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Una lavatrice di plastica: come i tessuti stanno inquinando i mari

Forse non ci si pensa spesso, ma buona parte dei nostri indumenti sono letteralmente prodotti di plastica. I tessuti acrilici e di poliestere, infatti, sono sempre più diffusi e utilizzati, ma non senza costi per l’ambiente.
Una ricerca dell’Università britannica di Leeds ha mostrato come ogni volta che queste fibre vengono lavate in lavatrice rilascino una quantità consistente di microparticelle.

 

Cosa contiene un carico da 6 chilogrammi

I ricercatori hanno dimostrato che per ogni lavaggio in cui la lavatrice è caricata con 6 chilogrammi di indumenti sintetici, in mare finiscono mezzo milione di fibre di poliestere e 700mila fibre di acrilico.
Si tratta di particelle microscopiche, spesso più piccole del diametro di un capello, ma che vanno ad aumentare l’inquinamento da micro plastiche. «Il risultato delle ricerche ci ha lasciato sorpresi – ha detto la biologa marina Imogen Napper -. Non pensavamo che si trattasse di un fenomeno di tale portata».

Le responsabilità dei produttori di tessuti

Quello delle fibre sintetiche è un fenomeno inquinante nascosto, ma con effetti su scala mondiale. Per questo, c’è bisogno dell’impegno da parte delle aziende del settore, come ha spiegato il ricercatore dell’Università di Leeds Richard Blackburn. «I produttori devono iniziare a porsi questa domanda: cosa avviene quando una fibra viene utilizzata quotidianamente e lavata? L’attenzione alla sostenibilità deve diventare una priorità. Le persone spesso non ci pensano, ma si tratta di un fenomeno di immensa portata».

Fonte: Rivistanatura.com

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Liberare l’economia dall’abbraccio mortale con lo sviluppo

    Il concetto di sviluppo indica la liberazione da uno sviluppo che impedisce l’esplicazione di una potenzialità. In biologia descrive la successione delle fasi in cui ogni essere vivente, a partire dal concepimento, matura progressivamente nel periodo della crescita le capacità insite nel patrimonio genetico della propria specie d’appartenenza.

Nella fotografia analogica descrive il procedimento che rende visibile un’immagine latente in un supporto fotosensibile. In geometria la distensione su una superficie piana di una figura geometrica solida. Tutti i processi di sviluppo sono caratterizzati dall’uniformità. Se non si completano rigorosamente tutte le loro fasi nelle successioni e nei tempi previsti, lo sviluppo non arriva a buon fine: gli esseri viventi subiscono delle limitazioni, la fotografia non rispecchia la realtà che il fotografo si proponeva di rappresentare, il disegno non riporta fedelmente le misure e le proporzioni del solido geometrico a cui si riferisce.

In economia il concetto di sviluppo è stato utilizzato per la prima volta dal neo-eletto presidente degli Stati Uniti Harry Truman nel suo discorso d’insediamento alla Casa Bianca il 20 gennaio 1949. In quel discorso lo sviluppo economico veniva presentato come un processo di liberazione delle potenzialità della tecnologia dal viluppo delle limitazioni che le pone la finalizzazione dell’economia alla sussistenza. Nei Paesi in cui questo processo era avvenuto, i progressi della tecnologia avevano consentito di accrescere il potere degli esseri umani sulla natura, la produzione di merci e il benessere delle popolazioni. Per questo motivo il neo-Presidente degli Stati Uniti li definiva sviluppati, mentre definiva sottosviluppati i Paesi ancora prevalentemente caratterizzati da un’economia di sussistenza e da un modesto sviluppo tecnologico. La differenza dei livelli di benessere tra gli uni e gli altri era oggettivamente misurabile in termini di divario del reddito pro-capite (il valore monetario del prodotto interno lordo diviso per il numero degli abitanti). In realtà il reddito fornisce la misura del potere d’acquisto, cioè della possibilità di comprare sotto forma di merci la maggior parte dei beni di cui si ha bisogno o si desiderano. Non può prendere in considerazione i beni che si autoproducono, o vengono scambiati sotto forma di dono reciproco del tempo nell’ambito di rapporti comunitari, perché non si ottengono comprandoli e, quindi, non hanno un prezzo. Nelle società in cui il saper fare è un elemento significativo del patrimonio culturale condiviso, le persone sono in grado di autoprodurre una parte dei beni di cui hanno bisogno, gli orti familiari sono diffusi e i rapporti di solidarietà non sono stati totalmente sostituiti da rapporti commerciali, il reddito pro-capite è inferiore a quello delle società in cui le persone non sanno fare nulla e devono comprare tutto, la maggior parte della popolazione vive in aree urbane e non può coltivare nulla, i rapporti di solidarietà sono stati sostituiti da rapporti commerciali e dalla competizione, o dall’indifferenza nei confronti degli altri, il lavoro è stato appiattito sull’occupazione, cioè sullo svolgimento di attività che non hanno alcuna attinenza con la soddisfazione dei bisogni esistenziali di chi le compie, ma offrono in cambio un reddito monetario con cui si può comprare tutto ciò che serve per vivere. Utilizzando il criterio di valutazione introdotto dal neo-presidente americano Truman e ormai generalizzato, le società del primo tipo sono sottosviluppate, ma non per questo se ne può dedurre che il loro livello di benessere sia inferiore a quello del secondo tipo di società che, invece, sono sviluppate. Nonostante costituisca da allora un caposaldo dell’immaginario collettivo, sia dei sostenitori del pensiero dominante, sia dei suoi avversari, non è detto che il benessere sia direttamente proporzionale all’entità del reddito pro-capite e cresca in proporzione con la sua crescita. Ciò non vuol dire che non ci sia nessuna attinenza tra il benessere e il reddito, né che il benessere diminuisca, o quanto meno non cresca, col crescere del reddito. Il contrario di una proposizione non vera non è necessariamente vero.

La produzione di merci è indispensabile per migliorare il benessere, perché nessun individuo e nessuna comunità in cui il legame sociale sia costituito dalla solidarietà, o dall’economia del dono, come è stata definita da Marcel Mauss, sono in grado di produrre autonomamente e di scambiare senza l’intermediazione del denaro tutto ciò che è necessario per vivere, o rende piacevole la vita. Le economie di sussistenza non hanno mai fatto a meno della produzione di merci e del mercato. Il benessere sociale cresce al crescere della quantità e della varietà delle merci che si possono acquistare, a integrazione dei beni che si autoproducono o si scambiano sotto forma di dono reciproco del tempo. La compravendita delle eccedenze della produzione agricola per autoconsumo, dei beni prodotti dagli artigiani e dei servizi forniti da personale specializzato (dai medici ai professionisti, agli insegnanti) danno un contributo insostituibile al miglioramento della qualità della vita. La produzione di merci e il mercato sono elementi costitutivi delle attività economiche, tanto quanto l’autoproduzione e gli scambi non mercantili. Se però lo sviluppo, cioè l’aumento del reddito monetario pro-capite, diventa il criterio di valutazione  del benessere di una società, tutte le attività produttive vengono progressivamente indirizzate alla crescita della produzione di merci. L’economia diventa economia di mercato non quando ci sia un mercato in cui si scambiano merci con denaro, ma quando si produce tutto per il mercato. Di conseguenza tutte le forme di autoproduzione e di scambi non mercantili basati sulla solidarietà diventano freni allo sviluppo della mercificazione, per cui vengono ostacolati e repressi in vari modi: con apposite misure legislative, con la loro svalutazione nel sistema dei valori condivisi, con la cancellazione delle conoscenze necessarie al saper fare dall’ambito della cultura, con l’esaltazione della concorrenza come fattore di progresso, con l’identificazione del benessere col tantoavere. Le innovazioni tecnologiche vengono finalizzate all’aumento della produttività e i danni ambientali che spesso vengono causati per accrescerla, non vengono nemmeno presi in considerazione. Le risorse ambientali vengono considerate infinite o infinitamente riproducibili. I beni comuni vengono privatizzati. L’unica forma di lavoro socialmente riconosciuta è l’occupazione. Chi lavora per produrre beni per autoconsumo e non per produrre merci in cambio di un reddito che consenta di comprarle, viene inserito nella categoria delle non forze di lavoro. La povertà e la ricchezza vengono misurate con il livello del reddito monetario.

