Infiorata differenziata

Riporto con enorme piacere questa bella notizia che arriva da Tivoli.

Credo che anche da queste piccole cose nascano grandi cambiamenti e siano il segno di profonde sensibilità.

Invito tutti ad approfondire questa notizia:

http://www.asativolispa.it/infiorata-differenziata/

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Depressione post referendum

Pubblico di seguito la riflessione che don Paolo Farinella, di Genova, mi ha gentilmente inviato. Credo ci faccia bene leggerla per metabolizzare il dato del referendum e iniziare una migliore riflessione sui temi trattati e su quelli che da questi possono prendere forma e pensiero.

 

 

Genova 18-04-2016. –

È andata come non poteva non andare, considerati il reato d’istigazione alla
diserzione del boss del governo, l’ammutinamento della tv pubblica e, in parte privata, di quasi tutta la
stampa e le falsità sui posti di lavoro che si sarebbero stati persi. Diversi amici e amiche mi scrivono
dicendomi che sono andati a votare SI e ora sono depressi perché il voto è stato inutile e comunque «non c’è
niente da fare».
Prendo atto che non si sia raggiunto il quorum, ma non sono soggetto a depressione post referendum
perché non conosco né depressione né scoraggiamento, né tanto meno rassegnazione. Anche se tutti i votanti
avessero votato NO e solo io SI, ne sarebbe valsa comunque la pena perché ho votato secondo la mia libera
coscienza in formata, senza essermi venduto ad alcuno, senza avere ricevuto benefit dai petrolieri, senza
avere avuto paura del ducetto Renzi e della sua compagnia di merende. Difendere l’ambiente contro una
chiara forma di inquinamento autorizzato dal governo che lascia circa 40 piattaforme inattive da anni a
marcire per sempre nelle acque del Mediterraneo, ne valeva e ne varrà sempre la pena, anche da solo.
Invito le Amiche e gli Amici a riflettere.
Ci sarebbe stata sconfitta se la battaglia fosse stata combattuta ad armi pari con uso appropriato del
servizio pubblico televisivo e se il governo si fosse astenuto, come sarebbe stato suo dovere in fatto di
referendum. Il capo del partito Pd, ormai fuori controllo democratico, poteva invitare i suoi a votare secondo
coscienza, ma non poteva minacciare nella duplice veste di segretario di un partito (= associazione privata) e
di presidente del consiglio che, aggravante colpevole, ha mobilitato il re emerito Giorgio II che non ha perso
il vizio di volere comandare anche fuori tempo massimo.
Circa 15 milioni di Italiani e Italiane sono andati alle urne, di cui l’85,8% ha votato SI. Di questo
risultato devono cominciare ad avere paura Renzi e i suoi accoliti, perché se si fosse svolto un referendum
con tutti i crismi della democrazia, avrebbero stravinto i SI. Se sconfitta c’è stata, questa è di pertinenza del
governo e dei suoi alleati perché hanno vinto in modo scorretto, diffondendo dati non veritieri e barando
nella dinamica democratica. Non temete: tanto va il Renzi al lardo che ci lascia lo zampino.
Non so se avete notato che la stessa sera di domenica nella conferenza stampa per commentare il
risultato, la paura gli si leggeva in volto. Era una maschera tragica e ogni parola era nervosa e ballerina,
nonostante gli sforzi per nasconderla. Intanto la stessa conferenza stampa: perché indirla? Non era
assolutamente necessaria, visti i risultati.

Il narciso di Rignano doveva farla perché ne aveva bisogno lui per
illudersi di avere vinto e per mandare messaggi trasversali di stampo malavitoso a chi, nel suo partito, ha
dissentito come Emiliano, presidente della Regione Puglia, dall’imperatore del nulla.
Con la faccia da falsario, ha detto che non ha vinto il governo, ma hanno vinto gli operai: lui che ha
calpestato ogni garanzia sul lavoro, che ha abolito l’articolo 18 che nessuna Confindustria gli aveva mai
chiesto di abolire perché non è mai stato un ostacolo agli investimenti esteri; lui che ha precarizzato gli
operai come dimostra il calo verticale delle assunzioni e l’aumento dei licenziamenti, finiti gl’incentivi alle
imprese.
Qualcuno, più gigione di altri, aggiunge che «abbiamo buttato all’aria 300 milioni», senza nemmeno
scomodarsi a pensare che se, come sarebbe stato suo dovere, Renzi avesse accorpato il referendum alle
regionali, si sarebbero non solo risparmiati più soldi, ma si sarebbe giocato più pulito e il quorum sarebbe
stato raggiunto. La perdita dei 300 milioni è da addebitare a lui e solo a lui e dovrebbero sborsarla tutti i
membri del governo, cui bisogna aggiungere il silente e silenziato presidente della Repubblica che avrebbe
dovuto imporre l’accorpamento e non subire l’offuscamento della democrazia con l’umiliazione del
referendum.
Speriamo che le denunce dei radicali e di altri contro il presidente del consiglio dei ministri,
«pubblico ufficiale … [il quale] abusando delle proprie attribuzioni … si adopera … a indurre
all’astensione» (D.P.R. 361 del 30 marzo 1957) vada avanti fino in fondo e spero che Renzi venga
condannato al massimo previsto dalla Legge: tre anni di reclusione con in più il pagamento della multa e
delle spese processuali.
Qualcuno conclude che «ormai votiamo per le cause perse». In democrazia non è sufficiente vincere
a qualsiasi costo, ma è molto più importante decidere e agire con senso di legalità, in coerenza di Diritto,
fedeltà alla Costituzione e secondo la propria coscienza informata. No! Non abbiamo perso una causa,
abbiamo vissuto un momento altissimo di vita civile e senso democratico. Vi pare poco in questi tempi di
«accorciamento» dei diritti e della democrazia? Io sono orgoglioso di avere votato SI. Nonostante Renzi. Chi
non ha votato per qualsiasi ragione perde il diritto di lamentarsi e di protestare contro le ingiustizie del potere
perché ne sono complici e fautori. La «servitù volontaria» o l’ignavia non sono mai obbligatorie.

