,

La decrescita non è e non può essere uno slogan

Di Alessandro Perosa

  1. In principio era un grido di battaglia

 

Sluaghghairm, da cui slogan, è una parola di derivazione gaelica – composta dai termini ghairm ‘grido’ e sluagh ‘guerra’ – che significa grido di battaglia lanciato dai componenti di una tribù o di un clan contro i propri nemici. La sua prima attestazione in italiano risale al 1905, quando il termine viene usato per significare sentenza o massima, così come anche talvolta leitmotiv, parola d’ordine di una causa o linea di partito.

Parallelamente a questi significati, nel XX secolo, il mondo occidentale ha declinato il termine slogan anche – e soprattutto – in ambito pubblicitario come sinonimo di motto creato per caratterizzare un prodotto. E così, nel processo di onnimercificazione compiuto negli ultimi duecento anni dalla razionalità capitalista, prima, e da quella tecnologico-capitalista[1], poi, da originario grido di battaglia ha finito per significare in modo quasi esclusivo «frase ad effetto, brevissima e incisiva, della pubblicità commerciale»[2].

L’orizzonte semantico contemporaneo lo considera, quindi, uno strumento espressivo sintetico, rapido ed efficace, spesso orecchiabile, pronunciato con l’intento di enunciare un concetto, magari risaputo e spesso ovvio, destinato a restare impresso il più possibile nella mente del destinatario. Si tratta di una frase fatta, di una locuzione che serve a blandire, a circuire le persone, persino a confonderle, e non certo a coinvolgerle in un processo relazionale paritetico e linguisticamente significante. Chi ha interesse a spostare l’attenzione delle masse su un oggetto o su un fatto minore, usa la tecnica dello slogan come arma di «distrazione» collettiva. Così come chi vuol convincere i consumatori della bontà di un prodotto, ne esalta a dismisura le qualità con frasi ad effetto, che colpiscono l’attenzione e condizionano i gusti di chi ascolta.

Si pensi, a tal proposito, al fenomeno commerciale delle mode o alla tecnica con cui il potere economico riesce a garantirsi ‘nuove’ crescite del volume d’affari, attraverso la spinta compulsiva all’acquisto, stimolata dall’obsolescenza percepita e sorretta dalla pubblicità, che dello slogan si nutre.

Nella società dell’immagine, in cui ci troviamo a vivere, il ‘grido di battaglia’ non può che essere suadente e capace di orientare il senso estetico e i bisogni delle masse, facendosi ben presto strumento di tortura psicologica. Chi opera nel mondo pubblicitario sa che una «frase fatta» e una rima ben assestata consentono di memorizzare senza sforzo un prodotto, che diventa desiderabile principalmente in quanto portatore di novità. Perché il nuovo, in un mondo abitato da chi crede di camminare nel solco dell’innovazione continua e illimitata, è sempre meglio del vecchio. E lo slogan serve proprio a convincere l’acquirente che il prodotto stipato nello scaffale sia davvero il migliore in circolazione: «Acquistalo, e non rimarrai deluso!», è il refrain più noto. «Non seguire il gregge, fai la pecora nera e compra la nostra auto», recitava uno spot di una nota casa automobilistica: salvo però omettere che se tutti i possibili acquirenti fanno le pecore nere, finiscono inevitabilmente per seguire il gregge, non si distinguono più dagli altri e si conformano al gusto mediano.

La «parola pubblicitaria» serve a comunicare messaggi e simboli in modo rapido, attraente e facilmente comprensibile. Per questo motivo, anche il suo stile è linguisticamente mediocre: non si tratta di fare letteratura, di affascinare con narrazioni raffinate, o di viaggiare verso l’utopia coi piedi ben piantati in cielo fra i sogni. Qui si deve solo persuadere l’acquirente della bontà del prodotto: e per farlo non resta che elaborare frasi fatte, facilmente memorizzabili e semplici nella sintassi.

Se si osserva con attenzione il contesto relazionale entro cui agisce questo tipo di linguaggio, ci si accorge però che proprio il proliferare di discorsi concisi e orecchiabili produce una degenerazione sociale e politica. Perché questo tipo di linguaggio non solo controlla e orienta i comportamenti economici della massa, ma finisce per trasformare per intero la lingua – e con essa l’orizzonte culturale – della società.

Il parlare è un atto originario di fondamentale importanza. Chi parla e nomina le cose in modo compiuto e col rispetto necessario, conferisce a queste stesse cose realtà. La realtà quindi non è data una volta e per sempre, ma è parlata. Ovvero, una res è proprio quella res, e non un’altra, perché nell’atto di nominarla s’innesca un percorso di ri-conoscimento linguistico che costituisce la cosa stessa e la rende vitale. La realtà non sarebbe ciò che appare – e non si darebbe a ognuno di noi nelle forme in cui siamo abituati a ri-conoscerla – se non esistesse la possibilità di dire le cose (enti) che appaiono, chiamandole per nome. E dare un nome agli enti significa de-finirli, porli in ordine, collocarli all’interno di un contesto ontologico unitario, costituito dai variegati ‘modi d’essere’ (forme delle res), che chiamiamo realtà.

Non è certo il caso di aprire in queste righe una riflessione sul rapporto generativo tra il parlante e la «cosa nominata», ma è pur sempre utile notare che la parola pronunciata modifica il mondo che abitiamo, e il mondo, a sua volta, condiziona il nostro modo di esprimerci.

Per questo motivo, chi impoverisce il linguaggio attraverso il sistematico ricorso allo sluaghghairm trasforma anche l’orizzonte in cui vive, rendendolo sempre più uniforme e monodimensionale. In un contesto sociale in cui lo slogan assurge a gesto linguistico prioritario, l’intero orizzonte sociale, culturale e politico non può far altro che mostrare lo spazio sloganistico come segno del tempo. Se tutto è riconoscibile linguisticamente attraverso lo slogan, diventano tali anche le parole che nominano l’amore, le relazioni sociali, politiche, le dinamiche interpersonali, che per mostrarsi in forma realmente umana avrebbero invece bisogno di profondità, di riflessione, di pazienza linguistica, di tempo generativo. Un amore soggetto a slogan può essere consumato, ma non certo vissuto con la pienezza necessaria. Lo slogan è il sesso che vince sull’eros; è il bisogno che schiaccia il desiderio; è l’oppressione che annulla la libertà di un’esperienza vissuta in pienezza e gratuità: perché l’atto di donare all’altro tutto se stesso palesa una complessità irriducibile e non rappresentabile in uno spot. Quando tutto è slogan, la donazione di sé diventa anch’essa sloganistica: lo slogan quindi trasforma il mondo e l’uomo in res condizionate dal «grido di battaglia» del mercato. Dove tutto ha un prezzo, soggetto alla domanda e all’offerta.

Ora, non è necessario essere dei raffinati glottologi per capire che la semplificazione linguistica sta trasformando radicalmente gli esseri umani e le relazioni che essi costituiscono con l’ambiente circostante. E d’altra parte, chi ha un minimo di profondità intellettuale, comprende molto bene che questo tentativo di compiere una sorta di reductio ad unum linguistica e culturale è volto a uniformare gusti e orientamenti, in vista di una maggiore ottimizzazione del sistema produttivo. La comunicazione per slogan serve a divertire e a rendere orecchiabile un’idea, una pro-posta commerciale (che diventa surrettiziamente im-posta), un messaggio pubblicitario, che puntano a collocare in tutto il mondo i medesimi prodotti. Chi parla non si preoccupa di sapere se la merce reclamizzata o l’ostentazione di una certa idea sia (almeno per lui) davvero buona o nociva, condivisibile o inaccettabile, dispotica o conviviale, sostenibile o distruttiva. L’importante è che la frase ad effetto resti piantata bene in mente agli ascoltatoti, e sappia sovrastare le altre «grida di battaglia» che si affacciano nell’agone con sempre maggior violenza, tenacia e ostinazione.

In un mondo in cui le informazioni sono sovrabbondanti, è necessario andare rapidamente al dunque, e per farlo bisogna ridurre il vocabolario ai soli termini che abbagliano. Per questo motivo, l’uso reiterato di questa tecnica comunicativa finisce per imbarbarire il linguaggio, che punta soltanto all’eufonia e alla pronta memorizzazione, conseguite attraverso metodiche di costruzione sintattica prese in prestito – non prima di averle stravolte – dalla poesia[3]. D’altra parte lo slogan è spesso in rima e costruito secondo una metrica che gli conferisce un andamento ritmico suadente, tale da prestarsi alla facile memorizzazione. La sua fortuna è anzitutto musicale: strutturalmente è di certo più vicino al rap che alla musica «colta». Ovvero, si presenta con un’idea schematica e superficiale, che si esprime in poche formule approssimative[4]. La musica ritmica e le parole eufoniche si fanno jingles, si insinuano nei meandri della memoria e consentono di accomunare una frase ad effetto a un determinato prodotto.

Chi abita dentro l’orizzonte tecnologico-capitalista fa ogni giorno esperienza di questa neolingua. Nessuno può dirsi al sicuro, nessuno può pensare di farla franca, neppure chi crede di appartenere all’élite culturale. Perché gli stessi pubblicitari sono vittime dei messaggi che inventano: d’altronde se il limite del mio linguaggio è il limite del mio mondo, chi inventa o parla per slogan finisce per vivere irrimediabilmente nel mondo sloganistico che ha creato. Egli ne è parte, ne viene condizionato come tutti gli altri. È questa, se si vuole, la vittoria dello strumento sulla razionalità: è il dominio del mezzo che prende pieno possesso dell’essere umano, trasformandolo dalle fondamenta.

Lo slogan s’impadronisce di tutti noi rendendoci marionette in mano altrui. Slogan è la voce del potere impersonale, è la voce di chi vuole massimizzare il dominio e punta dritto al sodo, ben sapendo che questo sodo è violenza, sopruso, proprietà: ma disconoscendo, al contempo, che proprio quel sodo a cui aspira è la lama affilata con cui l’homo publicitarius sta tagliando il ramo sul quale è seduto.

 

 

  1. Lo slogan è la forma violenta della parola economica

 

Lo sluaghghairm è una lama di coltello che entra nel cuore dell’essere, fino a sfibrarlo; è uno strumento linguistico feroce, che abita la scissione ontologica, se ne nutre, e cibandosene approfondisce il solco che separa il singolo dal contesto in cui si trova[5]. Per colmare questa frattura violenta è necessario portare a compimento l’orizzonte entro cui si rende pensabile ogni parola, ogni azione, ogni istituzione, ogni potere del «nostro» mondo ontologicamente frammentato; è necessario condurre al tramonto l’occidente, ovvero farlo morire, ch’è poi un portarlo alle estreme conseguenze, per vederlo finalmente schiantare sulla linea estrema del proprio mondo; sì che lì, al confine tra cielo e terra, possano scorgersi un giorno le luci di una nuova alba utopica.

Se lo slogan porta all’eccesso la frammentazione ontologica (ovvero la scissione fra l’Io e il contesto naturale, fra l’Io e l’altro da sé: umano e non umano), il logos paziente, rispettoso e pronunciato sottovoce – quasi sibilando – apre le porte a una relazionalità conviviale e fraterna di tipo orizzontale, in cui tutti si riconoscono reciprocamente come parlanti. La parola, che si affranca dalla voracità, conferisce una pacifica realtà al mondo; il discorso conviviale fa partorire lentamente le cose, le ordina sullo spazio esperienziale e le pone in una relazione costitutiva non-violenta: le une senza le altre sarebbero impensabili, perché ogni cosa è proprio quella cosa in virtù dei rapporti ontologici e linguistici che la parola stessa costituisce con l’essere circostante. Mentre il tecnicismo sloganistico scinde i legami e s’impone sulla scena come un Deus ex machina che condiziona il mondo, manipolando le facce esterne (che sono gli elementi formali chiamati significanti) e talvolta anche quelle interne (i significati) dei termini. Per questo lo slogan è lo strumento prediletto dall’ideologia, che pretende di dire il vero e costringe la realtà poliedrica ad entrare all’interno di uno schema preordinato, sfinendo la realtà stessa e coartando la libertà d’ognuno.

Chi vuole liberare il proprio linguaggio dalla violenza non può far altro, allora, che ripensare dalle fondamenta nuove forme sintattiche capaci di «prendere tempo». Il discorso paziente e-duca i parlanti, che dalla relazione conviviale traggono nuova linfa esistenziale; si vive nel discorso, perché le parole che nominano le cose, consentono un reciproco riconoscimento. Chiamare qualcosa col proprio nome significa dargli realtà, portarlo in superficie, relazionarsi al suo modo d’essere, ovvero alla sua forma. E non è forse proprio questa l’idea di Simone Weil, quando nel ragionare sul bene e sul male scrisse: «È bene ciò che dà maggiore realtà agli esseri e alle cose, male ciò che gliela toglie»[6]?

 

L’uso sistematico dello slogan non è ristretto al solo ambito economico, ma in una società dell’onnimercificazione tutto viene ridotto a mercato e a relazioni mercantili. Si pensi ad esempio al condizionamento subito dallo sport e dalla politica, che dello slogan continuano a fare ampio uso con conseguenze incalcolabili sulla riduzione dell’immaginario sociale. Il motto politico imbarbarisce il discorso e lo rende commerciale. Le proposte programmatiche si trasformano in banali consigli per gli acquisti, in promesse vuote, anche se magari di particolare effetto. E non è un caso che la politica sia scomparsa ormai da tempo dalle sedi di partito, dai luoghi storici d’aggregazione, dalle piazze, dai cortei, dai luoghi di cultura, finendo relegata negli angusti ambiti dei talk show televisivi. Luoghi fittizi in cui maschere parlanti urlano e cercano il consenso senza curare minimamente la profondità della riflessione e il rigore del pensiero.