L’introduzione del concetto di sviluppo in economia è avvenuta nella fase storica in cui gli Stati Uniti avevano completato la trasformazione della loro economia in economia di mercato, riducendo al minimo l’autoproduzione e gli scambi non mercantili. Affinché la loro economia e il loro reddito pro-capite potessero continuare a crescere, avevano bisogno di estendere la possibilità di vendere le loro merci al di fuori dei loro confini e di acquisire al di fuori dei loro confini le materie prime necessarie a sostenere la loro crescita economica. Dovevano fare in modo che i Paesi sottosviluppati si inserissero nel circuito economico e produttivo dei Paesi sviluppati. Pertanto, era necessario che, nei Paesi in cui gran parte delle attività produttive erano ancora finalizzate alla sussistenza, aumentasse il numero dei consumatori di merci e di conseguenza il numero dei produttori di merci, perché soltanto chi lavora in cambio di un reddito monetario, e non per produrre ciò che gli serve per vivere, è in grado di, e non può far altro che, acquistare sotto forma di merci tutto ciò di cui ha bisogno. Per questo motivo il neo-presidente Truman proponeva agli Stati Uniti di fornire ai popoli che definiva sottosviluppati, perché non erano stati capaci di sviluppare le potenzialità che nella sua visione del mondo caratterizzano il patrimonio genetico di tutte le società, l’assistenza tecnologica necessaria a diventare Paesi in via di sviluppo. In questo modo, non solo estendeva l’egemonia culturale del modello americano sui popoli del terzo mondo, presentandosi come il ricco filantropo che aiuta il povero a superare le sue difficoltà, ma si accattivava il consenso delle grandi compagnie industriali americane, aprendo ad esse grandi spazi di mercato in cui vendere le loro tecnologie, o in cui utilizzarle per estrarre le materie prime, in particolare le energie fossili, di cui i Paesi industrializzati avevano bisogno per continuare a crescere. Inoltre contava di contrastare efficacemente la politica internazionale dell’Unione Sovietica, che si proponeva di guidare verso la costituzione di Stati socialisti le lotte di liberazione di quei popoli dal colonialismo.

Bastarono venti anni per rendersi conto che la finalizzazione dell’economia allo sviluppo stava creando problemi sempre più gravi a livello ambientale, sia perché i consumi delle risorse non rinnovabili, in particolare delle fonti fossili, ne rendevano sempre più costoso tecnicamente e più problematico politicamente l’approvvigionamento, sia perché la finalizzazione delle innovazioni tecnologiche all’aumento della produttività causava forme di inquinamento sempre più gravi. Inoltre, gli aiuti allo sviluppo dei popoli sottosviluppati anziché accrescere il loro benessere, accrescevano la ricchezza degli strati sociali più ricchi e la povertà degli strati sociali più poveri. Nei Paesi in via di sviluppo lo spostamento dall’economia di sussistenza all’economia di mercato fu attuato a partire dall’agricoltura, con la cosiddetta rivoluzione verde (così chiamata anche in contrapposizione con la rivoluzione rossa a cui l’Unione Sovietica tentava di indirizzare i movimenti di liberazione di quei popoli). Per accrescere i rendimenti agricoli furono selezionate geneticamente varietà vegetali più produttive, che però richiedevano maggiori quantità d’acqua, l’uso di fertilizzanti chimici, fitofarmaci, macchinari agricoli e carburante. I loro semi erano sterili e dovevano essere acquistati ogni anno dai produttori. L’adozione di queste innovazioni richiedeva investimenti che non potevano essere effettuati dai contadini poveri. Inoltre, i fertilizzanti di sintesi e la monocoltura delle essenze più produttive impoverivano progressivamente il contenuto humico dei suoli e accrescevano la dipendenza dell’agricoltura dalle industrie chimiche dei Paesi nord-occidentali. La rivoluzione verde accentuò la dipendenza dei Paesi sottosviluppati dai Paesi sviluppati, gli aiuti allo sviluppo accrebbero i loro debiti, i contadini poveri persero la possibilità di soddisfare le loro esigenze vitali con l’agricoltura di sussistenza e furono costretti a emigrare nelle baraccopoli che si espandevano ai margini delle città.

Nei primi anni settanta del secolo scorso i problemi ambientali e sociali causati dalla finalizzazione dell’economia allo sviluppo non potevano più essere ignorati. Nel 1970 il Club di Roma, un’associazione internazionale promossa da dirigenti industriali, imprenditori e docenti universitari, commissionò a un gruppo di studiosi del Massachusetts Institute of Technology uno studio previsionale sul futuro dell’umanità se cinque fattori critici avessero continuato a crescere con gli stessi incrementi che avevano avuto dalla fine della seconda guerra mondiale: l’aumento della popolazione, la produzione di alimenti, la produzione industriale, l’esaurimento delle risorse non rinnovabili e l’inquinamento. Dallo studio, pubblicato nel 1972 in italiano col titolo I limiti dello sviluppo (in inglese era Limits to growth) risultò che entro il XXI secolo sarebbero stati superati i limiti della compatibilità ambientale e si sarebbe arrivati al collasso. Nello stesso anno fu convocata a Stoccolma la prima conferenza mondiale sull’Ambiente umano, in cui si cominciò a prendere in considerazione il fatto che la tutela ambientale non era meno importante dello sviluppo economico per la qualità della vita. Nell’autunno del 1973 scoppiò la prima crisi petrolifera e tutti i Paesi sviluppati furono costretti a varare drastiche misure di riduzione dei consumi energetici. Sempre in quegli anni cominciarono a manifestarsi tre forme d’inquinamento globali: le piogge acide, il buco nell’ozono e l’effetto serra, da cui si evinceva che l’apparato tecno-industriale aveva raggiunto una potenza tale da modificare gli equilibri della biosfera in un senso sfavorevole per l’umanità. L’idea che lo sviluppo fosse la realizzazione delle potenzialità insite nel patrimonio genetico delle società umane cominciò a vacillare e nelle conferenze mondiali, convocate per cercare di attenuare i problemi che creava, si cominciò a sostenere che occorreva definirne meglio le connotazioni, perché non ogni tipo di sviluppo può essere considerato positivo. Si cominciò a dire che occorreva un nuovo modello di sviluppo, senza peraltro andare molto oltre la definizione; che lo sviluppo per essere buono doveva essere sostenibile e/o durevole e via aggettivando; che non bisognava confondere lo sviluppo, che ha una valenza qualitativa, con la crescita economica, che ha una connotazione esclusivamente quantitativa. Da questa distinzione sarebbe stato logico far derivare un disaccoppiamento tra i due concetti e, quindi, la possibilità di perseguire uno sviluppo senza crescita, o anche associato a una decrescita. Cosa impossibile da concepire in un sistema economico che continuava e continua a identificare la quantità con la qualità, come è stato ribadito anche da papa Benedetto XVI nell’Enciclica Caritas in Veritate (2009), dove, al punto 14, si legge che è «un grave errore disprezzare le capacità umane di controllare le distorsioni dello sviluppo o addirittura ignorare che l’uomo è costitutivamente proteso verso l’essere di più». Non è necessario essere teologi per sapere che nella concezione cristiana l’uomo è costitutivamente proteso verso l’essere meglio e basta l’esperienza quotidiana della vita per verificare che non sempre il più coincide col meglio, mentre spesso capita d’imbattersi in situazioni in cui è il meno a costituire un miglioramento. La stessa identificazione tra quantità e qualità è stata implicitamente sostenuta da chi ha affermato che il fine delle attività produttive sia perseguire una crescita qualitativa, senza specificare le ragioni per cui escludeva che anche la decrescita potesse avere connotazioni di qualità. Da questi tentativi di assegnare a un concetto connotazioni incompatibili con il suo significato, la logica è uscita malconcia, ma, quel che è peggio, i problemi causati dalla finalizzazione dell’economia allo sviluppo sostenibile o alla crescita qualitativa, che dir si voglia, sono rimasti irrisolti e si sono aggravati.

