 11,19: «È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e dicono: “Ecco, è un mangione e un beone”». Da cui, ai tempi nostri, si può anche dedurre un invito a usare di meno l’automobile, come suggerito dallo striscione a lettere cubitali esposto da un oste di Alba (CN) fuori del suo locale: Guida poco devi bere.

Maurizio Pallante

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Reddito incondizionato. Riflessioni di Vincent Cheynet

Credo sia utile far conoscere in Italia queste riflessioni critiche sul reddito di cittadinanza, presentate da Vincent Cheynet in un video su You Tube. Le sue argomentazioni sono molto stimolanti, ma sarebbe utile integrarle con una proposta finalizzata a ridurre il numero dei disoccupati, soprattutto tra i giovani.

Questa piaga, che amareggia la vita di una percentuale inaccettabile di persone per periodi di tempo sempre più lunghi, deriva dal fatto che l’orario di lavoro di 8 ore è rimasto immutato da quasi un secolo (in Italia è stato introdotto nel 1923), mentre le innovazioni tecnologiche hanno accresciuto in modo straordinario la produttività, riducendo al contempo l’incidenza del lavoro umano sul valore aggiunto.

Questo processo, se non è accompagnato da una riduzione dell’orario di lavoro, comporta un aumento dell’offerta di merci e una contestuale riduzione della domanda, perché soltanto gli occupati ricevono una retribuzione che li mette in condizione di acquistare le merci che vengono prodotte. Oltre la sofferenza di un numero crescente di persone che non riescono a soddisfare le loro esigenze vitali autonomamente, l’aumento della produttività senza un aumento dell’occupazione è la causa della crisi iniziata nel 2008 e ancora ben lungi dall’essere risolta, o quanto meno attenuata. Poiché, a mio modo di vedere, le argomentazioni di Vincent Cheynet sono culturalmente fondate, l’unica alternativa per aumentare il numero delle persone che si guadagnano dignitosamente la vita col loro lavoro è una drastica riduzione dell’orario di lavoro.

Questo sarebbe anche un modo molto efficiente, oltre che equo, di aumentare la domanda e, quindi, di attenuare la crisi. Ma si scontra con la remora culturale da parte degli occupati ad accettare una riduzione del loro orario di lavoro, non solo perché aprirebbe inevitabilmente una discussione sulla riduzione delle loro retribuzioni, ma soprattutto perché una società che identifica il benessere con la crescita della produzione tende ad appiattire gli esseri umani sulla dimensione di produttori e consumatori di merci, riducendo l’importanza della creatività, dell’arte, delle relazioni umane, della spiritualità, della conoscenza disinteressata.

In questo contesto la riduzione dell’orario di lavoro può essere percepita soltanto come una diminuzione del tempo impegnato nelle attività che danno un senso alla vita, come una riduzione della propria realizzazione esistenziale e della propria importanza sociale, mentre l’aumento del tempo in cui non si svolge il ruolo di produttore di merci o di fornitore di servizi non può che essere considerato un aumento del “tempo libero”, del tempo in cui ci si distrae, ci si riposa, o si cerca di “ammazzare il tempo” con qualche sottospecie di lavoro o di hobby. Non come un aumento del tempo disponibile per svolgere altri tipi di attività, non lucrative, ancora più importanti delle attività finalizzate alla sopravvivenza e alla soddisfazione delle esigenze materiali.

La definizione del paradigma culturale della decrescita non può prescindere dall’affrontare il tema del lavoro. Queste riflessioni di Vincent Cheynet costituiscono un importante contributo da approfondire.

Maurizio Pallante, 15 dicembre 2015

 

 

 

Buongiorno, mi chiamo Vincent Cheynet, sono il caporedattore del mensile francese La Décroissance. Sono anche l’autore di un nuovo saggio intitolato Décroissance ou décadence (Decrescita o decadenza), che è stato pubblicato nel 2014 alle edizioni Le Pas de côté.

