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Spiritualità

Rivalutare la spiritualità non significa condannare moralisticamente il legittimo desiderio di benessere materiale, perché anche questo fa parte della natura umana. Significa promuovere la consapevolezza che il benessere materiale non è tutto e, se diventa tutto, si trasforma in malessere. Se si pensa di essere felici acquistando l’ultimo modello di un prodotto, la momentanea soddisfazione che se ne ricava viene sistematicamente frustrata dalla successiva immissione sul mercato di un modello più nuovo, come viene fatto usualmente per mantenere intatta la propensione al consumo […]

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Le Olimpiadi nelle Dolomiti? Devastante

Non mi stancherò di dire che in Alto Adige Südtirol i giganteschi alberghi ci porteranno sempre più in direzione di un turismo pornoalpino.

Le olimpiadi invernali nelle Dolomiti. Se ne sta parlando da qualche giorno. Pensate, sarebbe devastante. Già solo a pensarle si fa una gran sciocchezza e lo dico e lo scrivo. L’altro giorno, mentre si parlava dell’asset societario di una nuova società privata e pubblica, una persona vicina a me mi dice: “Se diventi presidente non potrai più dire che vuoi i passi dolomitici senza auto e altre cose radicali”. Gli ho risposto picche. Un arrampicatore sociale deve piacere, un uomo ingabbiato deve seguire gli umori delle persone, un politico che mira in alto deve dire cose che l’uomo della strada può accettare. È la chiave del successo di leghisti, estremisti, conformisti, arrivisti, opportunisti. Da un uomo –relativamente- libero non temo di dire la mia su questioni che mi riguardano da vicino. Continuerò a dire che i fuochi d’artificio in mezzo alle montagne sono una chiara espressione di ignoranza turistica, e che chi li propone non possiede le prerogative basilari per essere a capo di un’associazione turistica. Non cambierò idea sulla mia opinione rispetto al presidente degli albergatori che di un turismo sostenibile non ne vuole sapere. Continuerò a dire che il nostro ex monarca Durnwalder continua a sbagliare quando parla di un doppio passaporto, che in cambio di voti ha elargito prebende a destra a manca. Con cinque miliardi di budget annuale non era tanto difficile costruire case della cultura gigantesche, vere cattedrali del deserto. Certo, ha fatto cose discrete e anche buone, è stato bravo a farsi rispettare, su questo non c’è dubbio. Dubito invece che sia stato giusto che per anni abbia deciso, lui stesso, su contributi ad associazioni e comitati. A furia di versamenti e sgravi fiscali ha fatto diventare i contadini di pianura turbo-contadini esperti di culture intensive. Il risultato? Sempre maggior produzione e prezzi sempre più bassi. Da esperienza personale posso dire che non mi ha certo facilitato la vita quando ho smesso di chiedere soldi pubblici andando in pellegrinaggio da lui alle cinque del mattino.

Continuerò a dire che la maggioranza politica in questa provincia tende ad assorbire la minoranza ladina, e che la mancanza di una scuola paritetica estesa a livello regionale è un deficit culturale. Continuerò a dire che i cuochi sono troppo santificati rispetto ai camerieri, e che il lavoro in nero nel nostro settore deve finire. Non mi stancherò di dire che in Alto Adige Südtirol i giganteschi alberghi ci porteranno sempre più in direzione di un turismo pornoalpino.

Anche in futuro proverò ad avere idee mie, anche se di mio, veramente di mio c’è ben poco. Ascolto, assimilo, trascrivo le idee più interessanti, assorbo e, perché no, copio. E poi parlo. O scrivo. E la cosa interessante è che persone assai più blasonate di me ora prendono e ripetono ai giornali quello che io predico da anni, copiandolo da altri più lungimiranti di me. Mondo strano il nostro. Ora tutti parlano di prodotti regionali, di ore di lavoro giuste, dell’importanza di una giustizia sociale. Lo dicono politici, manager, cuochi famosi. Fino a pochi anni fa non era così: bene allora, le cose possono e devono prendere la strada giusta. Continuerò ad appoggiare i disagiati, a dire che è una vergogna che il nostro comune non accetti pochi migranti. Poi, magari, il direttore di questo giornale mi impedirà di scrivere perché sono diventato, agli occhi di molti, rancoroso e astioso. E allora davvero capirò che ha ragione, e che è meglio che vada a riposo. Anche se è il sonno della ragione a generare mostri, come quello delle olimpiadi invernali, altroché.

Michil Costa
dalla prima pagina dell’Alto Adige, 25/01/2018

180125_AltoAdige

Fonte:MichilCosta

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2017: il riscaldamento prosegue senza sosta

La rituale disamina della stima delle temperature medie globali dell’anno appena terminato mediante l’analisi dei dati grezzi e grigliati NCEP/NCAR mostra come il 2017 non abbia battuto il record stabilito un anno fa dal 2016, ma ci sia andato comunque molto vicino. Infatti, nella classifica degli anni più caldi, il 2017 si colloca al secondo posto, sopra il 2015, e il valore di anomalia , +0,51 °C rispetto al periodo 1981-2010, supera ancora +1°C rispetto all’inizio del secolo. Le considerazioni finali purtroppo confermano quanto già affermato negli anni precedenti.

Da tre anni questo articolo, che ormai tradizionalmente prepariamo commentando l’anno appena trascorso sulla base delle temperature del database NCEP/NCAR, iniziava sottolineando come l’anno appena passato fosse risultato “il più caldo dall’inizio delle misure”, battendo il record di temperatura media globale dell’anno precedente (vedi quiqui e qui). E, diciamolo, cominciava ormai a diventare un fatto noioso e scontato.

Salutiamo, quindi, come una novità il fatto che il 2017 non abbia battuto per la quarta volta consecutiva il record dell’anomalia di temperatura media globale! Ma non c’è da esultare troppo, tuttavia. Perché, nella speciale classifica degli anni più caldi (tabella 1), il 2017 si piazza al… secondo posto! E considerando che la prima metà dell’anno ha visto un indice ENSO sostanzialmente neutrale o debolmente positivo (fase El Niño), e la seconda metà dell’anno un valore nettamente negativo (fase La Niña), come evidenziato dettagliatamente in questa disamina (ma si vedano anche i nostri articoli al riguardo, qui e qui), questa volta non si può dare la colpa a questa teleconnessione tra oceano e atmosfera.

Notiamo anche come la proiezione ottenuta usando i dati ufficiali dei due database GISS e HADCRU(nei quali, onde ottenere la media annua, è stato usato il valore di dicembre 2016 per sopperire al dato ancora mancante di dicembre 2017) confermino sostanzialmente i valori di anomalia (anche se l’ultimo fornisce un valore inferiore che posizionerebbe il 2017 al terzo posto, dopo il 2016 e il 2015).

Tabella 1: Anomalie di temperatura media globale (in °C) riferite al periodo 1981-2010 per i database NCEP/NCAR (seconda colonna), GISS (quarta colonna) e HADCRU (ultima colonna). Per questi ultimi due database, il valore riportato contiene la media annua calcolata usando l’anomalia di dicembre 2016. Per confronto, la terza colonna riporta le anomalie di temperatura media globale riferite ad un “rettangolo” di globo terrestre contenente l’Italia.

L’analisi delle anomalie termiche globali del 2017 mese per mese (tabella 2, tutte espresse rispetto al periodo di riferimento 1981-2010) mostra come tutti i mesi dell’anno siano risultati più caldi rispetto alla media globale. In particolare, marzo si è distinto come il mese con l’anomalia maggiore e giugno con quella minore, mentre a livello stagionale la parte finale dell’inverno e il periodo agosto-ottobre sono stati quelli con le anomalie maggiori.

Tabella 2: Anomalie di temperatura media (in °C) riferite al periodo 1981-2010 (database NCEP/NCAR) e relative all’intero globo terrestre (seconda colonna) e al “rettangolo” contenente l’Italia (terza colonna).

A livello globale l’anomalia del 2017 nel suo complesso (Figura 1) si è manifestata con i massimi più pronunciati, tanto per cambiare, alle latitudini altissime del mar glaciale artico, sopra l’Europa e sopra l’Asia nordorientale, dove si sono superati i +5 °C; anche Europa meridionale, nord America e Asia hanno fatto registrare anomalie positive con isolinee superiori a 1 °C.

Figura 1: anomalie termiche dell’anno 2017 a scala globale (dati NCEP/NCAR, valori in °C riferiti al periodo 1981-2010).

 

L’Italia

Nella tabella 2, a titolo di paragone, sono state riportate le anomalie mensili relative all’Italia (al fine di derivare l’anomalia media sull’Italia, dal momento che i dati usati hanno una risoluzione di 2.5° in latitudine e longitudine, è stato considerato il rettangolo di mondo compreso tra le latitudini 35°N e 47,5°N e le longitudini 7,5°E e 17,5°E). Tali anomalie sono (o dovrebbero essere) quelle che guidano le nostre sensazioni, ed evidenziano come, a differenza di quanto sia avvenuto a livello globale, in quattro mesi (gennaio, settembre, novembre e dicembre) si siano registrate anomalie negative, in quattro mesi anomalie positive ma inferiori a 1°C, e negli altri quattro mesi anomalie positive e superiori a 1°C. In questi mesi, giugno (il mese con l’anomalia minore a livello globale) è stato in Italia il mese più caldo rispetto alla media (tutte le anomalie sono espresse rispetto al periodo di riferimento 1981-2010).

Su un territorio estremamente più ristretto rispetto al globo terrestre, è assolutamente normale che le oscillazioni di temperatura appaiano più marcate rispetto alle medie globali, e non vi è da stupirsi neppure se, in alcuni mesi, esse appaiano anche in controtendenza rispetto alle medie globali. Lo stesso discorso vale anche prendendo in considerazione le medie annue (tabella 1): anche in questo caso si evidenzia come ciò che abbiamo vissuto non sia rappresentativo della media globale, ma rifletta fenomeni ed accadimenti a carattere più locale e regionale.

Vediamo comunque alcuni di questi mesi con le anomalie maggiori che hanno caratterizzato il 2017 in Italia ed Europa (sempre ricordando che il database contiene dati su punti griglia equispaziati di 2,5° in latitudine e longitudine, in linea di massima assimilabili a 250 km circa).

Nel mese di giugno (Figura 2) si è registrata l’anomalia maggiore, con +2,08 °C; dalla figura si può notare come essa abbia coinvolto praticamente l’intero territorio nazionale, con il nord ed il centro Italia, oltre alla Francia ed alla penisola iberica, avvolti dall’isoterma 2°C, e con valori soltanto leggermente inferiori al sud Italia.


Figura 2: anomalie termiche del mese di giugno 2017 in Europa (dati 
NCEP/NCAR, valori in °C riferiti al periodo 1981-2010).

Per quanto riguarda agosto (Figura 3, anomalia di 1,75 °C), l’Italia centrale ha fatto registrare un’anomalia di oltre 3°C, mentre il resto del territorio ha fatto registrare valori superiori a 2°C, e solo le isole e le Alpi valori inferiori.


Figura 3: anomalie termiche del mese di agosto 2017 in Europa (dati 
NCEP/NCAR, valori in °C riferiti al periodo 1981-2010).

A marzo, invece, (Figura 4, anomalia di 1,72 °C), il nord Italia, e segnatamente il nordovest, hanno mostrato anomalie superiori a 2,5°C, mentre in Sicilia è stata inferiore a 1°C.

Da notare come, nei tre casi, solo a marzo l’anomalia positiva ha coinvolto praticamente l’intera Europa, mentre negli altri due casi le latitudini più settentrionali hanno fatto registrare anomalie negative anche vistose.


Figura 4: anomalie termiche del mese di marzo 2017 in Europa (dati 
NCEP/NCAR, valori in °C riferiti al periodo 1981-2010).

Gennaio è invece stato il mese che ha mostrato l’anomalia minore (Figura 5, valore di -2,06 °C); in tale mese, i versanti orientali ed il nord sono stati i più freddi, mentre l’isoterma -2 °C ha diviso l’Italia. Da notare come il nord Europa, in tale mese, abbia sperimentato una vistosa anomalia positiva.


Figura 5: anomalie termiche del mese di gennaio 2017 in Europa (dati 
NCEP/NCAR, valori in °C riferiti al periodo 1981-2010).

A dicembre (Figura 6, anomalia di -0,53 °C), mese appena conclusosi, tutto il territorio nazionale ha fatto registrare un’anomalia negativa. Anche in questo caso, si possono notare, oltre alle anomalie molto positive alle alte latitudini, i valori superiori a +4 °C in Europa orientale.


Figura 6: anomalie termiche del mese di dicembre 2017 in Europa (dati 
NCEP/NCAR, valori in °C riferiti al periodo 1981-2010).

Anche settembre (Figura 7, anomalia di -0,67 °C) ha fatto registrare un’anomalia negativa, ma in questo caso con una forte asimmetria sul territorio nazionale, tagliato da molte isolinee. I minimi hanno riguardato l’estremo nordorientale (inferiori a -1 °C), mentre la Sicilia ha mostrato anomalie lievemente positive. A settembre, inoltre, come già accaduto negli altri casi, solo una limitata porzione dell’Europa, quella sudoccidentale (con l’esclusione della Spagna e con una lingua fin sulla Tunisia), ha mostrato anomalie negative.


Figura 7: anomalie termiche del mese di settembre 2017 in Europa (dati 
NCEP/NCAR, valori in °C riferiti al periodo 1981-2010).