Il tentativo più efficace di ridare al concetto di sviluppo la credibilità che aveva perso quando si cominciò a capire che era la causa determinante della crisi ecologica, fu effettuato nel 1987 dalla Commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo istituita dall’Onu e presieduta dall’ex primo ministro norvegese Gro Harlem Brundtland, che lo sganciò, ma solo concettualmente, dal suo legame simbiotico con la crescita della produzione di merci per agganciarlo alla sostenibilità. Nel rapporto finale della commissione, intitolato Our Common Future, veniva formulato per la prima volta il concetto di sviluppo sostenibile, che veniva così definito: «uno sviluppo che soddisfi i bisogni delle generazioni presenti senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri». In questa definizione la sostenibilità non è l’obbiettivo da raggiungere per ridurre l’impatto dello sviluppo sull’ecosistema terrestre, ma una connotazione che le generazioni attuali devono conferire allo sviluppo per consentire che le generazioni future possano continuare a fare altrettanto. Più che di sviluppo sostenibile si sarebbe dovuto parlare di sviluppo durevole, come alcuni hanno fatto. Lo sviluppo non veniva ridefinito in funzione della sua sostenibilità, ma la sostenibilità veniva valorizzata come connotazione indispensabile per dare continuità allo sviluppo. Le applicazioni pratiche di questa impostazione furono i progressi delle tecnologie che accrescono l’efficienza nell’uso delle risorse non rinnovabili, in modo di consumarne di meno per ogni unità di prodotto, e delle tecnologie meno impattanti sugli ambienti, soprattutto per ridurre l’incidenza dei disastri ambientali che avevano cominciato a instillare nell’opinione pubblica forti dubbi sulla bontà dello sviluppo. Del resto, per quale motivo si sente la necessità di parlare di sviluppo sostenibile se non per prendere le distanze da uno sviluppo che non lo è? Se non per ridare credibilità a un’idea che l’ha persa? L’impegno maggiore venne riservato allo sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili e, in subordine, dell’efficienza energetica. Con una resipiscenza tardiva, dopo aver interrato o bruciato dagli anni cinquanta del secolo scorso quantità crescenti di rifiuti, l’attenzione è stata recentemente rivolta al recupero dei materiali che contengono, facendo diventare di gran moda lo slogan dell’economia circolare e inducendo gli spiriti semplici a credere che si possa attivare una sorta di moto produttivo perpetuo a ridotto impatto ambientale utilizzando i materiali contenuti negli oggetti dismessi per produrre nuovi oggetti. Le tecnologie che aumentano l’efficienza nell’uso delle risorse e riducono l’inquinamento dei processi produttivi sono una cosa buona, ma i vantaggi che offrono vengono annullati, come in una gigantesca fatica di Sisifo, se contestualmente continua ad aumentare la quantità della produzione. Se il fine dell’economia resta lo sviluppo, la sostenibilità del sistema economico e produttivo non aumenta anche se aumenta la sostenibilità di alcuni processi produttivi. L’economia finalizzata allo sviluppo non può essere sostenibile. Lo sviluppo sostenibile è un ossimoro.

Ma cos’è la sostenibilità? Per definire con precisione il concetto di sostenibilità, uscendo dalla genericità con cui viene usato, occorre metterlo in relazione con la fotosintesi clorofilliana, l’unico processo biochimico che produce l’energia di cui hanno bisogno tutte le specie viventi. Ogni giorno il sole invia sulla terra una quantità di energia luminosa, che viene utilizzata dalla vegetazione per sintetizzare molecole di anidride carbonica con molecole d’acqua e ricavarne molecole di uno zucchero semplice, il glucosio, che successivamente concorrono a formare le molecole complesse che costituiscono la struttura dei vegetali (cellulosa e lignina), e quelle che li nutrono e nutrono attraverso le catene alimentari tutte le specie viventi (lipidi, proteine, vitamine, carboidrati). La fotosintesi clorofilliana assorbe l’anidride carbonica emessa dall’espirazione di tutti i viventi, compresi i vegetali, e genera l’ossigeno necessario alla loro respirazione. Per 8.000 secoli questo scambio è rimasto in equilibrio: tanta anidride carbonica emessa dall’espirazione dei viventi veniva metabolizzata dalla vegetazione quanto ossigeno veniva emesso dalle piante e inspirato da tutti i viventi. Dalla seconda metà del XIX secolo e, con intensità crescente nel XX, questo equilibrio si è rotto perché gli esseri umani da una parte hanno accresciuto le emissioni di anidride carbonica bruciando quantità crescenti di fonti fossili per ricavare l’energia necessaria allo svolgimento dei processi produttivi e al sistema dei trasporti, d’altra hanno ridotto la fotosintesi clorofilliana disboscando per fare posto all’agricoltura e alle aree urbane. L’anidride carbonica eccedente le capacità di sintesi della vegetazione si è progressivamente accumulata nell’atmosfera, aumentando la sua concentrazione nel miscuglio di gas che compongono l’aria, dalle 270 parti per milione in cui si era stabilizzata da 8.000 secoli a 380 nel secolo scorso e a 410 nei primi 15 anni di questo secolo. Poiché l’anidride carbonica trattiene all’interno dell’atmosfera una parte della radiazione infrarossa che il sole invia sulla terra e la terra rimbalza verso lo spazio, nel XX secolo la temperatura media del pianeta è aumentata di 0,8 °C e si è innescato un cambiamento climatico di cui l’umanità ha appena iniziato a subire le conseguenze. In questo contesto la finalizzazione delle attività economiche e produttive alla sostenibilità richiede l’adozione di tecnologie, di misure di politica economica e di stili di vita che consentano di ricondurre le emissioni di anidride carbonica a quantità metabolizzabili dalla fotosintesi clorofilliana. Questo obbiettivo può essere perseguito agendo in due direzioni: diminuendo i consumi di fonti fossili e aumentando la superficie terrestre ricoperta da boschi e foreste. Entrambe in una prima fase richiedono investimenti che comportano un aumento della produzione e del consumo di merci, ma in prospettiva ne determinano una diminuzione stabile. La scelta più efficace per ridurre i consumi di fonti fossili non è, come si è voluto far credere nell’ottica dello sviluppo sostenibile, lo sviluppo delle fonti rinnovabili, ma una strategia incentrata in primo luogo sulla riduzione di sprechi e inefficienze (circa il 70 per cento dei consumi energetici in Italia), in modo da ridurre al minimo il fabbisogno da soddisfare con le fonti rinnovabili. Poiché il patrimonio edilizio assorbe circa la metà dei consumi energetici totali, occorre limitare drasticamente la costruzione di nuovi edifici e indirizzare l’edilizia alla ristrutturazione energetica di quelli esistenti. Per aumentare le superfici ricoperte da boschi e foreste occorre ripiantumare quelle disboscate per ricavarne terreni agricoli non dedicati all’alimentazione umana, ma all’alimentazione degli animali d’allevamento e alla produzione di biocarburanti. Invece di prendere in considerazione una strategia di questo genere, finalizzata a ridurre le emissioni di anidride carbonica, i governanti di tutto il mondo, nel corso della Cop 21 che si è svolta a Parigi nel dicembre 2015, si sono accordati di contenere l’aumento della temperatura terrestre in questo secolo tra 1,5 e 2 °C, ovvero da un valore minimo che è il doppio rispetto all’incremento del secolo scorso, a un valore massimo superiore di 2,5 volte. Di sviluppo sostenibile si muore. Più lentamente che di sviluppo, ma si muore.

