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Tutta la plastica che beviamo

Numerose ricerche mostrano la presenza di fibre di plastica negli oceani, nelle acque dolci, nel suolo e nell’aria. Questo studio è il primo a provare l’esistenza di una contaminazione da plastica nell’acqua corrente di tutto il mondo

Di Dan Morrison
e Chris Tyree

In collaborazione con ORB

Dai rubinetti di casa di tutto il mondo, da New York a Nuova Delhi, sgorgano fibre di plastica microscopiche, secondo una ricerca originale di Orb Media, un sito di informazione non profit di Washington.

Lavorando insieme ai ricercatori dell’Università statale di New York e dell’Università del Minnesota, la Orb Media ha testato 159 campioni di acqua potabile di città grandi e piccole nei cinque continenti. L’ottantatré per cento di questi campioni, compresa l’acqua che esce dai rubinetti del Congresso degli Stati Uniti e della sede dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente, a Washington, e quella del ristorante Trump Grill nella Trump Tower, a New York, conteneva microscopiche fibre di plastica. E se ci sono nell’acqua di rubinetto probabilmente ci sono anche nei cibi preparati con l’acqua1, come pane, pasta, zuppe e latte artificiale, dicono i ricercatori.

«È una notizia che dovrebbe scuoterci», ha scritto Muhammad Yunus, premio Nobel per la pace 2006. «Sapevamo che questa plastica tornava da noi attraverso la catena alimentare. Ora scopriamo che torna da noi attraverso l’acqua potabile. Abbiamo una via d’uscita?». Yunus, il fondatore della banca di microcredito Grameen Bank, progetta di lanciare un’iniziativa contro lo spreco di plastica nei prossimi mesi.

Sono sempre più numerose le ricerche che dimostrano la presenza di microscopiche fibre di plastica negli oceani, nelle acque dolci2, nel suolo3 e nell’aria4, in tutto il mondo. Questo studio è il primo a provare l’esistenza di una contaminazione da plastica nell’acqua corrente di tutto il mondo.

Gli scienziati non sanno in che modo le fibre di plastica arrivino nell’acqua di rubinetto, o quali possano essere le implicazioni per la salute. Qualcuno sospetta che possano venire dai vestiti sintetici, come gli indumenti sportivi, o dai tessuti usati per tappeti e tappezzeria. Il timore è che queste fibre possano veicolare sostanze chimiche tossiche, come una sorta di navetta che trasporta sostanze pericolose dall’acqua dolce al corpo umano.

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Negli studi su animali, «era diventato chiaro molto presto che la plastica avrebbe rilasciato queste sostanze chimiche, e che le condizioni dell’apparato digerente avrebbero facilitato un rilascio piuttosto rapido», dice Richard Thompson, direttore associato della ricerca presso l’università di Plymouth, nel Regno Unito.

«Dalle osservazioni sulla fauna selvatica e l’impatto che sta avendo questa cosa abbiamo dati a sufficienza» per essere preoccupati, dice Sherri Mason, una delle pioniere della ricerca sulla microplastica, che ha supervisionato lo studio della Orb Media. «Se sta avendo un impatto sulla fauna selvatica, come possiamo pensare che non avrà un impatto su di noi?».

La contaminazione sfida le barriere geografiche e di reddito: il numero di fibre trovate nel campione di acqua di rubinetto prelevato nei bagni del Trump Grill è uguale a quello dei campioni prelevati a Quito, la capitale dell’Ecuador. La Orb Media ha trovato fibre di plastica perfino nell’acqua in bottiglia, e nelle case in cui si usano filtri per l’osmosi inversa.

Le autorità americane non fissano un livello di sicurezza per le particelle di plastica nell’acqua potabile, ha detto una portavoce dell’Epa (l’Agenzia per la protezione dell’ambiente), e non le hanno nemmeno inserite nella lista delle possibili sostanze contaminanti rinvenibili nell’acqua di rubinetto. L’Unione Europea impone agli Stati membri di garantire che l’acqua potabile sia libera da sostanze contaminanti.

Dei 33 campioni d’acqua prelevati in varie città degli Stati Uniti, il 94 per cento è risultato positivo alla presenza di fibre di plastica, la stessa media dei campioni raccolti a Beirut, la capitale del Libano. Fra le altre città prese in esame, figurano Nuova Delhi in India (82 per cento), Kampala in Uganda (81 per cento), Giacarta in Indonesia (76 per cento), Quito in Ecuador (75 per cento) e varie città dell’Europa (72 per cento).

La Mason, che presiede il dipartimento di geologia e scienza ambientale dell’Università statale di New York (sede di Fredonia), ha progettato la ricerca. I test sono stati eseguiti dalla ricercatrice Mary Kosuth, della Scuola di salute pubblica dell’Università del Minnesota. La Kosuth pubblicherà i risultati dello studio nei prossimi mesi, in una rivista scientifica con revisione tra pari.

«Questa è la prima indagine a livello globale sull’inquinamento da plastica nell’acqua di rubinetto, e i risultati rappresentano un primo sguardo sulle conseguenze dell’uso e dello smaltimento della plastica, più che una valutazione complessiva della contaminazione da plastica nel mondo», ha scritto la Kosuth nel compendio della ricerca. «Questi risultati segnalano la necessità di ulteriori test nelle varie regioni e confronti fra una regione e l’altra».

I campioni sono stati raccolti da scienziati di professione, giornalisti e volontari addestrati, seguendo i protocolli stabiliti dalla Mason. «Questa ricerca si limita a scalfire la superficie, ma ha l’aria di essere una questione molto seria», dice Hussan Hawwa, amministratore delegato della società di consulenze ambientali Difaf, che si è occupata della raccolta dei campioni in Libano.

Il regno di plastica

Secondo gli esperti, è troppo presto per capire se la plastica abbia un’importanza comparabile a quella di sostanze contaminanti più note dell’acqua di rubinetto, di origine sia chimica che biologica. «La ricerca sulle conseguenze per la salute umana è appena agli inizi», dice Lincoln Fok, studioso dell’ambiente presso l’Education University di Hong Kong.

La ricerca della Orb «solleva più interrogativi di quelli che risolve», afferma Albert Appleton, ex commissario alle acque del Comune di New York. «C’è un bioaccumulo? Influisce sulla formazione delle cellule? È un vettore per la trasmissione di agenti patogeni nocivi? Se si scompone, che cosa produce?».

Il mondo sforna ogni anno 300 milioni di tonnellate di plastica. Oltre il 40 per cento di questa massa viene usato una volta soltanto, a volte per meno di un minuto, e poi buttato via. Ma la plastica rimane nell’ambiente per secoli. Secondo un recente studio, dagli anni 50 a oggi sono stati prodotti in tutto il mondo oltre 8,3 miliardi di tonnellate di plastica.

Secondo i ricercatori, migliaia di miliardi di pezzettini di questo materiale sono disseminati sulla superficie dell’oceano. Le ricerche hanno trovato fibre di plastica dentro i pesci venduti nei mercati, nel Sudest asiatico, nell’Africa orientale e in California.

Ma l’idea che l’acqua potabile sia contaminata dalla plastica suscita confusione e scetticismo. «I risultati correnti dei nostri testi non mostrano livelli elevati di plastica o dei componenti derivanti dalla sua scomposizione», mi ha scritto per posta elettronica una portavoce del Dipartimento acqua ed energia di Los Angeles. «Non sappiamo di nessun protocollo standard o metodologia di sperimentazione approvata per la misurazione diretta delle microplastiche». Eppure, due campioni su tre di acqua di rubinetto a Los Angeles contenevano microscopiche fibre di plastica.

«È una cosa brutta: si sentono così tante cose sul cancro», ha detto Mercedes Noroña, 61 anni, dopo essere stata informata che un campione di acqua prelevato dal suo rubinetto di casa, a Quito, conteneva fibre di plastica. «Forse esagero, ma ho paura delle cose che ci beviamo con l’acqua».

È in buona compagnia. Un recente sondaggio Gallup ha riscontrato che il 63 per cento degli americani è «fortemente preoccupato» per l’inquinamento dell’acqua potabile, la percentuale più alta dal 20015.

Fonti nascoste di microplastica

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«Non abbiamo mai trovato niente del genere», dice James Nsereko, un pescatore del lago Vittoria, in Uganda. Un campione di acqua corrente prelevato nel villaggio di Nsereko conteneva quattro fibre di plastica, molto meno di quelle riscontrate in alcuni campioni prelevati negli Stati Uniti: in un campione di mezzo litro di acqua di rubinetto prelevata in un bagno del centro visitatori di Capitol Hill, la sede del Congresso a Washington, sono state trovate 16 fibre, uno dei totali più alti dello studio; e la stessa quantità è stata trovata in un campione raccolto nella sede centrale dell’Epa. In un campione prelevato nella sede del Comune di New York, ce n’erano dieci.

La DC Water, l’ente che gestisce le risorse idriche della capitale statunitense, ha rilasciato una dichiarazione in cui afferma che l’acqua di rubinetto della capitale «soddisfa i criteri fissati dalla legge sulla sicurezza dell’acqua potabile, che includono test per accertare la presenza di prodotti del petrolio, un componente della plastica. Monitoriamo attentamente la comparsa di agenti contaminanti». La Trump Organization non ha risposto alle richieste di commenti che abbiamo inoltrato via telefono e via posta elettronica. Un portavoce del dipartimento delle acque di New York ha detto che l’acqua cittadina soddisfa largamente le linee guida federali.

C’è una fonte di inquinamento da fibre di plastica confermata, e probabilmente ce l’avete indosso. Gli indumenti sintetici emettono fino a 700.0006 fibre a lavaggio, secondo quanto scoperto dai ricercatori dell’Università di Plymouth. Gli impianti di depurazione delle acque reflue negli Stati Uniti ne intercettano oltre la metà7: il resto finisce nei corsi d’acqua, per un totale di 29.000 chilogrammi8 di microfibre di plastica al giorno, secondo uno studio. Secondo alcuni esperti, queste fibre vengono portate dai sistemi idrici negli insediamenti più a valle, ed entrano nelle case attraverso le condutture. «Siamo tutti a valle di qualcuno», sottolinea la Mason.

Un’altra fonte di inquinamento potrebbe essere l’aria. Uno studio del 2015 calcolava che a Parigi, ogni anno, si depositano sulla superficie fra le 3 e le 10 tonnellate9 di fibre sintetiche. «Siamo abbastanza convinti che i laghi [e altri corpi d’acqua] possano essere contaminati da deposizioni atmosferiche cumulative», dice Johnny Gasperi, professore dell’Università di Parigi-Est Créteil. «Quello che abbiamo osservato a Parigi dimostra tendenzialmente che nelle ricadute atmosferiche è presente un’enorme quantità di fibre».

Particelle di plastica nell’acqua potabile: (A) Frammento plastico, continente indiano – (B) Fibra plastica, USA

Questo potrebbe spiegare perché si trovano fibre di plastica anche in sorgenti idriche sperdute, in tutto il mondo. Ma la Orb ha trovato fibre di plastica anche in acque di rubinetto provenienti da falde sotterranee. Fibre di plastica microscopiche, grandi appena un decimo di millimetro, contaminano le acque di falda in posti come Giacarta e Beirut? Oppure le fibre di plastica arrivano nell’acqua attraverso le condutture e i sistemi di depurazione?

Rimaniamo con molte incognite. Quanto è grande il pericolo se, per esempio, le fibre di plastica assorbono perturbatori endocrini, che alterano i sistemi ormonali degli esseri umani e della fauna selvatica, prima di essere consumate attraverso l’acqua potabile? «Non abbiamo mai veramente preso in considerazione questo rischio prima», dice Tamara Galloway, ecotossicologa all’Università di Exeter.

Le città stanno appena cominciando a fare i conti con l’inquinamento da fibre di plastica e il ruolo che giocano in tutto questo le lavatrici di casa. Rallentare il processo di trattamento delle acque reflue consentirebbe di intercettare una maggior quantità di fibre di plastica, dice Kartik Chandran, ingegnere ambientale della Columbia University. Ma potrebbe anche accrescere i costi.

I grandi marchi dell’abbigliamento dicono che stanno lavorando per migliorare i loro tessuti sintetici in modo da ridurre l’inquinamento da fibre. E sta venendo fuori tutta una serie di filtri, di prodotti da inserire nel cestello della lavatrice durante il lavaggio e di altri prodotti per ridurre le emissioni di fibre durante i lavaggi. Test indipendenti mostreranno quale di questi metodi è più efficace.

La Mason, che è stata la prima ricercatrice a scoprire la forte presenza di inquinamento da microplastica nella regione dei Grandi Laghi, dice di essere rimasta sconvolta dai risultati dei test sull’acqua potabile. «La gente mi chiedeva sempre: ‘Ma queste cose ci sono anche nell’acqua che beviamo?’. Io rispondevo sempre che non lo sapevo.

«Non pensavo che fossero davvero presenti anche nell’acqua che beviamo».

