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Migrazioni

migrazioni

Le migrazioni che hanno contrassegnato la storia del modo di produzione industriale sin dai suoi primordi, nella seconda metà del settecento in Inghilterra, non sono state e non sono soltanto trasferimenti da un luogo all’altro della terra, ma passaggi da un’economia di sussistenza a un’economia mercificata – per utilizzare una categoria marxiana: da un’economia finalizzata alla produzione di valori d’uso a un’economia finalizzata alla produzione di valori di scambio – e da una società agricola e artigianale a una società urbana e industriale. Sono state e sono attraversamenti da un’epoca storica a un’altra.

Senza le migrazioni il modo di produzione industriale non avrebbe potuto svilupparsi perché gli sarebbero mancate sia la manodopera necessaria ad accrescere la produzione di merci, sia un numero sempre crescente di consumatori che non potessero fare a meno di comprare sotto forma di merci tutti i beni necessari alla vita perché non avevano la possibilità di autoprodurli nemmeno in parte, come accade nelle economie di sussistenza, né di scambiarli sotto forma di dono reciproco del tempo, come accade nei rapporti comunitari.
Per accrescere il numero dei proletari costretti a lavorare nelle fabbriche in cambio di un salario che li mettesse in condizione di comprare il necessario per sopravvivere, sono stati utilizzati diversi metodi basati sulla violenza e sulla sopraffazione: sono state promulgate leggi che rendevano impossibile continuare a vivere di agricoltura di sussistenza – la recinzione delle terre comuni -; sono stati sottomessi popoli col colonialismo; sono state imposte tasse che costringevano ad avere un reddito monetario per pagarle; sono state ostacolate le forme di solidarietà comunitaria; sono stati sterminati i ribelli; sono stati privatizzati territori enormi cacciandone con la forza le popolazioni che li abitavano, o acquistandoli con la complicità di governi corrotti per un tozzo di pane in mancanza di catasti che certificassero i diritti di proprietà; sono state costruite dighe che hanno trasformato in laghi milioni di ettari di terreni agricoli; sono state effettuate deportazioni di massa; sono state suscitate guerre fratricide.

Accanto a queste forme di sopraffazione e di violenza legalizzate, che hanno creato e stanno creando sofferenze enormi, sono state utilizzate forme di condizionamento di massa sempre più potenti tecnologicamente e raffinate psicologicamente per convincere strati sempre più ampi della popolazione mondiale ad abbandonare volontariamente l’economia di sussistenza, i loro Paesi e la loro cultura, per trasferirsi nel sistema economico industriale.

Con la globalizzazione, ovvero con l’estensione del modo di produzione industriale a tutto il mondo, questo processo ha raggiunto il suo culmine e si sta svolgendo in due modi. Da una parte le società multinazionali dei Paesi industrializzati trasferiscono i loro impianti – soprattutto i più nocivi – nei Paesi in via d’industrializzazione dove il costo del lavoro è più basso, innescando con la complicità dei governi i flussi migratori interni necessari a fornire alle loro aziende la manodopera di cui hanno bisogno. Dall’altra i governi dei Paesi industrializzati destabilizzano politicamente, economicamente e culturalmente i Paesi non industrializzati per consentire alle loro aziende nazionali d’impadronirsi delle risorse insistenti in quei territori. Fomentano guerre civili e interetniche per indebolirli.

Non si fanno scrupolo d’intervenire militarmente in prima persona per abbattere governi autonomi e sostituirli con governi corrotti proni ai loro interessi. Non potendo più vivere nei luoghi in cui sono nati e non avendo nemmeno la possibilità di trovare nei loro Paesi un’occupazione in cambio di un salario, l’unica alternativa che resta a quei popoli è l’emigrazione verso i Paesi industrializzati. Questa opportunità viene inevitabilmente utilizzata soprattutto dai giovani, per cui, oltre a essere costellata da sofferenze atroci che sempre più spesso si concludono con la morte anziché con l’arrivo nella terra agognata, comporta l’abbandono dei vecchi nella fase della vita in cui avrebbero più bisogno del sostegno dei figli.

Se si ritiene che la crescita della produzione di merci sia un bene, non si possono non ritenere un bene le migrazioni. Senza migrazioni non ci sarebbe crescita. Se si ritiene che le migrazioni siano un diritto da tutelare, si tutela, consapevolmente o meno, la finalizzazione dell’economia alla crescita. Tuttavia, questa corrispondenza è percepita solo dalla borghesia progressista sostenuta dalla destra moderata che pretende di egemonizzare politicamente e di rappresentare la sinistra, a esclusione delle frange estreme. I suoi esponenti non mancano di ricordare a ogni piè sospinto che i Paesi ricchi hanno bisogno dei migranti provenienti dai Paesi poveri, perché fanno lavori che i lavoratori di Paesi ricchi non vogliono più fare, contribuiscono a pagare i redditi dei loro pensionati, assistono i loro vecchi, vengono pagati meno degli autoctoni e inoltre, con le retribuzioni che ricevono, per misere che siano, forniscono un sostegno alla domanda di alcune merci. Se non ci fossero i migranti, sostengono i loro maîtres à penser, l’economia dei Paesi industrializzati crollerebbe. Ne consegue che i sostenitori dell’accoglienza interessata minimizzano i problemi che le migrazioni creano nei Paesi d’arrivo e si sforzano di dimostrare che sono inferiori ai vantaggi che apportano.

Su posizioni opposte si colloca una fascia di popolazione maggioritaria nei Paesi industrializzati, composta da due categorie:

1. gli strati sociali intermedi, che in conseguenza della globalizzazione hanno perso le precedenti sicurezze sulla stabilità del posto di lavoro e hanno subito riduzioni del loro benessere materiale;

2. gli operai meno qualificati, i disoccupati, i lavoratori precari che subiscono la concorrenza della forza lavoro sottopagata nei Paesi in via di industrializzazione.

Queste categorie sociali sono contrarie all’accoglienza dei migranti, perché quelli in regola assorbono quote crescenti delle risorse destinate all’assistenza sociale, quelli non in regola senza un lavoro aumentano l’insicurezza sociale e il degrado dei quartieri popolari in cui si sistemano precariamente.

I partiti che li rappresentano enfatizzano i problemi creati dalle migrazioni e fanno leva sulla paura che suscitano per rafforzare il loro consenso sociale e politico. Poiché il rifiuto dell’accoglienza, oltre a manifestare un’insensibilità moralmente inaccettabile nei confronti delle sofferenze di altri esseri umani, non riesce ad arrestare i flussi migratori, che tendono anzi ad aumentare, per ridurne le cause è stata proposta la formula «Aiutiamoli a casa loro». Una formula razzista, dettata dalla presunzione della superiorità degli europei sugli africani e sui popoli del medio-oriente, che in realtà non hanno bisogno di essere aiutati dagli europei, ma di essere lasciati in pace dopo secoli di violenze e sopraffazioni esercitate nei loro confronti: dalla riduzione in schiavitù, agli orrori del colonialismo e del neo-colonialismo, all’ipocrisia degli aiuti allo sviluppo, che non avevano l’obbiettivo di aiutarli a rendersi autonomi, ma d’indebitarli e privarli della sovranità alimentare garantita dall’agricoltura di sussistenza, per inserirli nel mercato mondiale che li avrebbe sopraffatti.