Nel 2017, secondo il Footprint Institute, il giorno in cui l’umanità è arrivata a consumare tutte le risorse rinnovabili che la fotosintesi clorofilliana rigenera nel corso di un anno, è stato il 2 agosto. L’anno precedente era stato il 14 agosto. Dieci anni prima intorno alla metà di settembre. Venti anni prima intorno alla metà di ottobre. Quale nuovo modello di sviluppo consente d’invertire questa tendenza? Come si potrebbe riportare gradualmente quel giorno verso il 31 dicembre se non diminuendo il consumo di risorse rinnovabili, che si può raggiungere riducendo innanzitutto gli allevamenti di animali e l’alimentazione carnea? Una diminuzione dei consumi si può definire sviluppo sostenibile? In tutti gli oceani galleggiano ammassi di poltiglie di plastica grandi come continenti e il numero dei pesci è stato dimezzato dalla pesca d’altura. Come si può fare in modo che che i rifiuti non biodegradabili ammassati in mare e sulla superficie terrestre diminuiscano se non se ne riduce drasticamente la produzione? Come si può fare in modo che il numero dei pesci torni ad aumentare se non limitando la pesca? Come si possono ridurre le più gravi forme d’inquinamento se non abolendo la produzione dei veleni di sintesi chimica usati in agricoltura per accrescere i rendimenti e in alcuni cicli industriali che hanno devastato i territori in cui sono stati insediati? Come si può arrestare la perdita della biodiversità, come si può ricostituire la fertilità dei suoli, se non riducendo lo sfruttamento dei terreni agricoli? Come si può garantire la disponibilità di acqua necessaria a tutti gli esseri umani e a tutte le forme di vita, se non riducendo gli sprechi?

Per consentire all’umanità di avere un futuro, la sostenibilità deve sostituire lo sviluppo come riferimento di tutte le scelte produttive. La sostenibilità non può essere considerata un’opzione al servizio dello sviluppo, allo scopo di attenuare le conseguenze negative che genera. Né si può ridurre il suo significato a una generica attenzione nei confronti dei problemi ambientali. La sostenibilità esprime un concetto tanto preciso quanto ignorato: la necessità di evitare che la produzione e il consumo di merci oltrepassino i limiti della compatibilità ambientale. Poiché questi limiti sono già stati ampiamente superati, la sua declinazione attuale impone che le attività economiche e produttive siano indirizzate a:

– diminuire le emissioni di sostanze di scarto biodegradabili (anidride carbonica) alle quantità che possono essere metabolizzate dalla biosfera;

– diminuire i consumi di risorse rinnovabili alle quantità che possono essere rigenerate annualmente dalla fotosintesi clorofilliana;

– ridurre i consumi delle risorse non rinnovabili, utilizzandole con la massima efficienza, riutilizzando quelle che è possibile riciclare, producendo beni durevoli riparabili e aumentando la loro durata di vita;

– abolire la produzione delle sostanze di sintesi che non possono essere metabolizzate dai cicli biochimici.

Per continuare a utilizzare in economia la parola sviluppo come sinonimo di miglioramento, o se ne capovolge il significato che si è consolidato dal 1949 a oggi, svincolandolo dal legame simbiotico con la crescita e apparentandolo alle parole diminuzione, riduzione, decrescita, o si elimina dall’economia. La prima ipotesi presuppone una deroga alla logica, o quanto meno al senso comune. La seconda è più drastica, ma meno ambigua. In fin dei conti si usa soltanto da 70 anni. Comunque, per superare la crisi economica e invertire la tendenza al peggioramento della crisi ecologica non serve un nuovo modello di sviluppo, ma un nuovo modello di economia senza sviluppo.

Maurizio Pallante

 

 

Il ghiaccio si riduce, Marmolada restituisce pezzi di storia

Tornano alla luce oggetti della prima Guerra Mondiale e rifiuti

(ANSA) – BELLUNO, 9 AGO – Il ghiaccio della Marmolada si ritira e la coperta bianca sempre più corta, in 100 anni il ghiacciaio perenne è passato dai 420 a 214 ettari, lascia affiorare nuovi ‘tesori’ dormienti e protetti da oltre un secolo dalla coltre bianca.

Sono i resti della residenza attorno ai tremila metri dei militari che hanno sfidato, spesso perdendo, la morte durante la Grande Guerra. Gavette, posate, scarponi, reticolati, bombe, fucili e baionette oggetti oggi ricoperti di ruggine e persino un vecchio forte, stanno facendo gola ora a decine di ‘recuperanti’ che stanno marciando sulla grande montagna. Un assalto del tutto differente da quelli vissuti tra il 1915-18 ma che non nasconde un fondo di pericolo.

Lo sanno i Carabinieri che per quanto possono, come indicano i quotidiani locali, effettuano controlli che tuttavia, soprattutto per la scarsità di personale, non riescono ad arginare questa sorta di nuova corsa all’oro arrugginito. Ma non è tutto perché il ghiacciaio che non c’è più restituisce alla luce anche ‘immondizie’ moderne. Lattine, bottiglie, cavi di vecchi impianti di risalita. Ora scatta l’operazione pulizia che, per un accordo tra le Regioni Trentino e Veneto del 2002 che ha fissato i confini della Marmolada, spetta al Trentino. La grande macchina per togliere il secolare pattume partirà da Alba di Canazei.(ANSA).

Fonte: Ansa.it

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Lo stato dell’ambiente in Italia

E’ passata quasi sotto silenzio ma il 6 luglio scorso, al parlamento itaiano è stato presentato l’ultimo rapporto ISPRA sulla situazione ambientale del nostro Paese.

Ovviamente i dati sono riferiti allo scorso anno, 2016.

Il quadro che ne esce non è certamente tra i più incoraggianti. Abbiamo la conferma dell’aumento delle temperature e anche non di poco, sull’intero anno.

“Temperature medie annuali sempre sopra la media, particolarmente alte nel mese di
dicembre 2016, scarse precipitazioni, eventi estremi a novembre in Liguria e Piemonte con
piogge record pari a 583 mm in un solo giorno e 100 mm in un’ora. ”

Sono quindi confermati gli aumenti di temperature e gli aumenti dei periodi di siccità; cosa che pare confermata anche da questi primi 8 mesi dell’anno in corso; ma attendiamo i dati ufficiali del 2017.

“Dopo il record di temperature toccato nel 2015, il 2016 è stato un anno meno bollente, ma
comunque risulta il sesto più caldo per l’Italia almeno dal 1961. La temperatura media annuale
rimane più alta di +1.35°C rispetto al trentennio di riferimento 1961-1990. L’aumento registrato in
Italia è di poco superiore ai valori climatici globali del pianeta. La media annuale mondiale si
attesta sui +1.31 °C, segnando un nuovo record nel 2016 per il terzo anno consecutivo.
In Italia la stagione invernale 2016 è stata quella con anomalia termica più marcata, con un
valore annuo medio di +2.15°C. Tutti i mesi del 2016 sono stati più caldi della norma: in
particolare dicembre al Nord (+2.76°C), febbraio al Centro (+3.02°C) e aprile al Sud e sulle
Isole (+2.99°C). Come per gli anni precedenti, anche per il 2016 l’anomalia della temperatura
media annuale è dovuta leggermente di più alle temperature massime che alle temperature minime.
Per quanto riguarda i mesi invernali le temperature sono state piuttosto miti e sia all’inizio che alla
fine dell’anno, come negli anni precedenti, la quota neve è stata generalmente più alta rispetto alla
media di lungo periodo. ”

Al termine di questo articolo vi lascio i link dove potete accedere al rapporto e alla sintesi del rapporto, per farvi un’idea di dove stiamo andando.

Riflessioni sui cambiamenti climatici devono essere all’ordine del giorno di ogni governo e di ogni amministrazione. E’ ovvio che problemi di così vasta portata non possono essere risolti da un singolo Stato; tuttavia ogni singola persona è chiamata a fare il proprio dovere, ogni giorno.