Paolo Farinella

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Decrescita felice e sobrietà liberante

Charlie Chaplin in \

Il suo libro sostiene che “destra” e “sinistra” sono categorie politiche superate. Che cosa significa questo per la nostra società?

«Destra e sinistra sono le concretizzazioni storiche di due pulsioni insite nell’animo umano: quella all’ineguaglianza e alla competizione, e quella all’uguaglianza e alla collaborazione. Pur condividendo l’idea che lo scopo dell’economia sia la crescita della produzione di merci, si sono scontrate sui criteri per far crescere l’economia e per suddividere i redditi monetari tra le classi sociali: il mercato per la destra, l’intervento dello Stato per la sinistra. Oggi l’economia finalizzata alla crescita è arrivata al capolinea: richiede più risorse di quante gliene possa fornire il pianeta, emette più scarti di quanti ne possa metabolizzare, impoverisce sempre di più i poveri, fomenta guerre, distrugge i legami sociali e ha causato una gravissima crisi morale perché ha fatto diventare il denaro lo scopo della vita. Le opzioni politiche della destra e della sinistra non sono in grado di farci uscire da questa crisi: occorre, come ha scritto papa Francesco, una rivoluzione culturale, un nuovo inizio».

 

Un altro concetto centrale del suo libro è la “decrescita felice”: cosa intende esattamente con questa espressione?

«Per definire la decrescita, occorre precisare che la crescita economica non è l’aumento dei beni prodotti e dei servizi forniti da un sistema economico, perché il parametro con cui si misura, il Pil, è un valore monetario che si ottiene sommando i prezzi dei prodotti e dei servizi finali scambiati con denaro, cioè delle merci. Ma non tutte le merci sono beni: gli sprechi di energia, il cibo che si butta, l’abuso di medicine fanno crescere il Pil, ma non soddisfano nessuna esigenza. E non tutti i beni di cui abbiamo bisogno si possono soltanto comprare. Alcuni si possono autoprodurre o scambiare reciprocamente sotto forma di dono. Il munus, che costituisce il legame sociale, il cum, delle comunità.

 

«Questi beni non fanno crescere il Pil. La decrescita non va confusa con la recessione, cioè con la diminuzione generalizzata e incontrollata della produzione di tutte le merci, ma si realizza sia con la riduzione selettiva e guidata della produzione di merci che non sono beni, sia con l’aumento dei beni che non passano attraverso la mercificazione. La decrescita non si limita a proporre di mettere il segno meno davanti al Pil, ma introduce elementi di valutazione qualitativa nel fare umano. Richiede innovazioni tecnologiche motivate eticamente, finalizzate a ridurre l’impronta ecologica dell’umanità, insieme a cambiamenti degli stili di vita. È un diverso sistema di valori che consente di distribuire più equamente le risorse della terra tra i popoli e di avere un atteggiamento più rispettoso nei confronti di tutti i viventi. La decrescita non è un modello di società codificata, ma un processo che ognuno può contribuire a costruire con le sue scelte di vita. Non è una meta da raggiungere, ma è una strada da percorrere, ognuno secondo le sue possibilità e le sue inclinazioni, anche in modi differenti nelle varie fasi della vita».

 

Che rapporto c’è tra la “decrescita felice” e la “sobrietà liberante” di cui parla papa Francesco nella “Laudato si’”?

«Il consumismo crea una dipendenza patologica dalle cose e offre solo soddisfazioni temporanee a una sofferenza interiore che alimenta in continuazione e può essere curata solo dalla sobrietà. Ma se ci si libera dal bisogno indotto di acquistare tutte le novità che vengono immesse sul mercato si fa diminuire la domanda e si inceppa il meccanismo economico della crescita: si favorisce una decrescita selettiva. La connessione tra la sobrietà e la decrescita non sfugge al papa, che individua nella crescita economica la causa della crisi ecologica e delle ingiustizie tra i popoli, auspicando una decrescita dei popoli ricchi al fine di favorire una crescita diversa dei popoli poveri. Diversa, non basata sul consumismo e il super sfruttamento delle risorse. La sobrietà, e la decrescita che ne consegue, sono due tasselli fondamentali e interconnessi della rivoluzione culturale auspicata da papa Francesco».

A cura di Luca Fiorani

Fonte: cittanuova.it

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il 3 aprile sono a Milano al book pride

Segnalo la mia presenza a Milano, il 3 Aprile in occasione della seconda fiera nazionale dell’editoria indipendente. Evento, GRATUITO, che si svolgerà dal 1-3 Aprile 2016

In questa occasione presenterò il mio ultimo libro “Destra e sinistra addio. Per una nuova declinazione dell’uguaglianza.” ed. Lindau, presso  Base | Via Bergognone, 34 Milano , sala Flatlandia.

Mi confronterò con Pippo Civati e saremo moderati da Nicola Mirenzi, giornalista de “La7”

E’ un appuntamento molto importante perché sottolinea ancora di èiù l’importanza, in questo momento storico, di avere editori liberi ed indipendenti che garantiscano la presenza di idee buone e controcorrenti.

Siamo tutti invitati a partecipare.