Qui vorrei fare un chiarimento su un argomento esterno alla decrescita, che affronto nel mio libro. Questo argomento è il “reddito incondizionato”, definito anche “reddito di cittadinanza” o con altre denominazioni. Ce ne sono molte per indicarlo. Abbiamo visto negli ultimi anni alcuni attivisti che hanno cercato di inserire questa rivendicazione nel mondo dell’obiezione alla crescita presentandola come una sorta di chiave di volta della decrescita.

La rivendicazione di un “reddito incondizionato”, cioè di uno stipendio pagato per tutta la vita dallo Stato, sia se si scelga di lavorare o no, trova un’eco in alcuni attivisti di sinistra, tra gli ambientalisti, gli “alter-mondialisti”, ma anche di destra e fino alla “destra della destra”. Il papa dei “neo-pagani”, Alain de Benoist, ha dichiarato che questa idea “merita di essere studiata da vicino”. E le ha dedicato un approfondimento nel numero di gennaio 2014 della sua rivista Eléments (Elementi).

Presentata ingenuamente o abusivamente da alcuni attivisti con le connotazioni di un’idea di “sinistra”, questa rivendicazione sembra, in realtà, totalmente trasversale allo spartiacque tradizionale. Così l’assemblea costituente del “Movimento francese per un reddito di base” si è svolta sotto la direzione congiunta di una personalità come Patrick Viveret, classificato tra gli intellettuali alter-mondialisti, e quella di Christine Boutin, presidente del “Parti chrétien-démocrate (Partito Cristiano-democratico), di destra.

In effetti, questo progetto di reddito incondizionato ha le sue radici molto più nel pensiero liberale e ultra-liberale, come vedremo.

Recentemente, Laurent Joffrin, il famoso (in Francia) direttore del quotidiano Libération si è entusiasmato per questa idea di “reddito incondizionato”, sotto l’influenza di una stella ascendente dell’ultra-liberalismo in Francia, Gaspard Koenig, che è il creatore del think tank liberale “GenerationLibre”(Generazione libera).

Il 22 luglio 2015, Laurent Joffrin ha spiegato nel suo giornale che la proposta è stata “originariamente concepita da Milton Friedman e destinata non solo a eliminare la grande miseria, ma anche di riformare da cima a fondo uno Stato-provvidenza che questi intellettuali considerano obeso e inefficace”. Ricordiamo che Milton Friedman è uno dei più famosi esponenti del liberalismo economico. È il fondatore della Scuola di Chicago, che ha diffuso le idee ultraliberali in tutto il mondo.

Ma Libération non è l’unico giornale a difendere questa idea di reddito incondizionato. Dall’altro lato della Manica, il Financial Times, cioè il giornale dell’alta borghesia inglese, si domandava nel numero del 5 Maggio 2015 come potrebbe essere un programma “conservatore radicale”. La sua risposta: gettare alla spazzatura tutte le prestazioni sociali e sostituirle con un reddito minimo per tutti di 8.000 sterline all’anno cioè circa 11.000 euro. Sarebbe la fine dei contributi sociali, la fine della sicurezza sociale. La privatizzazione completa della scuola. Eccetera. Dunque è molto logico che troviamo come promotori del reddito incondizionato dei personaggi del liberalismo e ultra-liberalismo come Alain Madelin (famoso in Francia per essere un politico dell’ultra-liberalismo) e il suo figlio spirituale in Francia Gaspard Koenig, o negli Stati Uniti Milton Friedman. Però questa proposta trova dei sostenitori anche nella destra moderata in personalità come Dominique Villepin e Christine Boutin, e nei grandi media, come abbiamo visto.