Oltre ai sostenitori dell’accoglienza interessata, ci sono i sostenitori di un’accoglienza disinteressata, basata su valori umanitari. Sono i volontari delle associazioni che aiutano i migranti a raggiungere i Paesi dove sperano di trovare condizioni di vita migliori, s’impegnano a salvarli quando gli scafisti li abbandonano in mare aperto su imbarcazioni precarie, li aiutano a trovare un’abitazione e un lavoro nei Paesi d’arrivo. Tuttavia, nella loro generosità non prendono in considerazione il fatto che per ridurre le sofferenze generate dalle migrazioni occorre ridurre le cause che costringono percentuali crescenti della popolazione mondiale a emigrare, mentre invece i flussi migratori le rafforzano e aggravano le sofferenze che ne derivano.

Contribuendo col loro lavoro a far crescere la produzione di merci nei Paesi ricchi, i migranti li aiutano a diventare più ricchi e fanno diventare più poveri i Paesi poveri da cui provengono. Le migrazioni rafforzano le cause che le fanno crescere. Inoltre, se col lavoro dei migranti cresce la produzione di merci nei Paesi ricchi, crescono i consumi di materie prime e le emissioni di sostanze di scarto che hanno già superato i limiti della sostenibilità ambientale. Pertanto si aggrava la crisi climatica, che sta già rendendo inabitabili superfici territoriali sempre più vaste dei Paesi più poveri, impedendo a percentuali sempre maggiori di persone di continuare a viverci.

Se non viene inserita in un forte impegno politico finalizzato a ridurre i flussi migratori riducendone le cause, l’accoglienza disinteressata e solidale può diventare il cavallo di Troia dell’accoglienza interessata e rafforzare il consenso politico degli avversari dell’accoglienza.

Le sofferenze dei migranti e i problemi causati dalle migrazioni sia nei Paesi poveri di partenza, sia nei Paesi ricchi d’arrivo, si possono attenuare soltanto se si supera la logica emergenziale che accomuna e contrappone chi si limita a considerare i flussi migratori come un fenomeno inevitabile e incontrollabile, di cui non si possono rimuovere le cause ma solo modificare parzialmente le conseguenze: o sfruttando le opportunità che offre alla crescita economica dei Paesi d’arrivo – l’accoglienza interessata – o contrastandolo per paura che intacchi il benessere materiale degli autoctoni – il rifiuto dell’accoglienza – o agevolandolo per ragioni umanitarie – l’accoglienza disinteressata.

In realtà, come tutti i fenomeni sociali le migrazioni sono causate da scelte umane modificabili. Difficilmente modificabili in questo caso, perché richiedono il cambiamento della finalizzazione dell’economia alla crescita della produzione di merci. Cioè l’abbandono di uno dei capisaldi su cui si fondano le società industriali. Un soggetto politico che si proponga come orizzonte culturale la sostenibilità, l’equità e la solidarietà, non può non essere solidale con chi è costretto a emigrare e, quindi, non impegnarsi a favorirne l’inserimento lavorativo e sociale nei Paesi d’arrivo. Ma non può nemmeno pensare che la solidarietà possa limitarsi a favorire l’accoglienza senza proporsi di ridurre le iniquità che costringono i popoli poveri a emigrare. Né che le iniquità si possano ridurre inserendo un numero sempre maggiore di migranti nell’economia della crescita, perché ciò accrescerebbe i consumi delle risorse e le emissioni, aggravando i cambiamenti climatici e peggiorando ulteriormente le condizioni di vita nei Paesi poveri.

La solidarietà nei confronti dei migranti richiede che la loro accoglienza nei Paesi d’arrivo sia inserita all’interno di progetti finalizzati a ridurre le cause che li costringono a emigrare e a favorire, dovunque sia possibile, un loro reinserimento nei Paesi di partenza. I Paesi ricchi possono sostenere questo processo con una serie di scelte da cui trarrebbero benefici essi stessi.

Spostando la finalità delle innovazioni tecnologiche dalla crescita della produttività all’aumento dell’efficienza dei processi di trasformazione delle risorse in beni, i Paesi industrializzati possono ridurre i consumi di materie prime, le emissioni e le quantità di rifiuti per unità di prodotto senza deprimere il loro benessere. Questa scelta consentirebbe di ridurre le cause dei cambiamenti climatici e di aumentare le risorse disponibili per i Paesi poveri, riducendo drasticamente le due cause principali delle migrazioni.

Fornendo ai Paesi di partenza delle migrazioni i capitali e l’assistenza tecnica necessari a ripristinare condizioni ambientali e sociali che consentano di viverci dignitosamente, i Paesi industrializzati possono favorire il rientro dei migranti sulle loro terre. Questa scelta dovrebbe essere fatta innanzitutto con la motivazione etica di un risarcimento per le sofferenze che hanno causato a quei popoli col colonialismo e il neo-colonialismo, anche se, in realtà, costituirebbe solo una parziale restituzione delle risorse di cui li hanno deprivati con la forza e con inique forme di scambio. Tornando a lavorare nei loro Paesi d’origine, i migranti contribuirebbero ad accrescerne il benessere e non il benessere dei Paesi d’arrivo. Nei Paesi d’arrivo delle migrazioni i costi di queste restituzioni sarebbero almeno in parte compensati dalla riduzione delle spese necessarie a sostenere la gestione legale dei flussi migratori, i costi delle illegalità che si sono sviluppate nelle sue zone d’ombra, dei problemi sociali che ne derivano, dei maggiori controlli del territorio necessari a garantire la sicurezza sociale.

La solidarietà e l’equità impongono anche di estendere lo status di profughi, riconosciuto ai civili che fuggono dai Paesi devastati dalle guerre, anche ai migranti costretti ad abbandonare luoghi resi inabitabili dai mutamenti climatici in corso, o terreni agricoli sottratti alla loro disponibilità dal land grabbing di Paesi stranieri. Per le stesse ragioni etiche il diritto di accoglienza dei rifugiati dovrebbe essere sostenuto dall’organizzazione dei loro trasferimenti con mezzi rispettosi della dignità umana verso destinazioni in cui possano realizzare concretamente un nuovo progetto di vita.

Queste proposte possono essere considerate utopiche, ma non sono state formulate ignorando le difficoltà che si frappongono alla loro realizzazione. I problemi posti dalle migrazioni possono essere affrontati soltanto a livello internazionale, sulla base di progetti complessivi basati su studi finalizzati a prevederne gli sviluppi in conseguenza dei cambiamenti climatici in corso, dell’incremento dei consumi e delle emissioni di sostanze di scarto non metabolizzabili dai cicli biochimici causato dalla crescita economica prevista a livello mondiale, della globalizzazione, delle tensioni che saranno generate dalla riduzione della disponibilità di risorse. Se non si farà questa scelta ai limiti dell’impossibile e i Paesi ricchi rimarranno chiusi nella difesa dei propri interessi nazionali, i problemi posti dalle migrazioni li travolgeranno.