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DALL’ATTUALITÀ ALLA PROSPETTIVA DEL FUTURO:

Pubblico di seguito l’intervento che l’amoco Paolo Farinella ha tenuto lo scorso 3 marzo a Genova durante la presentazione del mio ultimo libro.

Ringrazio Paolo per l’attenzione che rivolge a me e ai miei scritti e prima ancora per l’impegno che mette nel cambiamento quotidiano verso una società migliore per tutti. Dove nel tutti è contemplato anche il Creato.

Maurizio Pallante

 

 

Presentare Maurizio Pallante è diventato difficile perché c’è il rischio di cadere nell’agiografico o nella derisione dei circoli liberal-conservative che considerano la crescita come il vangelo del loro futuro perché non corrono mai il rischio d’interrogarsi sul presente. Parlare, quindi di «decrescita» nell’accezione filosofico morale in cui ne parla Pallante – perché non è semplicemente un «crescere meno, ma un crescere giusto e meglio –, è antimoderno, spesso bucolico e forse anche infantile. Roba da non addetti ai lavori. Voglio correre questo rischio perché conosco Maurizio Pallante di cui orgogliosamente mi considero amico.

Ascoltandolo privo di superiorità saccente, ma con il cuore dell’apprendimento, ho maturato la mia anima e il mio pensiero e gli sono grato per avermi spalancato le porte e l’interesse a un mondo che è rimasto – a mio modesto avviso – l’unico possibile. Devo essere grato a Manuela Cappello e al marito Giacomo Grappiolo che per primi me lo hanno presentato, invitandolo a Genova. Se nei tempi iniziali della globalizzazione, si gridava lo slogan «Un altro mondo è possibile» per opporsi a un selvaggio assalto alla diligenza dei diritti, della terra, dell’energia, dell’acqua e delle risorse, oggi, anche con l’aiuto di Maurizio Pallante, siamo obbligati a prendere coscienza che «l’unico mondo possibile» è quello proposto da lui.

Oggi egli ha il conforto di avere avuto anche l’imprimatur ufficiale di Papa Francesco che nell’enciclica «Laudato si’» fa sue, in modo ufficiale, le prospettive della decrescita, capovolgendo il punto di vista: non più partendo dalla crescita «cieca e sorda», ma dai bisogni reali delle persone e dalla finitezza della terra che quindi, come tutte le cose finite, non può crescere all’infinito, ma deve essere accudita, custodita e protetta. In sostanza sia il Papa sia Maurizio mettono in guardia dal rischio, ormai in fase avanzata di pericolo, di fare saltare il tappo, dando origine a una deflagrazione – un Big Ben – alla rovescia che ha già messo in cantiere la distruzione totale non solo del Pil, ma della terra stessa.

Paradossalmente, il libro che presentiamo, «Destra e sinistra, addio», non ha come obiettivo la decrescita o i meccanismi per raddrizzare il mondo distorto dai comportamenti umani, ma è un libro che oserei definire il più spirituale di quelli che Maurizio ha scritto. Puntuale nei dati, cifre, numeri, fonti e storia, è un libro diverso. Penso che i suoi libri precedenti, compreso «Monasteri per il terzo Millennio», fossero funzionali a questo che – vedi il titolo! – sembra occuparsi di politica quotidiana, «Destra e sinistra Addio», ma occorre stare attenti a non cadere nel tranello. Sono convinto che l’editore l’abbia fatto apposta: chi si sente ancora di sinistra e chi persiste ancora a considerarsi di destra sono toccati da questa perentoria affermazione di «addio», dichiaratamente esequiale. Come «addio»?

Nel sec. XI, parlando de suo tempo, Bernardo di Chiaravalle, riferendosi alla Roma antica e quindi alla civiltà del suo tempo, disse in un celebre verso, reso famoso, modificato, da Umberto Eco: «Stat Roma pristina nomine, nomina nuda tenemus – Roma antica esiste solo per il nome (è un ricordo): noi conserviamo, infatti, soltanto i nudi nomi» (Bernardo di Chiaravalle, De contemptu mundi, lib. 1, v. 952). Se vogliamo uscire dal nominalismo senza sussistenza, occorre fare ricorso al «pensiero» e questo libro è un opera di pensiero e di memoria.

Di pensiero perché è alta filosofia non perché s’interroga «si Deus sit», ma perché ci riporta al centro della questione esistenziale, attraverso un linguaggio avvolgente, un discorrere piano e accattivante: siamo sicuri di essere vivente e non già avviati a morte certa? Cosa vuol dire esistere, vivere e progettare? Il libro, pur a questo livello, si legge bene, senza fatica, ma con riposo interiore, misto a sofferenza per non essere stato, in quanto lettore, consapevole per tempo del potere di modificare le condizioni. Pensare è l’arte difficile per oggi e lo sarà ancora di più domani e per questo urge porsi la domanda filosofica e spirituale insieme del «Dove ci troviamo in questo momento?», o se volete «Qual è il senso della nostra esistenza adesso e quale prospettiva di vita ciascuno di noi ha della propria e della storia collettiva?».

Non siamo giunti a questo punto dell’economia sociale perché siamo caduti dal pero, ma perché siamo arrivati ai nodi che sono conseguenza di scelte storiche. Il libro fa anche questo: ci restituisce la memoria perché ci riporta a vivere le premesse storiche, politiche, economiche e sociali che hanno generato le conseguenze che ci stanno condannando in modo irreversibile. Memoria non come ricordo di un passato da rimpiangere, ma come assunzione di un compito che si estende nel tempo, ieri, oggi, domani, passando di generazione in generazione. In questa prospettiva diventa «memoriale», cioè sentirsi fisicamente parte viva e protagonista, responsabile nel bene e colpevole nel male di tutto ciò che accade qui o all’emisfero sud o al polo nord o all’equatore, luoghi cioè che non abbiamo mai visto prima.