 

L’Europa

Per quanto riguarda l’anomalia del 2017 nel suo complesso sull’Europa, la situazione è descritta molto bene nella mappa (Figura 8): praticamente tutta l’Europa si è trovata in anomalia positiva, con valori di oltre 1 °C alle alte latitudini, sulla parte sudorientale, e sulla penisola iberica, e poche zone con anomalia inferiore a 0,5 °C.


Figura 8: anomalie del 2017 in Europa (dati 
NCEP/NCAR, valori in °C riferiti al periodo 1981-2010).

 

Le precipitazioni

È interessante notare come esista una buona correlazione con la piovosità. Va però notato che la mappa di questa grandezza, mostrata in Figura 9, registrata in questo database come intensità di precipitazione (in mm al giorno), risente ovviamente della risoluzione molto bassa del grigliato e non è in grado di evidenziare gli effetti orografici locali, come nel caso delle Prealpi, per cui va interpretata come segnale a grande scala.

In particolare, si nota come le aree con precipitazioni più abbondanti della norma (Europa centrale e – in parte – settentrionale, Mediterraneo orientale) siano anche state quelle con le anomalie termiche minori. Questo non è dovuto soltanto alla mancata insolazione, ma anche al feedback con l’umidità del terreno (si veda qui per una discussione più approfondita). Si noti che, al fine di interpretare correttamente il segnale della precipitazione, un’anomalia di 0,3 mm/giorno (quale quella, negativa, presente sul mar Tirreno) corrisponde, in un anno, ad un’anomalia complessiva di 120 mm. Inoltre, va detto che una mappa di questo tipo non tiene in conto l’informazione relativa alla tipologia e frequenza delle precipitazioni (come noto, un singolo temporale violento che scarichi decine di mm non compensa mesi di siccità pregressa), e sarebbe più utile analizzare l’umidità del suolo, che tuttavia non è presente su queste mappe (o meglio, la variabile c’è ma il grigliato troppo poco risoluto la penalizza).


Figura 9: anomalie di precipitazione del 2017 in Europa (dati 
NCEP/NCAR, valori in mm/giorno riferiti al periodo 1981-2010).

 

Conclusione

In definitiva, la disamina generale di quanto accaduto nell’anno appena terminato, al di là di qualche peculiarità geografica, conferma le tendenze già viste in quasi tutti gli ultimi anni: il riscaldamento globale prosegue senza sosta, specialmente nell’emisfero settentrionale, e le aree prossime al circolo polare artico mostrano le anomalie positive più vistose. La spirale termica (si veda qui) continua ad allargarsi…

 

Testo di Claudio Cassardo

Fonte:Climaternanti.it

California, c’è la proposta di vendere solo auto a emissioni zero dal 2040

Lo Stato della California potrebbe mettere al bando la vendita di auto e camion a carburanti fossili entro il 2040. La proposta di legge, presentata da Phil Ting, parlamentare democratico dell’Assemblea californiana, interessa anche il governartore, che guarda alla Cina.

Lo Stato della California potrebbe mettere al bando la vendita di auto e camion alimentati a carburanti fossili entro il 2040.

La proposta di legge è stata presentata pochi giorni fa da Phil Ting, parlamentare democratico dell’Assemblea californiana. Se la misura diventerà legge, dal 1° gennaio 2040 tutti i veicoli venduti in California dovranno essere ad emissioni zero, quindi elettrici o con celle combustibili a idrogeno.

Questa legge, in uno Stato che registra il maggior numero di auto vendute annualmente negli Usa e che è tra i più importanti mercati mondiali, dovrebbe contribuire in modo decisivo al percorso di riduzione delle emissioni che la California ha come obiettivo: -80% al 2050 rispetto ai livelli del 1990.

Il promotore della misura ha chiarito che andava posta una scadenza precisa per renderla effettivamente operativa e dare indicazioni ai costruttori di veicoli: l’anticipazione di 23 anni era il tempo giusto per farlo.

L’argomento era stato affrontato di recente anche nell’ambito del California Air Resources Board, il regolatore statale sulla qualità dell’aria e lo stesso governatore Jerry Brown aveva mostrato interesse sulla questione, segnalando come altri paesi, ad esempio la Cina, avessero a livello istituzionale indicato che questa è la strada da percorrere. Il colosso asiatico sta pensando ad esempio anche di mettere al bando quanto prima le vetture a gasolio.

Ricordiamo che il programma di Pechino prevede che entro il 2018 i mezzi a emissioni zero costituiscano almeno l’8% delle vendite, una quota considerevole visto il gigantesco mercato cinese e che dovrebbe aumentare negli anni successivi. Un obiettivo così ambizioso che non è piaciuto alle maggiori associazioni mondiali dei produttori di auto che a luglio hanno scritto al governo cinese chiedendo di rivederlo al ribasso.

I primi annunci che chiedono di vietare le vendite di auto a benzine sono stati fatti da Norvegia e Olanda che hanno posto una deadline al 2025; si tratta in effetti di mercati dove l’elettrico è già in fase avanzata. India Germania propongono il 2030, mentre la Francia, come la California, ha posto la scadenza al 2040. In questo consesso manca il nostro paese, che peraltro combatte da anni con l’inquinaamento legato al trasporto su strada.

Nonostante le vendite annuali di auto elettriche su scala mondiale (vedi grafico soto) siano in aumento di circa il 63%, tanto che circa 2 milioni di vetture full electric hanno circolato nel 2016 e probabilmente ben oltre i 3 milioni lo hanno fatto nel 2017, va detto però che nel 2016 risultano vendute nel mondo ancora più di 92 milioni di nuove autovetture alimentate a carburanti fossili.

Mentre in Cina le auto elettriche vendute nel 2017 potrebbero essere ammontare almeno a 700.000, secondo le proiezioni della China Association of Automobile Manufacturers (CAAM), negli Usa, così come in California, la loro diffusione stenta a decollare.

Oltre a causa dei risaputi problemi legati al costo delle batterie, alla loro autonomia e ai tempi di ricarica, il motivo va trovato soprattutto nel basso prezzo della benzina, da circa due anni intorno ai 2,5 $ per gallone, cioè pari a circa 0,7-0,8 € al litro, un costo che non spinge i cittadini a cambiare modello di trazione.

Sebbene la deadline del 2040 sembreri parecchio lontana, va detto che sarà opportuno per il settore possa assistere innanzitutto ad una discesa del costo delle batterie al litio dagli attuali 270 $/kWh ai 70 dollari entro il 2030, così come prevedono diversi analisti, in concomitanza anche con un loro maggiore capacità.

Secondo un report di Bloomberg New Energy Finance, aggiornato al 2017, la percentuale delle vendite di veicoli elettrici al 2040 sul mercato mondiale viene stimata intorno al 54% del totale.

Non sarà un passaggio facile quello verso l’auto a zero emissioni e, nonostante quello che si dice dai suoi fautori, neanche privo di impatti ambientali, che dovranno essere ben gestiti.

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Sostenibilità, equità, solidarietà. Tre pilastri per un manifesto politico

 

Nei miei scritti precedenti ho cercato di descrivere e di accennare i fondamentali di un progetto culturale e politico. Le tematiche sono tante e le sto approfondendo in un libro di prossima uscita.

Mi piace donarvi quello che secondo me possono essere tre valori che facciano da base ad un vero programma politico.

Tre valori che non trovano riscontro nei programmi di nessuno dei partiti esistenti, perché costituiscono i pilastri di un paradigma culturale diverso da quello vigente nelle società in cui l’economia è stata finalizzata alla crescita della produzione di merci: la sostenibilità ambientale, un’equità estesa alle generazioni future e ai viventi non umani, la solidarietà. Si tratta di tre valori che si sostengono reciprocamente e, anche se apparentemente possono sembrare dettati da un idealismo ingenuo, hanno una grande concretezza perché non sono definiti soltanto in termini etici, ma sono sostenuti da argomentazioni scientifiche. Se non si rispettano, non si viola una legge morale o una legge giuridica, che rispondono a criteri di valutazione soggettivi, variabili nello spazio e nel tempo, ma si generano reazioni di causa ed effetto che possono avere conseguenze molto negative sulla specie umana, fino a determinarne l’estinzione.

 

 

 

Sostenibilità.

 

La parola sostenibilità esprime un concetto molto preciso, anche se l’abuso che ne viene fatto, in buona e in cattiva fede, l’ha svuotata del suo significato, rendendola una sorta di giaculatoria necessaria e sufficiente per essere considerati politicamente corretti. Riferita all’insieme delle attività produttive umane, la sostenibilità indica che non consumano una quantità di risorse rinnovabili superiore a quelle che la biosfera è in grado di rigenerare annualmente, non emettono una quantità di scarti biodegradabili superiore a quelli che la biosfera è in grado di metabolizzare annualmente, non utilizzano sostanze di sintesi chimica non metabolizzabili dalla biosfera, non riducono la capacità della biosfera di rigenerare risorse rinnovabili e di metabolizzare scarti biodegradabili (come, per esempio, fanno la deforestazione, l’estensione delle superfici ricoperte da materiali inorganici, la concimazione chimica dei terreni agricoli). Riferita a una singola attività produttiva indica che non produce, né utilizza, sostanze di sintesi chimica non metabolizzabili dalla biosfera, non riduce la sua capacità di rigenerare annualmente risorse rinnovabili, non riduce la sua capacità di metabolizzare annualmente le emissioni di sostanze biodegradabili.

Se l’umanità consuma annualmente più risorse rinnovabili di quelle generate dalla fotosintesi clorofilliana, deve intaccare il patrimonio degli stock accumulati nel corso dei secoli e dei millenni, impoverendoli e riducendo progressivamente la loro capacità di rigenerarsi. Se le sue attività emettono più anidride carbonica di quella che viene assorbita dalla fotosintesi clorofilliana, le quantità eccedenti si accumulano in atmosfera accentuando l’effetto serra e aggravando la crisi climatica. Se producono quantità crescenti di rifiuti non biodegradabili, aumentano le porzioni della superficie terrestre dove la vita soffoca sotto i loro cumuli e l’aria e il ciclo dell’acqua vengono avvelenati dalle loro emissioni. Se consuma una quantità di pesci superiore alla loro capacità di riprodursi, avvia l’estinzione delle specie ittiche che consuma, mettendo in moto un processo che si estende progressivamente anche alle altre. Se si aggravano questi fenomeni e gli altri che hanno superato i limiti della sostenibilità ambientale, i loro effetti si rafforzano vicendevolmente, fino a raggiungere un livello in cui è impossibile arrestarli, e il cammino dell’umanità verso l’autoannientamento diventa inevitabile.

Se si oltrepassa la soglia della sostenibilità, ammesso che non sia già stata oltrepassata, le iniquità sociali aumentano, perché a pagarne le conseguenze – dalla riduzione della disponibilità di cibo e di energia alle alluvioni, dalla salinizzazione dei suoli agricoli alla mancanza di acqua potabile, dalle conseguenze devastanti degli eventi meteorologici estremi alla necessità di migrare  – saranno soprattutto i popoli più poveri e le classi sociali più povere dei popoli ricchi, come sta già accadendo. Non si può perseguire una maggiore equità sociale se non impegnandosi a perseguire la sostenibilità ambientale. E non si può perseguire la sostenibilità ambientale se non impegnandosi per estendere l’equità alle generazioni future e ai viventi non umani.

 

Equità nei confronti delle generazioni future.

 

Per circa mezzo secolo dalla fine della seconda guerra mondiale, nei Paesi sviluppati le condizioni di vita dei figli sono costantemente migliorate rispetto a quelle dei padri. Questa tendenza si è invertita nell’ultimo decennio del secolo scorso, quando le condizioni di vita dei figli hanno cominciato a essere peggiori di quelle dei padri. Negli ultimi venti anni il divario tra giovani e anziani è aumentato e attualmente le condizioni di vita dei nipoti sono peggiori di quelle dei nonni. Un recentissimo rapporto della Caritas italiana documenta che il reddito medio delle famiglie con capofamiglia di 18-34 anni è meno della metà di quello del 1995, mentre il reddito delle famiglie con capofamiglia di almeno di 65 anni è aumentato di circa il 60 per cento.[1]

Viene spontaneo domandarsi, ma nessuno lo fa, se il progressivo peggioramento delle prospettive di vita delle giovani generazioni non dipenda dal fatto che si sono trovate sulle spalle i debiti accesi dallo Stato e dalle amministrazioni locali negli anni sessanta e settanta, per pagare:

– le opere pubbliche con cui è stata sostenuta la crescita economica negli anni del boom;

– i costi del welfare state di cui hanno goduto i ventenni / trentenni sopravvissuti agli eccidi della guerra e i loro figli nati nei primi anni del dopoguerra: la generazione dei baby boomers.

Quanti dei servizi sociali che hanno garantito livelli crescenti di benessere materiale a partire dagli anni sessanta sono stati finanziati a debito e pagati dalle generazioni successive, che per di più se li sono visti ridurre per ridurre i loro deficit di gestione? Quante opere pubbliche clamorosamente inutili, rese desiderabili nell’immaginario collettivo dalla propaganda martellante dei mass media, sono state finanziate a debito perché accontentavano le esigenze di tutti i partiti politici e di tutte le classi sociali, offrendo agli imprenditori commesse e profitti che altrimenti non avrebbero avuto, e rispondendo al contempo all’esigenza dei sindacati di creare occupazione? Quanto hanno influito nell’incentivare le migrazioni di massa dalle campagne alle città, dall’agricoltura all’edilizia e all’industria? Di quanto queste spese in deficit hanno fatto aumentare i consumi di risorse e di energia, di quanto ne hanno ridotto le disponibilità e aumentato i costi a carico delle generazioni future? Si pensi alla prima crisi energetica, scoppiata improvvisamente nel 1973, dopo un quarto di secolo di consumi crescenti e di sprechi di fonti fossili, incentivati dai prezzi irrisori. Di quanto le spese in deficit fatte nei trent’anni successivi alla fine della seconda guerra mondiale hanno fatto aumentare le emissioni metabolizzabili e le emissioni non metabolizzabili dalla biosfera, lasciando in eredità a chi doveva ancora nascere varie forme d’inquinamento e un mondo meno ospitale? Si pensi all’Italsider di Taranto, alla diossina fuoriuscita dall’Icmesa a Seveso, alle aziende più inquinanti in assoluto su cui si è fondato lo sviluppo del mezzogiorno, alle piogge acide, al buco dell’ozono, all’effetto serra.