E qui veniamo alla decrescita. Nel mio nuovo saggio, ho scritto a questo proposito: «Il ruolo dei sostenitori del reddito e della gratuità incondizionati sarà di sovvertire ciò che vi è di sovversivo nella decrescita, cioè la possibilità di svezzamento: tenteranno di rivoltare la decrescita contro sé stessa per farne il supporto di una teoria del ritorno alla fase orale. È sintomatico questo mantenimento nell’età del seno. Di connotazione matriarcale, trova in queste condizioni un terreno fertile per svilupparsi. È altrettanto rivelatore che i libertari del Parti pirate (Partito pirata) abbiano subito adottato questa proposta. Rimanere un geek mantenuto in vita dalla poppata di un papà e una mamma odiati, questo programma non poteva che entusiasmare questi cyber umani».[1] Secondo questa prospettiva, non è sorprendente che un “politologo” deleuziano, politologo tra virgolette molto grandi, legittimi costantemente questa rivendicazione nei suoi interventi in nome del “ricordo del seno della madre”. Alain Valterio, psicologo junghiano, osserva: “Quando si sogna un altro mondo, è sempre l’ideale di un mondo più materno che viene in mente.” Questa rivendicazione, in nome del “ricordo del seno della madre ” rimanda direttamente alle tesi da Zbigniew Brzezinski e della Commissione Trilaterale. Ecco quanto si può leggere su Brzezinski e la Commissione Trilaterale su Wikipedia: « La parola tittytainment è stata utilizzata nel 1995 dal democratico Brzezinski, membro della Commissione Trilaterale ed ex consigliere di Jimmy Carter, nelle conclusioni del primo Stato del Forum mondiale al Fairmont Hotel nella città di San Francisco. L’obiettivo dell’incontro era analizzare lo stato del mondo, suggerire degli obiettivi e degli obiettivi desiderabili, proporre delle attività iniziali per raggiungerli e definire politiche globali per ottenere la loro attuazione. I dirigenti riuniti a San Francisco (Gorbaciov, Bush, Margaret Thatcher, Bill Gates, Ted Turner, eccetera), sono arrivati alla conclusione che “nel prossimo secolo, due decimi della popolazione attiva basterebbero a mantenere l’attività dell’economia globale”. Il problema che si porrà allora sarà il modo di governare l’80 per cento della popolazione restante, superflua nella logica liberista, priva di lavoro e di opportunità di qualsiasi tipo, una condizione che alimenterà una frustrazione crescente. È qui che è entrato in gioco il concetto proposto da Brzezinski. Brzezinski ha proposto il “tittytainment” una miscela di alimento fisico e psicologico che addormenterebbe le masse e controllerebbe le loro frustrazioni e proteste prevedibili. Lo stesso Brzezinski spiega l’origine del termine tittytainment, come una combinazione delle parole “tit” (“seno” in inglese) o “titillate” (“stuzzicare per eccitare gentilmente” in inglese) ed “Entertainment” (intrattenimento), che in nessun caso , deve essere interpretato con una connotazione sessuale, ma invece come allusione all’effetto soporifero e letargico che l’allattamento materno produce nel bambino quando poppa». Ecco, relegare una gran parte della popolazione davanti agli schermi in un mondo virtuale, fornendole l’imbeccata minima grazie a questo reddito incondizionato si inserisce perfettamente in questa logica. È già purtroppo in opera per un segmento crescente della popolazione. È inoltre buffo osservare le persone  più pronte a volere la distruzione di uno Stato designato come “intrinsecamente totalitario”, reclamare il suo seno per tutta la loro esistenza. Interpellato su questa idea, il filosofo anti-liberal Jean-Claude Michea sostiene che questa proposta di reddito incondizionato non potrebbe “certamente essere il fondamento etico di una società socialista.” (La Décroissance, numero 100, giugno 2013).