(Traduzione di Fabio Galimberti)

Cosa possiamo fare

Sette modi per evitare che le microplastiche diventino un problema sempre più serio.

loremNon utilizzate sacchetti di plastica
L’utilizzo medio di un sacchetto di plastica è di circa 12 minuti, al termine dei quali viene buttato via. In compenso, i sacchetti possono continuare a esistere fino a 500 anni nell’acqua degli oceani, dove le tartarughe e altri animali marini li scambiano per cibo. Quando andate a fare la spesa prendete l’abitudine di portarvi appresso borse riutilizzabili e cercate di fare altrettanto per sostituire i contenitori usa-e-getta in plastica di panini o merendine.
loremDite addio alla cannuccia
Ogni giorno nel mondo si utilizzano per una ventina di minuti (ma spesso molto meno) circa un miliardo di cannucce di plastica che poi finiscono nella spazzatura. Uno degli oggetti più usa-e-getta al mondo continua la sua esistenza per secoli nelle discariche e nell’ambiente. Tra gli inquinanti marini, infatti, predominano proprio le cannucce. La soluzione è semplice: dite addio alla cannuccia o procuratevene una di metallo da portarvi sempre dietro e utilizzare più volte.
loremLasciate per un po’ nel cassetto i vostri pile
In un unico lavaggio, una giacca di pile può perdere fino a 1900 fibre sintetiche, che finiscono per saturare aria, acqua e suolo. Lavate i vostri capi sintetici meno frequentemente e utilizzate un ciclo delicato, così da ridurre l’effetto abrasivo che provoca la rottura delle fibre. Procuratevi filtri (per esempio i Wexco) in grado di catturare fibre fino a 160 micrometri di grandezza.
loremIgiene orale
Dopo aver utilizzato il vostro spazzolino da denti, in genere lo buttate nell’apposito contenitore affinché sia riciclato, ma in verità non ci sono garanzie che così avvenga. Cercate di utilizzare spazzolini da denti in materiali alternativi come bambù, legno e… banconote di dollari riciclate sul serio.
loremMettete la vernice nel barattolo
In pratica, le vernici acriliche e in lattice sono plastica allo stato liquido con aggiunta di pigmenti. Quando lavate il pennello sotto l’acqua corrente, miliardi di micro e nano particelle di plastica finiscono nello scarico. Gli esperti suggeriscono di aggiungere sapone neutro a un po’ di acqua calda in un barattolo in vetro e di pulirvi il pennello. Fatto ciò, disfatevi dell’acqua di risciacquo del barattolo in discarica, come previsto per le vernici dalle normative locali. In alternativa, potete ricorrere alla vernice al latte: aggiungete succo di limone al latte e scremate il caglio, quindi aggiungete a ciò che resta pigmenti naturali: è in questo modo che un tempo si verniciavano vecchi fienili e mobili. I vostri amici hipster si roderanno dall’invidia.
loremPortate sempre con voi la vostra bottiglia personale
Un’unica bottiglia di plastica da un litro può frantumarsi in pezzetti microscopici in grado di ricoprire fino a un chilometro e seicento metri di costa. Comprate una bottiglia di vetro, invece che di plastica, o portatevi sempre appresso la vostra bottiglia personale riutilizzabile.
loremFatevi dare un passaggio
Ogni anno nel mondo si producono circa due miliardi di pneumatici. La polvere di pneumatico finisce nei corsi d’acqua e da lì negli oceani, ed è una delle principali cause di inquinamento di questi ultimi. Fatevi dare passaggi, utilizzate i trasporti pubblici e incoraggiate i vostri amici a fare altrettanto.

(Traduzione di Anna Bissanti)

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“Dal diesel 5mila morti all’anno in Europa”

L’analisi arriva da un nuovo studio, pubblicato dalla rivista Environmental Research Letters

Cinquemila morti ogni anno in Europa: ecco l’incredibile dato considerato la conseguenza, secondo uno studio appena pubblicato dalla rivista Environmental Research Letters, della manipolazione dei motori pianificata dalle case automobilistiche per far sembrare più ecologici i veicoli diesel. Lo studio è in linea con le previsioni precedenti sul numero delle vittime riferibili al mega-scandalo battezzato ‘dieselgate’, emerso alla ribalta nel 2015 quando Volkswagen ammise la manipolazione dei motori. Da allora sotto la lente di ingrandimento sono finiti anche altre case produttrici. E a maggio di quest’anno, uno studio pubblicato dalla rivista scientifica Nature sostenne che l’eccesso di emissioni dei veicoli diesel avrebbe provocato in tutto il mondo 38mila decessi prematuri nel 2015.

Questo nuovo studio si concentra sull’incidenza in Europa. Un gruppo di ricercatori di Norvegia, Austria, Svezia e Olanda ha calcolato che ogni anno circa 10mila decessi in Europa possono essere attribuiti alle microparticelle emesse dalle auto che funzionano con il diesel; e circa la metà di questi decessi potrebbe essere evitata se le emissioni di ossido di azoto da questi veicoli fossero simili a quelle osservate nei test di laboratorio.

I Paesi più colpiti sono Germania, Francia e anche Italia, perchè hanno una popolazione più alta e un maggior numero di auto diesel.
Attualmente in Europa circolano circa 100 milioni di auto diesel, il doppio che in tutto il resto del mondo.

Fonte: Repubblica.it

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Amazzonia: Indiani implorano aiuto dopo il massacro

Gli Indiani brasiliani hanno fatto appello al mondo per impedire ulteriori assassinii dopo la denuncia di un massacro di alcuni membri di una tribù incontattata, e hanno accusato i tagli finanziari del governo che hanno lasciato i loro territori senza protezione.

Paulo Marubo, un leader indigeno del Brasile occidentale, ha dichiarato: “È probabile che vi saranno altri attacchi e assassinii. I tagli ai finanziamenti del FUNAI stanno danneggiando le vite dei popoli indigeni, specialmente delle tribù incontattate, che sono le più vulnerabili.” (Il FUNAI è l’agenzia per gli affari indigeni in Brasile).

Marubo è il leader della Univaja, un’organizzazione indigena che difende i diritti delle tribù della Frontiera Incontattata, l’area con la più alta concentrazione di tribù incontattate al mondo.

Paulo Marubo, leader di un’organizzazione indigena della Valle del Javarí nella Frontiera Incottattata.

Paulo Marubo, leader di un’organizzazione indigena della Valle del Javarí nella Frontiera Incottattata.

© Amazonas Atual

La COIAB, l’organizzazione che rappresenta gli Indiani di tutta l’Amazzonia brasiliana, ha denunciato i massicci tagli al budget del FUNAI che hanno lasciato molti territori indigeni indifesi.

“Condanniamo con forza gli attacchi brutali e violenti contro questi Indiani incontattati. Questo massacro dimostra esattamente quanto i diritti dei popoli indigeni in questo paese siano arretrati [negli ultimi anni].

I tagli e lo smantellamento del FUNAI sono stati implementati per promuovere gli interessi di potenti politici che vogliono continuare a saccheggiare le nostre risorse, e aprire i nostri territori allo sfruttamento minerario.”

I primi rapporti ufficiosi emersi dall’Amazzonia la scorsa settimana riferiscono che fino a 10 indigeni incontattatisono stati assassinati dai cercatori d’oro e i loro corpi sono stati mutilati e poi gettati nel fiume.

I minatori si sarebbero vantati in un bar nella città vicina delle atrocità commesse, le cui vittime comprendevano donne e bambini. Il pubblico ministero locale ha aperto un’indagine.

Questi Indiani Sapanawa hanno intrapreso il primo contatto nel 2014. Gli indigeni hanno raccontato che la loro comunità era stata attaccata ed erano state uccise così tante persone da non riuscire a seppellirle tutte.

Questi Indiani Sapanawa hanno intrapreso il primo contatto nel 2014. Gli indigeni hanno raccontato che la loro comunità era stata attaccata ed erano state uccise così tante persone da non riuscire a seppellirle tutte.

© FUNAI/Survival

Il massacro sarebbe solo l’ultimo di una lunga serie di precedenti assassinii di indiani isolati in Amazzonia, tra cui il tristemente noto massacro di Haximu avvenuto nel 1993, quando 16 Yanomami furono uccisi da un gruppo di cercatori d’oro.

Più recentemente, è emerso dalla Frontiera Incontattata un gruppo di Indiani Sapanawa riferendo che le loro case erano state attaccate e bruciate da esterni che avevano ucciso così tanti membri della comunità da non riuscire a seppellire tutti i loro corpi.

Tutti i popoli incontattati rischiano la catastrofe se le loro terre non saranno protette. Survival International conduce una campagna per rendere le loro terre sicure e dare loro la possibilità di determinare autonomamente il proprio futuro.

“La decisione del governo brasiliano di tagliare i fondi alle squadre che proteggono i territori degli Indiani incontattati non è stata un errore innocente” ha commentato Stephen Corry, Direttore generale di Survival International. “È stato fatto per soddisfare i potenti interessi di chi vuole aprire i territori indigeni allo sfruttamento minerario, al taglio del legno e agli allevamenti. Queste sono le persone con cui gli indigeni si devono confrontare, e le morti delle tribù incontattate non li scoraggeranno. Solo una mobilitazione mondiale potrebbe equilibrare il confronto a favore degli indigeni e impedire ulteriori simili atrocità. Noi conosciamo l’efficacia della pressione pubblica – molte delle campagne di Survival hanno avuto successo nonostante avversità di questo tipo.”

Fonte: Survival.it

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In 10 anni quadruplicata popolazione a rischio fame, servono 23 mld di aiuti

Il punto con il lead analyst dell’agenzia Onu per le crisi alimentari

Quasi un miliardo di persone non alimentate in modo adeguato, 108 milioni in grave insicurezza alimentare, con malnutrizioni severe soprattutto nei bambini, 20-25 milioni a rischio carestia e 2-300mila persone in una situazione dichiarata di carestia, una condizione in cui già si contano numerose vittime, dove occorre agire per salvare vite umane. Luca Russo, lead analyst della Fao per le crisi alimentari, fa il punto con l’Adnkronos sul fenomeno a livello globale.

L’intervento umanitario in tutte queste situazioni è fondamentale. “Siamo passati da 5-6 miliardi di aiuti necessari, al 2006, a quest’anno in cui parliamo di 23 miliardi a livello globale anche perché la popolazione colpita si è quadruplicata rispetto al 2006 a causa dei tantissimi conflitti e dei cambiamenti climatici. Le risorse disponibili però di fatto coprono solo una parte dei fabbisogni, finanziati mediamente per il 30-40%”, spiega.

“Le persone in una situazione di grave insicurezza alimentare, che quindi hanno bisogno di assistenza umanitaria per sopravvivere, sono 108 milioni nelle statistiche 2016. L’anno precedente erano 80 milioni, nel 2016 abbiamo avuto dunque una forte degradazione della situazione dovuta essenzialmente a due fenomeni: uno, il più importante, i molti conflitti che ci sono al mondo e, l’altro, il fenomeno El Nino con episodi di siccità importante in alcune regioni”, continua Russo.

“Per il 2017 ci sono una serie di Paesi che seguiamo con più attenzione – dice – Sud Sudan, Yemen, nordest Nigeria e Somalia che l’anno scorso sono stati dichiarati dal segretario dell’Onu a rischio carestia. La buona notizia è che, tranne a inizio anno quando in Sud Sudan è stata annunciata una carestia, gli aiuti umanitari importanti fatti arrivare in questi Paesi hanno limitato la portata negativa di queste crisi, quindi in nessuno di questi quattro Paesi oggi, poi vedremo i dati nelle prossime settimane o mesi, possiamo dire che c’è una situazione di carestia”.

I numeri nel loro complesso, però, restano sostanzialmente gli stessi. “Ci sono altri Paesi in cui si sta manifestando una crisi severa, come il Congo, mentre soprattutto nella parte meridionale dell’Africa i numeri sono migliori. Poi avremo il totale a fine anno”, avverte Russo.

Ma come sono distribuiti questi numeri? Dei 108 milioni di persone a rischio ben 32 milioni si trovano in Sud Sudan, Yemen, nordest Nigeria e Somalia. “Ma non bisogna dimenticare i Paesi più piccoli – avverte – come la Repubblica Centroafricana e il Congo dove ci sono fenomeni non ugualmente importanti sui numeri ma altrettanto severi. Infatti questo è uno degli grandi rischi: c’è una grandissima attenzione a queste quattro grandi crisi e altre dimenticate“.

“Quando noi come agenzia dichiariamo una famine (carestia) vuole dire che si sono verificati una serie di eventi: almeno il 30% dei bambini severamente malnutriti; la mortalità giornaliera doppia rispetto alla media normale; il 20% della popolazione che soffre di grossi problemi di accesso agli alimenti. Il punto è che nel momento in cui noi dichiariamo che c’è carestia in un Paese dichiariamo che ci sono stati molti, molti morti. Quindi sarebbe importante intervenire prima che agenzie o governi siano costretti a dichiarare una famine”, rimarca il lead analyst per le crisi alimentari Fao.