L’alternativa a scelte politiche guidate dai valori della sostenibilità, dell’equità e della solidarietà sarà l’affermazione dei partiti sovranisti che si propongono velleitariamente di bloccare i flussi migratori chiudendo le frontiere nazionali, e un’accentuazione delle tensioni internazionali di cui è facilmente prevedibile l’esito.


Photo by Johannes Plenio on Unsplash

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Appello

Appello sostenibilita equita solidarieta

L’appello che rendiamo pubblico è stato discusso e condiviso dalle persone che lo sottoscrivono dopo una serie d’incontri iniziata alla fine di febbraio, a cui si sono aggiunti e si stanno mano a mano aggiungendo coloro che ne approvano il contenuto. 
Chiunque lo sottoscriverà sarà invitato a condividere un percorso di approfondimento per verificare la possibilità di costituire un soggetto politico, a partire da un incontro nazionale che presumibilmente si terrà a Roma verso la metà di febbraio. I temi indicati dall’appello saranno sviluppati in una serie di brevi documenti, che abbiamo già iniziato a pubblicare su questo sito…

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Per una conversione economica dell’ecologia

Conversione Economica dell'Ecologia

Una misura indispensabile per ridurre in maniera significativa la crisi ambientale è lo sviluppo di innovazioni tecnologiche finalizzate a ridurre gli sprechi e aumentare l’efficienza nei processi di trasformazione delle risorse in beni, perché la riduzione degli sprechi e delle inefficienze non riduce soltanto il consumo di risorse e le emissioni per unità di prodotto, ma anche i costi di produzione. Pertanto le spese d’investimento necessarie a installarle si possono ammortizzare con i risparmi sui costi di gestione che consentono di ottenere.

Se l’adozione delle tecnologie che riducono l’impatto ambientale fosse motivata esclusivamente da ragioni etiche e non anche dalla loro convenienza economica, dipenderebbe dai sussidi di denaro pubblico. Di conseguenza i profitti dei produttori e degli installatori sarebbero garantiti anche se gli utili non coprissero i costi d’investimento e verrebbero a mancare le motivazioni che inducono ad accrescere la loro efficienza per renderle autosufficienti e sempre più redditizie. Gli sviluppi tecnologici di questo settore anziché essere favoriti sarebbero rallentati, la diffusione di queste tecnologie non sarebbe trascinata dal fatto di diventare sempre più appetibili economicamente per i potenziali acquirenti, le loro vendite si interromperebbero nei periodi in cui i bilanci degli enti pubblici non consentissero di sovvenzionarle.

La conversione ecologica dell’economia dipende dalla conversione economica dell’ecologia.
Per avviare la conversione economica dell’ecologia occorre superare la falsa convinzione che le scelte con una valenza ecologica siano più costose delle scelte fondate soltanto sulla ricerca del massimo profitto indipendentemente dalle conseguenze ambientali che generano.

La conversione economica dell’ecologia farebbe perdere di significato alla contrapposizione tra le ragioni del lavoro e le ragioni dell’ambiente, su cui imprenditori senza scrupoli, con l’appoggio di politici altrettanto senza scrupoli e di sindacalisti poco informati, fondano il ricatto della chiusura delle aziende e dei licenziamenti per non effettuare gli investimenti necessari a ridurre l’inquinamento generato dai loro processi produttivi. Al contrario, l’adozione delle tecnologie che riducono le inefficienze, gli sprechi e le emissioni inquinanti sarebbe sostenuta anche perché consente di accrescere gli utili e l’occupazione.

Naturalmente, mettendo in luce le conseguenze negative dei contributi di denaro pubblico erogati con il proposito di favorire lo sviluppo delle tecnologie ecologiche, non si vuol sostenere che lo Stato debba disinteressarsi del problema e affidarne la soluzione esclusivamente al mercato. Il suo compito è quello di utilizzare un intelligente sistema di incentivi e disincentivi fiscali finalizzati a raggiungere gli obbiettivi di riduzione dei consumi e delle emissioni che hanno superato i limiti della sostenibilità ambientale: le emissioni di anidride carbonica, di metano, di sostanze non metabolizzabili dai cicli biochimici, di sostanze inquinanti; i consumi di risorse rinnovabili e non rinnovabili. Stabiliti questi obbiettivi, spetta alle aziende la scelta delle tecnologie e dei loro mix per raggiungerli situazione per situazione. La concorrenza selezionerà le scelte più vantaggiose economicamente, che sono anche le più efficienti ecologicamente.

Una strategia di questo genere consente di impostare tutta la politica economica e industriale in funzione della riduzione della crisi ecologica ed è l’unico modo per consentire ai Paesi industriali avanzati di superare la stagnazione in cui le loro economie sono impantanate dalla crisi del 2008.

L’impegno principale deve essere rivolto alla diminuzione degli sprechi e all’aumento dell’efficienza dei processi di trasformazione energetica, che in questi Paesi può dimezzare i consumi di energia alla fonte senza ridurre i servizi finali. Ne deriverebbero: una drastica riduzione delle emissioni di anidride carbonica e dell’effetto serra, delle guerre per il controllo delle fonti energetiche fossili, delle spese energetiche dei consumatori finali – famiglie, aziende, pubbliche amministrazioni.

In Italia per riscaldare gli edifici nei mesi invernali si consumano mediamente 200 kilowattora al metro quadrato all’anno (circa 20 litri di gasolio o 20 metri cubi di metano). In Germania non è consentito superare un consumo di 70 chilowattora al metro quadrato all’anno, un terzo della media italiana, ma gli edifici più efficienti, quelli che rientrano nello standard delle «case passive», non devono superare i 15 chilowattora al metro quadrato all’anno e devono essere coibentati in modo così efficiente da non avere bisogno di un impianto di riscaldamento. Se al centro della politica economica e industriale del nostro Paese si ponesse la ristrutturazione energetica del patrimonio edilizio esistente, con l’obbiettivo di ridurre gli sprechi e le inefficienze al livello dei peggiori edifici tedeschi, i consumi per il riscaldamento si ridurrebbero dei due terzi. I posti di lavoro che si creerebbero attraverso questa decrescita selettiva degli sprechi di energia pagherebbero i loro costi d’investimento con i risparmi che consentono di ottenere.

Un incentivo all’adozione di queste misure in una logica di mercato, senza contributi di denaro pubblico, può essere costituito dall’uso delle forme contrattuali che dovrebbero caratterizzare le energy service companies – esco -: società energetiche che pagano di tasca propria i costi d’investimento degli interventi di ristrutturazione energetica che eseguono negli edifici, o negli impianti pubblici di illuminazione, mentre i proprietari degli edifici e degli impianti ristrutturati si impegnano a pagare per i loro consumi energetici la stessa cifra che pagavano prima della ristrutturazione, per un numero di anni fissato al momento del contratto. Per la durata del contratto le esco incassano i risparmi economici conseguenti ai risparmi energetici che riescono a ottenere. Al termine, il risparmio economico va a beneficio del cliente. A parità d’investimento, il numero degli anni necessari a recuperare il denaro investito nelle ristrutturazioni energetiche è inversamente proporzionale all’efficienza ottenuta.