Ma c’è di più. Un di più rappresentato dal web, ch’è ormai la dimensione principale in cui si trova a vivere l’homo technologicus. E questo di più è una voragine senza fondo, che rischia di inghiottire ciò che incontra, ricacciandolo nel ventre dell’insignificanza. Perché la parola pronunciata nello spazio virtuale è parola che vive a nessun dove: ma questa, più che anelare all’utopia, spinge difilato verso la distopia ideologica del potere tecnico che sottomette ogni cosa all’incremento del suo dominio.

Quando si ragiona sul linguaggio in rapporto al mondo virtuale, è necessario cercare di capire quale sia la dimensione verbale di quel mondo. O per dirla altrimenti: dato che i limiti del mio mondo significano i limiti del mio linguaggio, quando mi trovo a chattare sui social, che tipo di parole uso? E che mondo è quello dei social? Dove si trova? E che valore hanno le parole mediate da una tastiera e da uno schermo? E l’altro, con cui entro in relazione, esiste davvero, è una persona che conosco e che immagino stia parlando con me in questo momento, o ignorando chi sia (perché non lo conosco, non l’ho mai visto, non so neppure dove abiti), io suppongo che il tizio con cui credo di parlare esista sul serio, quando invece potrebbe essere un fake, magari anche autogenerato dal computer?

Ma non è ancora tutto. La tecnologia ha finito per trasformare dalle fondamenta il mondo, e con esso anche l’essere umano: le sue abitudini, il suo linguaggio, le sue passioni. A fronte di una scissione ontologica, di una frantumazione della relazione sociale, si cerca la connessione continua col mondo virtuale. Nessuno è più in grado di stare con se stesso, di abitare il silenzio, e paradossalmente ciò avviene all’interno di un contesto sociale che spinge sempre più alla frammentazione, alla disgregazione dei legami sociali. Perché quando si è soli si è anche più facilmente preda del mercato. E così, l’homo technologicus abita da ignaro la separazione, il rintanamento sociale, per poi connettersi alla grande rete virtuale che collega singole monadi in tutto il mondo. Egli incarna realmente la solitudine, per vivere relazioni artificiali sui social. E nel percorrere a perdifiato la contemporaneità tecnica, arriva al paradosso per cui i ritmi di vita sono così pressanti e disumani da rendergli impossibile qualunque altro tipo di rapporto che non sia mediato dallo schermo di un computer. Perché deve lavorare, consumare, produrre a ritmi sempre più sostenuti. E al contempo – è qui l’inganno – crede a torto che quello spazio di vita sociale perduto, lo possa recuperare in maniera fittizia navigando in internet: con l’illusione di avere il vento in poppa e il mondo a portata di mano.

Ma sui social non si può parlare davvero, ed è impossibile esprimere un ragionamento sul serio, un pensiero profondo che abbia un minimo senso, che intenda esprimere un sentimento, una visione, una lettura del mondo e della vita. Davanti allo schermo non ci sono gli occhi dell’altro a guardarti. Non si sente il suo respiro affannato o gioioso, non vedi le emozioni scintillargli dagli occhi, e non esiste il mondo con le sue luci e i suoi colori cangianti. Hai solo uno spazio bianco virtuale su cui scrivere uno stato (d’animo?) che qualcuno commenterà, probabilmente senza neppure averlo letto bene. D’altra parte non c’è tempo, e le parole sono sempre troppe. Così, per fare in fretta, non resta che esprimersi per slogan, per frasi fatte, masticate e vomitate una miriade di volte da pubblicitari che intendono orientare gusti e bisogni. Frasi che non significano niente, perché sono decontestualizzate, perché non si ha l’agio di difenderle, di argomentarle, di criticarle. Nei social è come se le parole calassero dall’alto, da un altrove insondabile, sconosciuto. E allora tutto diventa inutile: non ha più senso distinguere, articolare pensieri, ragionare. La parola non significa più niente, ma serve soltanto a lanciare un grido. Che maschera spesso un’accorata richiesta di riconoscimento. D’altronde cos’altro è la lotta per emergere sugli altri, per scalare la piramide sociale, per la fama? Cos’è la rincorsa al successo televisivo e mediatico in genere? È un disperato bisogno di vedersi riconosciuti in un mondo che ha distrutto le relazioni ontologiche, i legami sociali e familiari, lasciando tutti soli e in balia del mercato.

Per tutta questa serie di motivi sin qui discussi, la decrescita felice – che si propone di ricucire le scissioni ontologiche, riequilibrando i rapporti fra gli esseri umani e il resto della natura – non può assumere in alcun modo le caratteristiche di una «parola bomba», né tanto meno venir confusa con lo slogan. Perché lo slogan è la forma violenta della parola economica.

 

 

 

[1] Per comprendere in quale senso debbano essere intese la cultura capitalista e quella tecnologico-capitalista si rimanda al saggio: A. Pertosa, Dall’economia all’eutéleia. Scintille di decrescita e d’anarchia, Edizioni per la decrescita felice, Roma 2014, (si veda in particolare il capitolo III).

[2] M. Cortellazzo – P. Zolli, Il nuovo etimologico, Zanichelli, Bologna 2015, p. 1540 (nota relativa alla voce slògan).

[3] Cfr. F. Sabatini, Il messaggio pubblicitario da slogan a prosa-poesia, «Il Ponte» 24 (1968), pp. 1046-1062 (il saggio è stato ristampato in Le fantaparole. Il linguaggio della pubblicità. Antologia, a cura di M. Baldini, Armando, Roma 1987, pp. 91-98; poi in Chiantera 1989, pp. 121-138); A. Stefinlongo, L’italiano che cambia. Scritti linguistici, Aracne, Roma 2008, pp. 195-219.

[4] Il vocabolario Treccani, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 2003, p. 1690.

[5] Della scissione ontologica ho parlato diffusamente in Pertosa, Dall’economia all’eutéleia, cit. (si vedano in particolare i capitoli III e V).

[6] S. Weil, Quaderni (volume primo), Adelphi, Milano 2010, p. 199 (or. Cahiers, I, Librairie Plon, Paris 1970).

,

Il cemento mangia 8 chilometri di costa all’anno

I dati del rapporto Ambiente Italia di Legambiente, che intanto con Goletta Verde sta verificando lo stato delle acque

roberto giovannini

In Italia ci sono oltre 7mila km di coste con bellezze storiche, ambientali, geomorfologiche. Ma oggi il 51% dei litorali italiani è stato trasformato da case e palazzi e la cifra, senza un cambio delle politiche, è destinata a crescere: negli ultimi decenni al ritmo di 8 km all’anno, più della metà dei paesaggi costieri sono stati letteralmente `mangiati´ da palazzi, alberghi e ville. Non solo cemento: un terzo delle spiagge è interessato da fenomeni erosivi in espansione; 14.542 sono le infrazioni accertate nel corso del 2014 tra reati inerenti al mare e alla costa in Italia, 40 al giorno, 2 ogni km. L’habitat marino è costantemente messo alla prova dall’inquinamento, con il 25% degli scarichi cittadini ancora non depurati (40% in alcune località) e ben 1.022 agglomerati in procedura di infrazione europea. Il 45% dei prelievi realizzati da Goletta Verde nel 2015 è risultato inquinato, mentre la plastica continua a invadere spiagge e fondali marini. Solo il 19% della costa (1.235 km) è sottoposta a vincoli di tutela. Questa la fotografia della nostra costa scattata dal rapporto Ambiente Italia 2016, a cura di Legambiente e edito da Edizioni Ambiente, presentato oggi a Roma.

 

 

 

A peggiorare la situazione ci si mette il consumo di suolo: dei 6.477 km di costa da Ventimiglia a Trieste e delle due isole maggiori, 3.291 km sono stati trasformati in modo irreversibile. Nello specifico 719,4 km sono occupati da industrie, porti e infrastrutture, 918,3 sono stati colonizzati dai centri urbani. La diffusione di insediamenti a bassa densità, con ville e villette, interessa 1.653,3 km, pari al 25% dell’intera linea di costa. Tra le regioni, la Sicilia ha il primato assoluto di km di costa caratterizzati da urbanizzazione meno densa ma diffusa (350 km), seguita da Calabria e Puglia; la Sardegna è invece la regione più virtuosa per quantità di paesaggi naturali e agricoli ancora integri.

 

Dal 1988 ad oggi, sono stati trasformati da case e palazzi ulteriori 220 km di coste, con una media di 8 km all’anno, cioè 25 metri al giorno. Tra le regioni più devastate la Sicilia con 65 km, il Lazio con 41 e la Campania con 29. Nelle aree costiere, secondo i dai Istat, nel decennio 2001-2011 sono sorti 18mila nuovi edifici. Ben 700 edifici per chilometro quadrato sia in Sicilia che in Puglia, 600 in Calabria ma anche 232 per chilometro quadrato in Veneto, 308 in Friuli Venezia Giulia, 300 in Toscana, Basilicata e Sardegna.

 

Ad emergere dal rapporto è anche un’aggravante che si va ad aggiungere alle tante criticità: quella dei cambiamenti climatici «con impatti significativi sugli ecosistemi, sulla linea di costa e sulle aree urbane», sottolinea Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente. Una sfida, aggiunge, che «deve portare a una nuova e più incisiva visione degli interventi. Occorre rafforzare la resilienza dei territori ai cambiamenti climatici e spingere verso la riqualificazione e valorizzazione diffusa del patrimonio costiero». Le ragioni della fragilità delle aree costiere italiane risiedono in problemi idrogeologici e nelle conseguenze di urbanizzazioni, sia legali che abusive. A questo si aggiungono fenomeni meteorologici come temporali, alluvioni e esondazioni che si stanno ripetendo con nuova intensità e frequenza.

 

I cambiamenti climatici insomma rendono i nostri territori costieri più fragili e mettono in pericolo le persone, insieme al fenomeno dell’innalzamento dei mari. Tra le minacce, l’erosione costiera: oggi più di un terzo delle nostre spiagge è in erosione e il futuro sembra ancora più arduo per l’innalzamento del livello del mare e l’intensificarsi dei fenomeni climatici estremi. In molti casi si è intervenuti con la costruzione di scogliere aderenti alla costa che hanno, di fatto, solo spostato il problema, col risultato che oggi abbiamo interi tratti di costa coperti da scogliere artificiali, che non permettendo il ricambio idrico e la sedimentazione delle sabbie, contribuiscono al progressivo abbassamento dei fondali e ai possibili crolli. La tecnica del ripascimento dei litorali è più efficace ma anche più costosa.

 

«Per il futuro delle aree costiere – ha dichiarato Rossella Muroni, presidente nazionale di Legambiente – abbiamo la possibilità di ispirarci e scegliere un modello che si è già rivelato di successo. Quello delle aree protette e dei territori che hanno scelto di puntare su uno sviluppo qualitativo e che stanno vedendo i frutti positivi anche in termini di crescita del turismo». In Italia ci sono 32 aree protette nazionali con misure di tutela a mare (pari a oltre 2milioni e 800mila ettari di superficie protetta a mare), 27 aree marine protette (o riserve marine), 2 parchi marini sommersi, 2 perimetrazioni a mare nei parchi nazionali e un santuario internazionale per la tutela dei mammiferi marini. Inoltre oggi sono individuate ben 54 aree marine di reperimento dove istituire riserve marine.

Fonte: LaStampa.it

, , , , , , , ,

Altro che la guerra vecchi contro giovani raccontata dai giornali. Il conflitto che emerge dalla brexit non è generazionale, ma di classe. E per non farlo esplodere dobbiamo saperlo vedere

Andrea Coccia, Linkiesta, 29 Giugno 2016

 

È passata quasi una settimana dal referendum britannico sull’uscita della Gran Bretagna dall’Europa e, tra tutte le notizie false, le interpretazioni sbagliate, gli allarmismi, le esagerazioni e le non comprensioni di cui è stato vittima il mondo del giornalismo italiano e internazionale ce n’è una che sta diventando un pericoloso ritornello: quello che vede dietro la sconfitta del Remain e la vittoria del Leave un conflitto generazionale.

Il campo di battaglia sarebbe questo: da una parte le vecchie generazioni, quelle dei nostri genitori, dei nostri nonni, i nati tra la battaglia della Somme e l’omicidio di Kennedy; dall’altra, le generazioni più giovani, quelle nate dai mesi della contestazione fino alla fine degli anni Ottanta. Sul ring, secondo tantissimi analisti, si sono sfidati i Babyboomers e la Generazione Erasmus. I genitori contro i loro figli. Vecchi contro giovani.

«Per un ragazzo di Londra, l’Europa è la fidanzata spagnola con cui ha amoreggiato durante l’estate del corso Erasmus a Barcellona. Per la vecchietta di Bristol citata dal capo degli ultrà nazionalisti Farage, l’Europa è il migrante nigeriano che attraversa la Manica per togliere il lavoro al figlio inglese della sua vicina ». Lo ha scritto sabato 25 giugno il direttore creativo de La Stampa Massimo Gramellini, uno a caso tra coloro che, non appena il dato ha iniziato a circolare, si sono aggrappati con le unghie ai paramenti del carro dei fini analisti, dei sociologi, degli scienziati politici.

«Ha vinto la vecchietta di Bristol», conclude laconico e retorico Gramellini, «perché ci sono più vecchiette che ragazzi, in questa Europa che non fa più bambini». Hanno vinto i vecchi. E pare veramente che la guerra civile generazionale sia veramente arrivata nelle case degli inglesi, almeno a leggere alcuni articoli del Guardian, che a distanza di quasi una settimana stanno ancora cavalcando quel discorso. Giusto martedì è uscito un articolo dal titolo che non lascia spazio alle libere interpretazioni: «Family rifts over Brexit: ‘I can barely look at my parents’», che in Italiano suona così: «Famiglie spezzate sulla Brexit: “Non riesco quasi a guardare i miei genitori”».