Abbiamo le ricette per poter gestire questo cambiamento epocale. Quello che ci manca è la volontà politica e personale nel metterli in pratica. Conoscere la reale situazione è un buona base di partenza. Diffondere tali notizie ci può rendere più consapevoli e quindi pronti all’azione.

Ma non ci stancheremo mai di battere su questo punto.

Relazione sullo stato dell’ambiente in Italia

Sintesi relazione sullo stato dell’ambiente in Italia

 

Incendi, nel 2017 in fumo area pari a 124mila campi da calcio

Effis, 88mila ettari bruciati in Italia. Sono 433 finora i grandi incendi

Dall’inizio dell’anno in Italia sono andati in fumo 88.537 ettari di boschi, una superficie grande come 124mila campi da calcio. Il dato, aggiornato al 7 agosto, è fornito dall’European Forest Fire Information System (Effis) della Commissione europea.

Dall’1 luglio a oggi gli incendi hanno interessato un’area di 71.541 ettari. La settimana peggiore risulta essere quella dal 9 al 15 luglio, con oltre 34mila ettari in fumo. Nei nove giorni dal 30 luglio al 7 agosto, invece, le fiamme sono divampate su poco più di 10mila ettari.

Sempre dall’inizio dell’anno, i dati dell’Effis indicano che in Italia si sono contati 433 incendi di grandi dimensioni, superiori ai 30 ettari. Di questi roghi, 338 si sono verificati dall’1 luglio in poi, mentre sono 36 quelli registrati dal 30 luglio al 7 agosto.

Fonte: Ansa.it

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Il “Giorno del Sovrasfruttamento della Terra” cade il 2 agosto

Nel 2017, il “Giorno del Sovrasfruttamento della Terra” cade il 2 agosto, mai così in anticipo da quando nei primi anni del 1970 abbiamo cominciato a sovrasfruttare le risorse.
Per innescare il cambiamento, il Global Footprint Network propone soluzioni per riportare la data verso la fine dell’anno (#movethedate) fornendo metodi di misura, impegni concreti e un nuovo calcolatore dell’Impronta Ecologica

(OAKLAND, CA, USA) — 27 giugno 2017 —secondo il Global Footprint Network, l’organizzazione di ricerca internazionale che ha dato avvio al metodo di misura dell’Impronta Ecologica (in inglese Ecological Foorprint) per il calcolo del consumo di risorse, il 2 agosto di quest’anno è il giorno in cui l’umanità avrà usato l’intero budget annuale di risorse naturali. Il 60% di questo budget è rappresentato dalla richiesta di natura per l’assorbimento delle emissioni di anidride carbonica.
Il Giorno del Sovrasfruttamento delle risorse della Terra (in inglese Earth Overshoot Day) rappresenta la data in cui la richiesta di risorse naturali dell’umanità supera la quantità di risorse che la Terra è in grado di generare nello stesso anno. La data dell’Earth Overshoot Day è caduta sempre prima nel calendario: dalla fine di settembre del 1997 al 2 agosto di quest’anno, mai così presto da quando il mondo è andato per la prima volta in sovrasfruttamento nei primi anni ’70. In altre parole, l’umanità sta usando la natura ad un ritmo 1,7 volte superiore rispetto alla capacità di rigenerazione degli ecosistemi. È come se ci servissero 1,7 pianeti Terra per soddisfare il nostro fabbisogno attuale di risorse naturali.
I costi di questo crescente sbilanciamento ecologico stanno diventando sempre più evidenti nel mondo e li vediamo sotto forma di deforestazione, siccità, scarsità di acqua dolce, erosione del suolo, perdita di biodiversità e accumulo di anidride carbonica nell’atmosfera.
#movethedate: sposta la data verso la sostenibilità
Possiamo però invertire questa tendenza. Se posticipassimo l’Overshoot Day di 4,5 giorni ogni anno, potremmo ritornare ad utilizzare le risorse di un solo pianeta entro il 2050.
“Il nostro pianeta è finito, ma le possibilità umane non lo sono. Vivere all’interno delle capacità di un solo pianeta è tecnologicamente possibile, finanziariamente vantaggioso ed è la nostra unica possibilità per un futuro prospero”, ha dichiarato Mathis Wackernagel, CEO del Global Footprint Network e co-creatore dell’Impronta Ecologica. “In definitiva, posticipare nel calendario la data del Giorno del Sovrasfruttamento della Terra è quello che davvero conta”.
Per dare rilevanza al Giorno di Sovrasfruttamento di quest’anno, il Global Footprint Network mette in evidenza alcune possibili azioni da mettere in pratica sin da oggi e stima il loro impatto sulla data del Giorno del Sovrasfruttamento della Terra nei prossimi anni. Ad esempio, la riduzione degli sprechi alimentari del 50% in tutto il mondo potrebbe posticipare tale data di 11 giorni; invece, ridurre del 50% la componente dell’Impronta Ecologica globale dovuta all’assorbimento di anidride carbonica, sposterebbe la data dell’Overshoot Day verso la fine dell’anno di 89 giorni.

Azioni individuali
Per supportare questa trasformazione, il Global Footprint Network, insieme a quasi 30 partner in tutto il mondo, sta incoraggiando le singole persone a contribuire al progetto #movethedate proponendo semplici azioni concrete. Questo processo prevede una maggiore conoscenza dei fattori chiave in grado di influire sulla sostenibilità e la sperimentazione di nuovi stili di vita per abbassare la propria Impronta Ecologica. Il Global Footprint Network propone queste sfide sia su un piano educativo che giocoso, in modo che i partecipanti possano imparare divertendosi, partecipando ad esempio ad un concorso fotografico.
Quest’anno, all’avvicinarsi del Giorno del Sovrasfruttamento della Terra, il Global Footprint Network lancerà anche un nuovo strumento di calcolo dell’Impronta Ecologica, l’Ecological Footprint calculator, per permettere ad ogni singolo utente di calcolare il proprio Giorno del Sovrasfruttamento personale. Ad oggi, l’attuale calcolatore (www.footprintcalculator.org) viene utilizzato da più di 2 milioni di persone all’anno.

Una trasformazione sistemica
Un cambiamento sistemico è fondamentale per posticipare la data del Giorno del Sovrasfruttamento. Per questo il Global Footprint Network, che all’inizio di quest’anno ha lanciato la sua piattaforma dati aperta a tutti, contribuisce a diffondere nel mondo le soluzioni identificate da due organizzazioni: Project Drawdown e McKinsey & Company. Sulla base del lavoro di queste due organizzazioni, il team di ricerca del Global Footprint Network ha calcolato di quanti giorni verrebbe posticipato il Giorno del Sovrasfruttamento della Terra se tali soluzioni venissero implementate.
“La sola componente di anidride carbonica dell’impronta è più che raddoppiata dagli inizi degli anni ’70 e rimane la componente che cresce più rapidamente, contribuendo così al divario tra l’Impronta Ecologica e la biocapacità del pianeta”, ha dichiarato Wackernagel. “Per raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi sul clima, l’umanità dovrebbe uscire dall’economia dei combustibili fossili prima del 2050, contribuendo già di gran lunga a risolvere il problema dell’umanità relativo al sovrasfruttamento delle risorse”.

Segnali incoraggianti
Gli ultimi dati del Global Footprint Network offrono segnali incoraggianti: stiamo iniziando a muoverci nella giusta direzione. Ad esempio, tra il 2005 e il 2013 (l’ultimo anno per cui esistono dati affidabili) l’Impronta Ecologica pro capite negli USA è scesa quasi del 20% rispetto al suo picco. Questo significativo cambiamento, che include il risollevamento post-recessione, è associato principalmente alla diminuzione delle emissioni di anidride carbonica. Nello stesso periodo, il PIL pro capite USA è cresciuto del 20%. Questi risultati fanno quindi degli Stati Uniti un significativo caso di disaccoppiamento tra la crescita economica e il consumo di risorse naturali, che seguono infatti andamenti opposti.
Nonostante l’inversione di rotta del governo nazionale degli Stati Uniti sulla protezione del clima, molte città, singoli Stati e grandi imprese americane stanno raddoppiando i loro impegni. Inoltre, la Cina, il paese con la più grande Impronta Ecologica totale, nel suo ultimo piano quinquennale si è fortemente impegnata a costruire una Cultura Ecologica, con molte iniziative per superare al più presto il suo picco di emissioni di anidride carbonica. Scozia, Costa Rica e Nicaragua sono altri esempi di paesi che stanno rapidamente decarbonizzando il loro sistema energetico.