La ricerca della maggiore efficienza possibile diventa pertanto l’elemento concorrenziale vincente. Inoltre il cliente è tutelato perché, essendo prefissato contrattualmente il tempo di rientro dell’investimento, se la esco ottiene una riduzione dei consumi energetici inferiore a quella che ha calcolato, incassa meno denaro di quello che ha previsto. Fare bene il lavoro e gestire bene l’impianto è nel suo interesse.

Un altro settore strategico dove l’ammortamento degli investimenti necessari a ridurre gli sprechi si può pagare con i risparmi economici che ne conseguono, senza contributi di denaro pubblico, è la gestione dell’acqua potabile.

In Italia le reti idriche perdono mediamente il 65 per cento dell’acqua pompata dal sottosuolo e depurata. Nei periodi estivi di siccità le perdite degli acquedotti stanno creando problemi alla fornitura di acqua nelle aree urbane. La sostituzione delle tubazioni delle reti idriche costituisce pertanto una misura indispensabile non solo per ridurre gli sprechi di energia e denaro, ma anche per continuare a fornire un servizio indispensabile per il benessere e l’igiene di decine di milioni di persone.

Le stesse dinamiche si verificano nella gestione degli oggetti dismessi. Il recupero e la riutilizzazione dei materiali che contengono è certamente meno dannosa e più conveniente economicamente delle metodologie con cui si rendono definitivamente inutilizzabili: l’interramento e l’incenerimento. Poiché il costo dello smaltimento è proporzionale al peso degli oggetti conferiti alle discariche o agli inceneritori, meno se ne portano e più si risparmia. Ma, per non portare allo smaltimento le materie prime secondarie contenute negli oggetti dismessi occorre venderle. Più se ne vendono e più si guadagna. Affinché qualcuno le compri occorre effettuarne una raccolta differenziata molto accurata che ne consenta il riciclaggio e il riutilizzo. Il recupero e la vendita delle materie prime secondarie contenute negli oggetti dismessi consentono pertanto di creare un’occupazione utile; di pagarne i costi con i risparmi conseguiti nello smaltimento e con i guadagni ottenuti dalla vendita, senza contributi di denaro pubblico.

 

 

 

 

Photo by Glen Carrie on Unsplash

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Decrescita non è recessione. TAV non è progresso

Sono arrivato alle 17 in una piazza Castello già gremita, tant’è che ci incitavano ad avvicinarci verso il palco per consentire di entrare a coloro che stavano arrivando. Ero partito alle 14,15 e la parte finale del corteo aveva appena lasciato la piazza del concentramento iniziale, davanti alla vecchia stazione di Porta Susa. L’ingresso in piazza Castello riservava un colpo d’occhio incredibile a chi, salendo su uno dei blocchi di cemento utilizzati per impedire il transito delle automobili, riusciva a superare l’altezza media delle persone che già la riempivano, a sinistra tra la facciata di Palazzo Madama e la cancellata di Palazzo Reale, a destra tra la fiancata di Palazzo Madama e i portici oltre via Roma. Alle spalle, per tutta la lunghezza di via Pietro Micca che si riusciva a vedere, la strada era piena di persone che continuavano ad affluire. Mi ero fermato a metà del percorso per oltre 40 minuti, aspettando d’inserirmi nello spezzone del corteo in cui stavano sfilando gli iscritti al Movimento per la Decrescita Felice. Era dietro uno striscione artigianale preceduto da un furgoncino in cui due DJ sparavano canzoni ballabili di cantautori italiani che inducevano i manifestanti a procedere a passo di danza.

Davanti a me erano passati gruppi di persone che nel loro insieme rappresentavano le varietà sociali, culturali, politiche del nostro popolo: donne e uomini di mezza età, piccola borghesia, operai e pensionati (molti dei quali incontrati in altri cortei tanti anni fa, dalle fisionomie ancora riconoscibili, invecchiati senza perdere i loro ideali), giovani di tutte le fogge, colorati, sorridenti ed eccitati come quando si va in gita, coppie con bambini in carrozzina, bambini che facevano giochi in comune, militanti politici di sinistra-sinistra con le loro bandiere rosse variamente personalizzate, sindacalisti della CGIL e dei Cobas, militanti di associazioni ambientaliste, tante tante bandiere No Tav che sventolavano o indossate come scialli e mantelli, slogan creativi ma non aggressivi, una banda musicale, un altro furgoncino con la musica.

Insomma una grande festa popolare, una gioiosa testimonianza di quel settore decisivo della nostra gente non appiattita dalla smania del consumo e della sua ostentazione, non omologata sulla spinta nevrotica della competizione interpersonale, non annoiata nei riti del passatempo ma creativa anche nelle minime cose della vita, con un’idea di progresso diversa da quella della potenza tecnologica e del dominio sulla natura. Lasciavano intravedere anche loro i loro luoghi comuni, quel bisogno di sentirsi parte di un gruppo che induce al conformismo sulle idee che lo identificano. Li percepivi uniti dalla distanza che li separava dal modo di vivere di coloro che, qualche decina di metri più in là, affollavano nelle vie commerciali attirati dall’euforia dei consumi natalizi. Li percepivi anche divisi dall’indeterminatezza delle prospettive di futuro a cui tendevano, ma non competitivi tra loro. Trasmettevano nelle loro differenze il senso di un rifiuto determinato e comune della prospettiva di futuro devastante indicata dalla scelta del TAV. E il desiderio confuso di una prospettiva alternativa di cui immaginavano connotati differenti, ma ancora indeterminati. E forse alla lunga compatibili. Due pulsioni che non trasmettevano ansia, ma tranquillità. Tutti i negozi erano aperti. Gli avventori dei bar lungo il percorso sedevano come ogni giorno festivo ai tavolini sotto i portici nel tiepido pomeriggio di una giornata invernale. Senza pensare quanto fosse gelido l’inverno a Torino venti anni fa. Ignari della drammaticità di questo cambiamento.

Nel gruppo dei sostenitori della decrescita una ragazza innalzava un cartello in cui ho ritrovato quello che per me era il senso della manifestazione: Decrescita non è recessione. TAV non è progresso.

Maurizio Pallante

 

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8 dicembre. Una giornata di mobilitazione.

L’8 dicembre 2018: una importante giornata di mobilitazione per contrastare il progetto TAV Torino-Lione, un progetto che è l’emblema delle grandi opere inutili, costose e dannose che devastano il mondo.

Condividiamo alcune riflessioni interessanti sul tema:

Vero, falso, realtà ed ideologia di una Grande Opera

L’8 Dicembre in piazza contro TAV, per il Clima e la Decrescita Felice

Le “fate ignoranti” di Torino

 

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Politica agraria ed alimentare

Biodiversità

La politica agricola, oggi ancora più che in passato, non può essere svincolata dalle politiche ambientali, economiche e sociali del Paese. Così come non può esserlo una politica alimentare, naturalmente connessa alle produzioni agricole. Pertanto la visione di agricoltura del futuro deve incastrarsi in una visione complessiva che tenga conto della rilevanza che può assumere questo settore così marginalizzato dalle politiche che si sono succedute fino a oggi.