Eppure i fini analisti, i sociologi improvvisati e gli arguti scienziati politici di queste ore hanno preso un abbaglio che manco san Paolo sulla via di Damasco. E abbagliati si sbaglia, e qui lo sbaglio, oltre che macroscopico nel metodo, ha una portata pericolosa.

Questa storia, infatti, è falsa come una banconota da 30 euro. Primo, perché non esiste nessuno dato reale che può indicare la percentuale di voto per fasce d’età. Nessuno. I dati che sono stati usati per costruire questa storia della lotta generazionale sono il risultato di un’indagine condotta da YouGov tra il 17 e il 19 giugno, ovvero una settimana prima del voto. E sapete quanto è largo il campione degli intervistati da YouGov? 1652 persone, di cui, gli over 65 erano 73.

Ricapitolando: a partire da un sondaggio fatto una settimana prima del voto su 1652 persone, i giornali di mezzo mondo stanno gridando al conflitto generazionale come a una guerra civile che potrebbe trasformare i salotti dei nostri genitori in campi di battaglia. Molto bene, ma non è verificabile in nessun modo. Il che fa di quei dati e di tutte le analisi che hanno generato un mucchio di roba inutile.

I discorsi di questa portata si fanno sulla realtà, non sulle speculazioni statistiche. E qui l’unica realtà consistente sono i dati ufficiali, quelli reali, quelli provenienti dai seggi dopo le operazioni di conteggio dei voti. Sono questi gli unici sui cui si possono basare ragionamenti di tale portata. Sono questi che possono essere interpretati a livello sociologico, confrontandoli con dati precedenti, per esempio, e comparandoli tenendo conto dei dati socio economici dei bacini elettorali che quei dati hanno generato. Il Guardian, da questo punto di vista, ha fatto un ottimo lavoro di sintesi grafica del voto.

Ne emergono dati interessanti che dimostrano — come mostrano i grafici del Guardian — come gli assi che sembrano aver condizionato più le decisioni degli elettori sono, nell’ordine, il livello scolastico, lo status sociale e la ricchezza procapite.

 

Capitale scolastico, capitale sociale, capitale economico. Guarda caso esattamente le categorie usate da Pierre Bourdieu, il grande sociologo francese, per descrivere le dinamiche tra le classi sociali negli ultimi decenni del Novecento. Classi sociali, non classi di nascita.

 

Qualche esempio: a Londra, dove ha vinto bene il Remain, il Leave ha prevalso nei quartieri della working class dell’East London, «a Havering, Barking e Dagenham», scrive il Guardian e continua: «a Bexley e in molte aree della zona dell’estuario del Tamigi». Storicamente quelle sono zone labour, e alle ultime elezioni hanno visto un aumento del bacino pro Farage. È la working class. E, anche a Londra, ha votato Leave.

Un altro esempio: in città produttive come Manchester e Liverpool, il voto per il Remain ha prevalso nelle zone centrali, quelle più ricche e borghesi della middle class, mente il Leave ha vinto nelle periferie. Ancora una volta, i luoghi della working class. Stesso discorso anche per città come Birmingham, Leeds e Sheffield. Dinamica che si accentua nei centri operai, nel nord dell’Inghilterra, dove città come Doncaster e Middlesbrough il Leave ha vinto con percentuali superiori al 60 per cento.

Il discorso che emerge da queste analisi non c’entra niente con le età dei votanti. È un altro. E ci dice che, se veramente vogliamo fare i sociologi e cercare di capire le dinamiche del voto britannico, dobbiamo smettere di pensare, come fa Gramellini, ai ragazzi della generazione Erasmus, quelli con la fidanzatina spagnola, che sanno le lingue e sono cosmopoliti, che vengono sconfitti dai vecchi conservatori che non hanno visto il mondo. Per capire il voto britannico e trarre qualche lezione sul futuro della nostra Europa, infatti, il discorso che ci tocca fare riguarda un conflitto tra classi.

Owen Jones, columnist del Guardian, ha scritto: «Questo, che è forse l’evento più drammatico avvenuto in Gran Bretagna dalla fine della guerra, è stato, sopra ogni cosa, una rivolta della working class. Può darsi che non sia stata esattamente la rivolta della working class contro l’establishment politico, così come molti di noi pensano, ma è innegabile che questo risultato sia stato raggiunto grazie al sostegno dei voti di una working class alienata e furiosa».

Alienazione. Rabbia sociale. Conflitto di classe. Esattamente quella roba che negli ultimi trent’anni abbiamo cercato di seppellire sotto terra, come gli indiani con le asce di guerra, ma che sta tornando, anzi, non se n’è mai andato. Un fantasma si aggira per l’Europa, scrivevano una volta due che l’avevano vista lunga. Ecco, sono passati 150 anni, ma quel fantasma, forse, è ancora lì. E non è il caso di aspettare che prenda coscienza da solo. Perché quello che potrebbe succedere, non piacerebbe a nessuno.

 

, , ,

Beni e merci: è così difficile da capire?

La crescita economica, occorrerà ripeterlo fino allo sfinimento ma non basterà, non è l’aumento della quantità dei beni prodotti e dei servizi forniti da un sistema economico e produttivo in un periodo di tempo determinato, perché il parametro con cui si misura, il Prodotto Interno Lordo, è un valore monetario che si calcola sommando i prezzi degli oggetti e dei servizi a uso finale (consumi e investimenti) scambiati con denaro, cioè comprati e venduti, in quel periodo di tempo. La crescita del PIL è pertanto l’incremento percentuale di quel valore monetario rispetto al valore monetario del PIL calcolato nell’identico periodo temporale precedente.

La parola che definisce gli oggetti e i servizi scambiati con denaro è merci; la parola che definisce la compravendita di oggetti e servizi è commercio; il luogo in cui avvengono gli scambi commerciali è il mercato.

La motivazione che induce le persone a comprare un oggetto o un servizio è l’utilità, vera o presunta, oggettiva o soggettiva, che pensano di ricavarne. La parola che definisce un oggetto o un servizio da cui le persone pensano di ricavare un’utilità è bene.

I concetti di bene e di merce indicano pertanto due caratteristiche diverse di un oggetto o di un servizio. Diverse non significa contrarie, perché il contrario di merce non è bene, ma oggetto o servizio non scambiato con denaro, e il contrario di bene non è merce, ma oggetto o servizio che non offre alcuna utilità. Nello stesso oggetto non possono coesistere due caratteristiche contrarie, ma sono compresenti normalmente due o più caratteristiche diverse. Una merce non può non essere comprata e un bene non può essere inutile o dannoso, ma un oggetto o un servizio che si acquista perché offre un’utilità, reale o presunta, è un bene che si ottiene sotto forma di merce.[1]

Ci sono però anche beni, cioè oggetti e servizi utili, che non si comprano, o per scelta perché si preferisce autoprodurli o scambiarli sotto forma di dono, o perché non si possono comprare: i beni relazionali, o perché appartengono alla comunità di cui si fa parte e si ha diritto a usufruirne: i beni comuni. I beni autoprodotti, i beni scambiati sotto forma di dono, i beni relazionali, i beni comuni non non rientrano nella categoria delle merci. Di contro, alcuni oggetti e servizi che si comprano e rientrano, pertanto, nella categoria delle merci, non hanno nessuna utilità, per cui non sono beni: gli sprechi dovuti a inefficienza tecnologica o organizzativa, come l’energia che si disperde dagli edifici mal coibentati (almeno il 70 per cento di quella che si utilizza), e il cibo che si butta.

Un sistema economico finalizzato alla crescita della produzione di merci, che identifica il benessere con la crescita del PIL, cioè con l’aumento del valore monetario delle merci a uso finale scambiate con denaro in un periodo di tempo determinato, non può, per definizione, non tendere a ridurre con tutti i mezzi possibili la produzione di beni che non sono merci e aumentare la produzione di merci anche quando non sono beni. Cancella dall’ambito del sapere condiviso il saper fare necessario all’autoproduzione, valorizza la concorrenza tra gli individui, distrugge le comunità e le famiglie, usa la scuola, la pubblicità e i mezzi di comunicazione di massa per persuadere che il modo migliore di avere un bene è comprarlo, identifica il benessere col possesso di cose e l’innovazione col miglioramento, mercifica i beni comuni, riduce il lavoro alla produzione di merci in cambio di un reddito, eliminando dall’immaginario collettivo la possibilità di lavorare per produrre almeno una parte dei beni di cui si ha bisogno, trasforma il denaro da mezzo per acquistare i beni che si possono avere solo sotto forma di merci a fine della vita.

Se si ritiene che la crescita della produzione di merci abbia superato la capacità della biosfera di fornirle le risorse che le sono necessarie e di metabolizzare gli scarti che genera, che sia la causa delle guerre per il controllo delle fonti energetiche fossili di cui ha bisogno, della crisi climatica, delle iniquità crescenti tra le classi sociali, tra i popoli, tra la specie umana e le altre specie viventi, non si può non operare per contrastarla e rallentarla, strappandole la maschera seducente con cui nasconde il suo vero volto agli occhi dell’umanità. Questo è l’obbiettivo che si è posto il variegato mondo di coloro che sostengono la necessità di una decrescita. Su come si possa raggiungere le opinioni non sono concordi, come inevitabilmente accade nelle fasi nascenti di un paradigma culturale alternativo a quello vigente, a cui ognuno approda a partire dalla sua formazione culturale e dai suoi precedenti orientamenti politici. Questo non è un limite, ma un valore paragonabile alla biodiversità che, attraverso il confronto consente di depurare il paradigma culturale nascente dai residui del paradigma culturale precedente insiti in ogni percorso individuale. Solo così è possibile farlo emergere progressivamente dal bozzolo in cui è rinchiuso, come le statue che, secondo Michelangelo, erano contenute nel blocco di marmo da cui lo scultore le libera a forza di togliere.

In relazione alle ipotesi formulate dal movimento della decrescita felice, che costituisce una di queste componenti, Serge Latouche ha scritto e ribadito più di una volta lo stesso concetto, più o meno con le stesse parole:

 

[…] bisogna intendersi esattamente su che cosa debba decrescere. Per la maggioranza degli obiettori di crescita la risposta è che bisogna relegare in secondo piano l’indice-feticcio della crescita, cioè il PIL. È ciò che sostiene esplicitamente Maurizio Pallante, autore di un manifesto della decrescita felice. Per Pallante è necessario ridurre la produzione dei beni e servizi commerciali che entrano, in quanto merci, nel calcolo del PIL e aumentare quella dei beni e servizi non commerciali che non vi rientrano: autoproduzione, economia del dono e della reciprocità. Dal canto loro, gli adepti della semplicità volontaria e, in Francia i discepoli di Pierre Rabhi, sostengono una posizione analoga, ma meno precisa, con lo slogan «meno beni, più legami». Meno precisa perché dal punto di vista economico il legame può essere considerato come produttore di servizi non commerciali, e dunque di beni (nel senso di Pallante).[2]

 

In questo passaggio, tratto dal suo ultimo libro pubblicato in Italia, La decrescita prima della decrescita (2016), Latouche ha ripreso quanto aveva già scritto più volte nel corso degli ultimi anni. La prima volta nel 2011, nella prefazione alla traduzione in francese del libro di Maurizio Pallante, La decrescita felice, dove si era espresso così:

 

Per il fondatore della corrente italiana della decrescita felice la decrescita è un concetto positivo, che può essere definito come la diminuzione del PIL, ovvero la riduzione dei consumi dei beni e dei servizi scambiati con denaro (merci), ma è felice, perché al contempo comporta un aumento di beni e servizi non mercificati (beni), che procurano vere soddisfazioni. Ne risulta che la decrescita si traduce immediatamente in iniziative concrete.[3]

 

Nel 2012, nel libro Per un’abbondanza frugale aveva ribadito il concetto:

 

È vero che alcuni obiettori di crescita, come Maurizio Pallante in Italia, sembrano pensare che la decrescita – e in primo luogo quella del PIL – sia compatibile con l’economia capitalistica di mercato, ma questa non è l’idea della maggioranza dei decrescenti. Per Pallante, fondatore della corrente della decrescita felice, la decrescita è un concetto positivo che può essere definito con la riduzione del PIL, cioè la diminuzione del consumo e della produzione di beni e servizi mercantili (merci), ma è anche felice, perché al tempo stesso c’è un aumento di beni e servizi non mercantili (beni) che procurano vere soddisfazioni. Questa concezione tende a ridurre la rottura della crescita all’obiettivo dell’autoproduzione, il che la avvicina all’idea della semplicità volontaria.[4]

Nel 2013, nella prefazione del libro di Mauro Bonaiuti La grande transizione. Dal declino alla società della decrescita, non aveva perso l’occasione per ribattere il chiodo:

 

Per il fondatore della corrente italiana della decrescita felice, non si tratta tanto di uno slogan provocatorio che vuole indicare la rottura con la società della crescita, quanto di un obiettivo già applicabile a un contenuto concreto. La decrescita secondo Pallante è un concetto positivo che può essere tradotto in riduzione del PIL, cioè in diminuzione del consumo e della produzione di beni e servizi mercantili (merci), ma è anche felice, perché al tempo stesso corrisponde a un aumento di beni e servizi non mercantili (beni) che procurano vere soddisfazioni. Ne deriva che la decrescita si traduce immediatamente in iniziative concrete: decrescita dei valori di scambio e crescita dei valori d’uso.[5]

 

In realtà, sin dalla prima formulazione di questa teoria nel libro La decrescita felice, pubblicato nel 2005 e ristampato più volte, la decrescita è stata definita come una riduzione del PIL che si può ottenere non con la diminuzione della produzione e del consumo di merci, ma delle merci che non sono beni, oltre che con l’aumento della produzione e dell’uso di beni autoprodotti o scambiati sotto forma di dono, quando sia vantaggioso farlo, non solo per ridurre i costi, il consumo di risorse e le emissioni di scarti, ma anche per recuperare un saper fare che riduce la dipendenza dal mercato e per ricostruire i legami sociali lacerati dall’onnimercificazione. La riduzione del consumo di merci che non sono beni e l’aumento dell’uso di beni che non sono merci comportano una riduzione dell’impatto ambientale, un miglioramento della qualità della vita e una riduzione del bisogno di denaro, che consente una riduzione del tempo di lavoro e un aumento del tempo che si può dedicare alle relazioni umane e alla creatività. Una decrescita del PIL ottenuta in questo modo aumenta il benessere: è una decrescita felice.