Risorse aggiuntive
Maggiori informazioni sul Giorno del Sovrasfruttamento della Terra: www.overshootday.org
Segui i social media con: #movethedate
Per calcolare il tuo personale Giorno del Sovrasfruttamento e la tua Impronta Ecologica, visita: www.footprintcalculator.org (il nuovo calcolatore sarà disponibile dopo il 29 luglio 2017)
I risultati relativi all’Impronta Ecologica di tutti i paesi del mondo sono disponibili sulla piattaforma dati aperta del Footprint Explorer: data.footprintnetwork.org

Informazioni su Global Footprint Network
Il Global Footprint Network sta cambiando il modo in cui il mondo gestisce le proprie risorse naturali attraverso
METODI DI MISURA semplici, significativi e modulabili;
IDEE OPERATIVE per il consumo e la disponibilità di risorse naturali
STRUMENTI ed ANALISI per informare e guidare decisioni consapevoli

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Contatti per l’Italia: Roberto Brambilla 338 88 03 715 – r.brambilla@mclink.it

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Vesuvio: un disastro

Nei giorni in cui il Vesuvio iniziava a bruciare, mi trovavo in Campania. Tra Caserta e le panisola sorrentina, ospite da amici.

Ho potuto constatare dal vivo le terribili scene delle fiamme. Da Seiano (Na) dove ero ospite per un incontro con ragazzi e famiglie, il Vesuvio continuava a bruciare fino a notte e per i giorni a seguire.

Riporto questo articolo che spiega bene quale disastro l’uomo è capace di fare per ignoranza, idiozia, cattiveria e per sete di denaro o presunto potere.

Fino a quando non cambierà la visione del mondo che abbiamo, difficilmente le cose cambieranno in meglio.

Sul Vesuvio devastato dagli incendi non sono rimasti neanche i licheni

Il lichene che caratterizzava le colate laviche storiche del Vesuvio è andato quasi tutto bruciato. Le colate laviche che si trovano nell’Atrio del Cavallo sono nere. Ad occhio possiamo dire che circa il 90 per cento del patrimonio ambientale è andato perso. Il fuoco è entrato in ogni angolo di bosco. Siamo riusciti a salvarne solo alcuni lembi. La Riserva Naturale Tirone Alto Vesuvio è andata quasi tutta bruciata. Siamo riusciti a salvare parte del bosco dell’Avetrana anche se alcuni lembi sono ancora a rischio. Bisogna intervenire con un’attività di bonifica del suolo per spegnere il fuoco anche sotto il terreno.

Siamo sul posto dall’8 luglio, ben 10 giorni durante i quali abbiamo scavato dei solchi, quando gli incendi si abbassavano, per delimitare le aree colpite da quelle non colpite e cercare di evitare il propagarsi dell’incendio. Quando poi le fiamme erano altissime, circa 10 metri, ovviamente c’è stato l’intervento esclusivo dei canadair. Il lavoro della Protezione Civile, con la quale siamo stati in stretto contatto, è stato davvero eccezionale, di grande impegno. Abbiamo fatto anche attività di presidio direzionando i mezzi dei vigili del Fuoco provenienti da più parti d’Italia, ad esempio dalla Puglia ma anche da Trieste.

Ora urgono un’analisi botanica e geomorfologica. Ieri ad esempio avevo visto il pino alzato ed invece sotto era praticamente morto. Abbiamo lottato, davvero. Dobbiamo pensare all’immediata sicurezza della sentieristica, dei percorsi naturalistici e dobbiamo farlo non tanto per il recupero del turismo ma soprattutto per evitare che possano verificarsi anche nei prossimi anni fenomeni di dissesto idrogeologico. Gran parte dei boschi è andata in fumo.

di Giulia Pugliese, guida Aigae che opera sul Parco Nazionale del Vesuvio

Fonte: Greenreport.it

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MANIFESTO PER UN PROGETTO POLITICO-CULTURALE FINALIZZATO A CONIUGARE LA COMPATIBILITÀ AMBIENTALE CON UN’EQUITÀ ESTESA ALLE GENERAZIONI FUTURE E A TUTTE LE SPECIE VIVENTI

Molti indizi sempre più preoccupanti inducono a ritenere che si stia avviando drammaticamente alla fine l’epoca storica iniziata nella seconda metà del Settecento con la rivoluzione industriale.

La crisi economica perdura ormai da quasi un decennio senza che si intraveda una via d’uscita. Nei Paesi industrializzati i livelli della disoccupazione continuano ad essere molto alti, soprattutto tra i giovani. La corruzione politica invade tutti i gangli del potere in forme sempre più spregiudicate e sempre più spesso impunite. Tutti i fattori della crisi ambientale continuano ad aggravarsi. In particolare l’aumento della temperatura media della terra, innescato dagli incrementi delle concentrazioni di anidride carbonica in atmosfera, ha già raggiunto 1,2 °C, avvicinandosi al valore di 1,5 °C, indicato dall’accordo internazionale raggiunto a Parigi nel dicembre 2015 al termine della Cop 21, come limite massimo da non superare entro la fine del secolo. Le tensioni internazionali hanno provocato uno stato di guerra permanente in varie regioni del mondo e hanno avvicinato pericolosamente la possibilità di un conflitto nucleare. Gli attentati terroristici si moltiplicano e sfuggono a ogni possibilità di prevenzione. Le migrazioni dai Paesi poveri verso i Paesi ricchi stanno assumendo le dimensioni di un esodo biblico e sono costantemente contrassegnate da violenze e tragedie.

 

Tutti questi problemi sono causati dalla finalizzazione dell’economia alla crescita della produzione di merci, sono aggravati dalla sua estensione ad aree sempre più vaste del pianeta attraverso la globalizzazione, non possono essere risolti se non abbandonando la finalità della crescita assegnata all’economia nel modo di produzione industriale.

Il sistema politico non è in grado di affrontarli, perché dovrebbe rimettere in discussione i suoi stessi fondamenti. Può solo acuirli. Non per questo è disposto a cedere il suo potere. Il suo istinto di sopravvivenza lo porta a chiudersi a riccio per evitare di essere rovesciato. Tutti i suoi sforzi sono finalizzati a mantenere le dinamiche politiche all’interno delle due varianti della destra e della sinistra, con cui può essere gestito ed è stato gestito storicamente.

A tal fine tenta, non sempre con successo, di ridurre gli spazi della democrazia, si adopera per generare confusione introducendo elementi politici tradizionalmente di destra nei programmi della sinistra e tradizionalmente di sinistra nei programmi della destra, favorisce la formazione di alleanze tra i due schieramenti tradizionalmente opposti per sbarrare il passo a ipotesi alternative.

 

L’obiettivo strategico da perseguire in questa fase storica non può essere una gestione più equa socialmente – come si propone la componente della sinistra rimasta a sinistra -, meno devastante ecologicamente – come si propongono i movimenti ambientalisti -, non violenta – come si propongono i movimenti pacifisti -, più democratica – come si propongono i difensori delle costituzioni fondate sul reciproco controllo dei poteri, di un sistema economico e politico che, finalizzando l’economia alla crescita della produzione di merci, non può non generare iniquità crescenti, danni ambientali sempre più devastanti, forme di violenza sempre più diffuse, limitazioni alla democrazia.

L’obiettivo da perseguire non può essere la riforma di un sistema irriformabile, ma una profonda rivoluzione culturale e l’apertura di una nuova fase storica, così come è stato preconizzato da Papa Francesco nell’Enciclica Laudato si’.