Già alle pp. 10-17, cioè nel «Prologo» poche pennellate sono sufficienti per capire il senso storico della caduta del muro di Berlino, di cui sentiamo la polvere addosso ancora oggi; segue il cambio del nome del PCI; alla nota 1 di p. 13 troviamo la notizia di due e-mail segrete spedite da Tony Blair a Bush, in cui un anno prima della decisione, il liberale di S. M. Britannica si dichiarava pronto ad entrare in guerra a fianco degli Usa. Oggi lo stesso Blair sostiene di avere sbagliato e che la guerra contro l’Iraq era illegittima perché basata su false prove costruite a tavolino.

La parte caratteristica del libro sono i riquadri, vere perle a se stanti, che allargano l’orizzonte: nel primo alle pp. 18-20 si parla dello scenario della Germania vista con gli occhi della Volkswagen e di quello della Cina: tutti e due questi giganti dell’economia di crescita sono condannati a diminuire i posti di lavori umani, sapendo che questa scelta inciderà sulla domanda, per cui devono a tutti i costi crescere, ma potranno farlo solo con i robot. Se però diminuiscono i posti di lavori, ci sarà meno ricchezza e quindi caleranno i compratori con la conseguenza che i robot aumenteranno la produzione, ma Germania e Cina non sapranno a chi vendere quello che producono.

Nel riquadro delle pp. 158-160 si descrive il passaggio «dalla Democrazia Cristiana a Forza Italia», attraverso meccanismi e processi che ci fanno capire noi stessi e le ragioni delle nostre scelte anche partitiche, anche di voto, e, io aggiungo, anche stupide e superficiali. Alle pp. 80-81 facciamo la scoperta di cosa sia accaduto in Sardegna nel secolo scorso: cosa è stato distrutto e per quali ragioni. L’ultimo riquadro, il più lungo, alle pp. 208-221 ci offre un sintetico ed efficace riassunto con chiave di lettura dell’enciclica «Laudato si’» di Papa Francesco.

Il sottotitolo del libro è la chiave di esso: «Per una nuova declinazione dell’uguaglianza». La declinazione è la struttura grammaticale delle lingue più importante dopo il verbo, perché riguarda il soggetto e la sua funzione all’interno della frase, del periodo, del discorso, di un testo. In greco, in latino, in tedesco, in polacco, in russo soccorrono i casi, nelle lingue neolatine, invece, la declinazione è segnata dall’uso diversificato dell’articolo.

In un tempo in cui la disuguaglianza è diventata la norma dell’economia di crescita e la conseguenza del mercato e delle politiche capitaliste e neocapitaliste, parlare di declinazione dell’uguaglianza significa centrare la prospettiva sui bisogni reali delle persone che vivono all’interno di un tessuto relazionale comunitario come misura e controllo delle disponibilità delle risorse della terra.

Persona e creato portano nel loro DNA l’uguaglianza perché l’uno e l’altro possono esistere solo in funzione reciproca nel rispetto e non nella sopraffazione, nella mutua reciprocità e non nella supremazia di uno sull’altra. Uguaglianza non è un mito ideologico di stampo comunista, ma il metodo economico che si basa su un substrato spirituale perché ciascuno prende coscienza di essere parte di un tutto vivo e mai padrone senza confini d’ingordigia e voracità. Uguaglianza intesa come dimensione della giustizia che è fondamento della democrazia basata sui diritti e sui doveri (Cost. it., artt. 2 e 3), cioè sul senso di responsabilità politica che il singolo vive e assume nei confronti della propria comunità umana dove vive e realizza il proprio progetto di vita e il proprio sogno di futuro.

L’uguaglianza è sinonimo di proporzione tra individuo, comunità di persone, umanità e cosmo. Se ci deve essere un vantaggio, questo deve appartenere al cosmo che è affidato alla nostra cura e al nostro discernimento, memori del mandato biblico – per i credenti – di Gen 2,15 che nel testo ebraico ha questo tenore: «Dio pose Àdam nel giardino di Eden perché lo servisse e lo custodisse/sorvegliasse/preservasse». Il primo verbo ebraico «‘abad» è applicato a chi presta servizio a Dio o all’ambasciatore del sovrano nel senso di «servo», titolo onorifico; il secondo verbo «shamàr» è usato nella Bibbia per «custodire/osservare» i comandamenti di Dio, quindi assenso religioso.

In questa prospettiva – è il compito filosofico che Maurizio Pallante svolge egregiamente – occorre ripensare il rapporto tra religione ed economia (cap. 7, pp. 145-157) su «Religione oppio dei popoli?», che può instaurare un rapporto perverso fino alla sudditanza della prima dalla seconda, se accetta compromessi come la storia dimostra. Oppure sul rapporto tra «povertà e ricchezza» (cap. 6, pp. 127-144) dove si dimostra la superiorità delle «relazioni umani solidali [che] sono più importanti del denaro per la felicità delle persone» (p. 127, nota 1); la scoperta del dono come fondamento di una economia «altra» che è il modo per porre un rimedio alla pazzia della crescita senza fine che è l’irrazionale che rende impossibile ogni possibilità umana.

Grazie Maurizio Pallante per questo bel «dono» che ci obbliga, sì!, a declinare l’importanza che ciascuno di noi può essere, se vuole, per il mondo intero.

Paolo Farinella, prete.