La riduzione della produzione delle merci che non sono beni, cioè degli sprechi e dei danni che ne conseguono, richiede lo sviluppo di tecnologie con una finalità diversa da quelle che accrescono la produttività, ovvero la quantità della produzione in una unità di tempo e, di conseguenza, la produzione totale di merci. Queste tecnologie sono finalizzate ad accrescere il dominio della specie umana sulla natura, secondo la concezione della scienza formulata in modo organico per la prima volta nella storia dell’occidente dal filosofo Francesco Bacone all’inizio del XVII secolo. Non a caso sono per lo più derivazioni a uso civile di innovazioni tecnologiche sviluppate in ambito militare. Le innovazioni tecnologiche che consentono di ridurre gli sprechi e l’impatto ambientale per unità di prodotto sono invece finalizzate ad aumentare l’efficienza con cui i processi produttivi utilizzano le risorse della terra, in modo da non eccedere la sua capacità bioriproduttiva annua, da ridurre le emissioni biodegradabili a quantità metabolizzabili dalla fotosintesi clorofilliana, da eliminare le emissioni non biodegradabili. Lo sviluppo di queste tecnologie non soltanto costituisce l’unico modo di accrescere significativamente l’occupazione nei paesi industrializzati, ma crea occupazione in lavori utili (perché creare occupazione non è un valore in sé, anzi può essere un danno se si crea nelle fabbriche delle armi o in processi produttivi devastanti). Le innovazioni tecnologiche finalizzate a una decrescita selettiva e governata degli sprechi costituiscono una proposta di politica economica e implicano un cambiamento di paradigma culturale. Qualcosa di più di una scelta individuale riconducibile alla semplicità volontaria.

L’aumento della produzione di beni che non passano attraverso la mercificazione è una proposta che presenta profonde affinità con le riflessioni di Ivan Illich sul vernacolare

«Vernacolare» – ha scritto Illich nel 1978 – viene da una radice indogermanica che contiene l’idea di «radicamento» e «dimora». È una parola latina che, nell’epoca classica, indicava qualsiasi cosa allevata, coltivata, tessuta o fatta in casa. […] Io vorrei oggi resuscitare in parte l’antico significato del termine. Abbiamo bisogno di una parola che esprima in maniera immediata il frutto di attività non motivate da considerazioni di scambio; una parola che indichi quelle attività, non legate al mercato, con cui la gente soddisfa dei bisogni, ai quali nel processo stesso del soddisfarli dà forma concreta.[6]

 

E nel 1979, nel saggio Le tre dimensioni della scelta pubblica, pubblicato nello stesso volume, ha ribadito:

 

[…] io propongo […] l’idea di lavoro vernacolare: attività non pagate, che garantiscono e incrementano la sussistenza, ma totalmente refrattarie a ogni analisi basata sui concetti dell’economia formale. «Vernacolare» è un termine latino, che ha assunto oggi una connotazione quasi esclusivamente linguistica. Nell’antica Roma, fra il 500 a. C. e il 600 d. C., esso indicava qualsiasi valore creato nell’ambito domestico e derivante dall’ambiente di uso comune, valore che una persona poteva proteggere e difendere, ma non poteva né vendere né acquistare sul mercato. Io suggerisco di recuperare questo semplice termine, per contrapporlo alle merci […].[7]

 

L’autoproduzione di beni e gli scambi non mercantili basati sul dono e la reciprocità sono atti di disobbedienza civile che riducono la dipendenza dal mercato, restituiscono dignità culturale al saper fare che costituisce una caratteristica esclusiva della specie umana, consentono di superare l’appiattimento sulla dimensione materialistica e di valorizzare la spiritualità, possono mettere in crisi l’economia della crescita facendo diminuire la domanda di merci. Anche su questo versante qualcosa di più di una scelta individuale riconducibile alla semplicità volontaria.

La proposta di ridurre la produzione e il consumo di merci che non sono beni implica l’introduzione di criteri di valutazione qualitativa del fare umano. Non significa credere che il meno sia meglio di per sé, ma scegliere il meno quando è meglio, che è cosa ben diversa dalla proposta di una generica riduzione della produzione e del consumo di merci. La rivalutazione delle capacità di autoproduzione di beni per ridurre la dipendenza dal mercato e ricostruire i legami sociali distrutti dall’onnimercificazione, è un atto di ribellione alla riduzione degli esseri umani a fantocci nevrotici che non sanno fare nulla, non conoscono nulla e sono capaci soltanto di comprare, buttare via e ricomprare.

Fraintendimenti così sostanziali della decrescita felice possono derivare soltanto da una lettura poco attenta, a cui sono sfuggite alcune parole, o dal fatto di dare inconsapevolmente all’aggettivo diverso il significato di contrario e dedurne che le merci non possono essere beni e i beni non possono essere merci. Solo se si pensa che le merci non possano essere beni si può confondere – non una volta per disattenzione, ma ripetutamente – la riduzione della produzione e del consumo di merci che non sono beni con la riduzione della produzione e del consumo di merci tout court. Solo se si pensa che i beni non possono essere merci si può dire che «i beni sono i beni e i servizi non mercantili». Mentre chiunque sa che molti beni – cioè oggetti e servizi utili – si possono comprare e alcuni beni, quelli che richiedono tecnologie evolute e competenze professionali specializzate, si possono solo comprare.

Non so, e poco importa sapere, se la ripetuta deformazione e banalizzazione della decrescita felice da parte di Latouche dipenda da una lettura superficiale o da un’incomprensione. Quello che conta è dove va a parare: alla critica del fatto che in questa versione «la decrescita si traduce immediatamente in iniziative concrete» (prefazione a La décroissance heureuse, 2011); «Ne deriva che la decrescita si traduce immediatamente in iniziative concrete: decrescita dei valori di scambio e crescita dei valori d’uso» (prefazione al libro di Mauro Bonaiuti, La grande transizione, 2013). A parte il fatto che dedurre proposte operative dalle riflessioni teoriche non è un limite ma un merito, anche quando siano incomplete o discutibili, a cosa serve denunciare la gravità dei problemi ambientali, economici e sociali causati dalla crescita senza porsi il problema di come bloccarla? Senza

impegnarsi a formulare proposte concrete che vanno dal sovvertimento dei valori su cui ha uniformato gli stili di vita delle popolazioni nei paesi industrializzati, al superamento dell’antropocentrismo e di una concezione della tecnologia come strumento di dominio della specie umana su tutte le altre specie viventi, alla definizione di un paradigma culturale alternativo, all’elaborazione di proposte di politica economica finalizzate ad avviare una decrescita che non sia austerità e pauperismo, ma consenta di realizzare condizioni di vita più soddisfacenti proprio perché si propone di ridurre gli sprechi e non i beni, di rivalutare capacità mortificate e di ripristinare relazioni umane solidali?

Poiché la crescita consiste in una progressiva estensione della mercificazione a un numero sempre maggiore di aspetti della vita di un numero sempre maggiore di esseri umani, le società che hanno finalizzato l’economia alla crescita della produzione di merci hanno bisogno che si perda la percezione della differenza tra il concetto di bene e il concetto di merce, affinché il maggior numero delle persone ritenga che tutto ciò di cui ha bisogno si possa solamente comprare e che il benessere si misuri con la crescita della quantità di cose che si possono comprare. Nella lingua inglese la differenza tra i due concetti è ormai sparita. Sui dizionari la parola merce è tradotta con la parola goods, che significa beni. Di conseguenza uno dei pilastri su cui non si può non fondare la rivoluzione culturale della decrescita è proprio il ripristino della differenza tra il concetto di merce e il concetto di bene. Solo se non si fonda su questa pietra angolare si può pensare che possa essere ridotta a uno slogan, a una «parola bomba», buona per titillare la vanità di quegli intellettuali di sinistra che si piccano di essere anticonformisti e di non farsi intortare dall’ideologia del potere, ma inutile per sterzare il volante e cambiare la direzione di marcia di una macchina che si sta dirigendo a tutta velocità verso il precipizio.

Maurizio Pallante

[1]          Aristotele scrive nella Metafisica, libro V (1017b 25 – 1018b 10): «Opposti si dicono i contraddittori, i contrari, i relativi, privazione e possesso, gli estremi da cui si generano e si dissolvono le cose. Opposti si dicono anche quegli attributi che non possono trovarsi insieme nello stesso soggetto, che pure li può accogliere separatamente […]. Il grigio e il bianco, infatti, non si trovano insieme nello stesso oggetto, perciò gli elementi da cui derivano sono opposti.

Contrari si dicono quegli attributi differenti per genere che non possono essere presenti insieme nel medesimo oggetto, quelle cose che maggiormente differiscono nell’ambito del medesimo genere, quegli attributi che maggiormente differiscono nell’ambito dello stesso soggetto che li accoglie…

Diverse secondo la specie si dicono quelle cose che pur appartenendo allo stesso genere, non sono subordinate le une alle altre, quelle che pur appartenendo allo stesso genere, hanno una differenza, quelle che hanno una contrarietà nella loro sostanza». Aristotele, Metafisica, Bompiani, Milano 2000, pp. 217-221, traduzione di Giovanni Reale.

[2]    Serge Latouche, La decrescita prima della decrescita, Bollati Boringhieri, Torino 2016, pag. 15

[3]    Maurizio Pallante, La décroissance hereuse, Nature & Progrès, Namur 2011, Prefazione di Serge Latouche, pag. 16.

[4]    Serge Latouche, Per un’abbondanza frugale, Bollati Boringhieri, Torino 2012, pag. 76

[5]    Mauro Bonaiuti, La grande transizione. Dal declino alla società della decrescita, Bollati Boringhieri, Torino 2013, Prefazione di Serge Latouche, pp. 13-14. Può essere utile precisare en passant che i concetti di bene e di merce non sono sovrapponibili ai concetti di valore d’uso e di valore di scambio utilizzati da Marx, perché una merce, quando è prodotta da un artigiano per un cliente che gliela chiede in cambio di denaro è un valore d’uso (un bene ottenuto sotto forma di merce). Secondo Marx, il modo di produzione preindustriale può essere sintetizzato dalla formula «merce – denaro – merce». È nel modo di produzione industriale che le merci diventano valori di scambio, prodotti non finalizzati a soddisfare un’esigenza espressa da qualcuno, ma a far crescere attraverso le vendite il valore monetario investito per produrli. Pertanto il modo di produzione industriale può essere sintetizzato con la formula «denaro – merce – denaro», dove la quantità di denaro alla fine del processo deve essere maggiore di quella all’inizio.

[6]    Ivan Illich, Nello specchio del passato, Red edizioni, Como 1992, pp. 122-23

[7]    Ibidem, pagg. 97-98.

 

 

, , ,

Attacco a una comunità guarani in Brasile, un morto e cinque feriti

Ricevo dal  movimento mondiale per i diritti umani  Survival questo appello che mi sento di condividere e che invito tutti a leggere, approfondire e condividere presto.

Un gruppo di sicari ha attaccato una comunità guarani nel Brasile meridionale uccidendo un uomo e ferendone almeno altri cinque, tra cui un bambino. È solo l’ultimo di una serie di assalti violenti alla tribù.

L’attacco è avvenuto ieri (14 giugno) nella comunità di Tey’i Jusu. Alcuni abitanti Guarani Kaiowá sono riusciti a filmare l’attacco da lontano. Dal video si possono sentire spari e urla, e sembra che siano stati incendiati i campi vicini.

Video: L’attacco dei sicari alla comunità di Tey’i Jusu

L’uomo ucciso è stato riconosciuto come Clodiodi Aquileu, un ventenne della comunità, che aveva il ruolo di operatore sanitario.

L’attacco fa probabilmente parte dei crescenti tentativi dei potenti agricoltori e allevatori locali – strettamente legati al governo ad interim nominato di recente – di sfrattare illegalmente i Guarani dalla loro terra ancestrale e intimidirli con violenza genocida e razzismo.

Due giorni fa Survival aveva ricevuto – grazie al progetto Tribal Voice – un audio dei Guarani della comunità di Pyelito Kue che documentava un altro attacco dei sicari al loro villaggio.

Video: La reazione delle famiglie guarani all’attacco al villaggio di Pyelito Kue

Sono arrivate notizie anche da un’altra comunità guarani nella stessa regione, conosciuta come Apy Ka’y, che rischia lo sfratto dopo aver rioccupato la sua terra sotto la guida della leader Damiana Cavanha nel 2013. Le nove famiglie della comunità avevano ricevuto un’ordinanza di sfratto la scorsa settimana, ma non è ancora noto se siano riuscite a restare nella loro terra – che gli spetta di diritto secondo la legge brasiliana e quella internazionale.

La frequenza degli attacchi contro le comunità guarani è aumentata da quando l’amministrazione uscente di Dilma Rousseff ha riconosciuto un vasto territorio alla tribù.

La frequenza degli attacchi contro le comunità guarani è aumentata da quando l’amministrazione uscente di Dilma Rousseff ha riconosciuto un vasto territorio alla tribù.

© Campanha Guarani

“È in corso un lento genocidio. C’è una guerra contro di noi. Abbiamo paura” ha detto il mese scorso il leader guarani Tonico Benites in occasione di una visita in Europa. “Uccidono i nostri capi, nascondono i loro corpi, ci intimidiscono e ci minacciano.”