 

La mancanza di un soggetto politico con questa visione, impone di giocare simultaneamente una doppia partita. Da una parte occorre contrastare i tentativi con cui il sistema di potere cerca

  • di mettere fuori gioco le opposizioni riducendo la democrazia;
  • di superare la crisi riavviando la crescita con opere sempre più devastanti ambientalmente e sostanzialmente inefficaci rispetto agli stessi obbiettivi che si propone.

 

Occorre pertanto sostenere le iniziative della società civile in difesa della democrazia, le iniziative delle comunità locali che contrastano le imposizioni di grandi opere con un forte impatto ambientale nei territori in cui vivono, le iniziative delle formazioni politiche che a livello nazionale si oppongono agli indirizzi di politica economica su cui si fondano queste scelte.

Ma le attività di contenimento tendono a diventare pervasive e ad assorbire grandi quantità di energie psico-fisiche, sottraendole all’impegno necessario per definire le caratteristiche di un sistema economico e sociale alternativo, fondato sui due pilastri su cui si può costruire un futuro migliore per l’umanità: la compatibilità ambientale e un’equità estesa alle generazioni future e a tutte le specie viventi. Due pilastri che si sostengono reciprocamente e sono incompatibili con la finalizzazione dell’economia alla crescita della produzione di merci.

Un soggetto politico che si proponga un obbiettivo di questo genere attualmente non esiste, non è prevedibile che si possa costituire in tempi brevi, non avrebbe spazio all’interno delle attuali dinamiche politiche, dove finirebbe per confondersi in mezzo a una pletora già troppo affollata di contendenti sempre meno credibili, ha bisogno di tempo per la costituzione di una rete di gruppi territoriali di riferimento diffusi sul territorio nazionale. La sua formazione richiede la definizione di un paradigma culturale alternativo a quello vigente, che può scaturire solo da un confronto tra i movimenti e le associazioni in cui le persone che non si riconoscono nel sistema dei partiti fanno politica nel senso più nobile del termine, impegnandosi in attività finalizzate alla tutela dei beni comuni, degli ecosistemi, delle classi sociali e dei popoli più colpiti dalla crisi ecologica e dalla crisi economica, delle culture tradizionali, della biodiversità, dei diritti degli animali. Questo è il secondo compito su cui occorre impegnarsi.

 

In Italia il ruolo di principale antagonista al sistema di potere che governa l’economia e la politica è stato assunto dal Movimento 5 Stelle, che ha raggiunto un consenso elettorale pari a quello degli attuali schieramenti di centro-destra e di centro-sinistra, non solo per l’attivismo generoso di molti militanti, ma anche per la sempre maggiore indignazione suscitata nell’opinione pubblica dall’operato dei partiti che si sono alternati al governo negli ultimi decenni. Per demeriti altrui oltre che per meriti propri.

Una percentuale importante di questo consenso proviene da una parte degli elettori rimasti fedeli agli ideali di uguaglianza, democrazia e tutela ambientale tradizionalmente sostenuti dalla sinistra, che ha visto nella totale alterità del Movimento 5 Stelle rispetto alle dinamiche politiche del passato una maggiore determinazione nella lotta al sistema di potere che gestisce l’economia e la finanza a livello mondiale.

Non si possono tuttavia ignorare i suoi limiti culturali e progettuali, le sue carenze di analisi, i suoi errori a volte clamorosi, le perplessità che suscitano la sua struttura organizzativa e le sue procedure decisionali. Queste connotazioni impongono di mantenere un’autonomia culturale e politica nei suoi confronti, senza per questo considerarlo un avversario, perché in questa fase le sue attività di contrasto all’attuale gestione del potere costituiscono un argine fondamentale ai processi degenerativi in corso.

 

Il cambiamento di cui c’è bisogno non si può realizzare soltanto a livello politico e istituzionale. Deve fondarsi su una profonda rivoluzione culturale, che determini un mutamento del sistema dei valori e dei modelli di comportamento. Occorre superare l’antropocentrismo, la riduzione degli esseri umani alla dimensione economica, il loro appiattimento sul consumismo, l’identificazione del concetto di nuovo col concetto di migliore. Occorre ridurre la mercificazione e recuperare la solidarietà, rivalutare la manualità, il lavoro artigianale, la produzione di valori d’uso, ripristinare la prevalenza del bello sull’utile. «Non c’è progresso – ha scritto Pier Paolo Pasolini – senza profondi recuperi nel passato, senza mortali nostalgie per le condizioni di vita anteriori dove comunque si era realizzato l’uomo…».

Occorre pertanto rivalutare il concetto di comunità e ripensare e ridefinire il fine e le modalità con cui le persone si relazionano le une con le altre, con l’ambiente che le circonda ed ultimo, ma non meno importante, con se stesse.

Solo un cambiamento di questo genere del paradigma culturale può consentire di avviare una grande stagione di innovazioni tecnologiche, non più finalizzate ad accrescere la produttività, ma l’efficienza nei processi di trasformazione delle risorse naturali in beni. L’obbiettivo da perseguire è ridurre il consumo di risorse per unità di prodotto e l’impatto ambientale dei processi produttivi e dei prodotti.

Non c’è prospettiva di futuro per l’umanità se i suoi consumi di risorse rinnovabili continuano a eccedere la quantità di energia generata dalla fotosintesi clorofilliana utilizzando l’energia luminosa inviata quotidianamente dal sole sulla terra, se non si riducono le emissioni di anidride carbonica alle quantità metabolizzabili dai cicli biochimici della biosfera, se non si elimina la produzione di sostanze di sintesi non biodegradabili. Una prospettiva di futuro per l’umanità può essere riaperta soltanto se le attività economiche e produttive vengono ricondotte nell’ambito della bioeconomia teorizzata da Nicolas Georgescu Roegen.

 

L’elaborazione di questo paradigma culturale non potrà essere un’operazione puramente teorica, ma dovrà svilupparsi di pari passo con la realizzazione di esperienze concrete, di cui dovrà valutare non solo la validità in termini di riduzione dell’impronta ecologica e di definizione dei rapporti umani basati sull’equità e la solidarietà, ma anche la possibilità di essere riproposte, con i necessari adattamenti, in contesti ambientali e sociali differenti, la capacità di rispondere a bisogni diffusi, il rapporto tra costi e benefici – non solo economici, ma anche ambientali e sociali -, la sostenibilità economica e commerciale, le possibilità occupazionali che offrono.

 

L’obiettivo è dimostrare che l’affermazione «un altro mondo è possibile» non è uno slogan, ma una prospettiva che si può cominciare a costruire già oggi, realizzandone anticipazioni ripetibili, vantaggiose e desiderabili. A tal fine si dovranno concentrare le migliori energie intellettuali e creative nella realizzazione di progetti complessivi con un valore paradigmatico, in cui le abitazioni con lo standard di case passive, le energie rinnovabili, le relazioni umane fondate sulla solidarietà, il recupero della manualità, l’autosufficienza alimentare, l’agricoltura biologica, la riduzione del tempo di lavoro e la valorizzazione della creatività, consentano di raggiungere l’impronta ecologica 1 con un’alta qualità della vita.

 

C’è nei Paesi di più antica industrializzazione una componente sociale significativa interessata a un soggetto politico che non consideri il livello istituzionale come l’ambito principale della sua attività, ma uno dei campi d’applicazione di un impegno prioritariamente di carattere culturale?