Quella delle opere pubbliche, spesso inutili, finanziate in deficit è una storia in più puntate, che si sono ripetute sempre uguali a se stesse, dalle Olimpiadi di Roma del 1960 alle opere realizzate a Torino per celebrare il centenario dell’Unità d’Italia nel 1961 e lasciate in abbandono subito dopo, dagli stadi costruiti per i mondiali di calcio del 1990 (lo stadio Delle Alpi a Torino fu demolito dopo appena 18 anni), agli impianti per i mondiali di nuoto a Roma nel 1994 e nel 2009 (in parte non finiti), alle strutture realizzate per Olimpiadi invernali del 2006 a Torino, che hanno fatto salire il debito della città a una cifra pari al 228 per cento delle sue entrate annuali. Il solo pagamento degli interessi nel 2016 ha assorbito il 22 per cento del bilancio comunale. Per saldarlo il Comune dovrà pagare ogni anno 24 milioni di euro fino al 2040. Coloro che non avevano ancora 18 anni quando sono iniziate le opere, e quindi non hanno votato alle elezioni amministrative, i bambini nati successivamente e quelli che nasceranno entro il 2040, ammesso che la scadenza venga rispettata, ringraziano.

Queste oggettive iniquità nei confronti delle generazioni future, derivanti da scelte finalizzate ad accrescere il benessere materiale delle generazioni presenti, si sono verificate in tutti i Paesi sviluppati, facendo crescere la domanda di merci più di quanto non avrebbe potuto fare il reddito disponibile. Hanno comportato pertanto un incremento dei consumi di risorse e delle emissioni, fornendo un contributo decisivo all’insostenibilità che caratterizza i rapporti attuali tra le attività umane e la biosfera. Smettere di fare debiti per accrescere i consumi delle generazioni presenti è indispensabile non solo per estendere l’obbiettivo politico dell’equità alle generazioni future e ridurre la forma d’iniquità più odiosa, perché penalizza chi non può difendersi, ma anche per ricondurre il prelievo delle risorse e le emissioni entro i limiti della sostenibilità ambientale. Come si potrebbe però superare la chiusura egoistica nei propri interessi immediati, che caratterizza le società in cui il benessere è stato identificato col possesso di cose, se la solidarietà non tornasse a essere il fondamento dei legami sociali? Se questo obbiettivo politico non fosse sostenuto da una profonda motivazione etica? Se non si tornasse a provare per le più giovani delle generazioni viventi e per le generazioni future quel senso di protezione e di cura che la specie instilla negli individui per garantirsi la continuità nel tempo?

 

Equità nei confronti dei viventi non umani.

 

La causa principale dell’effetto serra sono gli allevamenti industriali, dove gli animali destinati all’alimentazione dei popoli ricchi vengono riprodotti meccanicamente, richiusi in spazi dove non possono nemmeno girarsi dal momento della nascita al momento in cui vengono uccisi, nutriti con pastoni che ne accelerano la crescita in tempi molto più brevi di quelli naturali. Per coltivare il foraggio, i cereali e la soia con cui vengono alimentati, si abbattono le foreste e si riduce la fotosintesi clorofilliana. Le fermentazioni enteriche dei ruminanti emettono metano, un gas 26 volte più opaco dell’anidride carbonica alla radiazione infrarossa, in quantità che contribuiscono a incrementare l’effetto serra più delle emissioni generate dalla combustione delle fonti fossili. Per ridurre questi fattori d’insostenibilità ambientale occorre ridurre l’iniquità con cui la specie umana tratta gli animali d’allevamento come se fossero machinae animatae, per riprendere la definizione di Cartesio. Ma come si può riuscire in questo intento, superando le resistenze di coloro che traggono profitto dagli allevamenti industriali, se non cresce il numero degli esseri umani che riducono il consumo di carne nella loro alimentazione, non solo per contribuire a ridurre il surriscaldamento globale, ma anche per alleviare la sofferenza di questi esseri viventi e senzienti?

Anche se la consapevolezza dell’insostenibilità degli allevamenti lager sta crescendo, e sta crescendo l’impegno a livello sociale per ridurre le iniquità esercitate dalla specie umana nei confronti degli animali che vi sono rinchiusi, aumenta il numero delle specie animali allevate industrialmente, in modi che non stravolgono soltanto la loro vita, ma anche la vita di altre specie viventi, vegetali e animali, compresi gli esseri umani, a cui sono connesse negli ecosistemi in cui vivono. Particolarmente estesi e gravi sono i problemi ambientali causati dall’allevamento dei gamberetti in acquacoltura. Oltre a provocare pesanti forme d’inquinamento localizzato – accumuli di cibo non consumato in putrefazione, escrementi, batteri, ammoniaca, fosforo, antibiotici, disinfettanti, pesticidi, fertilizzanti – per ricavare i bacini d’allevamento vengono abbattute lungo le coste tropicali ampie zone di foreste di mangrovie, impoverendo la ricchissima biodiversità vegetale e animale che custodiscono, riducendo la fotosintesi clorofilliana, provocando l’erosione dei suoli costieri, distruggendo la barriera di protezione che esse costituiscono contro gli uragani, i maremoti e la penetrazione dell’acqua salata nelle falde idriche e nei terreni agricoli vicini alla costa. La desertificazione che ne consegue costringe i contadini a emigrare in massa verso l’interno. Anche in questo caso la scelta di escludere i gamberetti dalla propria dieta è il modo più efficace di contrastare non solo l’iniquità con cui viene costretta a vivere in maniera del tutto innaturale una specie vivente non umana, ma anche il contributo all’insostenibilità ambientale che ne deriva e il peggioramento delle condizioni di vita di uno degli strati sociali più poveri dell’umanità. È una scelta etica con una forte connotazione politica. Non è motivata soltanto da un senso di giustizia, ma anche dalla solidarietà, dal coinvolgimento empatico nei confronti di chi paga più duramente le conseguenze di una scelta produttiva che accresce l’insostenibilità ambientale, senza nemmeno offrire in cambio qualche vantaggio irrinunciabile.

 

Non si può mettere vino nuovo in otri vecchi; altrimenti il vino nuovo fa scoppiare gli otri, il vino si spande, e gli otri vanno perduti. Il vino nuovo va messo in otri nuovi (Luca 5,37-38).

 

I valori della sostenibilità ambientale, della solidarietà, dell’equità estesa alle generazioni future e ai viventi non umani, sono incompatibili con la finalizzazione dell’economia alla crescita della produzione di merci. La solidarietà favorisce gli scambi non mercantili fondati sul dono e la reciprocità riducendo la necessità di acquistare sotto forma di merci tutto ciò che è necessario per vivere. L’equità nei confronti delle generazioni future non consente di ampliare con i debiti pubblici la domanda espressa fisiologicamente dal mercato. L’equità nei confronti dei viventi non umani riduce i profitti derivanti dal loro sfruttamento. La crescita della produzione di merci non può non arrivare, prima o poi, a superare i limiti della sostenibilità ambientale.

Nessuno dei partiti politici presenti nelle istituzioni democratiche dei Paesi sviluppati ha un programma incardinato su quei valori. Pertanto, chi è convinto della loro importanza decisiva per il futuro dell’umanità e si propone non solo di metterli a fondamento delle proprie scelte esistenziali, ma anche di dedurne proposte di legge finalizzate a bloccare i processi che incrementano l’insostenibilità ambientale e a sviluppare processi che la riducano, non può non pensare di costituire un soggetto politico che li ponga al centro del suo programma. Questa connotazione sarebbe sufficiente di per sé a marcare la sua totale diversità dai partiti esistenti, ma a definirne ancor più nettamente i contorni è il fatto che la sua attività non potrebbe esaurirsi all’interno delle istituzioni, perché un nuovo sistema di valori non si può formare per via legislativa o deliberativa. Le leggi e le delibere sono strumenti indispensabili per orientare la politica economica, ambientale e sociale, ma non possono cambiare l’immaginario collettivo. L’identificazione del benessere col tantovere, del concetto di nuovo col concetto di migliore, della modernità con la fase più avanzata raggiunta provvisoriamente dalla storia, della ricchezza col denaro, la valorizzazione della concorrenza contro la collaborazione, non sono diventati per legge i valori che nei Paesi sviluppati orientano le scelte esistenziali delle persone. Lo sono diventati in conseguenza dell’azione sistematica di persuasione di massa svolta da una serie di agenzie a cui è stato affidato questo compito: i mass media, la scuola, la chiesa, i sindacati, i partiti politici, la pubblicità, l’industria culturale.

Le attività di un soggetto politico che incardini il suo programma sui valori della sostenibilità, della solidarietà, dell’equità estesa alle generazioni future e ai viventi non umani, non possono che essere la proiezione a livello istituzionale di un patrimonio di idee maturate nel confronto tra una pluralità di associazioni collegate tra loro non da vincoli organizzativi, ma da una comune volontà di costruire un paradigma culturale incentrato su quei valori: associazioni di volontariato sociale, associazioni culturali, gruppi religiosi e di ricerca spirituale, imprenditori e professionisti che operano per reindirizzare le innovazioni tecnologiche dall’incremento della produttività all’aumento dell’efficienza dei processi di trasformazione delle risorse naturali in beni, agricoltori che hanno abbandonato l’agricoltura chimica e sono tornati all’agricoltura organica implementandola con le conoscenze scientifiche che i contadini tradizionali non avevano, gruppi d’acquisto solidale, associazioni di artigiani che recuperano gli aspetti più interessanti delle corporazioni medievali, come il rifiuto della concorrenza reciproca e la trasmissione generazionale delle conoscenze attraverso l’apprendistato, insegnanti che valorizzano nella loro attività didattica la manualità e la collaborazione al posto della competizione, operatori della sanità che spostano il baricentro della medicina dalla cura delle malattie alla prevenzione primaria. Eccetera.

Entrando nelle assemblee elettive, un soggetto politico ignaro del loro funzionamento ed estraneo alla logica del potere corre il rischio non solo di commettere errori, ma soprattutto di assumere, anche senza accorgersene, le connotazioni negative insite nella forma partito lucidamente descritte da Simone Weil nel 1943, in un saggio che sarebbe stato pubblicato solo nel 1957, a 14 anni dalla sua morte, intitolato: Manifesto per la soppressione dei partiti politici.[2]

 

Un partito politico – scrive la Weil –  […] è un’organizzazione costruita in modo da esercitare una pressione collettiva sul pensiero di ognuno degli esseri umani che ne fanno parte. Il fine primo e, in ultima analisi, l’unico fine di qualunque partito politico è la sua propria crescita, e questo senza alcun limite. […] Un uomo che aderisce a un partito ha verosimilmente visto nell’azione e nella propaganda di quel partito cose che gli sono parse giuste e buone. Ma non ha mai studiato la posizione del partito relativamente a tutti i problemi della vita pubblica. Entrando a far parte del partito, accetta posizioni che ignora. Sottomette così il suo pensiero all’autorità del partito. Quando, poco a poco, conoscerà le posizioni che oggi ignora, le accetterà senza esaminarle.

 

Un iscritto a un partito, un candidato alle elezioni, un deputato non possono dire  pubblicamente:

 

«Ogniqualvolta esaminerò un qualunque problema politico o sociale, mi impegno a scordare completamente il fatto che sono membro del mio gruppo di appartenenza, e a preoccuparmi esclusivamente di discernere il bene pubblico e la giustizia».

 

Se lo facesse,

 

i meno ostili direbbero: «Perché, allora, ha aderito a un partito?». […] Quell’uomo sarebbe escluso dal suo partito, o per lo meno ne perderebbe l’investitura, non sarebbe certamente eletto. […] Ogni partito è una piccola Chiesa profana armata della minaccia della scomunica.

 

Un’associazione che si presenta alle elezioni non è un partito perché dichiara di non esserlo, ma se si organizza in maniera diversa dai partiti e agisce in maniera diversa da come agiscono. È un’ovvietà, ma vale la pena ribadirla perché a volte capita che la pratica vada in senso contrario alla teoria. La consapevolezza del rischio di diventare un partito è la massima precauzione che si può prendere per evitare di diventarlo, ma non una garanzia che consenta di evitarlo. Il problema da valutare è se valga la pena correrlo. La decisione va presa tenendo in considerazione il fatto che l’insostenibilità ambientale ha raggiunto il livello oltre il quale si autoalimenta e diventa impossibile tornare indietro. Basti pensare che l’anidride carbonica permane per secoli nell’atmosfera e ancora più lungo negli oceani. Anche si smettesse completamente di utilizzare le fonti fossili  – cosa assolutamente impossibile perché oggi soddisfano l’86 per cento del fabbisogno energetico mondiale – ci vorrebbe più di un secolo per scendere sotto la soglia delle 400 parti per milione, raggiunta stabilmente nel 2016. L’ultima volta che la Terra ha conosciuto un livello simile di anidride carbonica è stato tra i 3 e i 5 milioni di anni fa: la temperatura allora era tra i 2 e i 3 °C superiore a quella odierna e i livelli del mare da 10 a 20 volte più alti di quelli attuali.[3] Si può perseguire con la massima efficacia la sostenibilità ambientale rinunciando alla possibilità di usare uno strumento potente come quello legislativo per indirizzare la politica economica e industriale verso la decarbonizzazione? Per difendere i diritti delle generazioni future e degli animali negli allevamenti industriali?