“Continuiamo a lottare per la nostra terra. La nostra cultura non permette violenze, ma gli allevatori ci uccideranno piuttosto che restituirci la terra. Gran parte di essa ci è stata presa negli anni ’60 e ’70. Gli allevatori sono arrivati e ci hanno cacciato via. La terra è di buona qualità, con fiumi e foreste. Ora è preziosa.”

Negli ultimi decenni, i Guarani hanno subito violenza genocida, schiavitù e razzismo da parte di chi vuole derubarli di terre, risorse e forza lavoro. In aprile Survival ha lanciato la campagna “Fermiamo il genocidio in Brasile” per portare all’attenzione del mondo questa crisi terribile e urgente, e dare alle tribù brasiliane un palcoscenico da cui parlare al mondo nell’anno delle Olimpiadi.

“Assistiamo a un attacco brutale e continuato ai Guarani, che sta crescendo di intensità. Persone potenti in Brasile stanno cercando di ridurre al silenzio i membri della tribù, terrorizzandoli affinché rinuncino alle loro rivendicazioni territoriali” ha dichiarato oggi il Direttore generale di Survival, Stephen Corry. “Ma i Guarani non si fermeranno. Sanno di rischiare la morte cercando di tornare alla loro terra ancestrale, ma l’alternativa è così terribile che non hanno altra scelta se non quella di affrontare i sicari e le loro pallottole. Il governo ad interim del Brasile deve fare di più per porre fine a questa ondata di violenza che sta seminando morti.”

Aiuta i Guarani del Brasile

Il tuo sostegno è vitale per la sopravvivenza dei Guarani. Ecco cosa puoi fare:

Scrivi al presidente del Brasile per chiedergli di demarcare le terre dei Guarani e fermare l’assassinio dei loro leader;

Sostieni la campagna di Survival per i Guarani. Ogni euro raccolto aiuterà i Guarani a difendere i loro diritti umani, a riconquistare le terre ancestrali, a difendere le loro vite, a ripristinare i loro orti. Nessun importo sarà mai troppo piccolo.

Scrivi all’ambasciata brasiliana in Italia

Per altre forme di collaborazione, contatta Survival

Fonte: Survival

, , ,

“Destra e sinistra addio”: Maurizio Pallante e una nuova declinazione dell’uguaglianza

“Destra e sinistra, conservatori e progressisti sono figure della contrapposizione, figlie della scissione ontologica, dell’opposizione tra la tesi e l’antitesi in vista di una sintesi, che in qualunque modo la si metta, è sempre violenta. Pallante, invece, invita a ripensare il mondo, e le parole che lo costituiscono”.

 

L’ultimo saggio di Maurizio Pallante, Destra e sinistra addio, è in un certo senso il sedimentato culturale di un processo di evoluzione teorica cominciato dall’autore ormai vent’anni fa, con Le tecnologie d’armonia (Bollati Boringhieri, Torino 1994), e proseguito con l’elaborazione della sua «decrescita felice», che si caratterizza per i richiami all’autoproduzione e alla proposta di riduzione selettiva di tutte quelle merci che non sono beni, e che in alcun modo possono diventarlo.

 

Da decenni Pallante critica il modo di produzione industriale della società tecnologico-capitalista, che si sta dirigendo – ormai, forse, senza alcuna possibilità di recupero – verso la catastrofe. Tuttavia in questa sua ultima fatica, non si limita ad osservare gli aspetti critici della razionalità economica occidentale, ma si spinge fino al cuore. Al centro.

 

E spingersi al centro significa mettere in discussione le categorie culturali e politiche che hanno creato le condizioni per considerare positivamente l’attuale modo di produzione industriale, responsabile di una crescita economica – con annesso disastro ambientale – senza precedenti. E le categorie fondamentali di cui si parla sono quelle della destra e della sinistra. Parole, queste, che negli ultimi duecento anni hanno distinto chi riteneva le diseguaglianze tra gli esseri umani costitutive e naturali (destra), e chi al contrario le considerava di origine sociale, e quindi riducibili con accorgimenti politici ed economici adeguati (sinistra).

 

Il saggio Destra e sinistra addio si manifesta al momento opportuno. E non solo, si badi, perché la politica italiana (ma è forse diverso altrove, nel vasto mare occidentale?) palesa una mediocrità costitutiva, ma proprio perché destra e sinistra operano ovunque sulla base di una comune valutazione positiva del modo di produzione industriale, ch’è ormai giunto al capolinea. Entrambe considerano le rivoluzioni industriali un progresso rispetto al passato, salvo poi distinguersi quanto alla modalità di distribuzione dei benefici. Entrambe hanno concorso a spingere masse di persone dalle campagne alle città, trasformando milioni di contadini in milioni di proletari al servizio del grande capitale. La storia ha poi mostrato che le politiche della destra sono più efficaci per far crescere l’economia e la competizione di quelle di sinistra. E i risultati di questa razionalità sventurata sono, ormai, sotto gli occhi di tutti.

 

Ma veniamo al saggio. Per capirne appieno il senso è necessario intanto riflettere sul titolo. Dire Destra e sinistra addio non equivale a sostenere che la destra è uguale alla sinistra. D’altronde lo stesso autore mette più volte in risalto le differenti pulsioni: quelle della destra alla disuguaglianza, e della sinistra all’uguaglianza. Ma la pulsione all’uguaglianza, è questo un nodo cruciale, non è prerogativa assoluta della sinistra. Pallante afferma a ragione, infatti, che la pulsione all’uguaglianza preesiste alla sinistra e le sopravviverà.

 

A partire da questa considerazione, diventa fondamentale allora soffermarsi sul sottotitolo del saggio: Per una nuova declinazione dell’uguaglianza. È appunto qui il segreto: l’uguaglianza. L’uguaglianza oltre la sinistra.

 

Questa impostazione, per essere compresa appieno, richiede una riconsiderazione ontologica del tutto. Necessita di un ripensamento delle relazioni in senso orizzontale non solo fra esseri umani, bensì anche fra esseri umani e contesto naturale (di cui l’essere umano fa parte). L’uomo non è più il signore della terra, ma è un modo d’essere fra altri modi d’essere che compartecipano all’unico essere.

 

Pallante nota, allora, come per ripensare la società in modo ecologicamente sostenibile, sia fondamentale mettere in discussione l’antropocentrismo che caratterizza l’occidente in senso violento.

 

Maurizio Pallante

Maurizio Pallante

 

In queste pagine, mi pare si aprano spazi nuovi, utopie che baluginano all’orizzonte e che – richiamandosi esplicitamente a una spiritualità costitutiva dell’essere – creano le condizioni per un ripensamento cosmocentrico della cultura, della società, della politica e del mercato.

Destra e sinistra, conservatori e progressisti sono figure della contrapposizione, figlie della scissione ontologica, dell’opposizione tra la tesi e l’antitesi in vista di una sintesi, che in qualunque modo la si metta, è sempre violenta. Pallante, invece, invita a ripensare il mondo, e le parole che lo costituiscono, ripartendo dal singolo che non si pone più su un piedistallo rispetto al contesto. E quel singolo-in-relazione è il medesimo a cui si rivolge anche Papa Francesco nella sua Laudato si’: «bisogna operare il bene, dal momento che il male esercitato sul mondo è male fatto a se stessi». Tutto è in relazione. Perché l’essere è tutto, e niente è fuori dall’essere.

 

Questa nuova visione del mondo è troppo grande e complessa per poter essere espressa e compresa politicamente dalle categorie di destra e di sinistra. Qui c’è di più. C’è quella visione del mondo che si sottrae alla volontà di sopraffazione per lasciarsi dire ancora, ancora e ancora da una parola polisemica, che spalanca spazi di poesia. Quella poesia del vivere in comunione col creato e con la natura a cui tutti noi afferiamo, senza distinzione.

 

In questo senso – e per molti altri, che ognuno di voi saprà indicare – Destra e sinistra addio è un libro che si manifesta in un tempo opportuno. Perché se ci sarà ancora la possibilità di un domani, destra e sinistra dovranno appartenere necessariamente a un dolorosissimo passato.

Alessandro Pertosa

Fonte: Italiachecambia.org

, ,

Istituto di Studi Interdisciplinari sulla Bioeconomia, ISIB

 

La produzione di merci a livello mondiale ha superato la capacità del pianeta di fornirle le risorse rinnovabili di cui ha bisogno, ha ridotto drasticamente i giacimenti di molte risorse non rinnovabili accrescendone i costi di estrazione e aumentando l’incidenza dei danni ambientali che provoca, ha superato le capacità della biosfera di metabolizzare gli scarti biodegradabili che genera, ha accresciuto le quantità delle sostanze di sintesi chimica, tossiche e non tossiche, non metabolizzabili dalla biosfera.

Il giorno in cui l’umanità consuma tutte le risorse rinnovabili rigenerate annualmente dal pianeta attraverso la fotosintesi clorofilliana, è sceso alla metà d’agosto. E non si può sottacere che la maggior parte della popolazione mondiale ne consuma meno di quanto sarebbe necessario per vivere dignitosamente, o soltanto per sopravvivere. L’eroei (energy returned on energy invested: il rapporto tra l’energia consumata per ricavare energia e l’energia ricavata), nel settore delle fonti fossili è sceso dal valore di 1 / 100 del 1940 al valore di 1 / 6 alla fine del secolo scorso. Le sempre maggiori difficoltà a soddisfare la domanda di energia che ne sono conseguite hanno accresciuto i disastri ambientali e le catastrofi umanitarie: sversamenti di enormi quantità di petrolio negli oceani (le maree nere), uso di una tecnica devastante come il fracking per ricavare idrocarburi dagli scisti bituminosi, gravissimi incidenti nelle centrali nucleari con cui si compensa l’insufficienza della produzione di energia termoelettrica, conflitti sempre più sanguinosi e diffusi per controllare le aree del pianeta in cui insistono i giacimenti più abbondanti di petrolio e metano. L’aumento delle emissioni di anidride carbonica connessi all’uso delle fonti fossili e la riduzione della capacità del pianeta di metabolizzarle con la fotosintesi clorofilliana in conseguenza dell’abbattimento di boschi e foreste, della riduzione del plancton conseguente all’innalzamento della temperatura degli oceani, della mineralizzazione dei suoli agricoli causata dalla concimazione chimica per accrescerne le rese, hanno aumentato in poco più di un secolo le concentrazioni di anidride carbonica in atmosfera da 270  a 410 parti per milione, provocando un innalzamento della temperatura terrestre e un mutamento climatico di cui si cominciano appena a sperimentare gli effetti devastanti. Negli oceani galleggiano masse di poltiglie di plastica grandi come continenti. Le sostanze tossiche e le sostanze di sintesi chimica usate in agricoltura e in alcuni processi industriali danneggiano quantità sempre maggiori di specie viventi, hanno fatto diminuire la fertilità dei suoli, hanno ridotto la biodiversità, hanno aumentato la diffusione di malattie incurabili nella specie umana.

La crescita della produzione di merci è la causa della crisi ecologica che sta minacciando la sopravvivenza stessa dell’umanità. Fino a quando si continuerà a finalizzare l’economia alla crescita della produzione di merci la crisi ecologica è destinata ad aggravarsi.

 

La finalizzazione delle attività produttive alla crescita della produzione di merci è anche la causa di fondo della crisi economica iniziata nel 2008, che le tradizionali misure di politica monetaria e fiscale non sono state in grado di debellare perché non è una crisi congiunturale, cioè un’anomalia temporanea nel funzionamento del sistema economico e produttivo, ma la conseguenza inevitabile del suo modo di funzionare. Se il fine delle attività produttive è la crescita della produzione di merci, le aziende non possono non investire sistematicamente in tecnologie che aumentano la produttività, ovvero che consentono di produrre di più in una unità di tempo, riducendo l’incidenza del lavoro umano sul valore aggiunto. Ciò non comporta automaticamente, come in genere si pensa, una riduzione dell’occupazione. L’occupazione non diminuirebbe se in conseguenza degli aumenti di produttività si decidesse di ridurre l’orario di lavoro. Tuttavia la concorrenza non consente di fare questa scelta, per cui, se si decide di mantenere intatta la durata dell’orario di lavoro, come è successo e succede, diminuisce il numero degli occupati.