Nel suo giornale Fakir, il giornalista della “sinistra della sinistra” François Ruffin ricordava che «anche noi siamo attaccati a questa “moralità politica”: ” Tu non consumerai più di ciò che produci”, o ancora, come ha scritto Michel Clouscard: “Non lavorate mai”, che equivale a dire chiaramente “Lasciate o fate lavorare gli altri”. E François Ruffin metteva in guardia che: «il reddito di base – o anche la sua rivendicazione – non scavi ancora più il divario tra occupati produttori di beni e servizi (nel terzo mondo o qui), e una piccola borghesia culturale consumatrice, affinché questo passo avanti serva all’emancipazione di tutti e non sia il supporto all’edonismo di una classe agiata». (Fakir, numero 64, Febbraio 2014). In effetti, il padre della critica del liberal-libertarismo, il filosofo Michel Clouscard, vicino al Partito comunista, presentava questo tipo di rivendicazione come il prodotto dell’antropologia capitalista: voler consumare senza produrre, ovvero l’aspirazione della piccola borghesia a elevarsi nelle classi sociali raggiungendo l’aristocrazia oziosa e la grande borghesia che vive di rendita. François Brune, il “papa dell’anti-pubblicità” e collaboratore di Le Monde Diplomatique osserva : «Ciò che mi stupisce, di tutti coloro che reclamano un “reddito universale” è l’idea che ho il diritto a tutti i miei diritti senza dovermi preoccupare di tutti i miei doveri. La giusta nozione sarebbe di definire ciò che in cambio di un “reddito universale” dovrei fornire come lavoro universale! Sotto la copertura di un’opinione progressista, questi utopisti estendono a tutti l’ideologia del “vivere di rendita” che caratterizzava l’ambizione dei borghesi del 19° secolo! Ogni uomo che vuole vivere degnamente desidera meritare col suo lavoro i mezzi della sua sussistenza: è il disprezzo di considerare la possibilità di essere un assistito a vita». Ci sarebbe ancora molto a dire su questa rivendicazione portata da «ribelli» per raggiungere la «classe agiata» esente dal dovere di produrre, che vive da parassita sulle spalle delle classi lavoratrici e della natura. Questa aspirazione è stata l’argomento dell’economista e sociologo statunitense Thorstein Veblen (1857-1929) nel suo capolavoro The Theory of the Leisure Class (Teoria della classe agiata) pubblicato nel 1899. La presenza di Patrick Viveret, teorico e messaggero dei famosi “Creativi culturali”, tra i più ferventi sostenitori di questo progetto di reddito incondizionato è ovviamente anche molto rivelatrice.

Il movimento operaio ha sempre sacralizzato il lavoro – come i tempi di riposo per altro – e non era tenero con gli oziosi. Per documentarlo, ricordiamo soltanto qualche parola dell’Internazionale: «L’ozioso andrà alloggiare altrove. È della nostra carne che essi si nutrono». È quindi particolarmente buffo sentir utilizzare la vecchia retorica stalinista di “deriva di destra” da parte di alcuni attivisti del reddito incondizionato che respingono così ogni obiezione al loro progetto. I tentativi di intimidazione, il terrorismo intellettuale, procedono speditamente. Sono certo l’antitesi di ciò che deve essere il dibattito, la dialettica, soprattutto per la decrescita.

Non di meno è vero che un visionario precursore della decrescita come Andrée Gorz è stato un sostenitore di questa idea di reddito, come è stato cieco al pericolo del condizionamento digitale. Essere fedeli a queste grandi menti critiche, è saper essere critici di fronte al loro lavoro, non santificarli e limitarsi a interrogarli. Per farlo, è sufficiente convocare altri grandi precursori della decrescita come Tolstoj, Gandhi, Lanza del Vasto, eccetera, per i quali la difesa del lavoro era al centro della loro opera. Infatti, il lavoro non è solamente un tripalium, cioè uno strumento di tortura (da cui derivano il francese travailler, lo spagnolo trabajar e nei dialetti italiani il siciliano travagghiari e il sardo traballari, nota del traduttore), è anche un mezzo di realizzazione di sé, di realizzazione sociale.