“Insomma – ribadisce – quando si dichiara una carestia vuol dire che siamo già in ritardo rispetto alle risposte, bisognerebbe intervenire nelle fasi precedenti quando si dice ‘attenzione c’è una crisi’, La dichiarazione di carestia è una dichiarazione di fallimento: la gente già è vittima della fame“.

Quali le cause? Conflitti, cambiamenti climatici con situazioni di siccità ricorrenti, la fragilità stessa di alcuni Stati, situazioni di sottosviluppo. “Se non c’è pace è molto difficile risolvere i problemi di sicurezza alimentare – osserva – bisogna lavorare su una stabilizzazione di questi Paesi. Poi, noi, come Fao, sosteniamo che l’agricoltura in questi contesti rimane il settore portante: investire nel settore agricolo è di fondamentale importanza, evita quei fenomeni di abbandono del proprio Paese perché non ci sono mezzi per la produzione di cibo. Nel momento in cui ci si muove è molto difficile tornare indietro”.

“Al momento, ci sono nel mondo oltre 60 milioni di persone che hanno dovuto lasciare il loro luogo di residenza, sfollati nel loro Paese o all’estero come rifugiati, una cifra seconda solo a quanto accaduto durante la Seconda Guerra Mondiale”, conclude Russo.

Fonte: Adnkronos.com

‘250mila morti nel 2040 per cambiamento climatico’, Romanelli ad Adnkronos

“Se nel 2000 i decessi sono stati circa 150 mila, nel 2040 le morti sono destinate a salire a 250 mila. E la stima sarebbe ancora più alta se si escludesse dal calcolo la riduzione della mortalità infantile prevista nei prossimi anni”. Lo spiega all’AdnKronos Massimiliano Corsi Romanelli, ordinario di Patologia clinica all’università degli Studi di Milano

Clima che cambia killer silenzioso. La sua scia di morte non travolge solo le vittime di eventi catastrofici come il nubifragio delle scorse ore a Livorno, ma minaccia le nostre vite con ondate di calore, vecchie malattie che ritornano ed effetti sulle infrastrutture sanitarie, sull’acqua che beviamo e sul cibo che mangiamo. E’ così che, senza misure concrete per contrastare il fenomeno, “se nel 2000 i decessi associati al mutamento climatico sono stati circa 150 mila secondo i dati pubblicati dall’Organizzazione mondiale della sanità, nel 2040 le morti sono destinate a salire a 250 mila. E la stima sarebbe ancora più alta se si escludesse dal calcolo la riduzione della mortalità infantile prevista nei prossimi anni”.

Lo spiega all’AdnKronos Salute Massimiliano Corsi Romanelli, ordinario di Patologia clinica all’università degli Studi di Milano e direttore del Laboratorio analisi dell’Irccs Policlinico San Donato. L’esperto, membro in passato dell’ex Centro di ricerche in bioclimatologia medica della Statale meneghina, è co-autore di un lavoro su clima e salute apparso sull”International Journal of Biometerology’ e condotto in Italia, nell’area di Cuneo. Uno studio che correlava addirittura i fattori meteo e climatici ai ricoveri d’emergenza in ospedale per coliche renali e calcoli urinari. Questo per dire, sottolinea l’esperto, che “gli eventi meteorologici estremi sono fattori importanti che interessano la salute pubblica”. E che più in generale “il cambiamento climatico ha svariate conseguenze sulla salute, sia dirette che indirette, sia a breve che a lungo termine”.

Si pensi solo alle ondate di calore. Nel 2003 – ricorda Corsi Romanelli citando ancora una volta l’Oms – in Europa hanno causato 70 mila morti in 12 Paesi, specialmente nella fascia di popolazione più anziana” che fra l’altro è in continua crescita: “Da un 20% di over 65, arriveremo a un 30% nel 2050. Via via che si invecchia – precisa il medico – il sistema di regolazione termica rallenta, rendendo più vulnerabili alle temperature alte come pure a quelle basse. Sempre secondo stime Oms, in assenza di misure mirate, per le ondate di calore registreremo in Europa entro il 2050 più di 120 mila decessi ogni anno. Con costi enormi, pari a 150 miliardi di euro”. Caldo ‘da morire’, ma non solo. Può uccidere “anche l’eccesso di precipitazioni: le inondazioni del 2014 in Bosnia Erzegovina, Serbia e Croazia hanno fatto più di 60 vittime, sempre da dati Oms”.

E poi c’è l’impatto della globalizzazione, che inevitabilmente si traduce anche “nel mutamento della distribuzione di alcune di alcune patologie”: dalla sifilide alla tubercolosi, dalla malaria ad altre malattie veicolate dalle zanzare e amplificate proprio alla tropicalizzazione del clima. “Con gli inverni più miti e le estati più umide – osserva Corsi Romanelli – le aree popolate da molti insetti vettori si estendono”.

Tornando al riscaldamento globale, “esiste un legame certo fra alte temperature e inquinamento atmosferico, causa di problemi respiratori e cardiovascolari soprattutto negli anziani e nei bambini. Ma non possiamo disgiungere le alte temperature dal cambiamento climatico”, riflette l’esperto. Oltre all’impatto diretto sulla salute “ci sono poi le svariate conseguenze sanitarie”, per esempio sulle strutture e la loro capacità di gestire l’assistenza: “Se un ospedale si allaga, significa che avrà minori capacità di soccorrere” pazienti vecchi e nuovi. Ancora, possono associarsi “crolli, problemi elettrici, straripamenti, fuoriuscita di acqua dalle fognature con la diffusione di agenti contaminanti e l’eventualità che entrino nella catena alimentare”.

La conferma della vastità di implicazioni del clima che cambia, e insieme la buona notizia, è che la questione sta da tempo nel mirino delle autorità sanitarie internazionali. “Anche in Europa – conclude Corsi Romanelli – dove l’Oms si sta occupando dei legami tra clima e salute da più di 20 anni”.

Fonte: EcodalleCittà.it

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Lo spreco di cibo vale 15,5 mld all’anno: quasi l’80% si fa in casa

 

Ogni anno 15,5 miliardi di euro di cibo finiscono nella pattumiera, un valore pari allo 0,94% del Pil. Un dato riconducibile per la maggior parte allo spreco domestico che rappresenta i 4/5 del totale. Sono le stime elaborate sulla base dei test ‘Diari di Famiglia’ eseguiti dal ministero dell’Ambiente con il Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agroalimentari dell’Università di Bologna e con Swg, nell’ambito del progetto Reduce 2017, a un anno dall’entrata in vigore della Legge per la limitazione degli sprechi, l’uso consapevole delle risorse e la sostenibilità ambientale, la cosiddetta Legge Gadda.

Nel dettaglio vale oltre 3,5 miliardi annui lo spreco alimentare nella sola filiera, ovvero dai campi (946.229.325 euro) alla produzione industriale (1.111.916.133 euro), agli sprechi nella distribuzione (1.444.189.543 euro). A questa cifra vanno aggiunti i 12 miliardi dello spreco domestico reale (quello percepito si ferma a 8 miliardi).

I dati scientifici dei ‘Diari di Famiglia’, condotti le scorse settimane su un campione statistico di 400 famiglie di tutta Italia, saranno resi noti nell’ambito di un convegno internazionale a febbraio 2018, in occasione della quinta Giornata Nazionale di Prevenzione dello Spreco alimentare. Ogni giorno, per una settimana, 400 famiglie hanno annotato su formulari composti da parti compilative e chiuse il cibo gettato ad ogni pasto, con annessa motivazione, sul modello realizzato dal Wrap, in Inghilterra, che ha realizzato l’esperimento sul campione più ampio in assoluto (più di 100 famiglie).

Intanto cresce fra i cittadini la sensibilizzazione intorno al tema spreco: l’Osservatorio Waste Watcher (Last Minute Market/Swg) stima che 7 cittadini su 10 sono a conoscenza della nuova normativa e oltre il 91% considera grave e allarmante la questione spreco legata al cibo, mentre l’81% dei cittadini si dichiara consapevole che il cambiamento deve avvenire innanzitutto nel quotidiano.

Per questo la campagna Spreco Zero 2017, con il progetto Reduce, ha introdotto ‘Waste Notes’, il Diario settimanale scaricabile online che sensibilizza la famiglia sullo spreco del cibo. “Lo spreco si annida soprattutto vicino a noi – spiega il responsabile scientifico di Reduce, Luca Falasconi – Il progetto ci permette di capire che proprio la quotidianità delle nostre azioni determina la produzione di spreco alimentare, ogni giorno. Il frigo, la dispensa, e le mense scolastiche sono tra i principali luoghi dove ogni giorno cibo ancora perfettamente buono e sano inizia il suo percorso verso la discarica”.

“Lo spreco alimentare è un tema su cui sensibilizzare innanzitutto i giovani, dai bimbi ai millennials della generazione Z: perché saranno loro a guidare il mondo – spiega il direttore scientifico della Campagna europea di sensibilizzazione ‘Spreco Zero’ di Last Minute Market Andrea Segrè – Fra gli obiettivi prioritari di Spreco Zero permane la proclamazione di un Anno Europeo sullo Spreco alimentare, una questione globale richiede campagne capillari per lo meno a livello dei paesi Ue”.

“Sosteniamo da cinque anni e con grande convinzione il progetto Spreco Zero e ci auguriamo che ottenga risultati sempre maggiori in un’ottica di uso consapevole delle risorse da parte di cittadini e imprese e di sostenibilità ambientale”, ricorda Luciano Bacoccoli, Responsabile Territorial Relations&Claims Centro Nord di Unicredit.

Fonte: Adnkronos.it

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Genocidio in Amazzonia: cercatori d’oro “massacrano” Indiani incontattati

Prove dell’attacco? Queste case comunitarie degli Indiani incontattati, bruciate e avvistate nel dicembre del 2016, potrebbero essere segno di un altro massacro avvenuto nella Frontiera Incontattata. © FUNAI

I pubblici ministeri in Brasile hanno aperto un’inchiesta dopo le denunce del massacro di “più di dieci” membri di una tribù incontattata commesso da alcuni cercatori d’oro vicino a un remoto fiume amazzonico. Se i fatti saranno confermati, questo significa che fino a un quinto dell’intera tribù è stato annientato.

Due cercatori d’oro sono stati arrestati.

Gli omicidi sarebbero avvenuti il mese scorso lungo il Fiume Jandiatuba nel Brasile occidentale, ma la notizia è emersa soltanto dopo che i cercatori d’oro hanno iniziato a vantarsi degli assassinii, e a mostrare i loro “trofei” nella città più vicina.

Gli agenti dell’agenzia per gli affari indigeni del Brasile, il FUNAI, hanno confermato i dettagli dell’attacco a Survival International. Si crede che tra le vittime vi fossero anche donne e bambini. Il FUNAI e l’ufficio del pubblico ministero stanno indagando sull’accaduto.

L’area è conosciuta come la Frontiera Incontattata, poiché ospita più tribù incontattate di qualsiasi altro luogo al mondo.

Molte delle squadre governative che prima proteggevano i territori degli indigeni incontattati, hanno di recente subito tagli finanziari da parte del governo brasiliano, e hanno dovuto chiudere.

Indiani incontattati nell’Amazzonia brasiliana, nelle riprese aeree del 2010. © G.Miranda/FUNAI/Survival
Il governo del presidente Temer è fortemente anti-Indiano, e ha legami stretti con la potente e anti-indigena lobby agroalimentare del paese.

Anche i territori di due altre tribù incontattate vulnerabili – i Kawahiva e i Piripkura – sarebbero stati invasi. Entrambe le tribù sono circondate da centinaia di allevatori e invasori di terra.

Le tribù incontattate sono i popoli più vulnerabili del pianeta. Tuttavia, quando i loro diritti sono rispettati, continuano a prosperare.

Tutte le tribù incontattate rischiano la catastrofe se le loro terre non saranno protette. Survival sta facendo tutto il possibile per rendere le loro terre sicure, e per dare loro la possibilità di determinare autonomamente il proprio futuro.

“Se queste denunce saranno confermate, il presidente Temer e il suo governo avranno la pesante responsabilità di questo attacco genocida. I tagli ai finanziamenti del FUNAI hanno lasciato decine di tribù incontattate indifese contro migliaia di invasori – cercatori d’oro, allevatori e taglialegna – che vogliono disperatamente rubare e saccheggiare le loro terre” ha dichiarato Stephen Corry, il Direttore generale di Survival International. “Tutte queste tribù avrebbero dovuto avere le loro terre adeguatamente riconosciute e protette da anni – l’evidente appoggio del governo nei confronti di coloro che vogliono invadere i territori indigeni è del tutto vergognoso, e sta facendo arretrare i diritti indigeni in Brasile di decenni.”