Non bisogna inoltre dimenticare che in Italia, analogamente a quanto succede in tutti i Paesi sviluppati, la percentuale di votanti alle elezioni è scesa al di sotto del 50 per cento. La maggioranza degli aventi diritto al voto non si riconosce in nessun partito. Per i partiti esistenti non è un problema. L’importante per loro è conquistare il consenso della maggior parte dei votanti, perché è quello che consente di vincere le elezioni e governare. Chi non vota non influisce nella distribuzione dei seggi. Nelle loro valutazioni dei risultati elettorali i partiti fanno riferimento solo alle percentuali dei voti ricevuti sui voti espressi, non sulla totalità degli elettori. Per fare un esempio, il 40 per cento dei voti espressi sembra un successo da sbandierare ripetutamente, ma se si rapporta a una percentuale di votanti del 60 per cento, rappresenta in realtà il 24 per cento del corpo elettorale. Non tutti, però, sottovalutano il significato politico dell’astensionismo. Alcuni non pensano che possa essere considerato un dato politicamente ininfluente, ma ritengono che almeno in parte esprima una sfiducia crescente nei confronti di tutti i partiti e del loro modo di fare politica, per cui si propongono di costituire un nuovo partito alternativo a quelli esistenti, nella convinzione che ciò sia sufficiente a trasformare almeno una percentuale delle astensioni in voti a loro favore.

A fronte dell’arroganza di chi ignora il messaggio politico inviato dai non votanti perché non influiscono nella distribuzione dei seggi, l’attenzione rivolta a quel messaggio, per quanto espresso in forma negativa, è un segno di sensibilità democratica che merita apprezzamento. Tuttavia la convinzione che il problema si possa risolvere costituendo un nuovo partito contiene due errori di valutazione. Il primo consiste nel non tener conto che l’astensionismo molto probabilmente travalica la sfiducia nei partiti esistenti ed è rivolto alla forma partito proprio per i motivi indicati da Simone Weil. Lo prova il fatto che mentre il numero degli iscritti ai partiti si è drasticamente ridotto e nelle sezioni che sono rimaste aperte non si svolge più quel confronto sistematico tra eletti ed elettori che ne caratterizzava la vita, le persone che desiderano dare un contributo al bene comune hanno indirizzato il loro impegno nelle associazioni del volontariato.

Il secondo errore consiste nel credere che la crescita dell’astensionismo sia causata sostanzialmente dalla riduzione delle differenze tra la destra e la sinistra: i due poli della contrapposizione che  ha caratterizzato le dinamiche politiche nell’ottocento e nel novecento. Secondo questa chiave di lettura, la reazione di una parte dell’elettorato sarebbe stata: se tutti i partiti fanno proposte più o meno analoghe per risolvere i problemi sociali, economici e ambientali, senza peraltro risolverli perché in realtà pensano solo a mantenere i loro privilegi e i privilegi dei loro clientes, a che serve votare? Dal momento che la riduzione delle differenze tra la destra e la sinistra non è stata la conseguenza di un reciproco avvicinamento delle due parti, ma di un progressivo spostamento della sinistra verso destra, una parte significativa di coloro che non vanno a votare è costituita da ex elettori di sinistra delusi. Per recuperare quel voto gli esponenti della sinistra rimasta a sinistra si sono proposti di ricostituire un partito che ponga al centro del suo programma la tutela della democrazia, dei diritti dei lavoratori, del welfare state, della gestione pubblica dei servizi sociali, dei beni comuni.

I sostenitori di questa proposta non tengono conto del fatto che, in questa fase storica, l’impegno per una più equa redistribuzione tra le classi sociali del reddito generato dal lavoro non può essere disgiunto dall’impegno per rientrare nei limiti della sostenibilità ambientale, per cui non può essere riproposto come è stato fatto dalla sinistra nei decenni passati. E l’impegno per rientrare nei limiti della sostenibilità ambientale non può essere considerato un obbiettivo settoriale di un programma politico, alla stregua della politica scolastica, della politica per la casa o della politica per la salute, ma è la cornice in cui collocare tutti gli obbiettivi settoriali, il fine ultimo a cui tutti devono essere indirizzati, perché nessuno di essi ha un senso se oltre a ridurre un’iniquità non contribuisce a evitare l’autoannientamento della specie umana.

Un soggetto politico che incardina il suo programma sulla sostenibilità, la solidarietà e l’equità estesa alla generazioni future e ai viventi non umani non si preoccupa d’intercettare i voti di coloro che attualmente si astengono o annullano la scheda, perché, non proponendosi di essere un partito, non pone a fondamento della sua attività la crescita dei suoi consensi elettorali. Il suo obbiettivo politico è favorire la traduzione delle astensioni consapevoli in impegno nei movimenti di resistenza ai progetti ecologicamente devastanti e nelle associazioni culturali, professionali e ambientaliste dove matura la consapevolezza dei rischi che l’umanità sta correndo e si formulano proposte per allontanarli. Saranno queste aggregazioni sociali, impegnate, ciascuna a suo modo, a perseguire l’obbiettivo della sostenibilità ambientale che le accomuna, a proporsi di raccogliere il voto di chi non si riconosce in nessuno dei partiti esistenti, per dare più forza al proprio impegno nella società con l’accesso al potere legislativo.

 

 

 

 

 

 

 

 

[1]             Cfr. Futuro anteriore, Rapporto Caritas 2017 su povertà giovanili ed esclusione sociale in Italia.

[2]               Titolo originale: Note sur la supression générale des parties politiques, Éditions Gallimard, Paris 1957; I edizione italiana: Alberto Castelvecchi Editore, Roma 2008.

[3]               Cfr. il rapporto presentato a Ginevra il 30 ottobre 2017 dall’Organizzazione meteorologica mondiale (Wmo).

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Etiopia: inchiesta RAI un anno dopo l’inaugurazione di Gibe III

A distanza di quasi un anno dall’inaugurazione di Gibe III – la controversa diga realizzata in Etiopia dall’italiana Salini Impregilo, la giornalista Chiara Avesani è andata sul campo per RAI, per verificare gli effetti che il gigantesco progetto idroelettrico e le piantagioni agroindustriali ad esso associate stanno avendo sull’ambiente e sui popoli indigeni della bassa valle dell’Omo, in Etiopia, e del lago Turkana in Kenia.

Da quando sono iniziate le fasi di riempimento del bacino della diga, agli inizi del 2015, sono state fermate per sempre le esondazioni naturali del fiume Omo, da cui dipendono la straordinaria biodiversità del territorio e la sicurezza alimentare di almeno 100.000 indigeni in Etiopia e di circa 300.000 indigeni attorno al lago Turkana in Kenia. Sono minacciati interi popoli rimasti fino a ieri largamente autosufficienti in uno degli ambienti più fragili del pianeta. Tra questi i Mursi, i Bodi, i Kwegu, i Kara, i Nyangatom e i Dassanach sul fronte etiope, e i Turkana, gli Elmolo, i Gabbra, i Rendille e i Samburu in Kenia. A partire dal 2011 molte comunità etiopi hanno perso l’accesso a parte dei loro territori, da cui sono stati sfrattati a forza dal governo senza esser state nemmeno consultate preventivamente, come previsto per legge.

In risposta alle critiche internazionali, il governo etiope e Salini Impregilo si erano impegnati a rimediare all’interruzione delle piene naturali con delle esondazioni artificiali ma, anche secondo le immagini e le testimonianze trasmesse lunedì sera su RAI3 nel corso della trasmissione d’inchiesta “Indovina chi viene dopo cena”, negli ultimi tre anni non ci sono stati rilasci di acqua sufficienti ad alimentare e garantire i mezzi di sostentamento degli indigeni. Molti sono già ridotti alla fame e alla disperazione.

Guarda qui il servizio della trasmissione “Indovina chi viene dopo cena”.

“Prima eravamo autosufficienti, mangiavamo tranquillamente” ha raccontato un uomo kara alla giornalista. “Prima potevamo coltivare il sorgo sulle rive del fiume dopo che l’acqua rientrava dalle esondazioni, avevamo molte cose, bestiame, mucche, capre… Sono tre anni che non ci sono più esondazioni e la vita è molto difficile.”

Il progetti di sviluppo in corso nella valle dell'Omo stanno riducendo molte comunità indigene a dipendere dalle mance dei turisti e dagli aiuti alimentari del governo per sopravvivere. Prima erano largamente autosufficienti.

Il progetti di sviluppo in corso nella valle dell’Omo stanno riducendo molte comunità indigene a dipendere dalle mance dei turisti e dagli aiuti alimentari del governo per sopravvivere. Prima erano largamente autosufficienti.
© Survival

“Da quando l’acqua è scesa, è impossibile coltivare” ha raccontato invece un uomo dassanach. “Abbiamo provato a parlare con il governo, e ci hanno dato i tubi per irrigare, però non viene la stessa quantità di raccolto di quando coltivavamo sul limo delle esondazioni. Ora la mia vita dipende dai turisti e dagli aiuti alimentari del governo, ma non sono abbastanza.”

Nel gennaio scorso Survival International, il movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni, si è ritirata formalmente dall’Istanza depositata nel marzo del 2016 contro Salini Impregilo presso il Punto di Contatto Nazionale italiano dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE). Nel testo Survival accusa l’azienda, tra altre cose, di aver violato le Linee Guida OCSE per aver privato le comunità delle loro ricchezze e risorse naturali senza averle prima consultate e senza avere il loro consenso previo, libero e informato.

A indurre Survival a ritirarsi dal procedimento sono state le condizioni poste dal Punto di Contatto per l’apertura della fase di mediazione – ritenute da Survival incompatibili con la necessità di continuare il proprio lavoro di advocacy in difesa dei popoli indigeni del territorio – e alcuni dei contenuti della Valutazione iniziale dell’Istanza fatta dal Punto di Contatto. Tra questi, come spiega Survival in una lettera ufficiale inviata al PCN, ci sono anche le presunte esondazioni artificiali, “accolte con favore” dal PCN nonostante Survival e autorevoli esperti indipendenti nutrano profonde riserve in generale sulla loro effettiva efficacia e fattibilità.

“Impoverimento, morte e ‘zoo umani’ sono un prezzo troppo alto da pagare al presunto ‘progresso’ e sono inaccettabili” ha dichiarato Francesca Casella, direttrice di Survival per l’Italia commentando il servizio di Indovina chi viene dopo cena. “Non ci potrà mai essere vero sviluppo senza giustizia sociale e ambientale. È ora che governi e aziende si impegnino a rispettare realmente le Linee Guida dell’OCSE, il cui scopo ultimo dovrebbe essere proprio quello di stimolare comportamenti imprenditoriali responsabili. Le violenze e le sofferenze inflitte sistematicamente ai popoli indigeni nel nome di un malinteso bene superiore sono una delle crisi umanitarie più urgenti e raccapriccianti del nostro tempo.”

Note
– Copie integrali della Valutazione iniziale dell’Istanza Survival International vs Salini Impregilo redatta dal Punto di Contatto Nazionale italiano dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) e della sua Dichiarazione finale sono disponibili online sul sito dell’OCSE.
– Leggi la cronologia dei fatti salienti riguardanti il tema delle esondazioni artificiali riassunti da Survival così come sono emersi nel corso dell’Istanza.
– La regione della bassa valle dell’Omo e del Lago Turkana, già preziosa in quanto culla dell’evoluzione umana, è anche un’area di eccezionale biodiversità che conta due siti dichiarati Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO e cinque parchi nazionali.
– Completata Gibe III, Salini Impregilo è ora passata alla fase successiva del piano di sviluppo idroelettrico previsto nella stessa valle dell’Omo: la costruzione di una quarta diga Gibe, che porta il nome di Koysha e per la quale ha chiesto il supporto finanziario di SACE.

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La sofferenza delle tribù Jumma continua 20 anni dopo l’accordo di pace

In occasione del ventesimo anniversario dell’accordo di pace tra gli indigeni Jumma e il governo del Bangladesh, gli attivisti hanno espresso la propria preoccupazione rispetto alla mancata applicazione di questo accordo fondamentale da parte delle amministrazioni successive, e alla mancata protezione degli Jumma.

Le tribù continuano a subire violenza endemica, furto di terra e intimidazioni nella loro terra ancestrale, le Chittagong Hill Tracts (CHT). Le donne e le ragazze jumma subiscono frequentemente stupri e violenze sessuali.

Il governo del Bangladesh ha trasferito coloni bengalesi nelle terre degli indigeni Jumma per più di 60 anni. Gli Jumma sono passati dall’essere praticamente i soli abitanti delle Chittagong Hill Tracts, ad essere oggi in numero inferiore rispetto ai coloni.

A giugno di quest’anno, sono state ridotte in cenere dai coloni almeno 250 case jumma. Una donna anziana, Guna Mala Chakma, rimasta intrappolata nella sua casa è morta tra le fiamme.

Testimoni oculari hanno riferito che l’esercito e gli agenti di polizia erano presenti e non sono intervenuti quando i coloni hanno dato fuoco alle case degli Jumma e ai loro negozi in tre diversi villaggi.

Il 2 dicembre 1997 il governo e gli Jumma firmarono un accordo di pace che impegnava il governo a rimuovere i campi militari dalla regione e a mettere fine al furto di terre indigene da parte dei coloni e dell’esercito.