Oggi la priorità della politica (non solo quella italiana ma di tutto il pianeta) è la riduzione delle emissioni di gas serra, di conseguenza tutti i comparti produttivi devono concorrere a raggiungere l’obiettivo. Secondo un rapporto dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) le filiere agro-alimentari, sono responsabili di oltre il 20% delle emissioni totali, dovute principalmente al trasporto dei prodotti (CO2), agli allevamenti intensivi (CH4) e alle fertilizzazione chimica (N2O). Questo dato basta e avanza per indicare la direzione verso la quale dovrebbe essere orientata la politica agraria e alimentare. Di contro in agricoltura è possibile, allo stato attuale, individuare delle filiere con una carbon footprint positiva, cioè in grado assorbire CO2 in misura maggiore rispetto a quella emessa. Il saldo positivo diventa più netto nelle coltivazioni estensive e in territori soggetti ad abbandono. Le aeree interne, a torto considerate marginali, sotto questo profilo hanno un potenziale enorme e inesplorato.

In estrema sintesi perciò potremmo dire che la nostra agricoltura deve essere in grado di garantire, nell’ordine, tutela ambientale (con particolare riferimento alle riduzioni di gas serra), benefici sociali (salubrità e maggiore autosufficienza alimentare) e adeguata redditività agli agricoltori.

Lo strumento più importante su cui far leva per consentire all’agricoltura del futuro di svolgere al meglio questo compito è senza dubbio la biodiversità. L’unico modo per non perdere biodiversità, e quindi aggravare ulteriormente gli equilibri naturali, è coltivarla. La diversità delle piante, secondo la FAO, rappresenta la chiave per affrontare e ridurre l’impatto delle calamità quali siccità, salinità, caldo, inondazioni sempre più frequenti con i cambiamenti climatici.

Oggi la minaccia più grande che viene portata alla biodiversità è un mercato globale che riduce gran parte delle produzioni agricole in commodity e di conseguenza si fa passare il concetto che tutte le produzioni sono uguali dappertutto, puntando di conseguenza su poche varietà, più produttive e tecniche di produzione più intensive e quindi più impattanti dal punto di vista ambientale, scoraggiando e talvolta cancellando diversità, peculiarità territoriali, tradizioni e qualità.
L’ultima PAC (Politica Agricola Comune) 2014-2020 ha introdotto il ‘greening’ che prevede, solo per i seminativi, il rispetto di pratiche benefiche per il clima e l’ambiente da parte degli agricoltori che accedono ad alcuni contributi. E’ una misura senza dubbio lodevole, ma evidentemente non sufficiente e bisogna spingere con maggiore vigore su alcuni aspetti, legati alla diversificazione produttiva e all’introduzione sistematica di cultivar locali negli ordinamenti produttivi delle aziende.

Le cultivar locali, tra l’altro, costituiscono lo strumento principale per valorizzare adeguatamente l’agricoltura delle aree interne e per sottrarre gli agricoltori da una competizione globale che li vede comunque sempre perdenti, a causa dello strapotere contrattuale dell’industria alimentare. È paradossale infatti che il maggior numero di aziende agricole e di allevamenti che soccombono, in un meccanismo competitivo dove a prevalere è solo il prezzo più basso, si trovano nelle zone montane e collinari del Paese, dove cioè vi sono le migliori condizioni per garantire standard qualitativi elevati delle produzioni alimentari. Tra l’altro in un paese come l’Italia, caratterizzato da un lato dalla presenza di numerose aziende agricole di piccole dimensioni e dall’altro di un patrimonio di cultivar locali enorme, le economie di scala non possono essere una soluzione ai problemi del settore, soluzione che invece può arrivare proprio dalle identità delle produzioni.
Di pari passo e in coerenza con la tutela della biodiversità (e dalla valorizzazione delle produzioni di piccola scala) vi è la necessità di diffondere i laboratori di trasformazione nelle aziende agricole. Ci sono già aziende agricole che trasformano direttamente le proprie produzioni, ma in numero molto esiguo rispetto al totale e per lo più concentrate su determinate filiere (vino e formaggi su tutte, non a caso filiere dove il sistema delle Denominazioni d’Origine ha assolto adeguatamente la propria funzione). L’introduzione dei laboratori di trasformazione nelle aziende agricole è complementare alla valorizzazione delle cultivar autoctone, in quanto sottrae gli agricoltori dalla morsa dell’industria alimentare che non è disposta a pagare alcun surplus rispetto al prezzo di mercato, su produzioni e varietà qualitativamente più valide, con un vantaggio collaterale non da poco, sotto il profilo sociale, legato alla minore incidenza del trasporto dei prodotti dalle aziende agricole presso gli stabilimenti di trasformazione. I PSR (Programmi di Sviluppo Rurale) che pure incentivano gli investimenti nelle aziende agricole, si sono rivelati fino a oggi parzialmente inefficaci sotto questo profilo, in quanto le nuove tecnologie introdotte sono state indirizzate prevalentemente a facilitare la meccanizzazione delle operazioni colturali (o comunque ad agevolare quanto già esiste nelle aziende agricole) e poche volte sono state utilizzate per integrare il ciclo produttivo all’interno della stessa azienda. Il passaggio verso un modello di agricoltura prevalentemente produttrice di cibo anziché di materie prime per l’industria alimentare comporta pertanto interventi normativi volti ad adeguare piani di investimento pubblico, burocrazia ed etichettatura dei prodotti. Ma è necessario anche un nuovo approccio nella ricerca scientifica e in particolare nella produzione di innovazioni tecnologiche funzionale a questo modello di agricoltura.

Questo percorso è possibile se di pari passo viene avviata una politica alimentare coerente, capace di valorizzare le diversità e di considerare la qualità del cibo non più un lusso per i più facoltosi ma una necessità per assicurare salute e benessere agli esseri umani e agli altri esseri viventi. Come non è più derogabile l’adozione di provvedimenti più efficaci nella riduzione degli sprechi che determinano un costo ambientale e sociale che non possiamo più permetterci.

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Politica Energetica

Efficienza energetica la balena è l'animale più efficiente

La politica energetica deve essere finalizzata alla riduzione delle emissioni di anidride carbonica evitando che questa scelta, resa indifferibile e urgente dai mutamenti climatici in corso, si traduca in una drastica riduzione dei servizi finali dell’energia e in un forte aumento dei loro costi, perché queste conseguenze non sarebbero accettate socialmente.

L’opzione più efficace per ridurre le emissioni e le importazioni di fonti fossili, a parità d’investimento, non è la sostituzione del petrolio col metano e delle fonti fossili con fonti rinnovabili, ma una strategia in tre fasi in cui la priorità è costituita dalla riduzione degli sprechi che si può ottenere utilizzando innovazioni tecnologiche che aumentano l’efficienza dei processi di trasformazione energetica e degli usi finali dell’energia.

Nei Paesi industriali che si autodefiniscono tecnologicamente avanzati, gli sprechi dell’energia contenuta nelle fonti fossili ammontano fino al 70 per cento. L’incremento dell’efficienza consente di ridurre i consumi di energia alla fonte a parità di servizi finali, per cui riduce i costi delle bollette energetiche in misura tanto maggiore quanto maggiore è la riduzione delle emissioni, senza ridurre il benessere. La riduzione dell’impatto ambientale che consente di ottenere è direttamente proporzionale ai vantaggi economici che offre. Le tecnologie con cui si possono ottenere questi risultati non hanno bisogno di sussidi di denaro pubblico perché sono in grado di ripagare i loro costi d’investimento in tempi economicamente competitivi con i risparmi economici conseguenti ai risparmi energetici.