Fonte: Survival.it

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Migrazioni: l’insopportabile ipocrisia dell’accoglienza

La situazione attuale

Le migrazioni costituiscono, insieme all’effetto serra e alla crisi economica iniziata nel 2007, i problemi più gravi di questo periodo della storia umana. Nei Paesi di partenza sono causate da sconvolgimenti profondi della struttura produttiva, dei rapporti sociali e delle condizioni ambientali che impediscono alle popolazioni di continuare a ricavare il necessario da vivere nei luoghi in cui vivono, come hanno fatto per millenni i loro antenati. Nei Paesi d’arrivo generano tre tipi di reazioni: una di rifiuto, che si concretizza nel sostegno ai partiti xenofobi; una di accoglienza interessata per i contributi che i migranti possono dare alla crescita economica e alla ricchezza monetaria dei nativi; una di accoglienza disinteressata e generosa, basata sulla solidarietà nei confronti delle persone più provate dalla vita e sulla pulsione a una maggiore giustizia sociale. I partiti xenofobi enfatizzano i problemi creati dall’arrivo di un numero sempre maggiore di migranti senza risorse professionali ed economiche, mettendo in evidenza l’insicurezza e il degrado che inevitabilmente si genera nei luoghi in cui in qualche modo si accampano e si arrangiano per sopravvivere. I sostenitori dell’accoglienza interessata li minimizzano, insistendo sui vantaggi economici che deriverebbero dalla loro regolarizzazione: crescita del prodotto interno lordo, aumento del gettito fiscale, pagamento delle pensioni. I sostenitori dell’accoglienza disinteressata fanno leva sui sentimenti di fraternità che, persistono nell’animo umano nonostante i decenni di consumismo, materialismo ed egoismo che hanno caratterizzato le società industriali. E dedicano le loro energie, la loro intelligenza, la loro creatività a cercare soluzioni per aiutare i migranti con cui entrano in contatto a trovare un alloggio e un lavoro dignitosi. Nascosti nei coni d’ombra tra queste dinamiche, agiscono due categorie di approfittatori: quelli che speculano sulla disperazione dei più deboli, sfruttando la loro forza lavoro in maniere ignobili, fino a farli morire; e quelli che, agendo nei meandri nascosti della politica, riescono a impadronirsi dei fondi stanziati per le strutture d’accoglienza, lasciando solo le briciole ai disperati cui erano destinati.[1]

L’aspetto di queste dinamiche su cui si dovrebbe maggiormente puntare l’attenzione e passa invece pressoché inosservato, è il fatto che tutti gli attori in campo si limitano a prendere in considerazione, ciascuno dal proprio punto di vista, le conseguenze dei flussi migratori nei Paesi d’arrivo, ma nessuno si domanda per quale motivo negli ultimi trent’anni le migrazioni abbiano coinvolto numeri sempre maggiori di persone in tutto il mondo. Una domanda che in relazione ai viaggi dall’Africa e dal Medio-oriente verso l’Europa è resa ancora più drammatica dal fatto che sono gestiti da bande di trafficanti di esseri umani, sono contrassegnati da violenze, spesso finiscono con naufragi nel canale di Sicilia e, anche se si concludono in qualche porto italiano, non c’è nessuna certezza che chi arriva possa iniziare una nuova vita più soddisfacente di quella che ha lasciato. C’è chi con una superficialità pari alla supponenza ha scritto: «Una è la visione del futuro, che è bene avere ma non puoi inventare. L’altra è lo spostamento dei popoli, che è come la terra che gira o l’eclissi di luna. Non riconoscere eventi immensi mentre stanno accadendo è una penosa cecità selettiva». (Furio Colombo, Il Fatto Quotidiano, 18 maggio 2017, p. 10). Si può modificare la rotazione terrestre? Si possono modificare le eclissi della luna? Si possono eliminare le cause che inducono masse crescenti di disperati a sottoporsi a viaggi infernali pur di lasciare i luoghi in cui i loro antenati hanno ricavato da vivere per millenni? Si può mettere fine a una sofferenza che i loro antenati non hanno dovuto patire? Non c’è davvero nessuna causa dipendente da scelte umane che possa essere rimossa?

 

Le migrazioni sono un fenomeno intrinseco al modo di produzione industriale

 

     Nel modo di produzione pre-industriale – ancora vigente in alcuni Paesi del mondo che, per questa ragione, vengono definiti sottosviluppati – l’economia è finalizzata a produrre beni con un valore d’uso. L’attività principale è l’agricoltura per autoconsumo. Gli scambi mercantili si limitano alle eccedenze della produzione agricola rispetto al fabbisogno delle famiglie contadine e agli oggetti prodotti dagli artigiani per rispondere alla domanda di clienti che li ordinano. Il denaro è il mezzo attraverso cui avvengono gli scambi tra i produttori e gli acquirenti dei beni. Nel modo di produzione industriale l’introduzione di macchine azionate da motori che trasformano l’energia termica in energia meccanica accresce la produzione e ne muta la finalità. I prodotti industriali non sono fatti su richiesta di chi ne ha bisogno, ma per essere venduti e ricavare dalla loro vendita più denaro di quanto ne è stato investito per produrli. Non vengono prodotti per il loro valore d’uso, ma per il loro valore di scambio. Pertanto, più se ne producono, più se ne possono vendere e più alti possono essere i profitti di chi li produce. Il denaro si trasforma da mezzo di scambio a fine delle attività produttive.

Per accrescere la produzione industriale non basta introdurre macchine sempre più efficienti nei cicli produttivi. Deve anche aumentare il numero delle persone che lavorano in fabbrica e il numero delle persone con un reddito monetario che consenta di acquistare i prodotti industriali. Chi lavora in fabbrica non ha la possibilità di autoprodurre i beni di cui ha bisogno per vivere, ma può comprarli sotto forma di merci col salario che riceve in cambio del lavoro che svolge. I due serbatoi da cui possono essere attinti i lavoratori di cui le fabbriche hanno bisogno per accrescere la produzione industriale sono i contadini che praticano l’agricoltura di sussistenza e gli artigiani. Ma bisogna convincerli, o costringerli, ad accettare questo cambiamento. All’inizio della rivoluzione industriale, in Inghilterra nella seconda metà del Settecento, furono emanate una serie di leggi che imponevano la recinzione delle terre agricole per favorirne l’accorpamento e consentire l’introduzione di tecniche agrarie che aumentavano la produttività, con l’obbiettivo di trasformare l’agricoltura da attività prevalentemente per autoconsumo in attività finalizzata alla vendita dei prodotti agricoli. Gli accorpamenti dei terreni furono effettuati in modo da favorire i grandi proprietari terrieri e danneggiarono i contadini, a cui furono assegnati gli appezzamenti meno fertili. Furono inoltre privatizzate le terre comuni, impedendo ai contadini di continuare a esercitare il diritto, che avevano da secoli, di portarvi al pascolo gli animali, di cacciare la selvaggina, di raccogliere la legna da ardere, le erbe e i frutti selvatici. Gli effetti combinati di queste due misure resero impossibile sopravvivere con l’agricoltura di sussistenza e i contadini furono costretti a emigrare nelle aree industriali, dove non avevano altra scelta che lavorare come operai. Del resto, se non l’avessero fatta spontaneamente, un’apposita legislazione puniva l’accattonaggio con la condanna alla reclusione da scontare lavorando in apposite fabbriche-prigioni. Contestualmente, lo sviluppo dell’industria tessile metteva fuori mercato le stoffe tessute in casa con telai a mano da artigiani, che reagirono distruggendo i telai meccanici azionati dalle macchine a vapore, ma la loro rivolta, passata alla storia col nome di luddismo, fu sconfitta militarmente dalle truppe governative inviate in soccorso degli industriali. Da allora i sistemi coercitivi utilizzati per costringere i contadini e gli artigiani a trasferirsi dalla produzione di valori d’uso alla produzione di valori di scambio, dalle campagne alle città, sono stati integrati instillando nell’immaginario collettivo l’idea che questo passaggio costituisse un progresso indispensabile per accrescere il benessere e migliorare le condizioni di vita.

Questo processo è avvenuto, seppure in tempi sfalsati, in tutti i Paesi in cui nel corso dell’Ottocento si è sviluppata l’industrializzazione. A parte gli Stati Uniti, dove i flussi migratori di cui il Paese aveva bisogno per sostenere il suo sviluppo industriale furono alimentati, sin dall’inizio, da masse di disperati privi di tutto provenienti da molti Paesi europei, nei Paesi europei, in una prima fase durata grosso modo fino alla prima metà del Novecento, le migrazioni dalle campagne alle città non hanno generalmente superato gli ambiti regionali e hanno assunto dimensioni nazionali solo nei trent’anni successivi alla fine della seconda guerra mondiale, che sono stati caratterizzati da una crescita economica senza precedenti. Quella crescita non sarebbe stata possibile se i flussi migratori non avessero fatto aumentare il numero degli occupati nel settore industriale, e se l’aumento dell’occupazione non avesse fatto aumentare il numero dei percettori di reddito in grado di acquistare i prodotti industriali immessi sul mercato. In Italia le migrazioni assunsero in quegli anni le connotazioni di un esodo dal sud al nord, alimentato non solo dai braccianti e dai lavoratori agricoli giornalieri che vedevano nella possibilità di lavorare in fabbrica e di avere un reddito monetario alla fine di ogni mese il superamento della povertà e della precarietà in cui vivevano, ma anche dall’attrazione esercitata dalla vita nelle città, di cui i mezzi di comunicazione di massa presentavano solo gli aspetti positivi, la vivacità culturale, l’abbondanza dell’offerta di merci, le opportunità di lavoro e di guadagno, mentre della vita in campagna enfatizzavano soltanto gli aspetti negativi, la fatica, la monotonia, l’arretratezza. I flussi migratori all’interno di ogni Paese europeo vennero integrati da flussi migratori dai Paesi in cui l’industrializzazione era iniziata più tardi e aveva avuto uno sviluppo più lento, verso i Paesi in cui era iniziata prima e si era sviluppata più rapidamente. Per esempio, dall’Italia alla Germania, al Belgio e alla Francia.

       

Le migrazioni attuali sono una conseguenza della globalizzazione

 

     Dopo l’abbattimento del muro di Berlino (ottobre 1989) e il crollo dell’Unione Sovietica, la variante liberista del modo di produzione industriale non ha più avuto ostacoli che le impedissero di espandersi in tutto il mondo. Del resto le economie dei Paesi capitalisti non avrebbero potuto continuare a crescere se non fosse cresciuta la produzione industriale e la domanda di prodotti industriali in Paesi come la Cina e l’India, dove vivono 3 miliardi di persone, il 40 per cento della popolazione mondiale. Ma la domanda di merci può crescere solo se cresce il numero delle persone provviste di reddito, cioè se cresce il numero degli occupati che ricevono un salario in cambio del loro lavoro, il numero degli imprenditori e il numero delle persone che lavorano nei servizi necessari al funzionamento di una società complessa. In quei Paesi, in cui aveva ancora un peso rilevante l’agricoltura di sussistenza, il trasferimento di decine di milioni di lavoratori dalle campagne alle città, dall’agricoltura all’industria e ai servizi, dall’agricoltura per autoconsumo alla produzione agricola per il mercato è stato attuato con deportazioni di massa. Altre deportazioni di decine di milioni di contadini sono avvenute in seguito agli allagamenti dei terreni e dei villaggi agricoli, provocati dalla costruzione di dighe gigantesche per soddisfare il crescente fabbisogno di energia elettrica richiesto dalla crescita della produzione industriale, dall’urbanizzazione e dall’innalzamento dei livelli di vita. In pochissimi anni sono state costruite città di decine di milioni di abitanti.[2]

Nei Paesi africani non è stato lo sviluppo industriale a costringere i contadini a lasciare le campagne da cui ricavavano il necessario per vivere, ma sono state le guerre tra le etnie e gli Stati fomentate dai Paesi occidentali, e quelle combattute direttamente da loro per tenere sotto controllo i territori in cui insistono le miniere e i giacimenti di fonti fossili necessari a sostenere la loro crescita economica. Sono state la riduzione della fertilità dei suoli e la perdita dell’autosufficienza alimentare causate dagli aiuti allo sviluppo, cioè alla mercificazione dell’agricoltura, che li hanno indotti ad abbandonare la biodiversità e l’agricoltura di sussistenza per dedicarsi alla monocoltura di prodotti esotici richiesti dal mercato mondiale. Sono stati gli acquisti di enormi estensioni di terreni agricoli non accatastati effettuati da cinesi e coreani per un tozzo di pane con la complicità di governanti corrotti. Non essendosi sviluppate in questi Paesi attività industriali in cui trasferirsi, l’unica prospettiva per le popolazioni costrette a lasciare le loro terre è trovare qualche forma di lavoro nei Paesi europei.