L’accordo offriva speranza, ma sono trascorsi vent’anni e gli accampamenti militari rimangono nelle Hill Tracts, mentre accaparramento di terra e violenze continuano senza sosta.

Fonte: Survival.it

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Né austerità, né debiti pubblici.

Promuovere lo sviluppo di tecnologie che accrescono l’efficienza nell’uso delle risorse e ammortizzano gli investimenti con i risparmi economici che consentono di ottenere. Senza contributi di denaro pubblico.

 

Crescita e occupazione.

 

Nelle società che finalizzano l’economia alla crescita della produzione di merci, le industrie non possono non investire sistematicamente in innovazioni tecnologiche che aumentano la produttività, ovvero la quantità della produzione in una unità di tempo. Altrimenti la produzione non crescerebbe e non si raggiungerebbero le finalità poste all’economia. Le tecnologie che aumentano la produttività aumentano l’apporto delle macchine e riducono l’apporto del lavoro umano al valore aggiunto. Di qui è nata la convinzione che le innovazioni tecnologiche riducano i posti di lavoro. Uno dei primi a sostenere questa tesi è stato John Maynard Keynes, che in un suo breve saggio del 1931, intitolato Possibilità economiche per i nostri nipoti, ha scritto: «Noi abbiamo contratto un morbo di cui forse il lettore non conosce ancora il nome, ma del quale sentirà molto parlare negli anni a venire – la disoccupazione tecnologica. Scopriamo sempre nuovi sistemi per risparmiare forza lavoro, e li scopriamo troppo in fretta per riuscire a ricollocare quella forza lavoro altrove».[1]

In realtà l’illustre economista confondeva due fenomeni, uno di carattere tecnico e uno di carattere politico, perché la riduzione dell’apporto del lavoro umano al valore aggiunto causata dallo sviluppo tecnologico può essere gestita in due maniere. Se si decide di mantenere intatta la durata dell’orario giornaliero di lavoro si riduce l’occupazione, ma se si decide di ridurre la durata dell’orario giornaliero di lavoro si può mantenere intatta l’occupazione. Queste decisioni rispondono a valutazioni di carattere politico. La concorrenza ha imposto l’adozione della prima scelta, per cui le innovazioni dei processi produttivi hanno comportato riduzioni dell’occupazione. In controtendenza con questo processo agiscono le innovazioni tecnologiche di prodotto, ovvero l’immissione sui mercati di modelli innovativi dei prodotti in uso, o di prodotti innovativi – si pensi alla telefonia mobile – che mantengono alta la propensione al consumo e offrono nuove possibilità di occupazione. Ma, come ha scritto Keynes, le innovazioni tecnologiche di processo si sono susseguite troppo velocemente, anche nei settori produttivi innovativi, per consentire alle innovazioni tecnologiche di prodotto di assorbire tutta la forza lavoro che espellevano. La riduzione del numero degli occupati fa diminuire il numero delle persone con un reddito in grado di acquistare merci. Pertanto, se le innovazioni tecnologiche di processo non vengono accompagnate da riduzioni dell’orario di lavoro, accrescono l’offerta e contribuiscono a ridurre la domanda. Per evitare che questo squilibrio venga compensato da una riduzione della produzione che innescherebbe una crisi  – la riduzione della produzione comporta una diminuzione dell’occupazione che a sua volta determina una riduzione della domanda, per cui occorre ridurre ulteriormente la produzione – la domanda viene sostenuta politicamente aumentando i debiti pubblici e incentivando i debiti privati con opportune agevolazioni fiscali e monetarie. La finalizzazione dell’economia alla crescita della produzione di merci implica la crescita dell’indebitamento.

 

Crescita e debito.

 

Nel breve periodo l’indebitamento può essere una scelta risolutiva, sia per i bilanci pubblici, sia per i bilanci privati. Il finanziamento in deficit di opere pubbliche o di servizi sociali fa crescere la produzione e l’occupazione, per cui aumenta il gettito fiscale e gli enti pubblici possono ripagare i debiti che hanno contratto. La crescita della produzione conseguente all’adozione di tecnologie più performanti acquistate a debito, fa aumentare la produzione, le vendite e i profitti, per cui le aziende possono ripagare i debiti sottoscritti per acquistarle. La crescita della spesa pubblica e degli investimenti produttivi fanno crescere l’occupazione, per cui le famiglie possono saldare i mutui e i crediti al consumo. Ma può succedere che i debiti non possano essere pagati: dalle pubbliche amministrazioni perché i profitti derivanti dall’incremento della produzione non sono sufficienti ad accrescere il gettito fiscale in misura tale da compensare le spese in deficit; dalle aziende perché l’aumento dell’offerta di merci non è assorbito da un’adeguata crescita della domanda, per cui i profitti non consentono di ammortizzare le spese d’investimento; dalle famiglie se s’indebitano più di quanto lo consenta l’aumento dei loro redditi.

 

Quando si verificano delle insolvenze, se i creditori sono d’accordo, i debiti possono essere rateizzati con un aumento degli interessi. In questo caso occorrono quote maggiori del gettito fiscale, dei profitti delle aziende e dei redditi familiari per pagare le nuove rate più onerose, per cui diminuisce la domanda. Se invece i debitori non sono in grado di pagare i creditori nemmeno ristrutturando i debiti, le aziende falliscono e alle famiglie vengono pignorati i beni acquistati a credito, mentre lo Stato può risolvere il problema aumentando la richiesta di prestiti ai privati con l’emissione di Buoni del Tesoro, a tassi d’interesse tanto più alti quanto più alto è il livello raggiunto dal debito pubblico e il rischio che i sottoscrittori non possano essere rimborsati.

Di conseguenza il debito aumenta e, poiché aumenta anche il peso degli interessi, si può raggiungere la soglia oltre la quale l’avanzo primario di un bilancio statale – ovvero il saldo positivo tra le entrate e le spese – non è sufficiente a pagare le rate del debito pubblico, per cui per coprire la differenza occorre ridurre le spese o aumentare le tasse, con un effetto depressivo sulla domanda aggregata. Poiché, generalmente, i governi su cui si scarica l’onere di affrontare questi problemi non sono quelli che li hanno creati, i governi che deliberano le spese in deficit usufruiscono del consenso sociale che ne deriva, mentre i governi successivi ne pagano le rate gravate dagli interessi e ne subiscono le conseguenze negative senza esserne stati responsabili. In termini generazionali, le generazioni presenti non pagano tutti i costi di scelte di cui beneficiano, lasciandone una parte da pagare alle generazioni future, che non ne ricevono alcun vantaggio.

A questa iniquità sociale, si aggiunge un aumento dell’impronta ecologica della specie umana sulla biosfera, perché in conseguenza delle spese in deficit aumenta la domanda di merci, aumenta il fabbisogno di risorse naturali da trasformare in merci e da utilizzare nei processi produttivi, aumentano i rifiuti e le sostanze di scarto emesse dai cicli produttivi in qualche matrice della biosfera. E aumentano le diseguaglianze tra i popoli, perché un incremento dei consumi di risorse da parte dei Paesi industrializzati riduce le quantità di risorse disponibili per i Paesi in cui è ancora significativa l’economia di sussistenza. Chi si propone di promuovere una maggiore equità sociale e una maggiore compatibilità ambientale non può non impegnarsi contro l’aumento dei debiti pubblici e per l’adozione di stili di vita che escludano il ricorso ai debiti per comprare più di quanto non consenta il proprio reddito.

 

I debiti sono l’altra faccia della medaglia della crescita. L’irresponsabilità politica negli anni del boom economico.

 

La settimana Incom 30 novembre 1962: Tutti contenti a Firenze.[2]

La nuova libreria Feltrinelli a Firenze e il deficit dell’amministrazione comunale

Tutti contenti a Firenze. Il boom della cultura non poteva trovare impreparata la città di Dante e i fiorentini tra tanti supermercati hanno ora anche il supermarket della letteratura. Nella nuova libreria Feltrinelli il cliente si serve da sé, come nei grandi magazzini. Il miracolo economico e le riviste di arredamento hanno portato i libri sullo stesso piano dei soprammobili e ne hanno fatto un elemento decorativo. Una macchia di colore per il soggiorno. Molti si lasciano sedurre dall’etichetta e comprano un libro per la sua copertina, come se si trattasse di una scatola di pomidoro pelati. I libri ormai servono a tutto, tranne che ad essere letti. Tra i clienti ce n’è uno particolarmente soddisfatto: il sindaco La Pira. Forse pensa che qualcuno prima o poi dovrà risanare il deficit del Comune e questo pensiero lo diverte. L’assessore alle finanze Mayer ha rivelato che il deficit ammonta a 44 miliardi. La notizia ha suscitato grande scalpore. L’unico tranquillo e imperturbabile è il sindaco.

Intervistatore «Come sta la faccenda dei debiti del Comune?»

La Pira «Debiti? Ma guardi l’unica responsabilità che io ho è di non aver fatto i debiti adeguati per la mia città. Ne vuole una prova? Milano: al primo gennaio 59 sa quanti debiti aveva? 149 miliardi 350 milioni. Ne vuole ancora? Torino, al primo gennaio 62, sa quanti ne aveva? 164 miliardi (negli anni precedenti erano stati costruiti gli edifici, in seguito inutilizzati, e le infrastrutture, subito smantellate, di Italia 61 per celebrare il centenario dell’unità d’Italia ndr.)».

Intervistatore «Allora 44 miliardi…».

La Pira «Aspetta, aspè… aspè… Roma, al primo 62, sa quanti ne aveva? 357 miliardi (negli anni precedenti erano stati costruiti gli edifici, le infrastrutture viarie e gli impianti per le Olimpiadi del 1960, ndr.). Napoli. Sa quanto? 203 miliardi. Palermo, sempre al primo, 62 miliardi, e così via.».

Intervistatore «Certo che lei è molto informato sui debiti degli altri.»

La Pira «Ma io, io sono ragioniere, sa?»

Intervistatore «Come si può rimediare?»

La Pira «A che cosa?»

Intervistatore «Ai debiti.»

La Pira «Ai debiti? Come ai debiti? Rimediare a che cosa? Scusi i debiti, non è che noi facciamo debiti per feste da ballo, eh?»

Intervistatore «Allora i debiti, ci sono o non ci sono?»

La Pira «Ci sono. Purtroppo sono pochi. Perché noi ne abbiamo soltanto 39 miliardi».

Intervistatore «Ah, soltanto…».

La Pira «Se fa il confronto con Milano 149, Torino…».

Intervistatore «E allora sono una sciocchezza».

La Pira «Una sciocchezza. Io sono responsabile di una sola cosa. Di non aver fatto per la mia città i debiti che le altre città hanno fatto per il loro incremento».

Intervistatore «Grazie».

La Pira «Sono un imbecille».

Ossia è imbecille chi risparmia (commento del giornalista che, in realtà, avrebbe dovuto dire: è imbecille chi non fa debiti).

 

La crescita progressiva dell’indebitamento pubblico e privato.

 

Il divario tra la crescita dell’offerta e una crescita inferiore della domanda determinato dagli incrementi della produttività senza riduzioni dell’orario di lavoro, è aumentato progressivamente con l’introduzione dell’informatica e della robotica nelle attività produttive. Per cui è aumentata la tendenza dei governi dei Paesi industrializzati a spendere in deficit per far crescere la domanda, è aumentata la necessità delle industrie di accendere mutui per acquistare le innovazioni tecnologiche che si susseguono a ritmo sempre più serrato, è aumentata la propensione delle famiglie ad acquistare a debito, anche in conseguenza degli incentivi offerti dal sistema bancario: carte di credito, mutui facili, rateizzazioni dei pagamenti.

Dal 2000 al 2016 il rapporto tra debito e prodotto interno lordo nei Paesi dell’Unione Europea è salito dal 60,2 all’83,5 per cento. Dal 1995 al 2016, in Italia è salito dal 116 al 132 per cento, in Francia dal 55,8 al 96 per cento, nel Regno Unito dal 45,2 all’89,3 per cento, in Germania dal 54,8 al 68,3 per cento, in Spagna dal 61,7 al 99,4 per cento, in Grecia dal 99 al 179 per cento. Più forti gli aumenti in Giappone, dove ha raggiunto il 228 per cento, e negli Stati Uniti, dove alla fine degli anni settanta si attestava intorno al 30 per cento e nel 2016 aveva raggiunto il 104 per cento del prodotto interno lordo, pari a 20.000 miliardi di dollari, a cui vanno aggiunti altri 3.125 miliardi di debiti contratti da singoli Stati e municipalità. Secondo i dati forniti dal Fondo Monetario Internazionale alla fine del 2015 il debito globale ha raggiunto il valore di 152.000 miliardi di dollari, pari al 225 per cento del valore monetario della produzione di merci a livello mondiale, che si è attestato a 77.302 miliardi di dollari. Circa i due terzi del debito complessivo, pari a 100 miliardi di dollari, sono costituiti da debiti privati: delle famiglie, per accrescere i loro consumi, e delle aziende, per effettuare investimenti finalizzati ad aumentare la produttività. I dati differenti forniti dall’Institute for International Finance, riportati dal quotidiano della Confindustria, Il Sole 24 ore, oltre a confermare la scarsa attendibilità dei dati su cui si fondano le scelte economiche, sono ancora più impressionanti: a gennaio 2017 il debito mondiale avrebbe raggiunto 215.000 miliardi di dollari, pari al 325 per cento del valore della produzione di merci, di cui 70 – un terzo – accumulato negli ultimi 10 anni.[3]

In Italia il debito pubblico eccede i valori degli altri Paesi europei ed è secondo solo alla Grecia, in conseguenza della decisione, presa nel 1981 dall’allora ministro del Tesoro Beniamino Andreatta e dal governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi, di vietare alla Banca d’Italia di acquistare i titoli del debito pubblico rimasti invenduti, per evitare il rischio d’inflazione. Il risultato fu un forte innalzamento degli interessi. In dieci anni il debito pubblico raddoppiò, salendo dal 60 per cento del Pil nel 1982 al 120 per cento nel 1993. Nel 2015 il valore del prodotto interno lordo italiano è stato di 1.645 miliardi di euro, il valore del debito pubblico di 2.173 miliardi di euro, pari al 132,3 per cento del Pil; la somma degli interessi pagati sul debito pubblico è stata di 70 miliardi di euro, pari al 4,3 per cento del Pil (dati della Banca d’Italia).