Il secondo passaggio è la soddisfazione del fabbisogno residuo con fonti rinnovabili. Se la sostituzione delle fonti avviene in un contesto di riduzione dei consumi, si riduce la potenza da installare e il loro costo diventa ammortizzabile in tempi economicamente accettabili senza contributi di denaro pubblico.

Il terzo passaggio è lo sviluppo delle fonti rinnovabili in piccoli impianti di proprietà dei consumatori, con vendita dei Kilowattora eccedenti nelle ore in cui i consumi sono inferiori alla produzione e acquisto dei Kilowattora mancanti nelle ore in cui la produzione è inferiore ai consumi. Il prosumer (il produttore consumatore dell’energia che produce) garantisce la massima efficienza nella gestione dell’energia autoprodotta perché è suo interesse utilizzarla nei modi più efficienti per consumarne il meno possibile e poterne vendere il più possibile.

Ridurre i consumi di Kilowattora mediante un aumento dell’efficienza costa meno che sostituire i Kilowattora prodotti da fonti fossili con Kilowattora prodotti da fonti rinnovabili. Pertanto a parità d’investimento le emissioni di anidride carbonica si riducono di più aumentando l’efficienza che sostituendo le fonti.

Una politica energetica che abbia come priorità la sostituzione delle fonti, e non la riduzione della domanda, oltre a ridurre di meno le emissioni climalteranti non può prescindere da sostegni di denaro pubblico. Gli incentivi pubblici allo sviluppo delle fonti rinnovabili vengono pagati con incrementi dei costi sulle bollette energetiche e si traducono in un trasferimento di denaro da chi non ha i capitali per effettuare gli investimenti necessari a installarle a chi i capitali li ha. Dai poveri ai ricchi. I tentativi di potenziare l’offerta con l’idrogeno, con la fusione nucleare, o con altre presunte soluzioni miracolose in grado di garantire un apporto illimitato di energia pulita, oltre ad alimentare l’illusione che non sia necessario impegnarsi per aumentare l’efficienza e ridurre gli sprechi, hanno drenato ingenti quantità di denaro pubblico senza aver fornito a tutt’oggi alcun risultato tangibile. Una politica energetica impostata sulla priorità della sostituzione delle fonti sostenuta da contributi di denaro pubblico va a vantaggio di chi produce e vende energia da fonti rinnovabili. Una politica energetica impostata sulla priorità della riduzione dei consumi alla fonte a parità di servizi finali mediante un aumento dell’efficienza, riduce le emissioni in tempi più brevi e va a vantaggio dei consumatori.

In Italia la politica energetica è stata impostata sull’assunzione aprioristica di una crescita tendenziale dei consumi, dal momento che tutto l’impegno della politica economica è volto a rilanciare la crescita del prodotto interno lordo, peraltro con scarsi risultati. Di conseguenza la riduzione delle emissioni di anidride carbonica è stata affidata principalmente all’aumento delle forniture di metano e allo sviluppo delle fonti rinnovabili. I partiti meno sensibili ai problemi ambientali perché li considerano meno importanti della crescita economica, hanno dato la priorità all’aumento delle forniture di metano, che rilascia meno anidride carbonica del gasolio, ma ne rilascia. Pertanto, se aumentano i consumi energetici, le emissioni aumentano, meno di quanto aumenterebbero se si bruciasse gasolio, ma aumentano. Le associazioni ambientaliste e gli installatori di impianti eolici e fotovoltaici hanno dato la priorità allo sviluppo delle fonti rinnovabili sostenute da contributi di denaro pubblico. Ma il bilancio dello Stato, come tutti i bilanci, ha limiti e voci di spesa che non si possono comprimere. Se lo sviluppo delle fonti rinnovabili dipende dai contributi statali, quando i contributi si esauriscono si blocca. Per evitare che ciò avvenga occorre che le fonti rinnovabili consentano di ottenere diminuzioni dei consumi di fonti fossili sufficienti ad ammortizzare i loro costi d’investimento in tempi accettabili dai potenziali acquirenti. Solo l’aumento della loro efficienza è in grado di liberarle dalla dipendenza dai sussidi pubblici. E l’eliminazione dei sussidi pubblici è indispensabile per promuovere le innovazioni tecnologiche in grado di renderle economicamente appetibili.

 

LA CONVERSIONE ECONOMICA DELL’ECOLOGIA

La conversione economica dell’ecologia è la strada da percorrere non solo per attenuare la crisi ambientale, ma anche per far uscire l’economia dalla stagnazione e accrescere l’occupazione in attività utili. In questa prospettiva l’obbiettivo principale della politica economica e industriale deve essere la promozione della ristrutturazione energetica del patrimonio edilizio esistente mediante l’uso di formule contrattuali che consentano di utilizzare i risparmi sulle bollette per ammortizzare i costi d’investimento nelle tecnologie che consentono di ottenerli.

 

Maurizio Pallante

 

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Spiritualità

Rivalutare la spiritualità non significa condannare moralisticamente il legittimo desiderio di benessere materiale, perché anche questo fa parte della natura umana. Significa promuovere la consapevolezza che il benessere materiale non è tutto e, se diventa tutto, si trasforma in malessere. Se si pensa di essere felici acquistando l’ultimo modello di un prodotto, la momentanea soddisfazione che se ne ricava viene sistematicamente frustrata dalla successiva immissione sul mercato di un modello più nuovo, come viene fatto usualmente per mantenere intatta la propensione al consumo […]

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Le Olimpiadi nelle Dolomiti? Devastante

Non mi stancherò di dire che in Alto Adige Südtirol i giganteschi alberghi ci porteranno sempre più in direzione di un turismo pornoalpino.

Le olimpiadi invernali nelle Dolomiti. Se ne sta parlando da qualche giorno. Pensate, sarebbe devastante. Già solo a pensarle si fa una gran sciocchezza e lo dico e lo scrivo. L’altro giorno, mentre si parlava dell’asset societario di una nuova società privata e pubblica, una persona vicina a me mi dice: “Se diventi presidente non potrai più dire che vuoi i passi dolomitici senza auto e altre cose radicali”. Gli ho risposto picche. Un arrampicatore sociale deve piacere, un uomo ingabbiato deve seguire gli umori delle persone, un politico che mira in alto deve dire cose che l’uomo della strada può accettare. È la chiave del successo di leghisti, estremisti, conformisti, arrivisti, opportunisti. Da un uomo –relativamente- libero non temo di dire la mia su questioni che mi riguardano da vicino. Continuerò a dire che i fuochi d’artificio in mezzo alle montagne sono una chiara espressione di ignoranza turistica, e che chi li propone non possiede le prerogative basilari per essere a capo di un’associazione turistica. Non cambierò idea sulla mia opinione rispetto al presidente degli albergatori che di un turismo sostenibile non ne vuole sapere. Continuerò a dire che il nostro ex monarca Durnwalder continua a sbagliare quando parla di un doppio passaporto, che in cambio di voti ha elargito prebende a destra a manca. Con cinque miliardi di budget annuale non era tanto difficile costruire case della cultura gigantesche, vere cattedrali del deserto. Certo, ha fatto cose discrete e anche buone, è stato bravo a farsi rispettare, su questo non c’è dubbio. Dubito invece che sia stato giusto che per anni abbia deciso, lui stesso, su contributi ad associazioni e comitati. A furia di versamenti e sgravi fiscali ha fatto diventare i contadini di pianura turbo-contadini esperti di culture intensive. Il risultato? Sempre maggior produzione e prezzi sempre più bassi. Da esperienza personale posso dire che non mi ha certo facilitato la vita quando ho smesso di chiedere soldi pubblici andando in pellegrinaggio da lui alle cinque del mattino.