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Lunedì 7 Marzo sarò ospite a “Pane Quotidiano” su rai3

Un buon uso del mezzo televisivo o di internet sarà Lunedì 7 marzo, alle ore 12.45, quando sarò ospite della trasmissione di Rai3 «Pane Quotidiano».
Intervistato da Concita De Gregorio, e dove presenterò il mio nuovo libro Destra e sinistra addio.

 

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Alcune cose che contiene il famigerato PIL.

Nei giorni scorsi sulla mia pagina FB, ho intrattenuto qualche battuta con alcune persone che mi seguono nel merito del famigerato PIL.

In modo particolare sostenevo che oramai nel PIL italiano il governo ha inserito anche merci di provenienza illegale ed alcuni di voi mi hanno chiesto su quali fonti basavo queste mie affermazioni.

Siccome appartengo alla vecchia scuola di dare solidità alle parole che dico, propongo qui di seguito due articoli non miei, dove le mie tesi vengono confermate.

Colgo l’occasione per ringraziare ognuno di voi per l’affetto che manifestate qui e sulla pagina facebook e soprattutto per i continui stimoli – come questo – che fornite alle mie ricerche.

Buona lettura a tutti.

FQ 5 dicembre 2015, pagg. 6 – 7

 

1)Illegale e sommerso, l’altro Pil che vola

NON C’È CRISI Nel 2013 è salito a 206 miliardi. Evasione, lavoro nero, droga e prostituzione: la crescita c’è e non è dello zero virgola

VIRGINIA DELLA SALA

 

Verificare in modo diretto i dati sullo stato di salute dell’economia italiana a volte è molto semplice: basta scendere in strada. Per verificare, ad esempio, quelli diffusi ieri dall’Istat sull’aumento del sommerso e delle attività illegali in Italia, che nel 2013 è stato di circa 206 miliardi di euro (pari al 12,9 per cento del Pil e in aumento rispetto al 2012) si può partire da Napoli. Si può bere il caffè o mangiare una pizza in un bar di uno dei vicoli, senza ricevere alcuno scontrino (8 su 10 non lo emettono, secondo un’indagine AdnKronos). Prendere l’autobus senza biglietto con la sicurezza che i controllori saliranno all’ultima fermata. Passeggiare nei mercati di piazza Garibaldi, dove si vende merce contraffatta o comprare quella nascosta nelle cantine: originale, rubata o contraffatta nelle fabbriche di lavoratori in nero dell’hinterland napoletano. E rivenduta a un terzo del prezzo rispetto al negozio. Scansando decine di spacciatori e relative vedette, si può andare a lavorare come operai nei cantieri della zona. In nero, a giornata, per guadagnare 50 euro nel peggiore dei casi e per essere pagati con i voucher lavoro nei migliori. Anche se, con un solo voucher (come raccontato sia dal Fatto che da Report) spesso viene usato anche per tre giorni. Nel 2013 le unità di lavoro non regolari sono risultate 3 milioni e 487 mila. IL POMERIGGIO si può andare al porto. I container sono un misto di merce legale e di contrabbando. Quest’ultima è ben nascosta, ha spiegato Edoardo Francesco Mazzilli, direttore dell’ufficio investigazioni Antifrode dell’Agenzia delle Dogane: sotto montagne di banane o di ananas, si celano sigarette, droga e ogni genere di merci di contrabbando. “Parlare di Napoli – diceva – è come riferirsi a un esempio universale. Le dinamiche sono le stesse in molte altre città di Italia”. Di sera, le strade attorno alla stazione si popolano: prostitute, travestiti, ragazzine e giovani uomini. Il garante dell’Infanzia della Campania, Cesare Romano, ha più volte spiegato come la zona del Centro Direzionale pulluli di minorenni che si concedono per pochi euro. La prostituzione, minorile e non, ha raggiunto un valore di circa 3,5 miliardi di euro così come lo spaccio di droga (11,5 miliardi di euro, un miliardo in più rispetto al 2012). Insieme al contrabbando, valgono quasi l’1 per cento del Pil. E ancora, il lavoro nero nell’industria tessile veneta, il caporalato in Puglia e Calabria. Pochi giorni fa, a Metaponto la Guardia di Finanza a individuato una società di costruzioni che aveva omesso di dichiarare entrate per un milione di euro. Ieri, a Lucca, è stata scoperta un’evasione di 18 milioni di euro: un calzaturificio produceva quasi tutto in una seconda sede tunisina. Insomma, l’Istat la chiama “non osservata”per la connaturata difficoltà nel quantificarla con precisione, ma questa economia è sotto gli occhi di tutti e dall’anno scorso è inserita nel calcolo dei conti adottato da tutti i paesi europei. Pare, poi, non conoscere crisi per la gioia di un Pil che, nell’ultimo trimestre, ha registrato un aumento dello 0,2 per cento: al di sotto delle attese e non abbastanza per assicurare al governo sul raggiungimento del +0,9 per cento entro fine anno, previsto dal Def. Nel 2013, il solo valore aggiunto dall’economia sommersa, è stato di circa 190 miliardi di euro. Nel 2011 era pari all’11,4 per cento del Pil. Ma da dove arrivano questi numeri? Quasi la metà (il 47,9 per cento) deriva dalla mancata dichiarazione fiscale degli operatori economici: parliamo di circa 99 miliardi di euro. Altri 71 miliardi derivano dal lavoro irregolare e 19 miliardi da attività come fitti in nero e mance. Le pratiche illegali, invece, producono un valore di circa 16 miliardi. GLI ESEMPI fatti all’inizio, non sono casuali. Secondo l’Istituto di statistica, a incidere maggiormente sono i servizi, il commercio, i trasporti, le attività di ristorazione e le costruzioni. Si aggiungono le attività professionali (il tipico saldo dal dentista, con o senza ricevuta), il settore agricolo e alimentare, e l’industria. Dalla voluntary disclosure (il meccanismo di rientro dei capitali nascosti all’estero) sono rientrate ‘volontariamente’ nelle casse pubbliche risorse per circa 3,8 miliardi di euro. Secondo le stime iniziali, però, sarebbero dovuti essere almeno sei.