 

Liberi di dover partire

 

     Naturalmente nessuno è obbligato a emigrare. E chiunque ha diritto di andar via dai luoghi in cui non vuole più a vivere, o perché sono devastati da una guerra, o perché non riesce più a ricavarne il necessario per rispondere ai bisogni vitali della propria famiglia, o perché pensa di poter vivere meglio in un altro luogo del mondo. Chi sceglie di emigrare lo fa liberamente, anche se tutta la storia delle migrazioni è contrassegnata dalla sofferenza. La sofferenza di dover lasciare i luoghi in cui si è nati e i propri affetti familiari, la sofferenza di dover accettare lavori faticosi, pericolosi e poco pagati nei luoghi in cui si trasferisce, la sofferenza di vivere in abitazioni malsane in quartieri ghetto, la sofferenza per l’ostilità delle popolazioni tra cui s’inserisce. Una descrizione molto vivida delle condizioni di vita degli operai nel 1936 in Inghilterra è stata fatta da George Orwell nei resoconti di viaggio in un distretto minerario del Nord, raccolti nel libro La strada di Wigan Pier. In relazione alla storia dell’emigrazione italiana all’estero basta ricordare il linciaggio di 17 italiani ad opera di contadini e vagabondi francesi che lavoravano con loro nelle saline di Aigues Mortes il 16 e 17 agosto 1893. O i 136 minatori intrappolati da un’esplosione nella miniera belga di Marcinelle l’8 agosto 1956. Se avessero potuto ricavare il necessario per vivere dove erano nati, sarebbero andati a lavorare nelle saline francesi o nelle miniere del Belgio? Libers… de scigní lâ (Liberi… di dover partire), ha intitolato una sua raccolta di poesie in friulano, Leonardo Zanier, un sindacalista poeta che ha dedicato la vita a tutelare i diritti dei lavoratori italiani emigrati in Svizzera. Possibile che i sostenitori dell’accoglienza per ragioni umanitarie e di giustizia sociale sappiano solo dire che emigrare è un diritto che va tutelato e agevolato, ma non riescano nemmeno a immaginare che se degli esseri umani sono costretti a fare una scelta che nasce dal bisogno di fuggire da una sofferenza e nella maggior parte dei casi conduce ad altra sofferenza, l’umanità, il diritto, la condivisione impongono che ci si domandi quali siano le cause della sofferenza che li costringe a emigrare e della sofferenza che incontreranno nei luoghi d’arrivo? Che ci si impegni a renderne consapevole l’opinione pubblica e a cercar di capire come possano essere rimosse? Se ci si limita ad agevolare l’accoglienza dei migranti si rafforzano le cause che li inducono a emigrare. E, poiché le migrazioni sono causate da sofferenza e comportano sofferenza, si contribuisce ad accrescerla, oltre a fare inconsapevolmente il gioco dei sepolcri imbiancati dell’accoglienza interessata.

 

L’accoglienza dei sepolcri imbiancati (piccolo florilegio)

 

Carlos Moedas, Commissario europeo alla ricerca, all’innovazione, alla scienza, Dichiarazione all’emittente francese Europe 1, 11 maggio 2015:

Bisogna avere più migranti in Europa. L’immigrazione è essenziale alla crescita ed è certo che se potessimo avere più persone potremmo avere più crescita. Il mio messaggio ai francesi e all’Europa è che dobbiamo aprire le nostre porte.

 

Caritas e Migrantes, XXIV Rapporto Immigrazione, Migranti attori di sviluppo, Expo di Milano, 4 giugno 2015:

I migranti costituiscono una ricchezza per l’Italia, perché producono l’8,8 per cento del prodotto interno lordo, pari a oltre 123 miliardi di euro. E vengono pagati meno dei lavoratori italiani: un italiano guadagna in media 1.326 euro al mese, un cittadino comunitario 993, un extracomunitario 942 (ndr: cosa si può volere di più?, per non parlare di chi lavora in nero, a cui viene dato solo il necessario per sopravvivere e tornare a lavorare giorno dopo giorno, fino a quando ce n’è bisogno).

 

Maurizio Ricci, Lavorano e fanno figli: così i migranti finanziano l’Europa, la Repubblica on line, 8 settembre 2015:

Per salvare le nostre pensioni servono 250 milioni di rifugiati entro il 2060.

(ndr: «rifugiati», cioè profughi di guerra, non semplici migranti economici, ammesso che la distinzione abbia un senso).

 

Secondo un rapporto del Credit Suisse, reso pubblico il 23 settembre 2015, le spese per i migranti sono destinate a ripagarsi sotto forma di benefici alla crescita e quindi di aumenti delle entrate fiscali. La gestione dei migranti non è un costo ma un buon investimento. Entro il 2020 l’Europa avrà bisogno di 42 milioni di occupati in più per sostenere il suo sistema di welfare. La proiezione al 2060 è di 250 milioni. Le alternative, secondo lo studio della banca svizzera, sono pura questione di logica: o aumenta il tasso di natalità o arrivano più immigrati o si riducono le prestazioni.

(ndr: non hanno visto i 3 milioni di disoccupati in Italia, dove la disoccupazione giovanile oscilla da anni intorno al 40 per cento)

 

Tito Boeri, presidente dell’Inps, intervistato da Francesco Manacorda, Repubblica delle Idee, Bologna, Centro San Domenico, 15 giugno 2017:

Se chiudessimo le frontiere ai migranti non saremmo in grado di pagare le pensioni. Ogni anno gli stranieri versano otto miliardi di euro in contributi e ne prelevano tre. È vero, un giorno avranno la pensione pure loro, però molti torneranno al loro Paese d’origine. I loro versamenti saranno a fondo perduto.

(ndr: oltre ad arricchirci legalmente, si fanno pure fregare…)

 

Ancora Tito Boeri, nella Relazione Annuale dell’INPS, presentata il 4 luglio 2017 a Montecitorio ha scritto:

Chiudere loro le porte ci costerebbe la perdita secca di 38 miliardi per i prossimi 22 anni, una manovra aggiuntiva annuale. […] Chiudendo le frontiere agli immigrati rischiamo di distruggere il nostro sistema di protezione sociale. I lavoratori che arrivano in Italia sono sempre più giovani, la quota degli under 25 è passata dal 27,5 per cento del 1996 al 35 per cento del 2015, e pertanto si tratta di 150.000 contribuenti in più l’anno, che bilanciano in parte il calo delle nascite. […] sino ad ora gli immigrati ci hanno regalato circa un punto di Pil di contributi sociali a fronte dei quali non sono state loro erogate delle pensioni.

(ndr: «ci hanno regalato circa 1 punto di pil»: nonostante la loro povertà, sono proprio generosi)

 

Fondo Monetario Internazionale, L’impatto della migrazione sui livelli di reddito delle economie avanzate, 5 luglio 2017:

Nelle economie avanzate a un aumento di lavoratori immigrati dell’1 per cento corrisponde una crescita del Prodotto interno lordo di 2 punti, nel lungo periodo.

(ndr: di quanto fa diminuire la ricchezza nei Paesi di provenienza?)

 

Sempre Tito Boeri, 20 luglio 2017, audizione alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema di accoglienza dei migranti:

Gli immigrati regolari versano ogni anno 8 miliardi in contributi sociali e ne ricevono 3 in termini di pensioni e altre prestazioni sociali, con un saldo netto di circa 5 miliardi per le casse dell’Inps.

 

Evitare di essere utilizzati come inconsapevoli cavalli di Troia

 

I sepolcri imbiancati sanno perfettamente che nei Paesi sviluppati la produzione e la vendita di merci non possono continuare a crescere se non aumenta la percentuale della popolazione mondiale che abbandona l’economia di sussistenza e s’inserisce nell’economia di mercato. Sostengono quindi a ragion veduta che bisogna accogliere i migranti perché ne abbiamo bisogno: per continuare a far crescere il nostro prodotto interno lordo, per mantenere i nostri stili di vita, per pagare le nostre pensioni, per svolgere i lavori che gli italiani non vogliono più fare, per dare assistenza ai nostri vecchi. Sono invece disinteressate e dettate dalla solidarietà le motivazioni con cui la Chiesa cattolica nonostante gli scivoloni della Caritas, alcune associazioni non governative e i movimenti politici della sinistra non geneticamente modificata operano per favorire l’ingresso e l’accoglienza dei migranti dal Medio-oriente, dall’Africa e dai Paesi dell’Europa dell’est. Per costoro i richiedenti asilo e i migranti economici sono esseri umani che non hanno avuto la nostra fortuna di nascere dalla parte giusta del mondo, costretti a intraprendere drammatici viaggi della speranza alla ricerca di una vita migliore, accettando di subire violenze d’ogni tipo da trafficanti di esseri umani senza scrupoli e di rischiare la vita per raggiungere la terra promessa dei nostri Paesi, dove i livelli di benessere sono più alti di quelli dei loro Paesi d’origine.

     Premesso che alleviare una sofferenza è un dovere etico da compiere tempestivamente senza se e senza ma, capire le cause che la provocano è un dovere intellettuale a cui consegue l’impegno politico di provare a rimuoverle. Sicuramente una parte dei migranti che tentano disperatamente di trasferirsi dall’Africa e dal Medio-Oriente nei Paesi dell’Europa occidentale sono attirati dall’abbondanza dei beni materiali. Chi li produce utilizza spregiudicatamente internet e le televisioni satellitari per suscitare in loro il desiderio di averli, sapendo di incidere soprattutto tra i giovani, che sono la fascia d’età più interessante dal punto di vista lavorativo.[3] Tuttavia la maggioranza è costretta a emigrare perché i Paesi industrializzati, per sostenere i loro interessi hanno reso impossibile ai popoli che li abitano di continuare ad abitarli e a trarne il necessario per vivere. La distinzione tra migranti economici e rifugiati politici, che molti ripetono come un’ovvietà, è concettualmente pretestuosa. Che differenza c’è tra chi è costretto ad abbandonare la propria terra perché sconvolta da guerre istigate, o combattute direttamente dai Paesi sviluppati per tenere sotto controllo i giacimenti di una risorsa necessaria alla loro crescita economica, chi è costretto ad abbandonarla perché la sua fertilità è stata impoverita dall’agricoltura chimica finanziata dagli aiuti allo sviluppo per potenziare l’offerta sul mercato mondiale di un prodotto agricolo di cui c’era temporaneamente una domanda inevasa, e chi è costretto ad abbandonarla perché vi è stato insediato un campo petrolifero, o una discarica di rifiuti inquinanti, o perché se ne sono impadroniti i cinesi? Nessuno di loro può continuare a vivere sulla terra in cui è nato e in cui sono nati i suoi avi.

Chi ritiene che le società industriali costituiscano il livello più alto raggiunto dalla storia perché hanno consentito ai loro abitanti di avere un’abbondanza di beni materiali mai conosciuta in passato, di sconfiggere la fame, di curare malattie prima incurabili e di allungare la durata della vita, è convinto che i migranti dall’Africa e dal Medio-oriente non possano non desiderare di venire a viverci, «per donare a se stessi e ai propri cari un futuro migliore», come ha sostenuto mellifluamente Silvio Berlusconi parlando in un rete televisiva tunisina quando era presidente del Consiglio. E se è sensibile alle motivazioni umanitarie e ritiene che l’equità sia un valore, non può non essere disponibile ad aiutarli affinché possano condividere il nostro stile di vita. Non coglie la venatura di razzismo che offusca questa idea di accoglienza. Non pensa che sia il nostro stile di vita consumistico a impedire che i migranti possano continuare a vivere sulle terre dei loro padri, perché li priva del necessario per alimentare il nostro superfluo. Crede che l’unica alternativa ai limiti del loro modo di vivere sia il nostro modo di vivere, che è meno compatibile del loro con la biosfera. Non immagina che ce ne possa essere un altro diverso dal nostro e dal loro, da inventare e costruire insieme, perché il nostro non ha futuro e il loro è contrassegnato da privazioni. Non pensa che nel loro stile di vita possano esserci vantaggi che il nostro stile di vita ci ha tolto (la spiritualità, la solidarietà, la collaborazione) e che si possano superare i loro limiti (conoscenza scientifica molto scarsa, problemi igienici e sanitari, carenza di beni materiali) senza necessariamente assumere i nostri. Insomma, solo chi ha un modo di pensare molto schematico e forti limiti mentali può pensare che l’unica alternativa possibile ai problemi della loro società sia la nostra, e che l’unica alternativa possibile ai difetti della nostra sia tornare indietro, alla nostra società contadina dell’anteguerra, che era simile alla loro. Non immagina nemmeno che si possa andare avanti, ciascuno per la sua strada, in una direzione diversa. Per esempio, verso società in cui la tecnologia sia finalizzata a ridurre l’impronta ecologica e non ad aumentare la produttività; in cui il benessere non si confonda col tantoavere, ma s’identifichi con la possibilità di garantire a tutti di far fruttare i propri talenti. Se non si pongono queste domande, i sostenitori limpidi dell’accoglienza rischiano di diventare i cavalli di Troia dei sepolcri imbiancati, che si fanno paladini dell’accoglienza per trasferire al servizio delle società opulente coloro ai quali le società opulente hanno già tolto il necessario per vivere a casa loro.