Secondo un sondaggio effettuato nel mese di aprile del 2017, in Italia solo il 4 per cento della popolazione ha fiducia nei partiti esistenti, cioè nei soggetti politici che gestiscono a livello istituzionale questo modello economico e produttivo. La sfiducia nei loro confronti induce il 50 per cento degli elettori ad astenersi dal voto. Nelle elezioni amministrative che si sono svolte a maggio del 2016 questa è stata la percentuale di coloro che non sono andati a votare. Ma quattro mesi dopo, a dicembre, la percentuale dei votanti al referendum istituzionale che ha respinto le modifiche finalizzate a ridurre gli spazi di democrazia, è stata del 70 per cento. Se ne può dedurre che il 20 per cento degli elettori italiani si astiene dal voto perché non intende dare il proprio consenso a nessuna delle forze politiche esistenti – nemmeno al Movimento 5 Stelle, sebbene le scelte di questa formazione politica siano totalmente alternative a quelle dei partiti tradizionali che hanno governato il Paese e le amministrazioni locali dal secondo dopoguerra – ma non rinuncia a votare se l’espressione della sua volontà scavalca la mediazione dei partiti e incide direttamente sulla decisione da prendere.

In un’intervista rilasciata a Famiglia Cristiana nell’ottobre del 2016, il sondaggista Nando Pagnoncelli ha affermato che il 34 per cento dei cattolici praticanti, cioè dei fedeli che vanno a messa almeno una volta a settimana, si astiene dal voto perché non si sentono rappresentati da nessuna delle forze politiche esistenti. In Italia i cattolici praticanti sono la componente più numerosa di un insieme di confessioni religiose (valdesi, evangelici, buddisti, islamici ecc.), di associazioni che praticano l’ascesi e la meditazione (yoga, antroposofia) o varie forme di religiosità (almeno una parte della galassia che può essere classificata con la definizione generica di new age), di associazioni che svolgono attività di volontariato. Ciò che accomuna tutte le persone che fanno parte di queste realtà sociali è il fatto di aver mantenuto viva la dimensione spirituale.

Non è probabilmente indebito dedurre che sia questa connotazione culturale alternativa al sistema dei valori dominante, condivisa da tutte le componenti al di là delle differenze con cui si manifesta in ognuna di esse, a indurle a non riconoscersi in un sistema politico deprivato delle connotazioni ideali che dovrebbero essergli intrinseche, ridotto a competizione per la distribuzione del denaro pubblico, anche in forme non sempre lecite, tra gruppi d’interesse contrapposti. E che non si tratti d’indifferenza per i problemi sociali è chiaramente dimostrato dal fatto che gli appartenenti a queste confessioni religiose, a questi orientamenti filosofici e a queste associazioni, si dedicano ad attività di carattere solidale nei confronti dei più deboli, alla tutela ambientale, alla difesa della biodiversità e delle tradizioni culturali. Probabilmente queste forme di impegno, che sono politiche nel senso più nobile della parola, manifestano l’esigenza, non ancora del tutto consapevole, di un mutamento di paradigma culturale in cui siano riconosciute come un modo di ridare dignità anche alla politica a livello istituzionale.

 

Un soggetto politico che si proponga prioritariamente il compito di costruire un paradigma culturale alternativo a quello su cui si fondano le società che hanno finalizzato l’economia alla crescita della produzione di merci si rivolge soprattutto all’area dei non votanti consapevoli e di coloro che annullano la scheda elettorale, ma, non proponendosi obbiettivi elettorali immediati, non è oggettivamente in competizione con le forze politiche che agiscono a livello istituzionale.

Sostiene, mantenendo la sua autonomia, le iniziative delle forze politiche presenti nelle istituzioni elettive che contrastano il pensiero unico dominante, gli effetti devastanti della globalizzazione, i tentativi di scaricare i costi delle misure di politica economica finalizzate alla ripresa della crescita sulle classi sociali più deboli, sulle generazioni future e sugli ambienti.

Collabora e, se possibile, costruisce percorsi comuni con i soggetti politici che agiscono a livello istituzionale locale, perché la loro scelta testimonia un’alterità rispetto al sistema dei partiti e una volontà di realizzare nuove forme di rappresentanza politica. Si impegna a favorire non solo la conversione ecologica dell’economia, ma anche la conversione economica dell’ecologia, mediante lo sviluppo di innovazioni tecnologiche che consentono di attenuare la crisi ambientale riducendo gli sprechi e l’inquinamento, perché in questo modo si ottengono dei risparmi sui costi di gestione che consentono di pagare i costi d’investimento senza ricorrere a sussidi di denaro pubblico.

Solo con una strategia di questo tipo è possibile ridurre significativamente sia l’impatto ambientale, sia il potere dei partiti politici di condizionare le attività economiche, che costituisce il principale brodo di coltura della corruzione.

Nelle società industriali avanzate solo queste tecnologie hanno ampi spazi di mercato, possono far crescere significativamente l’occupazione in attività utili, non fanno aumentare i debiti pubblici, consentono di attenuare contestualmente la crisi ecologica e la crisi economica. Sono un tassello fondamentale del nuovo paradigma culturale che occorre elaborare.

 

 

Maurizio Pallante

Marco Dalla Gassa

30 aprile 2017

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Il centrosinistra ha perso? Con i danni che ha fatto, fatemi dire chissenefrega

La destra come l’araba fenice: sta rinascendo dalle proprie ceneri. Nella mia Liguria, tradizionalmente rossa, ora va di moda il nero che meglio sarebbe definire “grigio”. E sono in molti a stracciarsi le vesti per il crollo della sinistra. Vorrei però sommessamente dire la mia su questa sinistra.

Ma non tanto sulla sinistra odierna, che non si definisce neanche più tale. Quanto piuttosto sulla sinistra che ho conosciuto io, che negli anni sessanta-settanta dello scorso secolo spadroneggiava in Liguria. A Savona, se non avevi la tessera del Psi o del Pci non lavoravi. I sindacati privilegiavano già allora il lavoro su salute e ambiente. Nell’interno, all’Azienda coloranti nazionali e affini (Acna) di Cengio, gli operai morivano come mosche, la Bormida era forse il fiume più inquinato d’Italia e nessuno muoveva un dito.

Sulla costa le amministrazioni varavano piani regolatori che prevedevano condomini al posto degli “sciti”, gli orti, e speculazioni per ricchi al posto del bosco come a Torre del Mare. Oppure inquinanti poli industriali come nella valle di Vado Ligure.

Chi oggi piange perché Genova non è più governata dalla sinistra, dovrebbe ricordare il massacro urbanistico perpetrato dalle amministrazioni di sinistra: la dispersione urbana, i torrenti intubati, le ricorrenti alluvioni, i morti: “E il tumulto del cielo ha sbagliato momento. Acqua che non si aspetta altro che benedetta. Acqua che porta male sale dalle scale sale senza sale sale. Acqua che spacca il monte che affonda terra e ponte”, come cantava De Andrè in Dolcenera.

Oggi molti dicono che Renzi non è di sinistra, che la sinistra è altro. Ma di cosa stiamo parlando? Di un partito capace di realizzare una sorta di Utopia alla Tommaso Moro in cui tutto funziona alla perfezione, in cui c’è la solidarietà fra gli esseri umani e fra esseri umani e natura? La sinistra non è mai stata questo, come giustamente ricorda Maurizio Pallante, né mai lo sarà semplicemente perché non è nel suo Dna esserlo.

Certo, nella sinistra hanno militato anche uomini di specchiata virtù: Stefano Rodotà era uno di questi, uno che si batteva per i beni comuni. E infatti, quando si è trattato di votare per la Presidenza della Repubblica, la sinistra gli ha preferito il grigio Napolitano. Oppure quell’Antonio Cederna che nel suo fondamentale, lucido e profetico La distruzione della natura in Italia (Einaudi ed. 1975) così si esprimeva: “L’Italia contadina divenuta malamente urbana è soggetta a deprimenti distorsioni psicologiche: scambia spesso per progresso l’inumana malformazione delle città, per civiltà il biossido di carbonio, per benessere il fumo delle ciminiere, per affermazione di libertà l’eliminazione di ogni parvenza di natura”.

Rodotà, Cederna, ma ricordiamo anche Pasolini, Calvino, eccezioni che confermano la regola aurea di una sinistra che rincorrendo lo sviluppo ed il lavoro purchessia, di salute, ambiente e territorio se ne è sempre strabattuta. La sinistra perde? Permettetemi di dire “e chissenefrega!”

Fabio Balocco

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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