Che dire per concludere ? I grandi media hanno bisogno di due grandi rappresentazioni per denigrare e squalificare la decrescita. La prima è rappresentare gli obiettori alla crescita come una sorta di adepti di un revival hippy che vivono nudi nei boschi. La seconda è quella di ideologi avulsi da ogni realtà. Di conseguenza le poche volte che si volgono verso la decrescita, lo fanno verso questi tipi di rappresentazione. Chiunque capirà bene il perché, dato il loro inquadramento economico attuale e gli interessi per cui lavorano. Questa idea demagogica di un reddito incondizionato, soprattutto in piena crisi del debito, è una manna dal cielo per loro, come per tutti i detrattori della decrescita, che fanno di tutto per presentarla come una sorta di coalizione d’irresponsabili infantili.

[1]              Geek: è un termine di origine anglosassone che indica una persona eccentrica o non collocabile nella massa, con una forte passione o esperienza nel campo tecnologico-digitale o in un altro speciale campo di interesse, che lo porta a essere percepito come troppo intellettuale.

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Rompere il cerchio crescita-migranti

I flussi di migranti che a rischio della vita, e pagando altissimi costi anche in denaro, attraversano su barconi improbabili il tratto di mare Mediterraneo tra le coste del nord-Africa e dell’Europa del sud, suscitano nell’opinione pubblica dei paesi in cui arrivano due reazioni contrastanti: quella umanitaria dell’accoglienza in nome della fratellanza e dell’uguaglianza dei diritti di tutti gli esseri umani, e quella egoistica del rifiuto dell’accoglienza che si traduce nella richiesta di riportarli nei luoghi da cui sono partiti o di usare la forza per impedire che partano.

La prima reazione è dettata da motivazioni religiose o da motivazioni politiche sostenute dalle frange più a sinistra della sinistra. La seconda è motivata dalla paura per l’insicurezza sociale che può essere innescata dall’arrivo di persone che non hanno nessuna risorsa per vivere e che l’istinto di sopravvivenza può indurre a tentare di tutto per riuscirci. Questa paura, che secondo i sostenitori dell’accoglienza sarebbe immotivata, ma qualche fondamento lo ha, viene ingigantita e strumentalizzata politicamente dai settori della destra più retriva. Ma né gli uni, né gli altri fanno un’analisi approfondita delle ragioni per cui masse crescenti di persone fuggono dai luoghi in cui sono nate e si riversano nei paesi dell’Europa occidentale.

Le analisi si fermano all’ovvia constatazione del fatto che ciò avviene perché non riescono più a ricavare da quei luoghi il necessario per vivere e, se non bastasse, sono diventati teatri di guerre tribali sanguinosissime e interminabili. D’accordo, ma perché non riescono più a ricavare da vivere dai luoghi in cui per migliaia di anni sono vissuti i loro antenati e perché quei luoghi sono diventati teatri di guerra? Queste domande non solo non ricevono risposta, ma non vengono neppure formulate. Eppure, se non si capiscono le cause, non si può ovviamente nemmeno tentare di rimuoverle e se ci si limita a cercare di attenuarne le conseguenze, si può addirittura correre il rischio di rafforzarle. Le considerazioni che seguono sono un tentativo di dare una risposta a queste domande, risalendo dapprima velocemente alle cause remote, per poi svolgere altrettanto velocemente qualche riflessione sulle cause immediate.

La prima considerazione da fare è che le migrazioni sono una necessità intrinseca delle economie che hanno finalizzato le attività produttive alla crescita della produzione di merci. Lo sono state sin dall’inizio della rivoluzione industriale in Inghilterra nella seconda metà del settecento, quando in conseguenza di alcune leggi vessatorie contro l’agricoltura di sussistenza, i contadini non riuscirono più a ricavare dalle loro terre ciò di cui avevano bisogno per vivere e furono costretti a emigrare nelle città, dove trovavano da lavorare come operai nei primi opifici in cambio di un misero reddito monetario che li metteva in condizione di comprare sotto forma di merci i beni che non potevano più autoprodurre. Senza le migrazioni forzate degli ex-contadini, l’industria non avrebbe trovato non solo la manodopera di cui aveva bisogno per produrre merci, ma nemmeno un numero sufficiente di persone provviste di reddito monetario in grado di acquistare le merci prodotte.