Nei trent’anni d’intensa crescita economica successivi alla fine della seconda guerra mondiale, che gli economisti francesi hanno definito gloriosi, la riduzione del numero degli occupati in agricoltura è stata in gran parte assorbita dagli incrementi degli occupati nell’industria e nei servizi, la successiva riduzione degli occupati nell’industria è stata assorbita dagli ulteriori incrementi degli occupati nei servizi, la riduzione degli occupati nei settori industriali maturi e nei servizi è stata assorbita dalla produzione di nuovi oggetti sempre più perfezionati e dalla fornitura di nuovi servizi, dalla produzione delle tecnologie che riducono l’incidenza del lavoro umano sul valore aggiunto, dalla produzione di oggetti progettati per non durare a lungo (obsolescenza programmata), o in modo da non poter essere riparati, al fine di accelerare i processi di sostituzione. Tutto ciò ha ritardato la crisi economica, ma ha aggravato la crisi ecologica perché ha accresciuto i consumi di materia e di energia, aumentando al contempo i rifiuti e le emissioni di sostanze non biodegradabili dalla biosfera. Se in conseguenza degli aumenti di produttività non si riduce l’orario di lavoro ma il numero degli occupati, diminuisce la domanda a fronte di incrementi dell’offerta di merci. Questo problema è stato affrontato, a partire dagli anni sessanta del secolo scorso, incentivando l’indebitamento pubblico e privato per aumentare la domanda. La crescita dei debiti è stata l’altra faccia della medaglia della crescita della produzione di merci. Quando l’aumento della produttività non accompagnata da una riduzione dell’orario di lavoro si è estesa al settore terziario, l’occupazione ha iniziato a diminuire: DATE E DATI

 

A partire dagli anni ottanta il divario tra incrementi dell’offerta e diminuzione della domanda è stato accentuato dalla globalizzazione, ovvero dalla rapida estensione del modo di produzione industriale a paesi che fino ad allora ne erano rimasti relativamente ai margini, in cui vive quasi la metà della popolazione mondiale: la Cina, l’India e il sud est asiatico, la Russia e i paesi dell’Europa dell’est, il Brasile. La globalizzazione era indispensabile per consentire al sistema economico e produttivo industriale di continuare a crescere, perché ha fatto aumentare sia il numero dei produttori e dei consumatori di merci, sia i mercati in cui venderle, da cui attingere le materie prime necessarie a produrle, in cui delocalizzare gli impianti per sfruttare il vantaggio concorrenziale offerto dai costi inferiori della manodopera. Tra «il 1980 […] e il 2006, la quota dei salari sul Pil nei paesi che formavano a inizio periodo la UE a 15 è scesa di circa 10 punti, dal 68 a 58 per cento» (Luciano Gallino, Il denaro, il debito e la doppia crisi, Einaudi, Torino 2015, p. 110). La riduzione delle retribuzioni e dell’occupazione nei paesi sviluppati ha comportato una riduzione della domanda, che ha costituito uno dei fattori scatenanti della crisi iniziata nel 2008 e causa difficoltà sempre maggiori a superarla. Le leggi con cui il padronato e i governi dei paesi dell’Europa nord-occidentale di comune accordo presumono di riuscire a sostenere la concorrenza con i costi del lavoro nei paesi in via di sviluppo riducendo le tutele sindacali degli occupati e aumentando i contratti di lavoro precari – il jobs act in Italia e la loi travail in Francia – contrariamente alle aspettative con cui vengono adottate, non fanno crescere l’occupazione e contribuiscono ad aggravare la crisi. A complicare il quadro è intervenuto, a partire dal 2015, un rallentamento significativo delle economie dei paesi emergenti che con la loro crescita sostenuta compensavano la debolezza della domanda interna dei paesi di più antica industrializzazione e trainavano l’economia mondiale. L’economia dei paesi industrializzati è entrata in un vicolo cieco, perché se non cresce entra in crisi, senza la globalizzazione non può più crescere, la crescita viene strozzata dalla globalizzazione.
Se la crescita della produzione di merci è la causa sia della crisi ecologica, sia della crisi economica che stanno minacciando il futuro dell’umanità, l’attenuazione di entrambe presuppone l’abbandono della finalizzazione dell’economia alla crescita.

 

La crisi economica non può essere superata con le politiche economiche tradizionalmente utilizzate per rilanciare la crescita, perché nessun problema si può risolvere rafforzando le cause che l’hanno provocato. Se si valuta che per far ripartire la crescita occorre prioritariamente ridurre il debito pubblico, si tagliano le spese dei servizi sociali (sanità, scuola, assistenza, innalzamento dell’età pensionabile), scaricando i costi del risanamento economico sulle classi subalterne. In questo modo però si accentua la crisi, perché le politiche di austerity deprimono la domanda interna. Se invece si ritiene che per far ripartire la crescita sia necessario sostenere la domanda incentivando l’aumento della spesa pubblica in deficit, o aumentando i redditi più bassi per far crescere il potere d’acquisto delle famiglie, non si prende in considerazione il fatto che l’aumento dei debiti monetari è soltanto l’epifenomeno di un aumento del consumo di risorse e delle emissioni di sostanze di scarto nella biosfera. Ciò comporta un aggravamento della crisi ambientale di cui pagheranno i costi le generazioni future. Per ridurre queste conseguenze negative, i sostenitori delle politiche neo-keynesiane propongono per lo più di incentivare gli investimenti nella green economy: energie rinnovabili, tecnologie che aumentano l’efficienza dei processi di trasformazione delle risorse naturali in beni, tecnologie che riducono l’inquinamento, recupero e riuso dei materiali contenuti negli oggetti dismessi (economia circolare). Tuttavia, se queste scelte vengono fatte allo scopo di rilanciare la crescita economica nell’ottica del cosiddetto sviluppo sostenibile, i vantaggi ambientali che si ottengono per unità di prodotto sono vanificati, come in una gigantesca fatica di Sisifo, dall’aumento della quantità dei prodotti in valori assoluti. Possono pertanto riuscire soltanto a ritardare il momento in cui il consumo delle risorse e l’inquinamento distruggeranno definitivamente gli equilibri ambientali che hanno consentito lo sviluppo della specie umana. Le tecnologie che riducono il consumo di risorse e l’inquinamento per unità di prodotto possono attenuare la crisi ecologica solo se sono finalizzate a ridurre il consumo delle risorse e le emissioni dei processi produttivi e dei prodotti, riconducendole a valori compatibili con il flusso energetico inviato quotidianamente dal sole sulla terra e utilizzato dalla vegetazione per effettuare la fotosintesi clorofilliana. Solo se l’economia diventa bio-economia, secondo le indicazioni di Nicholas Georgescu Roegen, e non nell’interpretazione puramente nominalistica e caricaturale che ne ha dato l’Unione europea.

 

I tentativi di superare la crisi economica e di attenuare i più gravi fattori della crisi ambientale sono falliti perché sono stati indirizzati a rimuovere con interventi settoriali le loro cause immediate, senza modificare la finalizzazione dell’economia alla crescita, che le rafforza. Questi fallimenti impongono di rimettere in discussione il paradigma culturale su cui si fonda il modo di produzione industriale. In particolare:

– la concezione della scienza e della tecnologia come strumenti di dominio della specie umana sulla natura, a partire dalla formulazione che ne è stata data filosofo inglese Francis Bacon nella prima metà del XVII secolo;

– la concezione dell’antropocentrismo come superiorità ontologica che autorizza la specie umana a utilizzare ai suoi fini tutte le altre specie viventi, formulata qualche decennio dopo dal filosofo francese René Descartes;

– la concezione della storia come progresso, cioè come costante avanzamento dell’umanità verso il meglio, fondata sull’identificazione del progresso con i progressi scientifici e tecnologici, a partire dalla formulazione che ne è stata data dall’Illuminismo;

– l’individuazione della competizione tra gli individui come fattore determinante dell’evoluzione delle specie;

– l’identificazione della crescita della produzione di merci col benessere, in base a un’interpretazione del prodotto interno lordo non corrispondente alle finalità con cui questo parametro era stato messo a punto dall’economista Simon Kuznets negli anni trenta del secolo sorso;

– la conseguente identificazione del concetto di bene col concetto di merce, del lavoro con l’occupazione e della ricchezza col denaro;

– la riduzione degli esseri umani al ruolo di produttori/consumatori di merci e la mercificazione delle relazioni umane;

– la cancellazione della spiritualità come elemento costitutivo della natura umana;

– l’abolizione del concetto di limite.

 

Tutti questi aspetti sono strettamente intrecciati tra loro. È il loro insieme, sono le relazioni che li connettono e su cui si fondano reciprocamente a definire il paradigma culturale del modo di produzione industriale. Non è possibile sottoporli a critica singolarmente omettendo di prendere in considerazione il sostegno che ricevono dagli altri e non è possibile ipotizzare alternative settoriali senza prendere in considerazione le conseguenze che ne deriverebbero sull’insieme. Solo un metodo di ricerca interdisciplinare consente di percepire sia le connessioni che li legano, sia il ruolo di ognuno di essi nella definizione di un sistema di valori fondato sul dominio e sulla sopraffazione, della specie umana sulle altre specie viventi e di una limitata percentuale di esseri umani sulla totalità della loro specie. Questo sistema di valori e i modelli di comportamento che ne derivano hanno avviato un processo sempre più accelerato di autoannientamento dell’umanità. Nonostante ciò, acquisiscono un consenso sempre più vasto nel mondo. È per contrastare queste tendenze che si propone la costituzione di un «Istituto di Studi Interdisciplinari sulla Bioeconomia», ISIB, con l’obbiettivo di mettere a confronto studiosi e docenti di varie discipline, artisti, filosofi, letterati e musicisti, professionisti, imprenditori e sindacalisti, su progetti di ricerca finalizzati a:

– individuare i riferimenti culturali su cui si fondano le scelte economiche, tecnologiche, politiche e comportamentali che costituiscono le cause dell’attuale crisi di civiltà, in cui confluiscono gli effetti della crisi economica, della crisi ecologica e delle connessioni che le rafforzano vicendevolmente;

– analizzare le conseguenze di queste scelte sul  progressivo aggravamento della crisi economica, della crisi ecologica e della crisi sociale;

– formulare proposte tecnologiche, economiche, politiche e sociali in grado di attenuare i fattori di crisi, contribuendo al contempo a delineare gli elementi di un paradigma culturale e di un sistema di valori alternativo;

– svolgere attività di formazione culturale a vari livelli e di divulgazione dei risultati delle ricerche effettuate.

 

Tutte le ricerche dell’ ISIB saranno indirizzate alla riduzione dell’impronta ecologica, in prospettiva al valore 1, con un’alta qualità della vita in tutti i suoi aspetti: materiali, spirituali, intellettuali, relazionali e creativi. Questo obbiettivo, pur non essendo realisticamente raggiungibile in tempi brevi, è l’orizzonte a cui tendono le sue ricerche, la stella polare che orienta le sue attività. La direzione che indica è l’unica che consente di fermare la corsa dell’umanità verso l’auto estinzione. Nell’attuale fase storica il Progresso non può che consistere nei progressi, in senso etimologico, su questa strada. Le ricerche dell’ISIB saranno finalizzate a fornire indicazioni per effettuare i cambiamenti culturali necessari a compierli; per liberare il sistema economico e produttivo dalla distopia della crescita della produzione di merci e ricondurlo alla finalità di produrre beni atti a soddisfare i bisogni degli esseri umani; per suggerire agli operatori economici i settori produttivi e le innovazioni tecnologiche in cui investire, perché, oltre a essere convenienti economicamente, consentono di migliorare la vita di percentuali sempre più ampie della popolazione umana senza eccedere le capacità della biosfera di fornire le risorse da trasformare in beni e di assorbire gli scarti dei cicli produttivi; per aiutare i decisori politici ad approvare misure legislative che favoriscano una maggiore equità tra le classi sociali, tra i popoli, tra le generazioni attuali e le generazioni a venire, tra la specie umana e le altre specie viventi.

 

L’obbiettivo dell’impronta ecologica 1 può essere perseguito con ragionevoli possibilità di successo solo in ambiti territoriali limitati, abitati da nuclei ristretti di persone molto motivate. Cosa di per sé positiva ben oltre i risultati concreti che consente di ottenere in termini di riduzione della crisi economica e della crisi ambientale, perché dimostrerebbe la praticabilità e i vantaggi insiti in un’organizzazione sociale che decida di utilizzare le tecnologie più avanzate per ridurre la propria impronta ecologica, di ridurre la dipendenza dal mercato globale e valorizzare l’autoproduzione di beni, di improntare le scelte esistenziali alla moderazione e i rapporti interpersonali sulla collaborazione e sulla solidarietà. L’ISIB sosterrà esperienze di questo genere perché possono costituire le anticipazioni sperimentali del cambiamento di paradigma culturale a cui si propone di  apportare i suoi contributi.

 

L’impronta ecologica che l’ISIB si pone come orizzonte delle proprie ricerche è quella italiana. Un obbiettivo che nella fase di avvio delle sue attività eccede di gran lunga le sue capacità e, tuttavia, costituisce un ambito limitato rispetto alla dimensione globale del problema. In realtà l’orizzonte è più ampio di quanto può apparire, perché negli altri paesi di più antica industrializzazione i problemi sono identici, anche se differisce la loro gravità, mentre i paesi di più recente industrializzazione stanno ripercorrendo le tappe dello stesso percorso, per cui le ricerche dell’istituto possono avere una valenza più ampia dell’ambito a cui si riferiscono. In ogni caso la sua attività sarà caratterizzata dalla ricerca di collegamenti e sinergie con istituti e gruppi di ricerca analoghi operanti in altri paesi.

 

Nei progetti di ricerca interdisciplinari dell’ISIB l’elemento che unificherà i contributi specifici delle diverse competenze professionali sarà l’apporto che ciascuna di esse è in grado di dare all’obbiettivo della riduzione dell’impronta ecologica. Questi contributi sono indicati schematicamente e in linea di massima nei seguenti paragrafi.