Se, in conseguenza dell’inserimento di un numero sempre maggiore di migranti nel sistema economico e produttivo dei Paesi sviluppati, il nostro prodotto interno lordo tornerà a crescere più intensamente, come documentano gli studi dei sepolcri imbiancati, cresceranno i nostri bisogni di materie prime e di energia. Aumenterà pertanto la nostra necessità di tenere sotto controllo politico e militare le zone del mondo in cui si trovano. Aumenteranno i consumi di fonti fossili, le emissioni di anidride carbonica e l’effetto serra. Aumenterà la quantità di rifiuti che produciamo e la nostra esigenza di trovare qualche posto nel mondo in cui scaricarli. Si aggraveranno tutti i fattori della crisi ambientale. Diminuiranno le risorse disponibili per i popoli impoveriti dall’avidità dei popoli che hanno più del necessario e aumenterà la loro propensione a emigrare. Secondo uno studio redatto da 13 agenzie federali statunitensi che si occupano di cambiamento climatico per il National Climate Assessment (la valutazione sul clima richiesta dal Congresso ogni 4 anni), pubblicato l’8 agosto 2017, i cambiamenti climatici faranno sentire i loro effetti soprattutto nei Paesi di provenienza dei migranti e accentueranno i loro flussi. L’innalzamento del livello degli oceani conseguente allo scioglimento dei ghiacci polari provocato dall’effetto serra sommergerà il Bangladesh, costringendo i suoi 165 milioni di abitanti a emigrare in cerca di altri posti in cui vivere. E non saranno i soli a doversene andare dalla loro terra.

L’accoglienza generosa e disinteressata è indispensabile per alleviare le sofferenze causate dalle migrazioni, ma se non si inserisce in un progetto di rimozione delle cause che le generano, può contribuire a rafforzarle. La scelta fondamentale per ridurre le sofferenze delle migrazioni non è fluidificarne i flussi senza impegnarsi a limitarne le cause – come fanno, per ragioni diverse, la pseudosinistra dei sepolcri imbiancati, la sinistra non modificata geneticamente, i movimenti d’ispirazione religiosa – ma proporsi di ridurli – non bloccandoli militarmente, come propongono le destre xenofobe e sovraniste – ma riducendo le cause che li provocano. Ovvero riducendo le iniquità tra i popoli.

 

Per ridurre le sofferenze delle migrazioni occorre perseguire una maggiore equità tra i popoli.

 

     C’è chi crede che una maggiore equità tra i popoli si possa realizzare diminuendo i consumi dei Paesi sviluppati per consentire di far crescere i consumi dei Paesi sottosviluppati. Se così fosse, il consumo globale di risorse da parte dell’umanità non diminuirebbe. Poiché ha già superato i limiti della compatibilità ambientale, l’umanità continuerebbe ad andare verso il collasso, ma in maniera più equa. Non è una prospettiva consolante, soprattutto per le ultime e per le prossime generazioni. E poi, come si fa a pensare che possano accettare una riduzione dei consumi le popolazioni di Paesi in cui l’economia continua ad essere finalizzata alla crescita; la ricchezza e la povertà sono misurate col potere d’acquisto; i processi formativi sono improntati sull’identificazione della realizzazione umana col lavoro che si svolge, il reddito che se ne ricava, la quantità e il valore monetario delle merci che consente di comprare? Non si può perseguire una maggiore equità tra i popoli estendendo ai Paesi sottosviluppati il modello economico dei Paesi sviluppati, nemmeno se ci si propone di ridurre i consumi di risorse dei Paesi sviluppati per consentire ai Paesi sottosviluppati di averne a disposizione di più. Una maggiore equità tra i popoli si può ottenere soltanto se si abbandona la convinzione che il fine dell’economia sia la crescita della produzione di merci.

Creando un notevole sconcerto tra i paladini del pensiero unico, nell’Enciclica Laudato si’, papa Francesco ha scritto: «… è arrivata l’ora di accettare una certa decrescita in alcune parti del mondo, procurando risorse perché si possa crescere in modo sano in altre parti». (193) Evidentemente le parti del mondo in cui «è arrivata l’ora di accettare una certa decrescita» sono i Paesi sviluppati, che però non sono molto propensi ad accettarla, perché la concepiscono istintivamente come una diminuzione dei consumi di beni materiali – che pure, nonostante l’opinione comune, sarebbe necessaria per migliorare il benessere. In realtà risultati molto più significativi si possono ottenere focalizzando l’impegno sulla riduzione dei consumi di risorse, che si può ottenere sviluppando innovazioni tecnologiche finalizzate ad accrescere l’efficienza con cui si utilizzano e riducendo gli sprechi. Nel solo settore energetico, un grande slancio progettuale e innovativo, paragonabile a quello che ha avviato la rivoluzione industriale, può ridurre di almeno i due terzi i consumi di energia alla fonte a parità di servizi finali. In questo modo non solo può aumentare la quantità di risorse disponibili per i popoli che ne hanno meno di quanto è necessario per soddisfare i bisogni fondamentali degli esseri umani, ma si può offrire ad essi la possibilità di «crescere in modo sano», perché le innovazioni tecnologiche che consentono di ridurre i consumi di risorse dei Paesi sviluppati più dei loro consumi finali, consentono anche di aumentare i consumi finali dei Paesi sottosviluppati più dei consumi di risorse necessari a sostenerli. In ogni caso, il risultato dei due processi deve comportare una riduzione complessiva dei consumi di risorse della terra, delle emissioni metabolizzabili e delle emissioni non metabolizzabili dalla biosfera, ma ciò può avvenire solo se l’immaginario collettivo dei Paesi sviluppati saprà liberarsi dal grande inganno dell’identificazione del benessere col consumismo e del valore dell’innovazione in quanto tale. Solo se si crede che il senso della vita s’identifichi col possesso di cose e che il nuovo sia sempre migliore del vecchio, ogni volta che viene immesso un prodotto nuovo sul mercato si può sentire il bisogno di comprarlo. Ma la soddisfazione che se ne ricava viene continuamente frustrata dall’immissione sul mercato di prodotti più nuovi che fanno diventare vecchi i prodotti nuovi appena comprati. La propensione al consumo rimane intatta proprio in conseguenza della frustrazione a cui è inevitabilmente soggetta. Solo persone incapaci di dare un senso alla propria vita come successione di scoperte, conoscenze, incantamenti, possono rimanere vittime di questo inganno. Ma è questo inganno a consentire che si possa continuare a produrre sempre di più, a consumare quantità sempre maggiori di risorse, a immettere quantità sempre maggiori di sostanze di scarto in qualche matrice della biosfera.

Il cambiamento dei fini della tecnologia, dall’incremento della produttività alla riduzione dell’impatto ambientale, insieme a un cambiamento dei valori e dei modelli di comportamento che rivaluti l’importanza della dimensione spirituale e smonti l’identificazione del concetto di nuovo col concetto di migliore, sono l’unico modo per riuscire a coniugare la compatibilità ambientale con l’equità. Un’equità non limitata alle generazioni viventi della specie umana, ma estesa alle generazioni future, né limitata alla specie umana, ma estesa a tutte le specie viventi, perché solo questa equità estesa può consentire di raggiungere la compatibilità ambientale e solo la compatibilità ambientale può consentire di realizzare questo tipo di equità, l’unica in grado di garantire una maggiore equità tra i popoli. Qualsiasi persona che conosca la storia umana, le sofferenze e le violenze di cui è intessuta, non può non pensare che questa sia un’utopia irrealizzabile, ma non ci sono alternative se si vuole evitare che i flussi migratori aumentino e continuino a causare sofferenze tra i più poveri della terra, ad arricchire i mercanti di esseri umani e coloro che, approfittando della loro debolezza, li riducono in stato di schiavitù sul lavoro, a creare nei Paesi d’arrivo tensioni sociali che accrescono il consenso politico ai partiti xenofobi. E se si vuole fermare il tragitto verso l’autodistruzione della specie umana, che procede di pari passo, tragedia dopo tragedia, coi tragitti dei migranti dall’Africa e dal Medio Oriente verso i Paesi dell’Europa occidentale.

In relazione a un contesto diverso Ivan Illich ha scritto parole che si possono applicare anche a questo: «Un programma del genere può ancora apparire utopistico al punto in cui siamo: se si lascia aggravare la crisi lo si troverà ben presto di un realismo estremo».[4]

 

 

 

[1]             Secondo il report Modern Slavery Index 2017, a cura del centro studi britannico Verisk Maplecroft, in conseguenza dell’elevato numero di sbarchi di migranti sulle coste italiane nel 2016, è aumentato il numero delle persone vulnerabili, che hanno alimentato il lavoro nero e lo sfruttamento. Attualmente in Italia sarebbero 100 mila le persone in condizione di schiavitù e para schiavitù in agricoltura. L’80 per cento sono stranieri, il restante 20 per cento italiani. Le violazioni delle leggi contro lo sfruttamento di esseri umani mostrano un aumento in 20 Paesi membri dell’Unione Europea su 28. In Italia il problema dello sfruttamento e riduzione in schiavitù non si limita solo al settore agricolo, ma si manifesta anche nelle costruzioni e nei servizi. E poi c’è lo sfruttamento della prostituzione, dove a dominare il mercato sono le mafie dell’est e quelle nigeriane. Un mercato che, secondo l’Istat, vale 90 milioni di euro al mese, 1,1 miliardi all’anno, alimentato da circa 9 milioni di clienti che hanno a disposizione tra le 75 mila e le 120 mila ragazze sparse per il Paese. (Gianni Rosini, il Fatto Quotidiano on line, 14 agosto 2017)

[2]             In Cina la costruzione della Diga delle Tre Gole sul Fiume Azzurro, terminata nel 2009, a pieno regime allagherà una estensione territoriale in cui vivono 5 milioni di persone. In India dal 1980 è in corso di realizzazione un progetto che prevede la costruzione di 3165 dighe sul fiume Narmada. Migliaia di ettari di terreno fertile sono già stati allagati e altre migliaia lo saranno, sconvolgendo completamente la valle del Gujarat, dove vivono 25 milioni di contadini.

[3]             Il 23 agosto 2009 Berlusconi si è recato in Tunisia negli studi di Nessma TV, un canale commerciale diffuso nei Paesi del Maghreb mediterraneo, di cui Mediaset ha il 25 per cento, per partecipare alla trasmissione Ness Nessma. Ecco la trascrizione di una parte dell’intervista, di cui si può vedere il filmato originale in sul sito dell’emittente www.nessma.tv Conduttore: «Dall’attrattiva che esercita l’Italia sui maghrebini, si può passare all’immigrazione, soprattutto a quella clandestina che purtroppo fa migliaia di morti».
Berlusconi: «La cosa più terribile sono le organizzazioni criminali, che sono moltissime. Ben Ali oggi mi ha detto di 300 organizzazioni scoperte dalla polizia del vostro Paese. Sono persone che approfittano della speranza degli altri, delle persone che sono nella miseria e che vogliono donare a se stessi e ai propri cari un futuro migliore. E allora si affidano a persone che con imbarcazioni non sicure si mettono in mare e questo porta a tragedie ad ogni istante. Occorre combattere tutto ciò. È necessario incrementare le possibilità per la gente che vuole tentare nuove opportunità di vita e di lavoro, occorre aumentare le possibilità di entrare legalmente in Italia e negli altri Paesi europei. Questo è ciò che voglio sia fatto, non solo in Italia, ma in tutta Europa. E poi bisogna dire che gli italiani sono stati un popolo che ha lasciato l’Italia e che è emigrato in altri Paesi, soprattutto in quelli americani. E allora questo ci impone il dovere di guardare a quanti vogliono venire in Italia con una apertura totale di cuore. E di donare a coloro che vengono in Italia la possibilità di un lavoro, di una casa, di una scuola per i figli, e la possibilità di un benessere che significa anche la salute e l’apertura di tutti i nostri ospedali alle loro necessità e questa è la politica del mio governo».
Conduttrice: «Siete incredibile presidente, non posso trattenermi dall’applaudire».

[4]               Ivan Illich, La convivialità, Boroli, Milano 2005, pag. 130, ed. orig. 1973

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Una lavatrice di plastica: come i tessuti stanno inquinando i mari

Forse non ci si pensa spesso, ma buona parte dei nostri indumenti sono letteralmente prodotti di plastica. I tessuti acrilici e di poliestere, infatti, sono sempre più diffusi e utilizzati, ma non senza costi per l’ambiente.
Una ricerca dell’Università britannica di Leeds ha mostrato come ogni volta che queste fibre vengono lavate in lavatrice rilascino una quantità consistente di microparticelle.

 

Cosa contiene un carico da 6 chilogrammi

I ricercatori hanno dimostrato che per ogni lavaggio in cui la lavatrice è caricata con 6 chilogrammi di indumenti sintetici, in mare finiscono mezzo milione di fibre di poliestere e 700mila fibre di acrilico.
Si tratta di particelle microscopiche, spesso più piccole del diametro di un capello, ma che vanno ad aumentare l’inquinamento da micro plastiche. «Il risultato delle ricerche ci ha lasciato sorpresi – ha detto la biologa marina Imogen Napper -. Non pensavamo che si trattasse di un fenomeno di tale portata».