La crescita della produzione industriale, con cui è stato identificato il benessere, richiede un aumento costante dei produttori e consumatori di merci, che sono due facce della stessa medaglia, perché per avere il denaro necessario a comprare le merci, a meno che non si viva di rendita, occorre lavorare nella produzione di merci, o nei servizi necessari al funzionamento di una società che tende a mercificare tutto, in cambio di un reddito monetario. Pertanto, ha sempre avuto bisogno di costringere, con la forza legale dello Stato integrata da forme di forza illegale, e contestualmente di convincere, con l’uso dei mezzi di comunicazione di massa, numeri crescenti di persone a passare dall’economia di sussistenza all’economia mercantile.

Un’economia finalizzata alla crescita della produzione di merci ha bisogno di distruggere le economie di sussistenza e di avviare flussi migratori dalle campagne alle città, prima in ambito regionale (come è avvenuto in Italia nella prima metà del novecento), poi a livello nazionale (come è avvenuto in Italia nella seconda metà del novecento), poi a livello internazionale, come è avvenuto in Europa a partire dagli anni ottanta del secolo scorso con l’arrivo di migranti dai paesi dell’Est e dall’Africa. Per venire ai flussi migratori che hanno destato tanto allarme in questi giorni, l’11 maggio 2015 il banchiere Carlos Moedas, Commissario europeo alla ricerca, all’innovazione e alla scienza, ha dichiarato all’emittente francese Europe1: «Bisogna avere più immigrati in Europa. L’immigrazione è necessaria alla crescita ed è certo che se potessimo avere più persone, potremmo avere più crescita. Il mio messaggio ai francesi e all’Europa è che dobbiamo aprire le nostre porte».[1] Con una sintonia che potrebbe stupire, il dossier Migranti, attori di sviluppo, presentato il 4 giugno 2015 all’Expo di Milano dalla struttura della Chiesa cattolica che si occupa di questo problema, la Caritas/Migrantes, ha messo in evidenza che i migranti costituiscono una ricchezza per l’Italia, perché producono l’8,8 del prodotto interno lordo, pari a oltre 123 miliardi di euro. E vengono pure pagati meno dei lavoratori italiani: un italiano guadagna in media 1.326 euro al mese, un cittadino comunitario 993, un extracomunitario 942. Per non parlare di chi lavora in nero, a cui viene dato solo il necessario per sopravvivere e tornare a lavorare giorno dopo giorno fino a quando ce n’è bisogno. Cosa si può volere di più?

Nell’ultimo trimestre del 2015, in concomitanza con un’improvvisa accentuazione dei flussi migratori in diversi Paesi europei, si sono moltiplicati sui mass media gli interventi sui vantaggi che i migranti apportano alla crescita economica di questi Paesi, ai loro pensionati e al loro welfare state. A volte con argomentazioni in cui la malafede è troppo scoperta per essere consapevole: «Per salvare le nostre pensioni servono 250 milioni di rifugiati entro il 2060».[2] Ben peggio di un’ennesima conferma che il gran parlare d’accoglienza è un’ipocrisia: ai popoli ricchi serve che aumenti il numero dei rifugiati, di coloro che sono costretti ad andarsene dalle loro terre. Se gli Stati europei hanno questa esigenza, potranno adoperarsi per eliminare, o quanto meno ridurre, le cause che costringono i più poveri dei popoli poveri a intraprendere quei viaggi infernali che spesso si concludono con un naufragio? O faranno in modo di accentuarle? Brutto segno se di arriva a scrivere cose di questo genere, per di più in nome della solidarietà e dell’accoglienza. Per cortesia, lasciamo stare tutta questa retorica basata sui buoni sentimenti, sulla carità cristiana, sulla fratellanza e sulla giustizia sociale. Non che non ci sia chi agisce con questa nobiltà d’animo, ma finisce col fare il cavallo di Troia di chi, invece, utilizza i migranti (che per lo più sono persone nel pieno della loro forza fisica e della loro lucidità mentale) per far crescere il prodotto interno lordo dei paesi ricchi, utilizzando teste e braccia che potrebbero produrre ciò che serve per far uscire dalla miseria i propri paesi d’origine. Per non parlare di chi, come si è visto con l’indagine di Mafia Capitale, utilizza per arricchirsi illegalmente i finanziamenti stanziati per l’accoglienza temporanea dei migranti.