Continuerò a dire che la maggioranza politica in questa provincia tende ad assorbire la minoranza ladina, e che la mancanza di una scuola paritetica estesa a livello regionale è un deficit culturale. Continuerò a dire che i cuochi sono troppo santificati rispetto ai camerieri, e che il lavoro in nero nel nostro settore deve finire. Non mi stancherò di dire che in Alto Adige Südtirol i giganteschi alberghi ci porteranno sempre più in direzione di un turismo pornoalpino.

Anche in futuro proverò ad avere idee mie, anche se di mio, veramente di mio c’è ben poco. Ascolto, assimilo, trascrivo le idee più interessanti, assorbo e, perché no, copio. E poi parlo. O scrivo. E la cosa interessante è che persone assai più blasonate di me ora prendono e ripetono ai giornali quello che io predico da anni, copiandolo da altri più lungimiranti di me. Mondo strano il nostro. Ora tutti parlano di prodotti regionali, di ore di lavoro giuste, dell’importanza di una giustizia sociale. Lo dicono politici, manager, cuochi famosi. Fino a pochi anni fa non era così: bene allora, le cose possono e devono prendere la strada giusta. Continuerò ad appoggiare i disagiati, a dire che è una vergogna che il nostro comune non accetti pochi migranti. Poi, magari, il direttore di questo giornale mi impedirà di scrivere perché sono diventato, agli occhi di molti, rancoroso e astioso. E allora davvero capirò che ha ragione, e che è meglio che vada a riposo. Anche se è il sonno della ragione a generare mostri, come quello delle olimpiadi invernali, altroché.

Michil Costa
dalla prima pagina dell’Alto Adige, 25/01/2018

180125_AltoAdige

Fonte:MichilCosta

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2017: il riscaldamento prosegue senza sosta

La rituale disamina della stima delle temperature medie globali dell’anno appena terminato mediante l’analisi dei dati grezzi e grigliati NCEP/NCAR mostra come il 2017 non abbia battuto il record stabilito un anno fa dal 2016, ma ci sia andato comunque molto vicino. Infatti, nella classifica degli anni più caldi, il 2017 si colloca al secondo posto, sopra il 2015, e il valore di anomalia , +0,51 °C rispetto al periodo 1981-2010, supera ancora +1°C rispetto all’inizio del secolo. Le considerazioni finali purtroppo confermano quanto già affermato negli anni precedenti.

Da tre anni questo articolo, che ormai tradizionalmente prepariamo commentando l’anno appena trascorso sulla base delle temperature del database NCEP/NCAR, iniziava sottolineando come l’anno appena passato fosse risultato “il più caldo dall’inizio delle misure”, battendo il record di temperatura media globale dell’anno precedente (vedi quiqui e qui). E, diciamolo, cominciava ormai a diventare un fatto noioso e scontato.

Salutiamo, quindi, come una novità il fatto che il 2017 non abbia battuto per la quarta volta consecutiva il record dell’anomalia di temperatura media globale! Ma non c’è da esultare troppo, tuttavia. Perché, nella speciale classifica degli anni più caldi (tabella 1), il 2017 si piazza al… secondo posto! E considerando che la prima metà dell’anno ha visto un indice ENSO sostanzialmente neutrale o debolmente positivo (fase El Niño), e la seconda metà dell’anno un valore nettamente negativo (fase La Niña), come evidenziato dettagliatamente in questa disamina (ma si vedano anche i nostri articoli al riguardo, qui e qui), questa volta non si può dare la colpa a questa teleconnessione tra oceano e atmosfera.

Notiamo anche come la proiezione ottenuta usando i dati ufficiali dei due database GISS e HADCRU(nei quali, onde ottenere la media annua, è stato usato il valore di dicembre 2016 per sopperire al dato ancora mancante di dicembre 2017) confermino sostanzialmente i valori di anomalia (anche se l’ultimo fornisce un valore inferiore che posizionerebbe il 2017 al terzo posto, dopo il 2016 e il 2015).

Tabella 1: Anomalie di temperatura media globale (in °C) riferite al periodo 1981-2010 per i database NCEP/NCAR (seconda colonna), GISS (quarta colonna) e HADCRU (ultima colonna). Per questi ultimi due database, il valore riportato contiene la media annua calcolata usando l’anomalia di dicembre 2016. Per confronto, la terza colonna riporta le anomalie di temperatura media globale riferite ad un “rettangolo” di globo terrestre contenente l’Italia.

L’analisi delle anomalie termiche globali del 2017 mese per mese (tabella 2, tutte espresse rispetto al periodo di riferimento 1981-2010) mostra come tutti i mesi dell’anno siano risultati più caldi rispetto alla media globale. In particolare, marzo si è distinto come il mese con l’anomalia maggiore e giugno con quella minore, mentre a livello stagionale la parte finale dell’inverno e il periodo agosto-ottobre sono stati quelli con le anomalie maggiori.

Tabella 2: Anomalie di temperatura media (in °C) riferite al periodo 1981-2010 (database NCEP/NCAR) e relative all’intero globo terrestre (seconda colonna) e al “rettangolo” contenente l’Italia (terza colonna).

A livello globale l’anomalia del 2017 nel suo complesso (Figura 1) si è manifestata con i massimi più pronunciati, tanto per cambiare, alle latitudini altissime del mar glaciale artico, sopra l’Europa e sopra l’Asia nordorientale, dove si sono superati i +5 °C; anche Europa meridionale, nord America e Asia hanno fatto registrare anomalie positive con isolinee superiori a 1 °C.

Figura 1: anomalie termiche dell’anno 2017 a scala globale (dati NCEP/NCAR, valori in °C riferiti al periodo 1981-2010).

 

L’Italia

Nella tabella 2, a titolo di paragone, sono state riportate le anomalie mensili relative all’Italia (al fine di derivare l’anomalia media sull’Italia, dal momento che i dati usati hanno una risoluzione di 2.5° in latitudine e longitudine, è stato considerato il rettangolo di mondo compreso tra le latitudini 35°N e 47,5°N e le longitudini 7,5°E e 17,5°E). Tali anomalie sono (o dovrebbero essere) quelle che guidano le nostre sensazioni, ed evidenziano come, a differenza di quanto sia avvenuto a livello globale, in quattro mesi (gennaio, settembre, novembre e dicembre) si siano registrate anomalie negative, in quattro mesi anomalie positive ma inferiori a 1°C, e negli altri quattro mesi anomalie positive e superiori a 1°C. In questi mesi, giugno (il mese con l’anomalia minore a livello globale) è stato in Italia il mese più caldo rispetto alla media (tutte le anomalie sono espresse rispetto al periodo di riferimento 1981-2010).