Le responsabilità dei produttori di tessuti

Quello delle fibre sintetiche è un fenomeno inquinante nascosto, ma con effetti su scala mondiale. Per questo, c’è bisogno dell’impegno da parte delle aziende del settore, come ha spiegato il ricercatore dell’Università di Leeds Richard Blackburn. «I produttori devono iniziare a porsi questa domanda: cosa avviene quando una fibra viene utilizzata quotidianamente e lavata? L’attenzione alla sostenibilità deve diventare una priorità. Le persone spesso non ci pensano, ma si tratta di un fenomeno di immensa portata».

Fonte: Rivistanatura.com

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Liberare l’economia dall’abbraccio mortale con lo sviluppo

    Il concetto di sviluppo indica la liberazione da uno sviluppo che impedisce l’esplicazione di una potenzialità. In biologia descrive la successione delle fasi in cui ogni essere vivente, a partire dal concepimento, matura progressivamente nel periodo della crescita le capacità insite nel patrimonio genetico della propria specie d’appartenenza.

Nella fotografia analogica descrive il procedimento che rende visibile un’immagine latente in un supporto fotosensibile. In geometria la distensione su una superficie piana di una figura geometrica solida. Tutti i processi di sviluppo sono caratterizzati dall’uniformità. Se non si completano rigorosamente tutte le loro fasi nelle successioni e nei tempi previsti, lo sviluppo non arriva a buon fine: gli esseri viventi subiscono delle limitazioni, la fotografia non rispecchia la realtà che il fotografo si proponeva di rappresentare, il disegno non riporta fedelmente le misure e le proporzioni del solido geometrico a cui si riferisce.

In economia il concetto di sviluppo è stato utilizzato per la prima volta dal neo-eletto presidente degli Stati Uniti Harry Truman nel suo discorso d’insediamento alla Casa Bianca il 20 gennaio 1949. In quel discorso lo sviluppo economico veniva presentato come un processo di liberazione delle potenzialità della tecnologia dal viluppo delle limitazioni che le pone la finalizzazione dell’economia alla sussistenza. Nei Paesi in cui questo processo era avvenuto, i progressi della tecnologia avevano consentito di accrescere il potere degli esseri umani sulla natura, la produzione di merci e il benessere delle popolazioni. Per questo motivo il neo-Presidente degli Stati Uniti li definiva sviluppati, mentre definiva sottosviluppati i Paesi ancora prevalentemente caratterizzati da un’economia di sussistenza e da un modesto sviluppo tecnologico. La differenza dei livelli di benessere tra gli uni e gli altri era oggettivamente misurabile in termini di divario del reddito pro-capite (il valore monetario del prodotto interno lordo diviso per il numero degli abitanti). In realtà il reddito fornisce la misura del potere d’acquisto, cioè della possibilità di comprare sotto forma di merci la maggior parte dei beni di cui si ha bisogno o si desiderano. Non può prendere in considerazione i beni che si autoproducono, o vengono scambiati sotto forma di dono reciproco del tempo nell’ambito di rapporti comunitari, perché non si ottengono comprandoli e, quindi, non hanno un prezzo. Nelle società in cui il saper fare è un elemento significativo del patrimonio culturale condiviso, le persone sono in grado di autoprodurre una parte dei beni di cui hanno bisogno, gli orti familiari sono diffusi e i rapporti di solidarietà non sono stati totalmente sostituiti da rapporti commerciali, il reddito pro-capite è inferiore a quello delle società in cui le persone non sanno fare nulla e devono comprare tutto, la maggior parte della popolazione vive in aree urbane e non può coltivare nulla, i rapporti di solidarietà sono stati sostituiti da rapporti commerciali e dalla competizione, o dall’indifferenza nei confronti degli altri, il lavoro è stato appiattito sull’occupazione, cioè sullo svolgimento di attività che non hanno alcuna attinenza con la soddisfazione dei bisogni esistenziali di chi le compie, ma offrono in cambio un reddito monetario con cui si può comprare tutto ciò che serve per vivere. Utilizzando il criterio di valutazione introdotto dal neo-presidente americano Truman e ormai generalizzato, le società del primo tipo sono sottosviluppate, ma non per questo se ne può dedurre che il loro livello di benessere sia inferiore a quello del secondo tipo di società che, invece, sono sviluppate. Nonostante costituisca da allora un caposaldo dell’immaginario collettivo, sia dei sostenitori del pensiero dominante, sia dei suoi avversari, non è detto che il benessere sia direttamente proporzionale all’entità del reddito pro-capite e cresca in proporzione con la sua crescita. Ciò non vuol dire che non ci sia nessuna attinenza tra il benessere e il reddito, né che il benessere diminuisca, o quanto meno non cresca, col crescere del reddito. Il contrario di una proposizione non vera non è necessariamente vero.

La produzione di merci è indispensabile per migliorare il benessere, perché nessun individuo e nessuna comunità in cui il legame sociale sia costituito dalla solidarietà, o dall’economia del dono, come è stata definita da Marcel Mauss, sono in grado di produrre autonomamente e di scambiare senza l’intermediazione del denaro tutto ciò che è necessario per vivere, o rende piacevole la vita. Le economie di sussistenza non hanno mai fatto a meno della produzione di merci e del mercato. Il benessere sociale cresce al crescere della quantità e della varietà delle merci che si possono acquistare, a integrazione dei beni che si autoproducono o si scambiano sotto forma di dono reciproco del tempo. La compravendita delle eccedenze della produzione agricola per autoconsumo, dei beni prodotti dagli artigiani e dei servizi forniti da personale specializzato (dai medici ai professionisti, agli insegnanti) danno un contributo insostituibile al miglioramento della qualità della vita. La produzione di merci e il mercato sono elementi costitutivi delle attività economiche, tanto quanto l’autoproduzione e gli scambi non mercantili. Se però lo sviluppo, cioè l’aumento del reddito monetario pro-capite, diventa il criterio di valutazione  del benessere di una società, tutte le attività produttive vengono progressivamente indirizzate alla crescita della produzione di merci. L’economia diventa economia di mercato non quando ci sia un mercato in cui si scambiano merci con denaro, ma quando si produce tutto per il mercato. Di conseguenza tutte le forme di autoproduzione e di scambi non mercantili basati sulla solidarietà diventano freni allo sviluppo della mercificazione, per cui vengono ostacolati e repressi in vari modi: con apposite misure legislative, con la loro svalutazione nel sistema dei valori condivisi, con la cancellazione delle conoscenze necessarie al saper fare dall’ambito della cultura, con l’esaltazione della concorrenza come fattore di progresso, con l’identificazione del benessere col tantoavere. Le innovazioni tecnologiche vengono finalizzate all’aumento della produttività e i danni ambientali che spesso vengono causati per accrescerla, non vengono nemmeno presi in considerazione. Le risorse ambientali vengono considerate infinite o infinitamente riproducibili. I beni comuni vengono privatizzati. L’unica forma di lavoro socialmente riconosciuta è l’occupazione. Chi lavora per produrre beni per autoconsumo e non per produrre merci in cambio di un reddito che consenta di comprarle, viene inserito nella categoria delle non forze di lavoro. La povertà e la ricchezza vengono misurate con il livello del reddito monetario.

L’introduzione del concetto di sviluppo in economia è avvenuta nella fase storica in cui gli Stati Uniti avevano completato la trasformazione della loro economia in economia di mercato, riducendo al minimo l’autoproduzione e gli scambi non mercantili. Affinché la loro economia e il loro reddito pro-capite potessero continuare a crescere, avevano bisogno di estendere la possibilità di vendere le loro merci al di fuori dei loro confini e di acquisire al di fuori dei loro confini le materie prime necessarie a sostenere la loro crescita economica. Dovevano fare in modo che i Paesi sottosviluppati si inserissero nel circuito economico e produttivo dei Paesi sviluppati. Pertanto, era necessario che, nei Paesi in cui gran parte delle attività produttive erano ancora finalizzate alla sussistenza, aumentasse il numero dei consumatori di merci e di conseguenza il numero dei produttori di merci, perché soltanto chi lavora in cambio di un reddito monetario, e non per produrre ciò che gli serve per vivere, è in grado di, e non può far altro che, acquistare sotto forma di merci tutto ciò di cui ha bisogno. Per questo motivo il neo-presidente Truman proponeva agli Stati Uniti di fornire ai popoli che definiva sottosviluppati, perché non erano stati capaci di sviluppare le potenzialità che nella sua visione del mondo caratterizzano il patrimonio genetico di tutte le società, l’assistenza tecnologica necessaria a diventare Paesi in via di sviluppo. In questo modo, non solo estendeva l’egemonia culturale del modello americano sui popoli del terzo mondo, presentandosi come il ricco filantropo che aiuta il povero a superare le sue difficoltà, ma si accattivava il consenso delle grandi compagnie industriali americane, aprendo ad esse grandi spazi di mercato in cui vendere le loro tecnologie, o in cui utilizzarle per estrarre le materie prime, in particolare le energie fossili, di cui i Paesi industrializzati avevano bisogno per continuare a crescere. Inoltre contava di contrastare efficacemente la politica internazionale dell’Unione Sovietica, che si proponeva di guidare verso la costituzione di Stati socialisti le lotte di liberazione di quei popoli dal colonialismo.

Bastarono venti anni per rendersi conto che la finalizzazione dell’economia allo sviluppo stava creando problemi sempre più gravi a livello ambientale, sia perché i consumi delle risorse non rinnovabili, in particolare delle fonti fossili, ne rendevano sempre più costoso tecnicamente e più problematico politicamente l’approvvigionamento, sia perché la finalizzazione delle innovazioni tecnologiche all’aumento della produttività causava forme di inquinamento sempre più gravi. Inoltre, gli aiuti allo sviluppo dei popoli sottosviluppati anziché accrescere il loro benessere, accrescevano la ricchezza degli strati sociali più ricchi e la povertà degli strati sociali più poveri. Nei Paesi in via di sviluppo lo spostamento dall’economia di sussistenza all’economia di mercato fu attuato a partire dall’agricoltura, con la cosiddetta rivoluzione verde (così chiamata anche in contrapposizione con la rivoluzione rossa a cui l’Unione Sovietica tentava di indirizzare i movimenti di liberazione di quei popoli). Per accrescere i rendimenti agricoli furono selezionate geneticamente varietà vegetali più produttive, che però richiedevano maggiori quantità d’acqua, l’uso di fertilizzanti chimici, fitofarmaci, macchinari agricoli e carburante. I loro semi erano sterili e dovevano essere acquistati ogni anno dai produttori. L’adozione di queste innovazioni richiedeva investimenti che non potevano essere effettuati dai contadini poveri. Inoltre, i fertilizzanti di sintesi e la monocoltura delle essenze più produttive impoverivano progressivamente il contenuto humico dei suoli e accrescevano la dipendenza dell’agricoltura dalle industrie chimiche dei Paesi nord-occidentali. La rivoluzione verde accentuò la dipendenza dei Paesi sottosviluppati dai Paesi sviluppati, gli aiuti allo sviluppo accrebbero i loro debiti, i contadini poveri persero la possibilità di soddisfare le loro esigenze vitali con l’agricoltura di sussistenza e furono costretti a emigrare nelle baraccopoli che si espandevano ai margini delle città.