 

11,5 miliardi. Quanto valeva nel 2013 lo spaccio di droga in Italia (un miliardo in più rispetto al 2012). Con il contrabbando vale quasi l’1% del Pil.

206 miliardi. È l’a m m o n t a re dell’economia sommersa e derivante da attività illegali (droga , p ro s t i t u z i o n e etc) nel 2013, pari al 12,9% del Pil

190 miliardi. L’economia sommersa. Di questa il 47,9% deriva da evasione, il 34,7% dal l avoro irregolare, il 9,4% dalle a l t re co m p o n e n t i (fitti in nero, mance e integrazione domanda-offerta)

15, 2 miliardi. Vengono da p ro s t i t u z i o n e , co n t ra b b a n d o di tabacco e droga. 1,3 miliardi è ra p p re s e n t a to dall’i n d o t to

 

 

 

Dati Istat sull’aumento del sommerso e delle attività illegali in Italia, che nel 2013 è stato di circa 206 miliardi di euro (pari al 12,9 per cento del Pil e in aumento rispetto al 2012)

 

Dati 2013

La prostituzione ha raggiunto un valore di circa 3,5 miliardi di euro, lo spaccio di droga di 11,5 miliardi di euro, un miliardo in più rispetto al 2012). Insieme al contrabbando, valgono quasi l’1 per cento del Pil.

 

15, 2 miliardi. Vengono da prostituzione, contrabbando di tabacco e droga. 1,3 miliardi è rappresentato dall’indotto

 

2) L’economia illegale è l’unica che cresce

In tre anni quella legale ha perso il 2,4%. Impennata del crimine (droga, prostituzione etc.) del 6,9%

 

Fatto Quotidiano 28 gennaio 2016, pag. 12

 

Nunzia Penelope

Economia nera, affari d’oro. È la sintesi di uno studio che ha messo a confronto l’andamento dell’economia regolare con quella sommersa e illegale nell’ultimo triennio. La ricerca – dell’ufficio studi di Confartigianato su dati Istat e Unioncamere – fornisce risultati inquietanti, e dimostra che è in corso un travaso di valore dal “bianco” al “nero”. Nello stesso periodo in cui l’economia regolare perdeva il 2,4% in termini di valore aggiunto, quella sommersa e illegale è cresciuta infatti di identica percentuale: + 2,4. Non solo. All’interno del “non osservato’’ – a sua volta diviso in economia sommersa e illegale – la crescita più vertiginosa è stata proprio quella delle attività criminali, che hanno segnato un’impennata nel volume d’affari del 6,9%. Droga, prostituzione e contrabbando, con relativo indotto, hanno ottenuto un fatturato di 16,5 miliardi: una cifra superiore a quella dell’intera produzione dei mezzi di trasporto, auto compresa, che sfiora i 15,8 miliardi. Il solo traffico di stupefacenti vale quasi quanto tutta la spesa nazionale per l’assistenza sociale: 11,5 miliardi, contro 12,4. La nostra economia, dunque, si sposta sempre più non solo verso il sommerso, ma anche verso il crimine, che pesa oggi più di alcuni settori chiave come l’immobiliare, l’assicurativo, il farmaceutico. Parlano i numeri: il comparto illegale, col suo 6,9%, registra la performance migliore tra i 28 settori in cui è suddivisa l’economia regolare, superando altri settori giganteschi come le attività immobiliari, che crescono di appena il 2,9, i macchinari o le attività finanziarie e assicurative, entrambi con +2,3. Al terzo posto nella classifica dei migliori risultati c’è l’economia sommersa, che con un +2% ottiene un risultato migliore dell’industria chimica (+1,7%) o dell’industria farmaceutica (+ 0,3%). Quanto ai restanti 21 comparti tradizionali, dal tessile all’alimentare, il segno è per tutti meno. Dunque è il nero a trainare il nostro Pil. Lo studio di Confartigianato calcola, infatti, anche il volume delle attività regolari prestate però in modo “abusivo’’, e nuovamente si nota il travaso: nel 2014 siamo arrivati a oltre un milione di imprenditori e lavoratori autonomi irregolari, con una crescita dello 0,3%, contro un drastico calo del 4,2%, pari a quasi 300 mila unità perdute, di quelli in regola. Del resto, il mercato per tutto questo c’è, ed è florido: nel solo 2014, quasi 7 milioni di persone hanno acquistato beni e servizi in nero, pari al 13,5% della popolazione di riferimento (maggiori di 15 anni), contro una media Ue dell’11%. Ma in rapporto al Pil pro-capite, la nostra spesa nel comparto irregolare è addirittura superiore del 75% alla media Ue, del doppio rispetto alla Francia e del triplo rispetto alla Germania. Chi paga il prezzo sono le imprese “pulite’’. In particolare le piccole, così spesso celebrate come la vera spina dorsale del paese. Oltre il 65% del settore artigiano è vittima di una concorrenza sleale e durissima da parte dei “colleghi’’ del sommerso: al terzo trimestre del 2015, erano 898.902 le imprese messe a rischio da questo dumping, oltre due terzi del totale. Tra i comparti più esposti ci sono costruzioni, servizi, trasporti, ristorazione; tutti con tassi d’irregolarità superiori alla già alta media nazionale. Il che ha indotto Giorgio Merletti, presidente di Confartigianato, a chiedere una “operazione verità”:“Basta ipocrisie c’è troppa economia illegale che sottrae reddito e lavoro agli imprenditori onesti. Serve tolleranza zero”. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Destra e sinistra addio. Presentazione a Milano

Martedì 9 febbraio 2016, alle ore 18.30 presso la libreria Mondadori Megastore di via Maghera, 28 a Milano, presenterò il mio ultimo libro “Destra e sinistra addio. Per una nuova declinazione dell’uguaglianza” ed. Lindau.