 

Le ricerche in ambito scientifico e tecnologico avranno come modello di riferimento i processi biologici e biomeccanici della natura e saranno indirizzate a:

– ridurre i flussi di materia ed energia in input nei processi industriali, ridurre gli scarti e i rifiuti (cradle to cradle), ridurre gli impatti ambientali locali e globali, soddisfare le esigenze locali nel rispetto delle tradizioni e del territorio, rivalutare la soddisfazione nell’uso della propria creatività e delle proprie abilità;

– ridurre le concentrazioni di anidride carbonica in atmosfera mediante una strategia in quattro punti: riduzione dei consumi energetici aumentando l’efficienza dei processi di trasformazione e degli usi finali dell’energia, soddisfazione del fabbisogno energetico residuo con fonti rinnovabili, sviluppo delle fonti rinnovabili in piccoli impianti per autoconsumo (sia per evitare l’impatto ambientale dei grandi impianti alimentati da fonti rinnovabili, sia per democratizzare la produzione energetica, riducendo il potere incontrollabile politicamente delle multinazionali dell’energia), trasformazione della rete di distribuzione in una rete di reti sul modello di internet, per consentire gli scambi delle eccedenze tra piccoli impianti;

– sostituire le sostanze di sintesi chimica non biodegradabili con sostanze  biodegradabili;

– promuovere la progettazione di oggetti finalizzati a durare nel tempo, riparabili, disegnati in modo che al termine della loro vita i materiali di cui sono composti si possano suddividere per tipologie omogenee, recuperare e riutilizzare;

– promuovere la progettazione di cicli di produzione finalizzati a ridurre i consumi di acqua, energia e materia per unità di prodotto;

– ridurre le quantità degli oggetti dismessi che vengono smaltiti nelle discariche e negli inceneritori;

  • recuperare in modi ecologicamente corretti i materiali riutilizzabili nelle discariche di rifiuti solidi urbani e industriali accumulati nei decenni passati.La finalizzazione dell’agricoltura e dell’allevamento alla crescita della produzione di merci ha causato conseguenze particolarmente negative sulla biosfera: ha dato il contributo più alto alla deforestazione e agli aumenti delle concentrazioni di sostanze climalteranti in atmosfera, ha ridotto la fertilità dei suoli, ha utilizzato quantità crescenti di veleni di sintesi chimica che si concentrano nelle catene alimentari e si diffondono nel ciclo delle acque, ha fatto crescere la percentuale di popolazione mondiale che patisce la fame, ha distrutto l’agricoltura contadina tradizionale. Nell’ambito concettuale della bio-economia e in termini di riduzione dell’impronta ecologica è indispensabile che le attività agricole siano finalizzate a riportare gradualmente al 31 dicembre, dal 15 agosto registrato nel 2015, il giorno in cui l’umanità consuma le risorse rinnovabili che la fotosintesi clorofilliana rigenera nel corso di un anno. Poiché questo obbiettivo non è perseguibile in tempi brevi a livello globale e nemmeno a livello nazionale, l’ambito di riferimento dell’ISIB saranno le esperienze che possono essere realizzate a livello locale. A tal fine la sua attività sarà indirizzata a:- ridurre gli allevamenti e la superficie dei terreni agricoli utilizzati per coltivare cibo per gli animali d’allevamento: questa scelta è fondamentale, non solo per contrastare la fame e la denutrizione della percentuale più povera della popolazione umana, ma anche per ridurre il consumo di risorse rinnovabili con l’obbiettivo di riportare progressivamente il giorno in cui l’umanità arriva a consumare le risorse rinnovabili che l’ecosistema terrestre rigenera nel corso dell’anno alla sua scadenza fisiologica del 31 dicembre;
  • – valorizzare culturalmente, promuovere politicamente e sostenere mediante corsi di formazione lo sviluppo di piccole proprietà agricole e dell’agricoltura contadina di sussistenza con vendita delle eccedenze, la diffusione di forme di commercializzazione diretta dei prodotti agricoli tra produttori e acquirenti, la riduzione dell’uso di prodotti chimici, la massima biodiversità e le filiere corte in funzione della massima autosufficienza alimentare degli ambiti territoriali in cui si pratica questo tipo di agricoltura;
  • aumentare le superfici ricoperte da boschi e foreste.Le ricerche e le proposte nell’ambito dell’agricoltura saranno strettamente correlate con quelle sul consumo di suolo e l’urbanizzazione. In questo settore la riduzione dell’impronta ecologica si può ottenere non solo mediante cambiamenti profondi delle politiche amministrative, ma anche del sistema dei valori e degli stili di vita. Le linee generali dell’impegno dell’ISIB in questa direzione saranno:- favorire l’uso agricolo di terreni non edificati nelle aree urbane e la rinaturalizzazione dei terreni in cui vengono abbattuti edifici fatiscenti non più in uso;- indirizzare le politiche urbanistiche in direzione della rigenerazione urbana mediante la ristrutturazione energetica ed estetica degli edifici, in particolare quelli costruiti dalla seconda metà del secolo scorso; realizzare interventi di forestazione urbana per ridurre l’impermeabilizzazione dei suoli, favorire l’ombreggiamento degli edifici in estate, ridurre la radiazione infrarossa assorbita dall’asfalto e dal cemento; ridefinire i quartieri sul modello dei paesi, con la presenza della maggior parte dei servizi a distanze raggiungibili a piedi.Per poter diventare operative, le proposte di carattere tecnico che consentono di ridurre l’impronta ecologica devono essere percepite come progressi ed essere desiderate come fattori che migliorano la qualità della vita. A tal fine l’ISIB si impegna a individuare e sviluppare gli elementi fondanti di un sistema di valori alternativo a quello che indica nella crescita della produzione e del consumo di merci il senso della vita individuale e sociale. Gli ambiti in cui svilupperà le sue ricerche sono:- la critica all’applicazione del concetto di sviluppo alle società e del concetto di sviluppo sostenibile che ne è stato dedotto;- la riduzione del tempo di lavoro nella vita degli esseri umani, ridimensionandone concettualmente l’importanza nella definizione del loro ruolo sociale e rivalutando il tempo delle attività non produttive, non più connotate come tempo libero dal lavoro, ma come tempo della creatività, delle relazioni, della contemplazione, della conoscenza disinteressata, nell’ottica della priorità data dalla cultura greco-latina all’otium/scholé sul nec-otium, liberata dalla connotazione di stato privilegiato per pochi ed estesa a condizione esistenziale per tutti, nell’ottica della regola benedettina dell’ora et labora.La finalizzazione dell’economia alla crescita della produzione di merci si basa sulla convinzione che tutte le specie viventi, vegetali e animali, non abbiano un valore in sé, ma solo in funzione dell’utilità che la specie umana può ricavare dal loro sfruttamento, che la specie umana abbia il diritto di utilizzarle nei modi più funzionali alle sue esigenze, che la natura e la terra siano un serbatoio di risorse a sua disposizione. In realtà, poiché tutte le forme di vita sono connesse tra loro e con gli ambienti in cui vivono, gli interventi con cui la specie umana accresce il suo dominio sulla natura e lo sfruttamento di altre specie viventi, danneggiano non solo quelle che li subiscono direttamente, ma si estendono a tutte le altre, esseri umani compresi. Le conseguenze sempre più devastanti di queste dinamiche impongono di affrontare il tema dell’estensione del diritto e delle tutele giuridiche a tutte le forme di vita. Per ragioni etiche innanzitutto, perché lo sfruttamento degli animali d’allevamento ha raggiunto forme di crudeltà intollerabili e lo sfruttamento della terra sta estendendo la desertificazione, ma anche per le sofferenze sempre più gravi che la violenza esercitata sulla natura e sulle specie viventi non umane scarica sulla specie umana.Per approfondire queste tematiche l’ISIB istituirà gruppi di lavoro che, a partire da una critica filosofica dell’antropocentrismo come diritto della specie umana di esercitare un dominio assoluto su tutte le altre specie viventi, si proporranno di:- elaborare proposte finalizzate a ripristinare ed estendere i beni comuni e gli usi civici.Nel corso del novecento la letteratura, l’arte, la musica e l’architettura hanno svolto un ruolo determinante nel processo di omologazione culturale sui valori della modernità e nella diffusione di modelli di comportamento di massa funzionali al sistema economico e produttivo industriale. Un contributo non inferiore è stato apportato dal cinema che, a partire dagli anni venti del secolo scorso ha introdotto nell’immaginario collettivo dei paesi occidentali come massima aspirazione esistenziale il desiderio di imitare gli stili di vita consumistici raggiunti dalle famiglie benestanti degli Stati Uniti. La crescita della produzione e dei consumi nei trent’anni successivi alla fine della seconda guerra mondiale ha rafforzato in questi paesi la convinzione che i progressi della scienza e della tecnologia stavano cambiando in meglio il modo di vivere proprio perché stavano costruendo un mondo completamente diverso rispetto al passato. E che il progresso sarebbe stato tanto maggiore quanto più fosse continuata quest’opera. Oggi che quell’euforia è svanita e si vedono le macerie che ha lasciato dietro di sé, e si prevedono scientificamente quelle che lascerà, occorre capire quanto sia stata alimentata da una letteratura, da una musica, da un’arte che della modernità e dell’innovazione hanno fatto il loro vessillo. A tal fine è necessario:- analizzare il ruolo dell’industria culturale nella trasformazione della letteratura, delle arti figurative e della musica in categorie merceologiche e nella loro derubricazione a intrattenimento; nella fase attuale il controllo del mercato di queste attività avviene in forma pressoché monopolistica: le concentrazioni editoriali hanno assunto un andamento analogo alle concentrazioni industriali negli altri settori produttivi, le librerie sono state trasformate in supermercati e i musei d’arte contemporanea in magazzini di catene commerciali multinazionali;- valorizzare e creare collegamenti tra i soggetti imprenditoriali indipendenti che operano nei vari ambiti culturali: case editrici, librerie, gallerie d’arte, locali cinematografici, teatri, siti on line ecc.;
  • – analizzare le possibilità offerte dalle moderne tecnologie informatiche per realizzare modalità autonome di produzione e distribuzione delle opere letterarie, artistiche, musicali, cinematografiche.
  • – studiare e far conoscere gli eretici nei confronti della concezione progressista della storia, del progresso come cesura col passato, della modernizzazione operata dalla società industriale;
  • – studiare l’influenza esercitata dai movimenti d’avanguardia nella diffusione a livello di massa di una mentalità acriticamente propensa a valutare l’innovazione come un valore in sé, a considerare la modernizzazione, l’urbanizzazione e l’industrializzazione come progressi, a identificare il progresso con lo sviluppo e con un avanzamento verso il meglio che si realizza mediante una serie di cesure successive nei confronti del passato;
  • – studiare le costituzioni dei paesi dell’America Latina in cui sono stati introdotti i diritti della natura e delle specie viventi non umane;
  • L’appropriazione delle risorse naturali e la loro mercificazione si sono progressivamente estese, a partire dalle recinzioni delle terre comuni, alle privatizzazioni dei beni demaniali, a volte mascherate da concessioni a prezzi irrisori e per periodi sempre più lunghi, alla privatizzazione di una risorsa indispensabile per la vita, come l’acqua, che occorre ricondurre alla condizione giuridica di bene comune.
  • – la ridefinizione del significato del lavoro nella sua complessità, superando la sua riduzione alla dimensione dell’occupazione, cioè della partecipazione alla produzione di merci in cambio di un reddito monetario, per ridare diritto di cittadinanza al lavoro finalizzato ad autoprodurre beni, all’economia del dono e al lavoro creativo;
  • – l’elaborazione di un parametro di benessere realmente alternativo e non integrativo del prodotto interno lordo, a differenza degli altri indicatori elaborati sino ad ora nel tentativo di salvaguardarne una validità parziale nonostante le evidenti incongruenze che presenta;
  • – incentivare l’alimentazione delle popolazioni urbane con prodotti agricoli coltivati nelle fasce agricole periurbane, per ristabilire un rapporto reciprocamente vantaggioso tra città e campagna, anche attraverso l’uso degli strumenti informatici per stabilire forme di commercializzazione diretta tra produttori e acquirenti;
  • – ridurre le superfici di territorio ricoperte di sostanze inorganiche da uno sviluppo edilizio che non ha più la funzione di rispondere a una domanda di abitazioni, luoghi di lavoro e luoghi di aggregazione sociale, ma di speculare su aree edificabili indipendentemente dall’utilità delle costruzioni che si realizzano;
,

ISPRA, pesticidi nel 63,9% delle acque superficiali

Sono dati preoccupanti quelli che emergono dall’edizione 2016 del Rapporto nazionale pesticidi nelle acque pubblicato dall’ISPRA. I dati si riferiscono al biennio 2013 – 2014 e registrano una significativa crescita dei punti di controllo risultati contaminati. Tra le sostanze spesso al di sopra dei limiti figura anche il glifosato, erbicida da alcuni mesi al centro dell’attenzione anche a livello europeo. Allarmante appare anche la diffusione dei così detti ‘cocktail’, miscele di sostanza diverse i cui effetti sull’uomo sono di difficile valutazione.

La rete di rilevamento dei pesticidi

Il rapporto pubblicato dall’ISPRA si basa su una serie di dati ottenuti tramite campionamento delle acque superficiali e sotterranee e raccolti dalle Agenzie regionali per la protezione dell’ambiente. Per il 2014 in particolare l’indagine ha preso in considerazione 3.747 punti di campionamento sui quali sono stati eseguiti 14.718 campioni. Nella analisi sono state ricercate un totale di 365 sostanze differenti, andando in questo modo ad ampliare lo spettro di ricerca rispetto ai dati del 2012 (335 sostanze ricercate). Nel biennio 2013 – 2014 i campioni eseguiti sono stati complessivamente 29.220 e su questi sono state eseguite 1.351.718 misure analitiche. Nelle analisi sono state rilevate 224 sostanze diverse con una prevalenza degli erbicidi; in forte crescita rispetto al passato la presenza di fungicidi e insetticidi anche per effetto del più ampio spetto di sostanze ricercate.

Per interpretare correttamente i dati occorre anche sottolineare come la rete di monitoraggio non sia uniforme sul territorio. Di due regioni, la Calabria ed il Molise, non si dispone di dati mentre sono 5 le regioni per le quali non sono disponibili dati sulle acque sotterranee. Va inoltre evidenziato che nelle cinque regioni della pianura padano-veneta si concentra quasi il 60% dei punti di monitoraggio della rete nazionale. Infine va precisato che la presenza di diversi pesticidi è stata cercata solo da alcune regioni determinando in questo modo dati non del tutto omogenei sul territorio nazionale.

Cala l’uso di fitosanitari

Nella categoria dei pesticidi rientrano da un punto di vista normativo sia prodotti fitosanitari (su cui esistono dati storici sulle vendite) che biocidi (su cui mancano dati completi).

Nel solo 2014 in Italia sono state utilizzate in agricoltura circa 130 mila tonnellate di prodotti fitosanitari contenenti oltre 400 tipi di sostanze differenti. Rispetto ai dati del 2001 l’uso di questi prodotti è in calo del 12% a testimonianza di come l’impiego di sostanze chimiche in agricoltura avvenga oggi in maniera più cautelativa. A fronte di questi numeri però i dati mostrano come il numero di punti contaminati da pesticidi tra il 2003 ed il 2014 sia aumentato del 20% per le acque superficiali e del 10% per le acque sotterranee. Dati solo in apparenza contraddittori che, fa notare l’ISPRA, si spiegando tenendo conto di due fattori: da un lato in molte regioni del centro – sud sono emerse con ritardo contaminazioni prima non rilevate; dall’altro la presenza di pesticidi nell’ambiente è influenzata dalla persistenza di queste sostanza nel tempo e dalla caratteristiche dei terreni attraversati.