 

La globalizzazione.

 

Il divario tra l’aumento dell’offerta di merci e un più contenuto aumento della domanda è stato accentuato dalla globalizzazione, ovvero dall’estensione dell’economia di mercato a livello planetario, in particolare alla Cina e all’India, dove vivono 2,6  miliardi di persone – il 37 per cento della popolazione mondiale – alla Russia, al Brasile e al Sud Africa. L’apertura di quei mercati vastissimi era indispensabile per ridare slancio alla crescita economica dei Paesi di più antica industrializzazione – Stati Uniti, Unione Europea, Canada e Giappone – e ha consentito alle società multinazionali di trasferire i loro impianti in Paesi dove i costi della manodopera e le tutele sindacali sono molto inferiori, gli orari di lavoro più lunghi, le legislazioni ambientali molto più permissive. I costi di produzione più bassi e il più intenso sfruttamento dei lavoratori hanno fatto crescere la produzione e i loro profitti, ma l’occupazione nei Paesi di più antica industrializzazione è diminuita, facendo diminuire la domanda, che è aumentata nei Paesi in cui sono state delocalizzate le aziende, ma non in misura tale da assorbire gli incrementi dell’offerta, a causa dei livelli retributivi più bassi.

L’aumento della disoccupazione, soprattutto giovanile, nei Paesi europei e la concorrenza esercitata dai costi e dalle tutele sindacali inferiori in Cina e in India, hanno ridotto la forza contrattuale dei lavoratori. Di conseguenza le loro retribuzioni sono diminuite costantemente. Il sociologo del lavoro Luciano Gallino ha scritto che «tra il 1980 […] e il 2006, la quota dei salari sul Pil nei paesi che formavano a inizio periodo la UE a 15 è scesa di circa 10 punti, dal 68 a 58 per cento», accentuando la diminuzione della domanda e aumentando le differenze tra una minoranza sempre più ricca e una percentuale sempre più ampia di popolazione sempre più povera.[4]

 

La crisi dei mutui subprime.

 

La dinamica costituita da una crescita della produzione di merci che comporta una crescita dell’offerta sistematicamente superiore alla crescita della domanda, creando un divario che si cerca di ridurre aumentando progressivamente l’indebitamento pubblico e privato per sostenere la domanda, prima o poi è destinata a innescare una crisi da sovrapproduzione. Così è avvenuto con i mutui subprime, a febbraio del 2007 negli Stati Uniti. Le banche americane concedevano mutui per l’acquisto di case a clienti che esse stesse avevano classificato nella categoria dei subprime, i meno affidabili, perché erano falliti, o erano stati pignorati, o non pagavano con regolarità bollette e rate di prestiti. Per il fatto di essere ad alto rischio, i mutui subprime erano gravati da tassi d’interesse superiori a quelli di mercato. Con quei finanziamenti le banche contribuivano a tenere alti i prezzi e la domanda nel settore dell’edilizia, evitando che entrasse in crisi. A metà degli anni novanta il 25 per cento dei mutui fondiari erano subprime.

Quando ha iniziato a crescere il numero dei mutui non pagati, le case che le banche pignoravano e mettevano in vendita hanno fatto crescere l’offerta più della domanda, per cui i prezzi del settore edile sono crollati. Sapendo che questo sarebbe stato l’esito inevitabile della vicenda, gli istituti di credito si erano tutelati trasformando i loro crediti nei confronti dei clienti subprime in obbligazioni subordinate, che avevano rendimenti molto elevati proprio perché quei mutui erano stati concessi a tassi d’interesse superiori a quelli di mercato, ma erano molto rischiose perché garantite – si fa per dire – dai mutui stessi e non dall’istituto di credito. Questi titoli d’investimento, che vengono definiti derivati, non pagano l’interesse se le rate del mutuo non vengono pagate e, in caso d’insolvenza, non possono essere ceduti. La conseguenza è la perdita dei capitali investiti dai risparmiatori che li hanno acquistati convinti di vederli fruttare senza fare nulla, come Pinocchio nel Campo dei Miracoli.[5]

Secondo il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, la crisi scoppiata nei primi mesi del 2007 e culminata a settembre del 2008 con la bancarotta di una delle principali banche del Paese, la Lehman Brothers, è costata quasi 9 milioni di posti di lavoro e poco meno di 19.200 miliardi alle famiglie. La crisi dell’edilizia che ne è seguita si è propagata rapidamente a tutti gli altri comparti produttivi, provocando una recessione più grave, più estesa e più duratura di quella del 1929. Per fronteggiarla ed evitare il crollo del sistema creditizio, che avrebbe avuto pesantissime ripercussioni sulle attività economiche e produttive, gli Stati hanno sostenuto le banche con enormi contributi di denaro pubblico. Negli Stati Uniti, in seguito al fallimento della Lehman Brothers il presidente Barak Obama ha fatto ricorso a un prolungato quantitative easing, che ha fatto crescere il debito pubblico di 9.300 miliardi di dollari e il rapporto tra debito e prodotto interno lordo dal 65 per cento a più del 100 per cento. Una conferma del fatto che la finalizzazione dell’economia alla crescita richiede un incremento costante dei debiti pubblici.

 

Distinguere l’austerità dal buongoverno.

 

A dieci anni dal suo inizio la crisi economica non è ancora stata superata del tutto, anche se non incide su tutti i Paesi industrializzati con la stessa intensità. I modi di affrontarla sono stati due, opposti nelle scelte, ma accomunati dalla stessa finalità di far ripartire la crescita: l’austerità e l’incremento della spesa pubblica in deficit. L’austerità è stata scelta dalla destra e si fonda sull’assunto che per far ripartire la crescita occorre prima di tutto ridurre i debiti pubblici, tagliando le spese e/o aumentando le entrate, in modo da ridurre l’entità degli interessi da pagare e recuperare denaro per gli investimenti. In linea di principio non si capisce per quale ragione una scelta di questo genere debba rientrare nella categoria concettuale dell’austerità, mentre sembra più attinente a quella del buongoverno. Eliminare dall’agenda politica la realizzazione di grandi opere pubbliche che le aziende private, sulla base di accurati studi di mercato eviterebbero di fare, non è una rinuncia, ma una scelta ispirata a criteri di saggezza.[6] Risponde a criteri di saggezza anche la riduzione delle spese militari, che invece non viene nemmeno presa in considerazione. Basta pensare che solo il costo del casco del pilota di un aereo da combattimento F35 costa 2 milioni di dollari, quanto occorre per ristrutturare energeticamente due grandi edifici scolastici, riducendo del 70 per cento i loro consumi di combustibili fossili, la spesa di denaro pubblico necessaria a pagarli e le emissioni di anidride carbonica. Sempre nella categoria del buongoverno rientra la riduzione degli sprechi che si può ottenere utilizzando tecnologie che accrescono l’efficienza nell’uso delle risorse, mentre la riduzione degli enormi privilegi retributivi di alcune categorie sociali ha anche le connotazioni dell’equità sociale. Queste scelte non rendono austera la vita a nessuno.

Si può definire correttamente austerità la scelta di ridurre il debito pubblico solo se le spese pubbliche che vengono ridotte comportano peggioramenti nelle condizioni di vita di categorie sociali che già hanno poco. Sostanzialmente, se si tagliano le spese dello Stato per i servizi sociali, se ne aumentano i costi per gli utenti riducendo al contempo le prestazioni, si privatizzano i servizi pubblici. A maggior ragione se questa austerità mirata va a colpire famiglie in cui vivono persone che non trovano lavoro, o lo hanno perso a causa della globalizzazione, o fanno lavori precari, dequalificati e poco pagati.

In Italia questo compito è stato affidato a Mario Monti, un economista accademico inserito con ruoli di alta responsabilità nelle istituzioni finanziarie internazionali e nelle strutture associative imprenditoriali, più volte commissario europeo, nominato il 9 novembre 2011 senatore a vita dal Presidente della Repubblica e incaricato il 13 di formare un governo tecnico che il 16 novembre aveva già prestato giuramento. Impossibile non pensare che non fosse un disegno preordinato. E dal momento che non ebbe una gestazione istituzionale, è facile immaginare dove l’abbia avuta.[7]

Presentato dai mass media come colui che avrebbe salvato il Paese dalla gravissima crisi economica e finanziaria che lo attanagliava, il 4 dicembre Mario Monti predispose in un decreto, denominato in coerenza con la sua fama, «Salva Italia», una manovra finanziaria anticrisi che prevedeva un aumento delle tasse, una riduzione delle spese statali per i servizi pubblici, una forte riduzione della spesa pensionistica. Nel decreto venne reintrodotta la tassa sulla prima casa, con un’aliquota più alta di quella precedente e con un aumento delle rendite catastali. Fu aumentata la tassa rifiuti confermandone la parametrazione sulla superficie delle abitazioni, per cui in realtà si configurava come un’integrazione della tassa sulla casa. Venne aumentata l’IVA ed eliminata la riduzione dell’aliquota sui generi alimentari. Furono ridotti i trasferimenti dallo Stato agli Enti locali, che erano autorizzati a introdurre delle addizionali ad alcune tasse statali per compensare la diminuzione dei loro introiti.[8]

La misura che scaricò più pesantemente sulle classi popolari il costo della riduzione del debito pubblico fu la riforma delle pensioni. Dall’anno successivo sarebbe stata innalzata progressivamente l’età pensionabile, fino a raggiungere i 67 anni entro il 2022, e riparametrata al ribasso l’entità delle pensioni col passaggio dal sistema retributivo al sistema contributivo.[9] A 5,5 milioni di titolari di pensioni superiori a 920 euro mensili venne bloccata l’indicizzazione al costo della vita. Nessuna limitazione fu invece applicata alle pensioni privilegiate di parlamentari, consiglieri regionali, dirigenti statali e delle aziende partecipate dallo Stato. Dalle misure finalizzate a risanare il bilancio pubblico furono escluse le imprese, cui venne ridotto il carico fiscale diminuendo le tasse sul costo del lavoro e l’imposta regionale sulle attività produttive. E vennero escluse le grandi opere, per le quali il governo s’impegnava a trovare 40 miliardi di euro tra risorse pubbliche e private. Appena le misure di risanamento del bilancio statale a spese delle classi sociali subordinate furono applicate, le destre tolsero il loro appoggio al governo e il Presidente della Repubblica sciolse anticipatamente le Camere.

Alle elezioni politiche che si svolsero nel febbraio del 2013, la percentuale più alta dei voti – il 25,56 per cento – fu raccolta dal Movimento 5 Stelle, un raggruppamento politico che si presentava per la prima volta, caratterizzandosi come alternativo a tutti i partiti esistenti. Il partito fondato dall’ex-presidente del Consiglio per continuare la sua opera di salvezza del Paese, ottenne appena il 9,1 per cento dei voti e cominciò subito a sbriciolarsi. La sua opera di salvezza non portò frutti né in termini di rilancio dell’economia, né in termini di crescita dell’occupazione, che anzi continuò a diminuire, né in termini di riduzione del debito pubblico. In compenso lasciò il retaggio di una diffusa e profonda sofferenza sociale. Nel 2012 il prodotto interno lordo diminuì del 2,4 per cento rispetto al 2011 e nel 2013 di un ulteriore 1 per cento rispetto al 2012. Il tasso di disoccupazione, che nel 2011 era stato dell’8,4 per cento, nel 2012 salì al 10,7 per cento. Tra i giovani (15-24 anni) crebbe di 6,2 punti percentuali, arrivando al 35,3%, con un picco del 49,9% per le giovani donne del Mezzogiorno. Il tasso di occupazione scese di due decimi di punto rispetto all’anno precedente e ai minimi dal 2000, attestandosi al 56,8%. Nel 2013 il tasso di disoccupazione aumentò ulteriormente, raggiungendo il 12,2 per cento. Tra i giovani arrivò al 42,24 per cento. In valori assoluti il numero dei disoccupati fu di circa 3,3 milioni di persone.