Sono molto felice di questa presentazione sulla città di Milano. Principalmente perché sarò accompagnato da Duccio Demetrio che stimo da tempo e di cui mi onoro di essere accompagnato.

In secondo luogo presentare “destra e sinistra addio” a Milano –  abbiamo un bel circolo presente sul territorio – in clima di elezioni primarie o comunque in un periodo elettorale, significa contribuire fattivamente a ravvivare il sano dibattito politico. Sono convinto che i grandi cambiamenti partano sempre dal basso e sarebbe interessante e davvero rivoluzionario se qualche componente politica desiderasse approfondire e far sue le tematiche della decrescita felice.

Secondo voi saranno capaci di raccogliere questa grande sfida? Non lo so. Certamente sarebbe una grande rivoluzione, in positivo per tutti i milanesi.

Intanto io vado a proporre le nostre idee e a contaminare quante più persone possibili. Vi aspetto in tanti.

Passateparola.

 

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La forza rivoluzionaria della spiritualità nella società materialista e consumista

Pubblico un Estratto dal libro Destra e sinistra addio, Lindau, Torino 2016, pagg. 198 – 203

Il denaro può essere considerato il fondamento del sistema dei valori soltanto da persone che hanno smarrito la dimensione spirituale e non riescono a vedere nella vita altra prospettiva dalla soddisfazione delle esigenze materiali, che accomunano gli esseri umani alle altre specie animali, con similitudini sostanziali nella classe dei mammiferi a cui essi appartengono. La spiritualità è una dimensione esistenziale esclusivamente umana, caratterizzata da pulsioni, riflessioni, sentimenti, slanci e desideri razionalmente incomprensibili, che non attengono alla sopravvivenza degli individui e della specie. È la sfera in cui si manifesta l’etica e la facoltà di pensare. La spiritualità consente agli esseri umani di sviluppare la consapevolezza delle relazioni e delle interdipendenze che li connettono a tutte le altre forme di vita. Questa consapevolezza, che può essere più o meno sostenuta razionalmente, o più o meno istintiva, è il presupposto che può indurre ad agire per evitare che se ne sbrindelli la trama. La spiritualità si manifesta ai livelli più alti nei rapporti fondati sull’amore, un’intimità reciproca, una condivisione di scelte esistenziali così profonda che travalica la razionalità e si realizza col dono incondizionato del proprio tempo e delle proprie capacità alle persone amate. Un dono gratuito, che non prevede restituzioni e può assumere forme diverse senza mutare la sua sostanza. È il rapporto tra genitori e figli, tra amanti, tra persone appartenenti a una stessa comunità religiosa. È la pulsione interiore che induce a dedicare la propria vita ad alleviare le sofferenze di coloro che sono stati colpiti con particolare durezza nella psiche, nel corpo, dalle vicende della vita, da sofferenze causate dalle condizioni di deprivazione affettiva o di miseria materiale in cui sono cresciute. È la motivazione che induce il contadino anziano a piantare alberi di cui non mangerà i frutti, memore di aver mangiato da bambino i frutti di alberi piantati da chi sapeva che non ne avrebbe mangiati. Il dono gratuito e incondizionato del tempo, che sostanzia i legami interpersonali fondati sull’amore, veniva indicato in latino con la parola donum. Oltre che con questo tipo di dono, gli esseri umani possono rafforzare le connessioni che definiscono il loro essere come con-essere, per riprendere una  definizione di Alessandro Pertosa (nel libro Dall’economia all’euteleia. Scintille di decrescita e di anarchia, Edizioni per la decrescita felice, Roma 2014), instaurando tra loro rapporti di scambio basati su un dono del tempo che implica la restituzione, non immediata né scadenzata, né quantificata rigorosamente, basata sulla fiducia reciproca. In latino questo tipo di dono veniva definito munus. Sul dono del tempo che implica la restituzione si fondano i rapporti comunitari, ovvero i legami sociali tra nuclei di persone che si conoscono, vivono in uno spazio territoriale delimitato, generalmente un paese, e si scambiano vicendevolmente lavori e servizi senza la mediazione del denaro. Mentre gli scambi mediati dal denaro sono impersonali e implicano una competizione tra i contraenti – chi vende punta a ricavare la somma più alta possibile, mentre chi compra tende a spuntare il prezzo più basso – gli scambi basati sul dono reciproco del tempo implicano la condivisione e la solidarietà. Se uno dei contraenti non rispetta la regola implicita del controdono, rompe il rapporto di fiducia e si autoesclude dai legami comunitari. Benché non siano mai stati codificati formalmente, i rapporti comunitari fondati sul munus, presentano le stesse caratteristiche di solidarietà in tutti i luoghi del mondo e in tutte le epoche storiche. E presentano anche le stesse forme di deviazione, consistenti nella possibilità di utilizzare il dono come strumento di dominio da parte di chi è in grado di fare e fa doni così grandi che non possono essere restituiti da chi li riceve. Tuttavia deviazioni di questo tipo si possono realizzare solo in presenza di grandi diseguaglianze, che costituiscono di per sé un impedimento sostanziale alla realizzazione di rapporti autenticamente comunitari. Oltre l’ambito degli scambi interpersonali che avvengono nel quotidiano, in alcune scadenze con una forte connotazione simbolica per la vita delle comunità, il munus assume connotazioni corali, presentandosi sotto la forma di una solidarietà collettiva che coinvolge non solo i rapporti degli esseri umani tra loro, ma anche con i luoghi del mondo in cui vivono e da cui traggono ciò di cui hanno bisogno per vivere. Si pensi ai momenti della vita contadina tradizionale in cui si raccoglievano i frutti del lavoro e dell’attesa di un anno: la mietitura del grano, la trebbiatura e la vendemmia, in cui tutte le famiglie a turno si aiutavano vicendevolmente. Momenti di solidarietà e di festa che sono finiti quando l’economia del dono è stata sostituita dalla mercificazione e i raccolti sono stati effettuati da persone pagate per farlo: contoterzisti, braccianti e giornalieri.