Nei primi anni settanta del secolo scorso i problemi ambientali e sociali causati dalla finalizzazione dell’economia allo sviluppo non potevano più essere ignorati. Nel 1970 il Club di Roma, un’associazione internazionale promossa da dirigenti industriali, imprenditori e docenti universitari, commissionò a un gruppo di studiosi del Massachusetts Institute of Technology uno studio previsionale sul futuro dell’umanità se cinque fattori critici avessero continuato a crescere con gli stessi incrementi che avevano avuto dalla fine della seconda guerra mondiale: l’aumento della popolazione, la produzione di alimenti, la produzione industriale, l’esaurimento delle risorse non rinnovabili e l’inquinamento. Dallo studio, pubblicato nel 1972 in italiano col titolo I limiti dello sviluppo (in inglese era Limits to growth) risultò che entro il XXI secolo sarebbero stati superati i limiti della compatibilità ambientale e si sarebbe arrivati al collasso. Nello stesso anno fu convocata a Stoccolma la prima conferenza mondiale sull’Ambiente umano, in cui si cominciò a prendere in considerazione il fatto che la tutela ambientale non era meno importante dello sviluppo economico per la qualità della vita. Nell’autunno del 1973 scoppiò la prima crisi petrolifera e tutti i Paesi sviluppati furono costretti a varare drastiche misure di riduzione dei consumi energetici. Sempre in quegli anni cominciarono a manifestarsi tre forme d’inquinamento globali: le piogge acide, il buco nell’ozono e l’effetto serra, da cui si evinceva che l’apparato tecno-industriale aveva raggiunto una potenza tale da modificare gli equilibri della biosfera in un senso sfavorevole per l’umanità. L’idea che lo sviluppo fosse la realizzazione delle potenzialità insite nel patrimonio genetico delle società umane cominciò a vacillare e nelle conferenze mondiali, convocate per cercare di attenuare i problemi che creava, si cominciò a sostenere che occorreva definirne meglio le connotazioni, perché non ogni tipo di sviluppo può essere considerato positivo. Si cominciò a dire che occorreva un nuovo modello di sviluppo, senza peraltro andare molto oltre la definizione; che lo sviluppo per essere buono doveva essere sostenibile e/o durevole e via aggettivando; che non bisognava confondere lo sviluppo, che ha una valenza qualitativa, con la crescita economica, che ha una connotazione esclusivamente quantitativa. Da questa distinzione sarebbe stato logico far derivare un disaccoppiamento tra i due concetti e, quindi, la possibilità di perseguire uno sviluppo senza crescita, o anche associato a una decrescita. Cosa impossibile da concepire in un sistema economico che continuava e continua a identificare la quantità con la qualità, come è stato ribadito anche da papa Benedetto XVI nell’Enciclica Caritas in Veritate (2009), dove, al punto 14, si legge che è «un grave errore disprezzare le capacità umane di controllare le distorsioni dello sviluppo o addirittura ignorare che l’uomo è costitutivamente proteso verso l’essere di più». Non è necessario essere teologi per sapere che nella concezione cristiana l’uomo è costitutivamente proteso verso l’essere meglio e basta l’esperienza quotidiana della vita per verificare che non sempre il più coincide col meglio, mentre spesso capita d’imbattersi in situazioni in cui è il meno a costituire un miglioramento. La stessa identificazione tra quantità e qualità è stata implicitamente sostenuta da chi ha affermato che il fine delle attività produttive sia perseguire una crescita qualitativa, senza specificare le ragioni per cui escludeva che anche la decrescita potesse avere connotazioni di qualità. Da questi tentativi di assegnare a un concetto connotazioni incompatibili con il suo significato, la logica è uscita malconcia, ma, quel che è peggio, i problemi causati dalla finalizzazione dell’economia allo sviluppo sostenibile o alla crescita qualitativa, che dir si voglia, sono rimasti irrisolti e si sono aggravati.

Il tentativo più efficace di ridare al concetto di sviluppo la credibilità che aveva perso quando si cominciò a capire che era la causa determinante della crisi ecologica, fu effettuato nel 1987 dalla Commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo istituita dall’Onu e presieduta dall’ex primo ministro norvegese Gro Harlem Brundtland, che lo sganciò, ma solo concettualmente, dal suo legame simbiotico con la crescita della produzione di merci per agganciarlo alla sostenibilità. Nel rapporto finale della commissione, intitolato Our Common Future, veniva formulato per la prima volta il concetto di sviluppo sostenibile, che veniva così definito: «uno sviluppo che soddisfi i bisogni delle generazioni presenti senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri». In questa definizione la sostenibilità non è l’obbiettivo da raggiungere per ridurre l’impatto dello sviluppo sull’ecosistema terrestre, ma una connotazione che le generazioni attuali devono conferire allo sviluppo per consentire che le generazioni future possano continuare a fare altrettanto. Più che di sviluppo sostenibile si sarebbe dovuto parlare di sviluppo durevole, come alcuni hanno fatto. Lo sviluppo non veniva ridefinito in funzione della sua sostenibilità, ma la sostenibilità veniva valorizzata come connotazione indispensabile per dare continuità allo sviluppo. Le applicazioni pratiche di questa impostazione furono i progressi delle tecnologie che accrescono l’efficienza nell’uso delle risorse non rinnovabili, in modo di consumarne di meno per ogni unità di prodotto, e delle tecnologie meno impattanti sugli ambienti, soprattutto per ridurre l’incidenza dei disastri ambientali che avevano cominciato a instillare nell’opinione pubblica forti dubbi sulla bontà dello sviluppo. Del resto, per quale motivo si sente la necessità di parlare di sviluppo sostenibile se non per prendere le distanze da uno sviluppo che non lo è? Se non per ridare credibilità a un’idea che l’ha persa? L’impegno maggiore venne riservato allo sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili e, in subordine, dell’efficienza energetica. Con una resipiscenza tardiva, dopo aver interrato o bruciato dagli anni cinquanta del secolo scorso quantità crescenti di rifiuti, l’attenzione è stata recentemente rivolta al recupero dei materiali che contengono, facendo diventare di gran moda lo slogan dell’economia circolare e inducendo gli spiriti semplici a credere che si possa attivare una sorta di moto produttivo perpetuo a ridotto impatto ambientale utilizzando i materiali contenuti negli oggetti dismessi per produrre nuovi oggetti. Le tecnologie che aumentano l’efficienza nell’uso delle risorse e riducono l’inquinamento dei processi produttivi sono una cosa buona, ma i vantaggi che offrono vengono annullati, come in una gigantesca fatica di Sisifo, se contestualmente continua ad aumentare la quantità della produzione. Se il fine dell’economia resta lo sviluppo, la sostenibilità del sistema economico e produttivo non aumenta anche se aumenta la sostenibilità di alcuni processi produttivi. L’economia finalizzata allo sviluppo non può essere sostenibile. Lo sviluppo sostenibile è un ossimoro.

Ma cos’è la sostenibilità? Per definire con precisione il concetto di sostenibilità, uscendo dalla genericità con cui viene usato, occorre metterlo in relazione con la fotosintesi clorofilliana, l’unico processo biochimico che produce l’energia di cui hanno bisogno tutte le specie viventi. Ogni giorno il sole invia sulla terra una quantità di energia luminosa, che viene utilizzata dalla vegetazione per sintetizzare molecole di anidride carbonica con molecole d’acqua e ricavarne molecole di uno zucchero semplice, il glucosio, che successivamente concorrono a formare le molecole complesse che costituiscono la struttura dei vegetali (cellulosa e lignina), e quelle che li nutrono e nutrono attraverso le catene alimentari tutte le specie viventi (lipidi, proteine, vitamine, carboidrati). La fotosintesi clorofilliana assorbe l’anidride carbonica emessa dall’espirazione di tutti i viventi, compresi i vegetali, e genera l’ossigeno necessario alla loro respirazione. Per 8.000 secoli questo scambio è rimasto in equilibrio: tanta anidride carbonica emessa dall’espirazione dei viventi veniva metabolizzata dalla vegetazione quanto ossigeno veniva emesso dalle piante e inspirato da tutti i viventi. Dalla seconda metà del XIX secolo e, con intensità crescente nel XX, questo equilibrio si è rotto perché gli esseri umani da una parte hanno accresciuto le emissioni di anidride carbonica bruciando quantità crescenti di fonti fossili per ricavare l’energia necessaria allo svolgimento dei processi produttivi e al sistema dei trasporti, d’altra hanno ridotto la fotosintesi clorofilliana disboscando per fare posto all’agricoltura e alle aree urbane. L’anidride carbonica eccedente le capacità di sintesi della vegetazione si è progressivamente accumulata nell’atmosfera, aumentando la sua concentrazione nel miscuglio di gas che compongono l’aria, dalle 270 parti per milione in cui si era stabilizzata da 8.000 secoli a 380 nel secolo scorso e a 410 nei primi 15 anni di questo secolo. Poiché l’anidride carbonica trattiene all’interno dell’atmosfera una parte della radiazione infrarossa che il sole invia sulla terra e la terra rimbalza verso lo spazio, nel XX secolo la temperatura media del pianeta è aumentata di 0,8 °C e si è innescato un cambiamento climatico di cui l’umanità ha appena iniziato a subire le conseguenze. In questo contesto la finalizzazione delle attività economiche e produttive alla sostenibilità richiede l’adozione di tecnologie, di misure di politica economica e di stili di vita che consentano di ricondurre le emissioni di anidride carbonica a quantità metabolizzabili dalla fotosintesi clorofilliana. Questo obbiettivo può essere perseguito agendo in due direzioni: diminuendo i consumi di fonti fossili e aumentando la superficie terrestre ricoperta da boschi e foreste. Entrambe in una prima fase richiedono investimenti che comportano un aumento della produzione e del consumo di merci, ma in prospettiva ne determinano una diminuzione stabile. La scelta più efficace per ridurre i consumi di fonti fossili non è, come si è voluto far credere nell’ottica dello sviluppo sostenibile, lo sviluppo delle fonti rinnovabili, ma una strategia incentrata in primo luogo sulla riduzione di sprechi e inefficienze (circa il 70 per cento dei consumi energetici in Italia), in modo da ridurre al minimo il fabbisogno da soddisfare con le fonti rinnovabili. Poiché il patrimonio edilizio assorbe circa la metà dei consumi energetici totali, occorre limitare drasticamente la costruzione di nuovi edifici e indirizzare l’edilizia alla ristrutturazione energetica di quelli esistenti. Per aumentare le superfici ricoperte da boschi e foreste occorre ripiantumare quelle disboscate per ricavarne terreni agricoli non dedicati all’alimentazione umana, ma all’alimentazione degli animali d’allevamento e alla produzione di biocarburanti. Invece di prendere in considerazione una strategia di questo genere, finalizzata a ridurre le emissioni di anidride carbonica, i governanti di tutto il mondo, nel corso della Cop 21 che si è svolta a Parigi nel dicembre 2015, si sono accordati di contenere l’aumento della temperatura terrestre in questo secolo tra 1,5 e 2 °C, ovvero da un valore minimo che è il doppio rispetto all’incremento del secolo scorso, a un valore massimo superiore di 2,5 volte. Di sviluppo sostenibile si muore. Più lentamente che di sviluppo, ma si muore.

Nel 2017, secondo il Footprint Institute, il giorno in cui l’umanità è arrivata a consumare tutte le risorse rinnovabili che la fotosintesi clorofilliana rigenera nel corso di un anno, è stato il 2 agosto. L’anno precedente era stato il 14 agosto. Dieci anni prima intorno alla metà di settembre. Venti anni prima intorno alla metà di ottobre. Quale nuovo modello di sviluppo consente d’invertire questa tendenza? Come si potrebbe riportare gradualmente quel giorno verso il 31 dicembre se non diminuendo il consumo di risorse rinnovabili, che si può raggiungere riducendo innanzitutto gli allevamenti di animali e l’alimentazione carnea? Una diminuzione dei consumi si può definire sviluppo sostenibile? In tutti gli oceani galleggiano ammassi di poltiglie di plastica grandi come continenti e il numero dei pesci è stato dimezzato dalla pesca d’altura. Come si può fare in modo che che i rifiuti non biodegradabili ammassati in mare e sulla superficie terrestre diminuiscano se non se ne riduce drasticamente la produzione? Come si può fare in modo che il numero dei pesci torni ad aumentare se non limitando la pesca? Come si possono ridurre le più gravi forme d’inquinamento se non abolendo la produzione dei veleni di sintesi chimica usati in agricoltura per accrescere i rendimenti e in alcuni cicli industriali che hanno devastato i territori in cui sono stati insediati? Come si può arrestare la perdita della biodiversità, come si può ricostituire la fertilità dei suoli, se non riducendo lo sfruttamento dei terreni agricoli? Come si può garantire la disponibilità di acqua necessaria a tutti gli esseri umani e a tutte le forme di vita, se non riducendo gli sprechi?

Per consentire all’umanità di avere un futuro, la sostenibilità deve sostituire lo sviluppo come riferimento di tutte le scelte produttive. La sostenibilità non può essere considerata un’opzione al servizio dello sviluppo, allo scopo di attenuare le conseguenze negative che genera. Né si può ridurre il suo significato a una generica attenzione nei confronti dei problemi ambientali. La sostenibilità esprime un concetto tanto preciso quanto ignorato: la necessità di evitare che la produzione e il consumo di merci oltrepassino i limiti della compatibilità ambientale. Poiché questi limiti sono già stati ampiamente superati, la sua declinazione attuale impone che le attività economiche e produttive siano indirizzate a:

– diminuire le emissioni di sostanze di scarto biodegradabili (anidride carbonica) alle quantità che possono essere metabolizzate dalla biosfera;

– diminuire i consumi di risorse rinnovabili alle quantità che possono essere rigenerate annualmente dalla fotosintesi clorofilliana;

– ridurre i consumi delle risorse non rinnovabili, utilizzandole con la massima efficienza, riutilizzando quelle che è possibile riciclare, producendo beni durevoli riparabili e aumentando la loro durata di vita;

– abolire la produzione delle sostanze di sintesi che non possono essere metabolizzate dai cicli biochimici.

Per continuare a utilizzare in economia la parola sviluppo come sinonimo di miglioramento, o se ne capovolge il significato che si è consolidato dal 1949 a oggi, svincolandolo dal legame simbiotico con la crescita e apparentandolo alle parole diminuzione, riduzione, decrescita, o si elimina dall’economia. La prima ipotesi presuppone una deroga alla logica, o quanto meno al senso comune. La seconda è più drastica, ma meno ambigua. In fin dei conti si usa soltanto da 70 anni. Comunque, per superare la crisi economica e invertire la tendenza al peggioramento della crisi ecologica non serve un nuovo modello di sviluppo, ma un nuovo modello di economia senza sviluppo.

Maurizio Pallante