Nel Regno Unito il primo ministro conservatore David Cameron nei cinque anni del suo primo incarico, dal 2010 al 2015, tagliò la spesa sociale dal 23 al 21 per cento del prodotto interno lordo, creando uno scontento sociale che pagò nel 2006 con la sconfitta al Referendum sulla permanenza della Gran Bretagna nell’Unione Europea. Un Referendum che aveva promosso egli stesso, convinto di vincerlo e di rafforzare col sostegno del consenso popolare la sua scelta di restare, mentre gli strati sociali penalizzati dalla riduzione delle spese sociali, dalla disoccupazione e dalla precarietà sul lavoro, videro nella scelta di restare una continuità con le scelte di politica economica e sociale che avevano peggiorato le loro condizioni di vita. Il primo ministro subentrato in seguito alle sue dimissioni, Theresa May, esponente dello stesso Partito Conservatore, nel discorso d’insediamento dimostrò di aver capito la lezione impegnandosi a cambiare strada rispetto al suo precedessore: «Il Referendum ha fatto emergere una nazione spaccata in due, in cui vi sono i ricchi e i poveri, gli ignoranti e gli istruiti, gli avvantaggiati e gli svantaggiati dalla globalizzazione […] Chi nasce povero vive in media nove anni di meno, le donne guadagnano meno degli uomini, chi frequenta la scuola pubblica ha meno possibilità di chi studia in una scuola privata. […] Sotto la mia guida il Partito Conservatore si metterà al servizio della gente comune, dell’ordinary working people». Non deve essere stata molto persuasiva se undici mesi dopo, alle elezioni politiche anticipate che aveva voluto nella convinzione di rendere più ampia la maggioranza risicata del suo partito in Parlamento, invece di rafforzarla l’ha persa perdendo 12 seggi, mentre il Partito Laburista, tornato a sinistra sotto la guida di Jeremy Corbin dopo la svolta a destra di Tony Blair, ne ha guadagnati 30 presentando un programma politico contrario all’austerità, che ha fatto presa soprattutto tra i giovani.

 

Le iniquità sociali e l’incompatibilità ambientale dei debiti pubblici.

 

Per superare la crisi, la sinistra non geneticamente modificata ha scelto di seguire la strada indicata da John Maynard Keynes, il più importante economista del novecento, che non era di sinistra, ma un liberale scettico sulle capacità autoregolatrici del mercato nelle fasi in cui il suo normale funzionamento s’inceppa. Nelle società pre-industriali le crisi erano causate dalla scarsità della produzione agricola che poteva verificarsi di tanto in tanto in conseguenza di eventi meteorologici eccezionali. Nelle società industriali sono causate invece dalla sovrabbondanza dell’offerta di merci. Se l’offerta di merci eccede la domanda espressa dal mercato e rimane in parte invenduta, le aziende devono ridurre la produzione e licenziare una parte dei loro dipendenti. I dipendenti licenziati rimangono senza reddito, per cui la domanda diminuisce, le aziende devono ridurre ulteriormente la produzione e licenziare altri dipendenti. Per arrestare questa spirale, Keynes, infrangendo il caposaldo del liberismo, sostenne che gli Stati dovevano aumentare la spesa pubblica indebitandosi. Non sarebbe bastato che spendessero di più aumentando il prelievo fiscale, perché in questo modo sarebbe aumentata la domanda pubblica, ma sarebbe diminuita quella privata. Per far crescere la domanda aggregata occorreva che gli Stati commissionassero opere pubbliche e potenziassero i servizi sociali oltre le capacità di spesa consentite dalle loro entrate. L’aumento della domanda statale in deficit avrebbe rimesso in moto le attività produttive e avrebbe fatto crescere il numero degli occupati, che con i loro redditi avrebbero fatto crescere ulteriormente la domanda, le attività produttive e gli occupati. L’aumento dei profitti e dei redditi avrebbe aumentato il gettito fiscale e gli Stati avrebbero potuto pagare le rate dei prestiti contratti per rimettere in moto l’economia. Perché aspettare la riduzione dei debiti pubblici per recuperare il denaro necessario a effettuare gli investimenti, come sostiene la destra, mentre l’aumento dei debiti pubblici consente non solo di riavviare molto più in fretta il ciclo economico, ma anche di ridurre la sofferenza sociale invece di acuirla, di migliorare le condizioni di vita degli strati sociali più poveri invece di peggiorarle? Anche da un punto di vista economico è più vantaggioso ridurre il rapporto tra il debito pubblico e il prodotto interno lordo aumentando il prodotto interno lordo invece di ridurre il debito.

La maggiore equità di questa strategia sostenuta dalla sinistra rispetto a quella dell’austerità sostenuta dalla destra è comunque finalizzata, come quella della destra, a rilanciare la crescita economica e i suoi effetti si limitano alle generazioni attuali dei Paesi sviluppati e di quelli che si stanno sviluppando sul loro modello. Ma se aumenta la produzione di merci grazie alla spinta che il sistema produttivo riceve dai debiti pubblici e privati, aumenta il fabbisogno di risorse e di energia, aumentano le emissioni di anidride carbonica e l’effetto serra, aumentano le sostanze di scarto che si accumulano nella biosfera, aumenta il consumo di concimi di sintesi che riducono la fertilità dei suoli, si accelera la diminuzione della fauna ittica negli oceani. Si aggravano tutti i fattori della crisi ambientale, si lascia alle generazioni future un mondo impoverito di risorse e inquinato, aumentano le sofferenze che la specie umana infligge alle altre specie viventi e che, in conseguenza dei legami che connettono tra loro tutte le forme di vita, ritornano come sofferenze sulla specie umana. Specialmente sui popoli poveri e sulle classi sociali più povere dei popoli ricchi. La ricerca di una maggiore equità limitata alle generazioni attuali della specie umana, a scapito delle generazioni future e delle altre specie viventi finisce paradossalmente con aumentare le iniquità che si propone di ridurre.

Ciò di cui i keynesiani di oggi sembra non si rendano conto è che rispetto agli anni trenta del secolo scorso il rapporto tra tecnosfera e biosfera è completamente cambiato: la concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera è passata dal valore di 270 parti per milione, in cui si era stabilizzata da 800 mila anni fino all’inizio del secolo scorso, alle 410 parti per milione registrate all’inizio di questo secolo, innescando una mutazione climatica di cui si stanno appena sperimentando le prime conseguenze; l’overshoot day, il giorno in cui l’umanità arriva a consumare tutte le risorse rinnovabili che la biosfera genera in un anno, è sceso al 2 di agosto; negli oceani galleggiano masse di poltiglia di plastica vaste come continenti; i ghiacci dell’Artico si sono ridotti del 38 per cento dal 1979 a oggi, la popolazione mondiale è passata da 2 a 7 miliardi; la fertilità dei suoli agricoli è diminuita; la fauna ittica è stata dimezzata. I margini di espansione dell’economia che c’erano negli anni in cui Keynes ha elaborato la sua teoria non ci sono più. E non ci sono nemmeno i margini per una stabilizzazione nella situazione attuale. Per non andare incontro al collasso, l’umanità deve ridurre la sua impronta ecologica.

 

Per una riconversione economica dell’ecologia.

 

Chi pone come obbiettivi al suo impegno politico la compatibilità ambientale e un’equità sociale estesa alle generazioni future e alle altre specie viventi, non può non valutare positivamente la scelta dell’Unione europea di porre dei limiti ai debiti e ai deficit pubblici degli Stati aderenti, deliberata a  Maastricht nel 1992. Senza entrare in una valutazione di merito sui valori stabiliti, rispettivamente il 60 e il 3 per cento dei prodotti interni lordi, né sulle successive misure adottate per renderli vincolanti, perché richiederebbero una trattazione specialistica che esula da queste riflessioni, la riduzione dei debiti pubblici, che alcuni economisti ritengono controproducente per superare la crisi economica, è indispensabile per contrastare l’aggravamento della crisi ecologica.[10] Può darsi che i valori fissati a Maastricht non siano stati calcolati col dovuto rigore scientifico, può darsi che le procedure d’infrazione per gli Stati che non li rispettano implichino un cedimento di parte della sovranità nazionale, può darsi che l’inserimento in Costituzione del pareggio in bilancio sia inopportuno, ma se gli Stati  spendono ogni anno più di quanto incassano col prelievo fiscale attivano un surplus di domanda che consente al sistema produttivo di continuare a produrre quantità crescenti di merci, per cui tutti i fattori della crisi ecologica continueranno ad aggravarsi: le emissioni di anidride carbonica e le loro concentrazioni in atmosfera continueranno a crescere, il consumo delle risorse rinnovabili continuerà ad eccedere la capacità di rigenerazione annua della biosfera e l’overshoot day ad anticipare progressivamente, la fertilità dei suoli e la biodiversità continueranno a ridursi, le masse di poltiglie di plastica che fluttuano in tutti gli oceani continueranno ad estendersi e le popolazioni ittiche continueranno a diminuire, le quantità di rifiuti e le malattie mortali causate dall’inquinamento continueranno ad aumentare, l’acqua scarseggerà sempre di più, le tensioni internazionali e le guerre per il controllo delle materie prime necessarie alla crescita si accentueranno.

Nell’attuale epoca storica il problema fondamentale che i Paesi industrializzati devono risolvere è l’elaborazione di una politica economica e industriale in grado di conciliare due esigenze apparentemente antitetiche: la riduzione dell’impronta ecologica dell’umanità e l’aumento dell’occupazione in attività utili, non finalizzate alla crescita economica. La strada da percorrere è lo sviluppo di innovazioni tecnologiche che riducono gli sprechi e aumentano l’efficienza nei processi di trasformazione delle risorse in beni, perché, se si riduce il consumo di risorse per unità di prodotto, non solo si riduce l’impatto ambientale, ma si risparmia del denaro con cui si possono pagare i costi d’investimento di queste tecnologie. Si mette in moto un circolo virtuoso che fa crescere la domanda e l’occupazione senza aggravare i debiti pubblici e i debiti privati delle aziende e delle famiglie. L’occupazione che si crea in questo modo non solo aumenta l’equità tra gli esseri umani viventi, ma riduce l’impatto ambientale delle loro attività e rende il mondo più bello e ospitale anche per le generazioni a venire. Le potenzialità di queste tecnologie sono molto più ampie di quanto generalmente si crede. Per svilupparle appieno occorre uno slancio progettuale di portata non inferiore a quello che ha dato avvio alla prima rivoluzione industriale.

L’impegno principale deve essere rivolto alla riduzione degli sprechi e all’aumento dell’efficienza dei processi di trasformazione energetica, che nei Paesi tecnologicamente avanzati può consentire di ridurre del 70 per cento i consumi di energia alla fonte senza comportare una diminuzione dei servizi finali. Ne deriverebbero: una drastica riduzione delle emissioni di anidride carbonica e dell’effetto serra; una drastica riduzione delle tensioni internazionali e delle guerre per il controllo delle fonti energetiche fossili; una drastica riduzione delle spese energetiche dei consumatori finali – famiglie, aziende, pubbliche amministrazioni.[11] E se si spende di meno per avere gli stessi servizi energetici, si può lavorare di meno e dedicare più tempo alle relazioni umane, alla creatività, allo studio disinteressato, alla contemplazione della bellezza.

In Svizzera sono stati realizzati i primi quartieri di abitazioni e servizi in cui le tecniche costruttive e l’efficienza degli impianti consentono di soddisfare i consumi energetici degli abitanti con una potenza continua pro-capite di 2.000 watt, che corrisponde, grosso modo, alla media degli anni sessanta. Attualmente si superano i 5.000 watt, meno della metà della potenza pro-capite negli Stati Uniti, ma ben più della media africana, che è di 500 watt. L’obbiettivo di una società a 2.000 watt, elaborato da alcuni ricercatori del Politecnico di Zurigo, è stato assunto dall’Ufficio federale dell’energia. 2.000 watt corrispondono a un consumo annuo di circa 17.500 kilowattora di elettricità o di 1.700 litri di petrolio. Oggi, la media mondiale è di circa 2.500 watt.

In Italia per riscaldare gli edifici nei mesi invernali si consumano mediamente 200 kilowattora al metro quadrato all’anno (circa 20 litri di gasolio o 20 metri cubi di metano). In Germania non è consentito superare un consumo di 70 chilowattora al metro quadrato all’anno, un terzo della media italiana, ma gli edifici più efficienti, quelli che rientrano nello standard delle «case passive» non devono superare i 15 chilowattora al metro quadrato all’anno e devono essere coibentati in modo così efficiente da non avere bisogno di un impianto di riscaldamento. Se al centro della politica economica e industriale del nostro Paese si ponesse la ristrutturazione energetica del patrimonio edilizio esistente, con l’obbiettivo di ridurre gli sprechi e le inefficienze al livello dei peggiori edifici tedeschi, i consumi per il riscaldamento si ridurrebbero dei due terzi. Poiché gli edifici assorbono per il solo riscaldamento invernale un terzo dei consumi totali di energia alla fonte, quanta ne brucia tutto l’autotrasporto nel corso di un anno, si ridurrebbero del 20 per cento sia le importazioni di fonti fossili, sia le emissioni di anidride carbonica. I posti di lavoro che si creerebbero attraverso questa decrescita selettiva degli sprechi di energia pagherebbero i loro costi d’investimento con i risparmi che consentono di ottenere.

Un incentivo all’adozione di queste misure in una logica di mercato, senza contributi di denaro pubblico, può essere costituito dall’uso delle forme contrattuali che dovrebbero caratterizzare le energy service companiesesco -: società energetiche che pagano di tasca propria i costi d’investimento degli interventi di ristrutturazione energetica che eseguono negli edifici, o negli impianti pubblici di illuminazione, mentre i proprietari degli edifici e degli impianti ristrutturati si impegnano a pagare per i loro consumi energetici la stessa cifra che pagavano prima della ristrutturazione, per un numero di anni fissato al momento del contratto. Per la durata del contratto le esco incassano i risparmi economici conseguenti ai risparmi energetici che riescono a ottenere. Al termine del contratto il risparmio economico va a beneficio del cliente. La durata degli anni necessari a recuperare gli investimenti è inversamente proporzionale all’efficienza ottenuta. La ricerca della maggiore efficienza possibile diventa pertanto l’elemento concorrenziale vincente. Inoltre il cliente è tutelato perché, essendo prefissato contrattualmente il tempo di rientro dell’investimento, se la esco ottiene una riduzione dei consumi energetici inferiore a quella che ha calcolato, incassa meno denaro di quello che ha previsto. Fare bene il lavoro e gestire bene l’impianto è nel suo interesse.