Mentre le relazioni fondate sul munus sono inevitabilmente limitate al momento in cui avvengono, le relazioni fondate sul donum sono in grado di superare i limiti spazio-temporali che connotano la condizione umana e di creare legami tra le generazioni attraverso l’arte. Le opere d’arte, in tutte le loro forme – musica, pittura, scultura, architettura, letteratura – sono lasciti di bellezza e di armonia aggiunte dagli esseri umani alla bellezza e all’armonia originarie del mondo, arricchiti da ogni generazione e tramandati sotto forma di dono inevitabilmente gratuito alle generazioni successive, fino a quando la modernità ha trasformato l’arte da dono in merce, sottoponendola, come tutte le merci, alle regole della pubblicità, del prezzo, del profitto e della deperibilità.

La spiritualità non coincide con la fede, ma ne è il presupposto. La fede è la manifestazione della spiritualità di chi crede in qualcosa che non è dimostrabile razionalmente. «Fede è sustanza di cose sperate / e argomento delle non parventi», ha scritto Dante nel canto XXII del Paradiso, ai versi 64-65. La spiritualità si manifesta anche senza la fede, ma senza spiritualità non c’è fede e la religione diventa un guscio vuoto, privo di vita. Oppure uno strumento di potere utilizzato per dominare e condizionare i comportamenti delle persone più deboli.

Chi mantiene viva la sua spiritualità non può condividere i valori di un sistema economico e produttivo fondato su un antropocentrismo devastante nei confronti degli ambienti, violento nei confronti di tutti gli altri viventi, ingiusto nei confronti dei popoli poveri e delle generazioni future. La spiritualità è la forza più grande che si possa contrapporre alle iniquità generate da questo sistema. Il recupero della spiritualità in una società che tende ad annullarla per concentrare ogni interesse sugli aspetti materiali della vita, è una metanoia, un cambiamento del modo di pensare e del sistema dei valori, una liberazione interiore dai condizionamenti che inducono a credere che il fine dell’economia sia la crescita della produzione di merci e il senso della vita si identifichi col potere d’acquisto e col possesso di cose. Riducendo l’importanza del denaro e valorizzando le relazioni umane fondate sul dono incondizionato che caratterizza i rapporti d’amore e sul dono che implica la reciprocità, la spiritualità smonta i pilastri su cui il modo di produzione industriale ha omologato i pensieri e le aspirazioni degli esseri umani per rendere i loro comportamenti funzionali al raggiungimento dei suoi fini. È una scelta esistenziale che nella vita quotidiana assume la connotazione della disobbedienza civile, perché induce a non lasciarsi irretire dalle sirene del consumismo, ma a dedicare più tempo agli affetti che al lavoro, a leggere un libro, ad ascoltare un brano musicale, a visitare un museo invece di lasciarsi ipnotizzare dagli spettacoli d’intrattenimento. Perché induce a comprare poco senza pensare che si stia rinunciando a qualcosa. Comprare poco è una rinuncia solo per chi crede che il senso della vita sia comprare sempre di più. In realtà è una scelta liberatoria, che affranca dallo stato di insoddisfazione permanente cui si condanna chi ripone le sue aspettative di realizzazione umana nell’acquisto di cose, perché inevitabilmente le economie finalizzate alla crescita immettono in continuazione sui mercati cose nuove per non dare mai tregua al desiderio di acquistarle, consentendo di appagarlo solo nel breve intervallo di tempo necessario a mantenerlo vivo. E quel breve intervallo di tempo in cui il desiderio di acquistare viene appagato provvisoriamente dall’acquisto, non è nemmeno sereno perché, se si crede che il benessere consista nel possesso di cose, non si può evitare che venga corroso dal confronto con chi ne possiede di più. Solo un cambiamento del sistema dei valori consente di capire a quale mortificazione della propria umanità si condanni chi, lasciandosi irretire dalle sirene del consumismo smarrisce la propria spiritualità, a quale vuoto esistenziale sia destinato chi non percependo che il suo essere è costituito dal tessuto delle relazioni che lo connettono agli altri esseri viventi, non conosce più la solidarietà: non è capace a darne e non ne riceve.

 

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“Destra e sinistra addio” intervista di Filippo La Porta su Left

Allego qui di seguito una mia intervista su LEFT e ringrazio di vero cuore l’amico Filippo La Porta per la disponibilità, l’onestà intellettuale e la professionalità.

Di seguito l’intervista:

intervista su LEFT