Pesticidi nelle acque

Per le acque superficiali il rapporto ISPRA indica come nel 63,9% dei 1.284 punti di monitoraggio sia stata rilevata la presenza di pesticidi. In 274 punti di monitoraggio, pari al 21,3% del totale, i dati rilevati sono risultati superiori ai limiti di qualità ambientali. Tra le sostanze che più di frequente hanno superato i limiti figura anche il glifosato assieme al suo metabolita AMPA. Geograficamente la presenza di pesticidi nelle acque superficiali raggiunge punte del 90% in Toscana e del 95% in Umbria.

Non molto migliore è la situazione delle acque sotterranee che, almeno da un punto di vista geologico, dovrebbero risultare più protette dalla contaminazione. Nel 31,7% dei 2.463 punti di controllo considerati le acque sono risultate contaminate da pesticidi. In 170 punti di rilevamento, pari al 6,9% del totale, sono stati rilevati valori superiori ai limiti. Friuli Venezia Giulia (68,6%) e Sicilia (76%) le regioni in cui si registra il più alto tasso di contaminazione delle acque sotterranee.

Il glifosato e le miscele di pesticidi

Come accennato il glifosato è tra i pesticidi più frequentemente individuati nelle acque superficiali con valori spesso al di sopra dei limiti. Su questo erbicida è in corso una dura battaglia politica a livello comunitario tra paesi che ne chiedono la messa al bando (tra cui l’Italia) ed altri che invece ne vorrebbero estendere l’autorizzazione all’uso anche per i prossimi anni. Forti dubbi sull’uso del glifosato come erbicida in agricoltura sono stati sollevati da uno studio dell’International Agency for Research on Cancer (IARC) che nel 2015 ha classificato la sostanza come probabilmente cancerogena.

Altro dato che viene sottolineato nel rapporto ISPRA sui pesticidi riguarda le miscele di diverse sostanze (fino a 48) rilevate in alcuni campioni. Mentre i livelli delle singole sostanze prese individualmente possono essere inferiori ai limiti, ben poco si sa dell’azione combinata di cocktail di sostanze sulla salute umana. Molti studi suggeriscono che la tossicità di una miscela di sostanze sia sempre superiore a quella delle singole componenti e che di conseguenza una corretta stima del rischio dovrebbe prevedere limiti specifici.

Photo Credits | ISPRA

Fonte: Ecologie.com

, , ,

G7 e costi nascosti dei combustibili fossili

Alla vigilia del prossimo summit dei Capi di Stato e di Governo del G7 in Giappone (Ise-Shima, 26-27 maggio 2016), 82 organizzazioni di 30 Paesi (per l’Italia, l’Associazione Medici per l’Ambiente – ISDE), che rappresentano più di 300.000 medici, paramedici e professionisti della sanità pubblica, hanno sottoscritto un Documento dal titolo “Global Health Professionals Call for Transition Away from Coal”.

Considerato che all’odg del vertice ci sono anche le modalità per rafforzare le risposte efficaci per la salute pubblica e per garantire la fornitura di servizi sanitari per tutta la durata della vita degli individui, in linea gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile al 2030, deliberati dall’Assemblea delle Nazioni Unite lo scorso settembre, si chiede di accelerare sull’uscita dal carbone quale fonte energetica, poiché l’impegno preso l’anno scorso al G7 in Germania di eliminare gradualmente le sovvenzioni alle fonti fossili entro la fine del secolo non costituisce una road map adeguata alle emergenze sanitarie che i cambiamenti climatici e l’inquinamento atmosferico stanno determinando a livello globale.
Viceversa, l’eliminazione dell’inquinamento atmosferico causato dalle centrali elettriche a carbone produrrebbe immediati effetti positivi sulla salute degli individui e risparmi notevoli per l’assistenza sanitaria. Inoltre, l’uscita dal carbone, si afferma nel documento, rallenterebbe i cambiamenti climatici, riducendo morti e malattie attuali e future connesse all’inquinamento, alle ondate di calore, agli incendi, alle inondazioni, alla siccità e alla malnutrizione.

hidden costs of our energy supply
Il tema dei costi nascosti dei combustibili fossili è stato pure oggetto di un Brief paper  (“The True Cost of Fossil Fuels: Saving on the Externalities of Air Pollution and Climate Change”), diffuso il 20 maggio 2016 dall’Agenzia Internazionale per le Energie Rinnovabili (IRENA), secondo cui se si raddoppiasse al 2030 la quota di energie rinnovabili nel mix energetico globale si eviterebbero 4 milioni di morti all’anno e si risparmierebbero fino a 4.200 miliardi di dollari all’anno per le “esternalità” connesse alle spese per la salute, ovvero 15 volte di più delle spese che sarebbero necessarie per raddoppiare il “peso” al 2030 delle energie rinnovabili.

Il Brief sviluppa i risultati del Rapporto “REmap: Roadmap for a Renewable Energy Future” che IRENA aveva pubblicato in marzo.
Stiamo già vedendo che le fonti rinnovabili competono testa a testa con le fonti dei combustibile tradizionali e di vincere – ha affermato il Direttore del Centro di Innovazione e Tecnologia di IRENA, Dolf GielenQualora siano considerati tutti i costi e benefici, le energie rinnovabili diventano un’opzione ancora più attraente. Al fine di comprendere il vero costo dell’energia e prendere decisioni politiche di conseguenza, i costi esterni connessi con l’uso di combustibili fossili devono essere incorporati nei prezzi energetici”.

Il calo maggiore di inquinanti deriverebbe, secondo l’Agenzia, dal settore energetico, soprattutto per effetto della riduzione dell’uso di carbone, seguito dai trasporti, grazie al miglioramento della qualità dell’aria nelle città. In termini assoluti, a trarre i maggiori benefici per i risparmi in termini di salute, sarebbero Cina, India, Indonesia e Stati Uniti, insieme a tutti i Paesi in via di sviluppo dove l’uso delle bioenergie tradizionali verrebbe progressivamente eliminato.

Tuttavia, con le attuali politiche e piani nazionali vigenti, la domanda di combustibili fossili è destinata a crescere del 40% tra il 2010 e il 2030, aumentando così i livelli attuali di inquinamento dell’aria interna ed esterna, mentre raddoppiare la quota di energie rinnovabili nel mix energetico globale, ridurrebbe l’uso di carbone, petrolio e gas naturale, rispettivamente, del 36%, 20% e 15%.
Oggi, quattro dollari vengono spesi per sovvenzionare il consumo di combustibili fossili per ogni dollaro speso per sussidi alle energie rinnovabili – ha aggiunto Gielen – Con gli attuali prezzi ai minimi storici di petrolio, gas e carbone è ora più facile che mai per i governi apportare correzioni a questa situazione. Questo breve rapporto aiuta a chiarire il costo reale dell’energia, e così facendo, incoraggia l’adozione di politiche che permettano di incrementare l’implementazione delle energie rinnovabili“.

Fonte: Regioneambiente.it

, , , , , ,

La siccità del mediterraneo orientale

Pubblicata sul Journal of Geophysical Research, la ricerca “Spatiotemporal drought variability in the Mediterranean over the last 900 years”, condotta dalla NASA rileva che la recente siccità che ha avuto inizio nel 1998 nella regione levantina del Mediterraneo orientale, che comprende Cipro, Israele, Giordania, Libano, Palestina, Siria e Turchia, è con ogni probabilità la peggiore siccità degli ultimi nove secoli.

Gli scienziati hanno ricostruito la storia della siccità del Mediterraneo, come parte dei lavori in corso per migliorare i modelli computerizzati di simulazione del clima, attraverso lo studio degli anelli degli alberi per stabilire le variazioni intercorse delle precipitazioni: anelli sottili indicano anni di siccità; mentre quelli larghi mostrano l’abbondanza d’acqua.
Oltre a identificare gli anni più aridi, il team di scienziati ha scoperto i modelli nella distribuzione geografica della siccità che forniscono un’ “impronta digitale” per identificare le cause sottese. Nell’insieme, i dati mostrano l’intervallo di variazione naturale dei periodi di siccità nel Mediterraneo, che permetterà agli scienziati di distinguere quelli più intensi determinati dal riscaldamento globale indotto dall’uomo.

La rilevanza e l’importanza dei cambiamenti climatici di origine antropica ci impone di comprendere l’intera gamma di variabilità naturale del clima – ha dichiarato Ben Cook, l’autore principale della ricerca e climatologo del Goddard Institute della NASA per gli Studi spaziali e del Lamont Doherty Earth Observatory della Columbia University di New York – Se osserviamo i recenti avvenimenti iniziamo a rilevare le anomalie che si trovano al di fuori di questo intervallo di variabilità naturale, allora possiamo dire con una certa sicurezza a che cosa assomiglia questo particolare evento o questa serie di eventi e quanto è stato il contributo dell’uomo nel determinare i cambiamenti climatici”.

Cook e i suoi colleghi hanno utilizzato i dati sugli anelli degli alberi dell’ “Old World Drought Atlas” per capire meglio la frequenza e la gravità delle siccità verificatesi nel Mediterraneo nel passato. Negli anni compresi tra il 1100 e il 2012, i ricercatori hanno scoperto che le siccità record testimoniate dagli anelli degli alberi corrispondono a quelle descritte nei documenti storici dell’epoca.
Dei dati OWDA gli scienziati si  erano avvalsi anche per spiegare la caduta dell’Impero Khmer e l’abbandono da parte della popolazione della città di Angkor (Cambogia).

La gamma di variabilità di periodi estremamente aridi o piovosi è piuttosto ampia, ma la recente siccità che ha colpito tra il 1998-2012 la regione orientale del Mediterraneo, e tuttora persiste, è di circa il 50% maggiore degli ultimi 500 anni e del 10-20% degli ultimi 900 anni.

mappa mediterraneo

Gennaio 2012. Le tonalità di marrone mostrano le riserve di acqua nella regione del Mediterraneo rispetto allo stoccaggio idrico medio del periodo 2002-2015.
I dati sono desunti dai satelliti GRACE (Gravity Recovery And Climate Experiment), missione congiunta della NASA e l’Agenzia spaziale tedesca) (Fonte: NASA/Goddard Institute).
La copertura di dati su una vasta area ha permesso al team di scienziati non solo di osservare le variazioni nel tempo, ma anche i cambiamenti geografici in tutta la regione.
In altre parole, quando nel Mediterraneo orientale c’è siccità, questa si verifica anche nell’Occidente?
La risposta è sì, nella maggior parte dei casi – ha sottolineato Kevin Anchukaitis, co-autore e scienziato del clima presso l’Università dell’Arizona di Tucson – Questo vale sia per l’attuale società che per le civiltà del passato, ovvero se una regione sta soffrendo le conseguenze della siccità, queste condizioni sono suscettibili di persistere in tutto il bacino del Mediterraneo. Non è necessariamente possibile fare affidamento sulla ricerca di migliori condizioni climatiche in una regione piuttosto che in un’altra, così da avere la potenziale distruzione su larga scala dei sistemi alimentari, nonché potenziali conflitti per l’accaparramento delle risorse idriche”.

I ricercatori, inoltre, hanno osservato che quando la parte settentrionale del Mediterraneo (Grecia, Italia, coste di Francia e Spagna) tende ad avere scarsità di precipitazioni, la parte orientale del Nord Africa è piovosa, e viceversa. Queste relazioni est-ovest e nord-sud hanno aiutato il team a capire quali siano le condizioni oceaniche  ed atmosferiche che portano a periodi secchi o umidi.

I due principali modelli di circolazione che influenzano il verificarsi di periodi siccitosi nel Mediterraneo sono la North Atlantic Oscillation (gennaio-aprile) ovvero la differenza di pressione tra l’Anticiclone delle Azzorre e la Depressione d’Islanda, e l’East Atlantic Pattern (aprile-giugno) che segnala le anomalie delle temperature dell’Atlantico orientale. Questi flussi d’aria descrivono come i venti e il tempo tendano a comportarsi a seconda delle condizioni oceaniche. Hanno fasi periodiche che evitano a lungo il formarsi di tempeste nel Mediterraneo e provocano il formarsi di aria più calda, con la conseguenza che l’assenza di piogge e le elevate temperature fanno aumentare l’evaporazione dai terreni e provocano siccità.
Questo studio dimostra che l’andamento di questo recente periodo di siccità della regione orientale del Mediterraneo è del tutto anomalo rispetto agli altri livelli record che si sono registrati nei secoli scorsi, indicando che quest’area risente già gli effetti del riscaldamento del Pianeta indotto dall’uomo – ha commentato Yochanan Kushnir, climatologo presso il Lamont Doherty Earth Observatory, non direttamente coinvolto nella ricerca – La variabilità dei periodi di eccezionale siccità intervenuti negli ultimi 900 anni costituisce un importante contributo che verrà utilizzato per perfezionare i modelli computerizzati per proiettare il rischio di siccità nel XXI secolo”.

La situazione non sembra allarmare troppo i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo Centro-occidentale, che continuano a far finta di niente, come se la questione non li riguardasse, salvo poi voler distinguere chi scappa per le guerre dai rifugiati climatici e disconoscere come la questione mediorientale abbia avuto una escalation anche a seguito della grave siccità che ha colpito quella che, storicamente, è stata la regione della “Mezzaluna fertile”.

In copertina:
Donne al lavoro nei campi del nord-est della Siria colpita da grave siccità che viene considerata una delle concause della grave crisi socio-economica del Paese.