Il circolo economico virtuoso descritto può trovare un volano decisivo in una sorta di patrimoniale energetica sugli immobili, che può essere gestita in due modi. O il proprietario dell’immobile paga la patrimoniale e lo Stato la utilizza per ristrutturarlo energeticamente, restituendo ogni anno al proprietario l’equivalente del risparmio economico conseguente al risparmio energetico fino all’estinzione della tassa pagata, oppure il proprietario dell’immobile, invece di pagare la tassa fa eseguire in proprio la ristrutturazione energetica e incassa direttamente i risparmi, fornendo allo Stato la documentazione delle spese sostenute e dei risparmi annuali ottenuti.

Un altro settore strategico dove l’ammortamento degli investimenti necessari a ridurre gli sprechi si può pagare con i risparmi economici che ne conseguono, senza contributi di denaro pubblico, è la gestione dell’acqua potabile. In Italia le reti idriche perdono mediamente il 65 per cento dell’acqua pompata dal sottosuolo e depurata. I cambiamenti climatici in corso sono caratterizzati dall’alternanza di periodi sempre più lunghi di siccità in estate e di piogge torrenziali in autunno. Di conseguenza, nei periodi estivi di siccità le perdite degli acquedotti stanno creando problemi alla fornitura di acqua nelle aree urbane. La sostituzione delle tubazioni delle reti idriche costituisce pertanto una misura indispensabile non solo per ridurre uno spreco di energia e denaro senza senso, ma anche per continuare a fornire un servizio indispensabile per il benessere e l’igiene di decine di milioni di persone. Invece, pur essendo conosciuta da anni la gravità di questo problema, non si è fatto nulla per risolverlo, mentre si è preferito, incomprensibilmente, finanziare opere di utilità quanto meno dubbia e certamente dannose per gli ambienti, che non consentiranno mai di recuperare gli investimenti effettuati per realizzarle: dal treno ad alta velocità in Valdisusa, agli inceneritori, a strade e autostrade su cui transita un numero irrisorio di autoveicoli, ai gasdotti per aumentare la fornitura di energia che si spreca invece di realizzare le opere edili necessarie a ridurre gli sprechi di energia, alle spese per sistemi d’arma che non hanno una funzione difensiva, ma chiaramente offensiva, sebbene la nostra costituzione ripudi le guerre di aggressione, al pretesto ricorrente di manifestazioni sportive internazionali per realizzare grandi opere che non verranno più utilizzate in seguito. Se si pensa alle spese aggiuntive che si sostengono per occupare militarmente la Valle di Susa allo scopo di imporre la realizzazione di una linea ferroviaria ad alta velocità non giustificata dalle analisi dei flussi di traffico nei prossimi decenni, anche la persona più razionale non può non pensare a un’influenza di forze oscure che incombono sul futuro dell’umanità.

Le stesse dinamiche si verificano nella gestione degli oggetti dismessi. Il recupero e la riutilizzazione dei materiali che contengono è certamente più conveniente economicamente e meno dannosa ambientalmente delle metodologie che vengono utilizzate per renderli definitivamente inutilizzabili: l’interramento e l’incenerimento. Poiché il costo dello smaltimento è proporzionale al peso degli oggetti conferiti alle discariche o agli inceneritori, meno se ne portano e più si risparmia. Ma, per non portare allo smaltimento le materie prime secondarie contenute negli oggetti dismessi occorre venderle. Più se ne vendono e più si guadagna. Affinché qualcuno le compri occorre effettuarne una raccolta differenziata molto accurata che ne consenta il riciclaggio e il riutilizzo. La vendita delle materie prime secondarie contenute negli oggetti dismessi consente pertanto di creare un’occupazione utile; di pagarne i costi con i risparmi conseguiti nello smaltimento e con i guadagni ottenuti dalla vendita, senza contributi di denaro pubblico; per non parlare della riduzione dell’impatto ambientale dei rifiuti, attraverso la riduzione di uno spreco inammissibile tecnologicamente.

La decrescita selettiva degli sprechi è l’unica via d’uscita da una crisi che da troppo tempo genera problemi al sistema economico e sofferenze umane gravissime. L’assurdità della situazione che stiamo vivendo è dimostrata dal fatto che, mentre il numero dei disoccupati ha raggiunto livelli inaccettabili, non si fanno una serie di lavori che sarebbe indispensabile fare per ridurre la crisi economica, ridurre la crisi ambientale e migliorare la qualità della vita. Una società che non fa lavorare chi vorrebbe farlo e contemporaneamente non commissiona i lavori più necessari, che pagherebbero i loro costi con i risparmi che consentono di ottenere, è profondamente malata. E la sua malattia è causata dalla diffusione dell’idea assurda che lo scopo dell’economia sia la crescita del prodotto interno lordo. Prima ce ne libereremo e meglio sarà.

Maurizio Pallante

 

 

 

[1]    John Maynard Keynes, Prospettive economiche per i nostri nipoti, Adelphi, Milano 2009, pag. 19 (ed. or. 1931)

[2]          https://www.youtube.com/watch?v=ruTQUwmctqI&index=19&list=PL2jwhVT1STUQymyWo1RAWAJjayj2hWenf

[3]             Vito Lops, La bolla del debito globale. In 10 anni è esploso a 215mila miliardi. Si rischia l’effetto supernova?, Il Sole 24 ore on line, 12 aprile 2017. In questo articolo si cita un intervento di Francis Scotland, director of global macro research di Brandywine Global (Gruppo Legg Mason): «Il debito globale è cresciuto, principalmente sulla scorta degli stimoli anti-ciclici sia automatici che discrezionali, che avevano l’obiettivo di stabilizzare l’economia mondiale dopo la grande crisi finanziaria. Nel mondo sviluppato, le politiche fiscali sono tendenzialmente finalizzate a sostenere i consumi e ridurre la disoccupazione nei momenti di recessione. Così, quando l’economia globale è crollata nel 2009, i deficit di budget si sono gonfiati ed il tasso di crescita del debito pubblico ha avuto un’impennata. In senso letterale, l’economia mondiale per gran parte degli ultimi nove anni si è poggiata sulla finanza pubblica. Non possiamo sapere cosa sarebbe accaduto se il debito non fosse cresciuto, ma probabilmente ha evitato o perlomeno rinviato un’altra grande  depressione».

[4]             Luciano Gallino, Il denaro, il debito e la doppia crisi, Einaudi Torino 2015, p. 110.

[5]      In questo campo, situato nei pressi della città Acchiappa-citrulli (nel Paese dei Barbagianni), Pinocchio viene invitato dal Gatto e dalla Volpe a piantare i suoi 5 zecchini d’oro perché la miracolosa natura del terreno avrebbe fatto crescere in brevissimo tempo un albero capace di fruttare monete.

[6]             Il 90 per cento dei Grandi progetti che le Regioni italiane hanno presentato alla Commissione Ue nel periodo 2007-2013 chiedendo che fossero finanziati con fondi europei aveva «un’insufficiente analisi costi-benefici». Il 70 per cento scontava «problemi sulla valutazione del mercato interno o nell’impianto progettuale». E il 50 per cento era lacunoso nella valutazione ambientale. È quello che emerge da un focus del neonato Ufficio valutazione impatto (Uvi) del Senato, presieduto da Pietro Grasso, sulla capacità progettuale dell’Italia in termini di qualità. Il Fatto Quotidiano, 14 agosto 2017.

[7]               Il governo Monti ottenne la fiducia al Senato con 281 voti a favore e 25 contrari, alla Camera con 556 voti a favore e 61 contrari: la maggioranza più ampia di tutta la storia repubblicana, in cui confluirono le destre e le sinistre rafforzando i sospetti, già ampiamente diffusi, sulla labilità delle differenze tra i due schieramenti politici. L’unico partito a votare contro fu la Lega Nord, cui in seguito si unì l’Italia dei Valori.

[8]               Da uno studio effettuato da Ugo Arrigo, docente alla Bicocca di Milano, risulta che nel periodo 2009 – 2015 la riduzione dei trasferimenti statali agli EELL, i vincoli posti al loro bilancio e il patto di stabilità hanno ridimensionato di 39 miliardi le loro capacità di spesa, senza diminuire le loro funzioni. Queste manovre hanno dato un contributo del 95 per cento al miglioramento dei conti pubblici. Inevitabilmente gli EELL sono stati costretti a innalzare i tributi di loro competenza e le tariffe dei servizi. Cfr. Carlo Di Foggia, Come si uccidono gli Enti Locali: 5 anni di austerità ed errori, Il Fatto Quotidiano, 29 gennaio 2017.

[9]               Col metodo retributivo l’importo della pensione viene calcolato sulla media dei redditi degli ultimi anni di lavoro, i più alti. Col metodo contributivo viene calcolato sui contributi effettivamente versati nel corso della vita lavorativa. Poiché nei primi anni di lavoro le retribuzioni sono più basse, l’importo della pensione è inferiore.

[10]            Per rendere vincolante il rispetto dei limiti stabiliti col Trattato di Maastricht, nel 1997 l’Unione deliberò il Patto di stabilità e crescita, in cui erano previsti alcuni strumenti per inviare avvertimenti e applicare sanzioni agli Stati che li avessero superati. Veniva inoltre stabilito che ogni Stato inserisse il pareggio di bilancio in «disposizioni vincolanti e di natura permanente – preferibilmente costituzionale». In Italia questa norma è stata inserita in Costituzione con una modifica dell’articolo 81, approvata nell’aprile del 2012 (governo Monti). Questi impegni sono stati ribaditi nel 2012, dal Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria, più conosciuto con la definizione di fiscal compact (letteralmente «patto di bilancio»), in cui è anche stato stabilito l’obbligo per i Paesi con un debito pubblico superiore al 60% del PIL, di ridurre ogni anno l’eccedenza di un ventesimo.

[11]             Per approfondire questo tema mi permetto di rimandare a questi libri: Mario Palazzetti e Maurizio Pallante, L’uso razionale dell’energia. Teoria e pratica del negawattora, Bollati Boringhieri, Torino 1997; Maurizio Pallante, Un futuro senza luce?, Editori Riuniti, Roma 2007

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Sabato 11 novembre a Firenze con Franco Berrino

Sabato 11 novembre 2017 alle 18.30 avrò il piacere di essere con il dottor Franco Berrino a Firenze, nell’ambito dei festeggiamenti per i 40 anni di Terranuova.

E’ un appuntamento importante al quale parteciperanno anche altre persone impegnate in prima linea per inaugurare e portare avanti quel nuovo paradigma culturale che pian piano sta prendendo piede.

Ringrazio gli organizzatori che hanno pensato a me e al Movimento per la decrescita felice, e tutti quanti voi che vorrete esserci di persona o col pensiero.

Tutte le informazioni per la serata li potete trovare qui

 

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Emissioni Co2, record di anidride carbonica nell’atmosfera. “Balzo del 50% sulla media dell’ultimo decennio”

Un rapporto presentato dalla World Meteorological Organization certifica che le concentrazioni di gas serra sono passate da 400 a 403,3 parti per milione, a rischio il raggiungimento degli obiettivi fissati con gli accordi di Parigi. I Verdi: “Necessario un piano energetico formato al 100% da energie rinnovabili entro il 2050”

“È il maggiore incremento che abbiamo osservato nei 30 anni dalla nostra attività”. A lanciare l’allarme sull’aumento di anidride carbonica nell’atmosfera è un rapporto presentato dalla World Meteorological Organization (Wmo). I livelli di Co2 hanno raggiunto livelli che sulla Terra non si registravano da 3 a 5 milioni di anni fa. “Abbiamo avuto un balzo del 50% sulla media dell’ultimo decennio“, ha spiegato Oksana Tarasova, responsabile del programma globale di controllo dell’atmosfera terreste al Wmo. Il report ha esaminato il periodo 2015-2016 e analizzato i dati di 51 Paesi. Le concentrazioni di gas serra sono passate da 400 a 403,3 parti per milione. “Il precedente aumento massimo registrato prima risaliva al 1997-98: 2,7 parti per milione contro gli attuali 3,3″. Principale artefice di questo cambiamento, oltre alle emissioni prodotte dall’uomo, è stato El Niño, un fenomeno climatico che riscalda le acque dell’Oceano Pacifico che ha causato una grave siccità e ridotto la capacità delle piante di assorbire l’anidride carbonica.

A commentare la situazione anche il segretario generale del Wmo, Petteri Taalas: “Senza rapidi tagli sulle emissioni di Co2 e di gas a effetto serra andremo verso pericolosi aumenti di temperature entro la fine di questo secolo, ben al di sopra dell’obiettivo fissato dall’accordo di Parigi sul cambiamento climatico“. Anche l’Unione europea si era mossa per cercare di controllare le emissioni, proponendo delle sanzioni per le case automobilistiche che non riusciranno a rispettare il rispetto dei limiti imposti dalla legge.

“È necessario un piano energetico formato al 100% da energie rinnovabili entro il 2050 e il contestuale addio definitivo al carbone entro il 2025, seguendo l’esempio di Finlandia, Portogallo, Irlanda, Austria, Svezia e Danimarca”. Questa la soluzione proposta dai coordinatori dei Verdi Angelo Bonelli, Luana Zanella e Gianluca Carrabs. “Il rapporto del Wmo – continuano – certifica che il problema dei cambiamenti climatici è fondamentale e prioritario su qualsiasi altro”. Secondo il gruppo, è fondamentale che il governo “organizzi urgentemente una Conferenza nazionale sui cambiamenti climatici che aiuti il nostro Paese ad affrontare le sfide che ci attendono. Dobbiamo sbrigarci prima che sia troppo tardi”.

Fonte: Ilfattoquotidiano.it