Su un territorio estremamente più ristretto rispetto al globo terrestre, è assolutamente normale che le oscillazioni di temperatura appaiano più marcate rispetto alle medie globali, e non vi è da stupirsi neppure se, in alcuni mesi, esse appaiano anche in controtendenza rispetto alle medie globali. Lo stesso discorso vale anche prendendo in considerazione le medie annue (tabella 1): anche in questo caso si evidenzia come ciò che abbiamo vissuto non sia rappresentativo della media globale, ma rifletta fenomeni ed accadimenti a carattere più locale e regionale.

Vediamo comunque alcuni di questi mesi con le anomalie maggiori che hanno caratterizzato il 2017 in Italia ed Europa (sempre ricordando che il database contiene dati su punti griglia equispaziati di 2,5° in latitudine e longitudine, in linea di massima assimilabili a 250 km circa).

Nel mese di giugno (Figura 2) si è registrata l’anomalia maggiore, con +2,08 °C; dalla figura si può notare come essa abbia coinvolto praticamente l’intero territorio nazionale, con il nord ed il centro Italia, oltre alla Francia ed alla penisola iberica, avvolti dall’isoterma 2°C, e con valori soltanto leggermente inferiori al sud Italia.


Figura 2: anomalie termiche del mese di giugno 2017 in Europa (dati 
NCEP/NCAR, valori in °C riferiti al periodo 1981-2010).

Per quanto riguarda agosto (Figura 3, anomalia di 1,75 °C), l’Italia centrale ha fatto registrare un’anomalia di oltre 3°C, mentre il resto del territorio ha fatto registrare valori superiori a 2°C, e solo le isole e le Alpi valori inferiori.


Figura 3: anomalie termiche del mese di agosto 2017 in Europa (dati 
NCEP/NCAR, valori in °C riferiti al periodo 1981-2010).

A marzo, invece, (Figura 4, anomalia di 1,72 °C), il nord Italia, e segnatamente il nordovest, hanno mostrato anomalie superiori a 2,5°C, mentre in Sicilia è stata inferiore a 1°C.

Da notare come, nei tre casi, solo a marzo l’anomalia positiva ha coinvolto praticamente l’intera Europa, mentre negli altri due casi le latitudini più settentrionali hanno fatto registrare anomalie negative anche vistose.


Figura 4: anomalie termiche del mese di marzo 2017 in Europa (dati 
NCEP/NCAR, valori in °C riferiti al periodo 1981-2010).

Gennaio è invece stato il mese che ha mostrato l’anomalia minore (Figura 5, valore di -2,06 °C); in tale mese, i versanti orientali ed il nord sono stati i più freddi, mentre l’isoterma -2 °C ha diviso l’Italia. Da notare come il nord Europa, in tale mese, abbia sperimentato una vistosa anomalia positiva.


Figura 5: anomalie termiche del mese di gennaio 2017 in Europa (dati 
NCEP/NCAR, valori in °C riferiti al periodo 1981-2010).

A dicembre (Figura 6, anomalia di -0,53 °C), mese appena conclusosi, tutto il territorio nazionale ha fatto registrare un’anomalia negativa. Anche in questo caso, si possono notare, oltre alle anomalie molto positive alle alte latitudini, i valori superiori a +4 °C in Europa orientale.


Figura 6: anomalie termiche del mese di dicembre 2017 in Europa (dati 
NCEP/NCAR, valori in °C riferiti al periodo 1981-2010).

Anche settembre (Figura 7, anomalia di -0,67 °C) ha fatto registrare un’anomalia negativa, ma in questo caso con una forte asimmetria sul territorio nazionale, tagliato da molte isolinee. I minimi hanno riguardato l’estremo nordorientale (inferiori a -1 °C), mentre la Sicilia ha mostrato anomalie lievemente positive. A settembre, inoltre, come già accaduto negli altri casi, solo una limitata porzione dell’Europa, quella sudoccidentale (con l’esclusione della Spagna e con una lingua fin sulla Tunisia), ha mostrato anomalie negative.


Figura 7: anomalie termiche del mese di settembre 2017 in Europa (dati 
NCEP/NCAR, valori in °C riferiti al periodo 1981-2010).

 

L’Europa

Per quanto riguarda l’anomalia del 2017 nel suo complesso sull’Europa, la situazione è descritta molto bene nella mappa (Figura 8): praticamente tutta l’Europa si è trovata in anomalia positiva, con valori di oltre 1 °C alle alte latitudini, sulla parte sudorientale, e sulla penisola iberica, e poche zone con anomalia inferiore a 0,5 °C.


Figura 8: anomalie del 2017 in Europa (dati 
NCEP/NCAR, valori in °C riferiti al periodo 1981-2010).

 

Le precipitazioni

È interessante notare come esista una buona correlazione con la piovosità. Va però notato che la mappa di questa grandezza, mostrata in Figura 9, registrata in questo database come intensità di precipitazione (in mm al giorno), risente ovviamente della risoluzione molto bassa del grigliato e non è in grado di evidenziare gli effetti orografici locali, come nel caso delle Prealpi, per cui va interpretata come segnale a grande scala.

In particolare, si nota come le aree con precipitazioni più abbondanti della norma (Europa centrale e – in parte – settentrionale, Mediterraneo orientale) siano anche state quelle con le anomalie termiche minori. Questo non è dovuto soltanto alla mancata insolazione, ma anche al feedback con l’umidità del terreno (si veda qui per una discussione più approfondita). Si noti che, al fine di interpretare correttamente il segnale della precipitazione, un’anomalia di 0,3 mm/giorno (quale quella, negativa, presente sul mar Tirreno) corrisponde, in un anno, ad un’anomalia complessiva di 120 mm. Inoltre, va detto che una mappa di questo tipo non tiene in conto l’informazione relativa alla tipologia e frequenza delle precipitazioni (come noto, un singolo temporale violento che scarichi decine di mm non compensa mesi di siccità pregressa), e sarebbe più utile analizzare l’umidità del suolo, che tuttavia non è presente su queste mappe (o meglio, la variabile c’è ma il grigliato troppo poco risoluto la penalizza).


Figura 9: anomalie di precipitazione del 2017 in Europa (dati 
NCEP/NCAR, valori in mm/giorno riferiti al periodo 1981-2010).

 

Conclusione

In definitiva, la disamina generale di quanto accaduto nell’anno appena terminato, al di là di qualche peculiarità geografica, conferma le tendenze già viste in quasi tutti gli ultimi anni: il riscaldamento globale prosegue senza sosta, specialmente nell’emisfero settentrionale, e le aree prossime al circolo polare artico mostrano le anomalie positive più vistose. La spirale termica (si veda qui) continua ad allargarsi…

 

Testo di Claudio Cassardo

Fonte:Climaternanti.it