Le migrazioni dai paesi non industrializzati verso i paesi industrializzati sono causate dal fatto che, per sostenere la crescita dei loro sistemi economici, i paesi industrializzati depredano i paesi non industrializzati delle loro risorse, istigano i popoli che li abitano a farsi guerre fratricide, li cacciano dalle loro terre comprandole per un tozzo di pane perché non esistono catasti, corrompono i loro governanti, li portano al potere d’imperio, li sostituiscono e li fanno uccidere se diventano un ostacolo per i loro interessi, usano i contributi economici dei governi occidentali ai popoli in via di sviluppo per costringerli a passare dall’economia non mercantile all’economia monetaria, dall’agricoltura tradizionale di sussistenza, da cui hanno sempre tratto da vivere, alle monocolture per il mercato mondiale, inducendoli a fertilizzare chimicamente i terreni per aumentare le rese fino a renderli sterili. E mentre li impoveriscono scientificamente, anche col pretesto di aiutarli, fanno balenare davanti ai loro occhi la possibilità di accedere alle meraviglie tecnologiche dei paesi industrializzati. Se i migranti se ne vanno dai loro paesi dove non riescono più a vivere e contribuiscono col loro lavoro a far crescere il prodotto interno lordo dei paesi industrializzati, contribuiscono ad accrescere la ricchezza di questi paesi e ad accentuare il loro fabbisogno di risorse. Per procurarsele i paesi industrializzati continueranno a rapinarle ai paesi non industrializzati, continuando a utilizzare tutte le forme di violenza e sopraffazione con cui sottomettono i popoli poveri e accentuano la loro povertà inducendoli a emigrare per vivere. Le migrazioni tendono ad autoalimentarsi. Se non si preoccupano di intervenire sulle cause, le organizzazioni umanitarie in cui si impegna la componente più generosa della nostra società, contribuiscono a prolungare nel tempo l’ingiustizia e l’iniquità nei confronti dei più derelitti.

Premesso che alleviare una sofferenza è un dovere morale e, pertanto, deve essere svolto tempestivamente senza se e senza ma, capirne le cause è un dovere intellettuale. La comprensione delle cause che attivano i flussi migratori dall’Africa ai paesi dell’Europa occidentale è offuscata dal sistema dei valori che accomuna, al di là delle differenze, tutte le correnti di pensiero nei paesi in cui l’economia è stata finalizzata alla crescita della produzione di merci. Per descrivere gli occupanti dei barconi che arrivano sulle coste dell’Italia meridionale, o affondano tragicamente nel canale di Sicilia, i mass media ripetono un luogo comune di cui non immaginano le implicazioni culturali: «disperati che si sottopongono a sofferenze indicibili e mettono a rischio la loro stessa vita alla ricerca di un futuro migliore».

Il futuro migliore sarebbe l’inserimento nelle società in cui vivono i popoli che si autodefiniscono sviluppatiperché hanno un alto valore del prodotto interno lordo pro-capite. Convinti di appartenere alla società più evoluta che sia mai apparsa nella storia, inevitabilmente questi popoli pensano che il massimo desiderio dei popoli che essi definiscono sottosviluppati, sia di condividere i loro stili di vita. Di diventare sviluppati anche loro. Non riescono nemmeno a immaginare che possa esistere un’idea di benessere diversa dalla crescita del prodotto interno lordo pro-capite, magari più vera e più capace di futuro. Non si rendono conto che nei confronti dei migranti dall’Africa in Europa, come nei confronti dei contadini, degli artigiani e delle comunità nei paesi in via di sviluppo, si sta ripetendo la stessa storia iniziata nel diciottesimo secolo in Inghilterra.

L’unica possibilità per attenuare le sofferenze dei migranti dai paesi africani, non è spianare, seppure con le migliori intenzioni, la strada all’esigenza delle economie della crescita di accrescere con le migrazioni il numero dei produttori e consumatori di merci per continuare a crescere, ma impegnarsi affinché i paesi industrializzati abbandonino la finalizzazione dell’economia alla crescita, riscoprendo l’importanza dell’autoproduzione per autoconsumo, dell’agricoltura tradizionale, dell’artigianato, dei rapporti comunitari, dell’economia del dono, della sobrietà, del rispetto della terra, della simbiosi che lega l’umanità alla fotosintesi clorofilliana attraverso il respiro, della bellezza, della contemplazione, della spiritualità.

Questo recupero di valori e di modelli di comportamento del passato è una condizione necessaria per ridurre l’impronta ecologica della specie umana e per consentire una più equa ripartizione delle risorse tra i popoli, ma non sarebbe sufficiente se non venisse accompagnato da un grande slancio progettuale di innovazioni tecnologiche finalizzate all’aumento dell’efficienza nell’uso delle risorse della terra, in modo da renderne compatibile il consumo con la loro capacità di riprodursi e di metabolizzare le emissioni che, inevitabilmente, si producono nei processi che le trasformano in beni atti a soddisfare le esigenze vitali della specie umana. Solo la decrescita della produzione di merci nei paesi industrializzati, attuata mediante l’adozione di stili di vita più responsabili e di tecnologie finalizzate eticamente, può ridurre la loro necessità di risorse, evitare che le sottraggano ai popoli poveri utilizzando forme inenarrabili di violenza di massa nei loro confronti, evitare di costringerli a emigrare rischiando la vita perché non riescono più continuare a vivere, come i loro avi, con le risorse della terra in cui sono nati. Solo una decrescita con quelle caratteristiche può consentire di realizzare condizioni di maggiore giustizia non solo tra i popoli, ma anche con le generazioni future. Nell’enciclica Laudato si’, con cui Papa Francesco già dal titolo ha voluto sottolineare la ragione per cui ha scelto il suo nome di pontefice, la decrescita dei consumi di risorse da parte dei popoli ricchi viene indicata, seppur con alcune cautele che sembrano motivate dalla preoccupazione di attenuarne l’impatto sul paradigma culturale fondante delle società industriali, come la condizione imprescindibile per realizzare una maggiore equità tra i popoli. «[…] è arrivata l’ora – scrive il pontefice – di accettare una certa decrescita in alcune parti del mondo procurando risorse perché si possa crescere in modo sano in altre parti». Anche se questa interpretazione non evidenzia con chiarezza la connotazione della mercificazione insita nella crescita economica, ma indica soltanto la diminuzione dei consumi di risorse da parte dei popoli che hanno più del necessario per consentire di aumentare la disponibilità delle risorse necessarie a soddisfare i bisogni vitali dei popoli poveri, per la prima volta la decrescita riceve un riconoscimento della massima autorevolezza morale e viene indicata come la condizione indispensabile per realizzare in questa fase della storia la pulsione all’eguaglianza insita nell’animo umano, che costituisce l’elemento caratterizzante dell’insegnamento di Cristo.